Qui il dubbio non è più possibile; questo povero carcerato moriva in Roma e non in Napoli, moriva nel S.to Officio in presenza del poeta e d'altri compagni di carcere. Deve dunque il Sonetto riferirsi al periodo del carcere di Roma, sebbene sia stato raccolto in Napoli; quivi esso fu raccolto per comunicazioni di reminiscenza, al pari dell'altro sopra menzionato. Richiamiamo poi anche l'attenzione sulla chiusa del Sonetto. In essa si parla

«Dell'aspettata nova redentione»

con tutto quello che segue; e ben si vede che già nel carcere di Roma fervevano le speranze, le quali poi menarono al carcere di Calabria e di Napoli; nè il Sonetto ci sembra di un valore letterario troppo deficiente, in paragone di molti altri i quali furono pubblicati, sicchè l'essere rimasto fra gl'inediti deve naturalmente attribuirsi a motivi di convenienza politica e giudiziaria. Vi sarebbe inoltre, sempre fra gl'inediti, un Sonetto indirizzato «All'Accademia d'Avviati di Roma»[136]: non riescendo punto verosimile che tra il 1600 e il 1601, nelle carceri di Napoli, l'autore abbia avuto motivo di pensare ad un'Accademia romana, conviene riportare tale Sonetto al periodo della dimora in Roma, bensì della dimora fuori carcere. Lo stesso diciamo, ma con minore asseveranza, circa quell'altro indirizzato «Alli defensori della Philosophia greca»[137], che al pari del precedente è improntato ad alti e nobili sensi. Non è dubbio poi che alla dimora in Roma, e all'ultimo tratto di tale dimora, debba riferirsi il Sonetto «A Cesare D'Este» etc.[138]: esso ci offre anche una data certa, atta a far conoscere sino a che tempo il Campanella continuò a dimorare in Roma: poichè quivi fu scritto, mentre gli spiriti erano eccitati dalla spedizione pel possesso di Ferrara che Papa Clemente intraprese contro Cesare D'Este. Ne riparleremo a suo luogo.

Uscito in libertà, il Campanella prese stanza nel convento di S.ta Sabina, e tutto induce a far ritenere che sia stata quella una stanza obbligatoria. Ivi compose il Dialogo o Discorso politico contra i Luterani, e Calvinisti, della vera Religione e del Lume Naturale Deformatori, come reca la copia ms. esistente nella Bibl. naz. di Parigi (Ital. n. nuov. 106), copia che si ha tutta la ragione di credere quella medesima destinata dal filosofo al Card.le Alessandrino: un'altra copia se ne ha in Roma nella Casanatense (XX, V, 28), ma molto scorretta, e di essa si servì il prof. Fiorentino per darci un sunto ed un profondo esame del Dialogo[139]. La data precisa della composizione del libro deve dirsi lo scorcio dell'anno 1595; ciò risulta dalla data della lettera autografa del Campanella a fra Alberto Tragagliolo, annessa alla copia esistente in Parigi. Questa lettera fu già pubblicata dal D'Ancona[140], ma con varie inesattezze introdottevi da colui che la trascrisse, e particolarmente nella data, che fu detta «21 1Obre 1599» mentre pure si conosceva molto bene che in tal tempo il povero Campanella si trovava non nella quiete del convento di S.ta Sabina, ma nel colmo de' terrori del Castel nuovo di Napoli; noi la ripubblichiamo tra' nostri Documenti, avendola diligentemente ricopiata in Parigi[141]. Da essa si vede che il Tragagliolo, con sua lettera, avea consigliato il Campanella di dedicare il Discorso al Card.le Alessandrino, protettore dell'Ordine Domenicano, cui aveva già presentato e raccomandato il filosofo; e costui supplica il Tragagliolo di volere lui medesimo presentare quel suo «primo Discorso», e farlo «raccomandato in quel bisogno che sa». Tale bisogno verosimilmente era la liberazione dall'obbligo di risedere in S.ta Sabina e la facoltà di poter tornare in Calabria, ciò che appunto induce ad ammettere un'uscita dal carcere già da alcuni mesi, in caso contrario l'istanza sarebbe riuscita impossibile: pertanto, malgrado il fervore cattolico spiegato nel Discorso in ammenda del suo passato, il Campanella non vide soddisfatto il suo desiderio e dovè aspettare ancora non meno di due altri anni. Nel Syntagma è detto che il Discorso o Dialogo fu dato pure ad Antonio Persio, e molto più tardi egualmente al Naudeo: inoltre nella Difesa scritta pel processo di Napoli, poi anche nella Lettera latina del 1607 al Papa pubblicata dal Centofanti, come pure nella copia medesima del Dialogo esistente nella Casanatense, è affermato che ne fu fatto invio del pari all'Arciduca Massimiliano; nella Difesa suddetta è affermato ancora che ne esisteva una copia presso Mario del Tufo[142]. Non lasceremo poi di parlare di questo Dialogo, senza dire che vi figurano da interlocutori Gio. Geronimo del Tufo Marchese di Lavello, Giulio Cortese e Jacopo di Gaeta. Geronimo comincia dal dire di avere assistito a una disputa singolare in S.a Maria la nova, non di quelle solite tra i «nostri filosofi» e i peripatetici, ma a dirittura religiosa, sostenuta da M.º Tommaso da Capua con altri; espone quindi la nuova credenza, e Giacomo si fa a combatterla con la ragione, Giulio con la Bibbia; come ha notato il prof. Fiorentino, l'autore si nasconde sotto la persona di Giacomo, e si attiene sempre alla politica anzichè alla Teologia. Da parte nostra dobbiamo notare nel Campanella siffatta reminiscenza di Napoli e degli amici lasciati in questa città; essa mostra che la sua mente e le sue aspirazioni erano rivolte al dolce nido. Non abbiamo bisogno di dire chi fosse Gio. Geronimo Marchese di Lavello; quanto a Giulio Cortese, avremo ancora occasione di parlare di lui più in là, e quanto a Giacomo di Gaeta, gli scrittori di cose patrie ci dicono che egli era Cosentino, dimorante in Napoli, giurisperito, filosofo Telesiano ed oltracciò poeta; anche il Campanella lo fa intendere allorchè lo cita nel suo Sonetto al Telesio:

