Siamo in maggio 1599. Avvennero allora due fatti interessanti per la nostra narrazione; il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro, la trattativa di pacificazione delle famiglie de' Contestabili e de' Carnevali di Stilo.
Il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro fu preseduto da fra Giuseppe Dattilo di Cosenza, essendo Definitore fra Gio. Battista di Polistina, due nomi che dimostrano assolutamente in auge la fazione avversa a quella di fra Dionisio Ponzio, e però avversa agli amici di costui, tra gli altri al Pizzoni che avea disertato il campo del Polistina, ed anche al Campanella antico amico di fra Dionisio. Comunque i Capitoli fossero di breve durata (questo di Catanzaro non durò più di quattro giorni), i più culti tra' frati costumavano darvi un saggio della loro abilità sostenendo «conclusioni», ossia facendo una disputa sopra alcune proposizioni che annunziavano in precedenza. Il Pizzoni, andatovi a sostenere le conclusioni che abbiamo già menzionate più sopra, si vide per la sua mala vita condannato al carcere, dietro proposta del Polistina che volle trarne vendetta. Per non esser preso se ne fuggì immediatamente, senza cappello e senza cappa, con grande scandalo della città, andando a rifugiarsi in un convento di Zoccolanti; ma fu subito richiamato, mercè l'opera del Vescovo di Catanzaro, perchè sostenesse le conclusioni state già pubblicate, e le sostenne con plauso alla presenza anche del Governatore De Roxas e degli Auditori invitati ad intervenire alla disputa; di poi, saldati i suoi conti, se ne andò al piccolo convento di Pizzoni, dove era stato assegnato e dove più in là lo troveremo. Quanto al Campanella, egli avrebbe certamente disputato in quel Capitolo, ma non vi fu neanche chiamato; ed è certo che se ne lagnò in sèguito con fra Paolo della Grotteria, dicendo che «li litterati non erano premiati nè exaltati secondo il dovere, et anzi sbassati et tenuti sotto contra ogne giustitia, et che a tale effecto non era esso stato chiamato al Capitolo di Catanzaro, perchè essendo litterato cercavano di tenerlo sepolto». Le cose stavano realmente così, nè c'è da farne le meraviglie: si è visto sempre tra' frati esaltata anche più del dovere la dottrina di qualcuno elevatosi un poco sul