«Il buon Gaieta la gran donna adorna

con diafane vesti risplendenti,

onde a bellezza natural ritorna».

Aggiungiamo qui che oltre al Dialogo, il Campanella compose forse in S.ta Sabina anche l'Apologia pro Telesio e l'Apologia pro philosophis magnae Graeciae ad S.m Officium: difficilmente si potrebbe assegnare un tempo migliore a queste due Apologie, che si trovano menzionate in più documenti di alcuni anni dopo, senza che il Syntagma ci dia qualche lume intorno ad esse[143]. Ma si tratta di una semplice supposizione e non vi si può insister troppo. Certamente poi vi compose la Poetica, che abbiamo già avuta occasione di dire scritta nel 1596 per testimonianza lasciatane dal Campanella medesimo: con ogni probabilità, quando ebbe provato che era andato a vuoto il tentativo fatto col Dialogo presso il Card.le Alessandrino, il Campanella dovè sentire vivamente la necessità di guadagnarsi la protezione di altri Cardinali, e massime quella del potente Segretario di Stato di Clemente VIII, il Card.l S. Giorgio, che si era già fatto notare per la protezione accordata all'infelice Torquato Tasso, e che si poteva sperare singolarmente benevolo dopo la presentazione di una Poetica[144]. Nè può non recare meraviglia tanta operosità nel carcere e tanto abbandono fuori carcere; laonde bene a ragione il Campanella medesimo ebbe poi un giorno a dire, che senza le protratte carcerazioni egli non avrebbe mai composto un sì gran numero di opere.

La più gran parte del lungo tempo trascorso dal Campanella in Roma, dopo il carcere, si può dire che sia stata essenzialmente impiegata nel cercare protezioni presso varii Cardinali ed alti personaggi. Questo dimostrano le notizie inserte nel Syntagma e più ancora ne' varii documenti emersi coll'ultimo processo avuto più tardi pe' fatti di Calabria. Dal Syntagma apparisce che diede al Card.l S. Giorgio la sua Poetica, ma dalla Difesa scritta pel suo processo di Napoli, di poi egualmente da varie sue lettere del 1606 pubblicate dal Centofanti, apparisce aver dato allo stesso Card.l S. Giorgio anche la sua Monarchia de' Cristiani[145]: sappiamo intanto che non vi guadagnò nulla; in un'attiva corrispondenza, che questo Cardinale ebbe a tenere col Nunzio intorno al Campanella pe' fatti di Calabria e pe' processi che ne seguirono, non troveremo il menomo indizio che il Cardinale siasi mai ricordato di aver conosciuto il filosofo. Ma giunse ad introdursi anche presso il Card.l Del Monte e il Card.l Farnese; e dalla Difesa scritta pel processo di Napoli apparisce, che presso quest'ultimo Cardinale egli protesse i frati napoletani di S. Domenico i quali aveano tumultuato, in opposizione a fra Marco da Marcianise agente de' Riformati, il quale si trovò poi Commissario della sua causa in Calabria[146]; dovè quindi certamente in tale occasione rivedersi in Roma con fra Dionisio Ponzio, il quale sappiamo esservi stato lui pure in questo tempo ed avere agito nello stesso senso. Infine giunse a guadagnarsi la grazia dell'Ambasciatore di Spagna in Roma, che era il Duca di Sessa D. Antonio de Cardona coll'enorme trattamento di 8 mila ducati l'anno posti a carico del Regno di Napoli: dalla Difesa più volte menzionata apparisce che costui gli avrebbe prodigati molti favori; conviene per altro avvertire che le asserzioni di questo genere poterono esser messe innanzi pe' bisogni della causa. — Ma un fatto degno di essere ricordato fu questo, che già cominciavano a mostrarsi in Roma, nei colloquii privati, le preoccupazioni per la vicina fine del mondo, la quale si credeva potersi verificare col termine del secolo; e il Campanella vi partecipava, nel senso che dovessero accadere mutazioni prima che il mondo finisse. In una Dichiarazione importantissima da lui scritta al momento del suo arresto in Calabria, e da noi trovata nell'Archivio di Spagna in Simancas, leggesi il seguente brano: «Che habbino d'esser mutatione nel mondo io mi ricordo haver parlato col Cardinal de Monte, mentre se preparava la guerra de ferrara, et che la chiesa dovesse gir avante, et con un filosofo Spagnolo zoppo che sta in Roma ne me recorda il nome, che fa professione d'arte devinatoria, et con il Theologo del Cardinal farnese» etc.[147]. Il Campanella dunque, già sotto l'impressione di un presagio di Monarchia, si occupava delle prossime mutazioni, per le quali, naturalmente, poteva tanto più accarezzare il concetto degli alti destini cui si credeva chiamato: e con questi pensieri in mente, si sforzava di ottenere la facoltà di poter partire per Napoli e restituirsi in Calabria.

La partenza del Campanella per Napoli non si può ritenere accaduta verso la fine del 1598, come è sembrato al Berti[148], sapendosi con certezza dalla Narrazione pubblicata dal Capialbi, che alla fine di luglio di tale anno egli era già arrivato in Calabria dopo di aver passato qualche tempo in Napoli. Sicuramente egli rimase nel convento di S.ta Sabina durante l'anno 1596, come si rileva dalla deposizione di un testimone, che fa parte dell'ultimo processo pe' fatti di Calabria[149]; trovavasi poi tuttora in Roma quando si preparava la spedizione di Ferrara, vale a dire a' primi di 9bre 1597, come risulta dal brano della Dichiarazione pocanzi riportato. Tutti sanno che la spedizione di Ferrara, iniziata con la scomunica di D. Cesare D'Este cugino dell'ultimo Alfonso morto senza prole il 28 8bre 1597, sotto il pretesto che egli non fosse stato legittimato da Alfonso I suo padre, venne febbrilmente preparata a' primi di 9bre 1597: fu perfino richiamato dall'Ungheria Gio. Francesco Aldobrandini mandatovi dal Papa a combattere i turchi, ciò che contribuì a far giudicare tanto più severamente quella spoliazione, per la quale si ebbe l'assenso della Francia dopo l'assoluzione data a Errico IV. Il Carteggio dell'Aldobrandini Nunzio in Napoli fornisce esso pure alcune notizie intorno a' preparativi, tra le altre quella delle vive istanze Pontificie per avere il cav. Domenico Fontana, che era già «ingegniero della Regia Corte» in Napoli fin dal 1594, e che in tale condizione si occupava allora appunto de' disegni del Molo nuovo e della bella via di S. Lucia, e qualche anno dopo ebbe ad occuparsi dell'edificazione del nuovo Palazzo Reale[150]: egualmente il Carteggio del Residente Veneto in Napoli fornisce altre notizie, e fra esse quella della cerimonia compita nell'Arcivescovado, ove i Canonici in circolo assisterono alla lettura della scomunica inflitta a D. Cesare con una candela bruna in mano, che poi gettarono a terra quando la lettura fu finita[151]. Si consideri l'eccitamento degli animi in Roma. Come suole accadere, molti eruttarono poesie, e come suole del pari accadere ne' brutti argomenti, le poesie riuscirono orribili. Anche il Carteggio suddetto del Nunzio mostra allegato alle Lettere da Roma di quell'anno un cattivo Sonetto intorno a D. Cesare d'Este e alla resa di Ferrara: il Campanella volle egli pure far udire il suo canto, e diè fuora il Sonetto «a Cesare d'Este che ritenea Ferrara contro al Papa», Sonetto che abbiamo già avuto occasione di menzionare e che comincia col verso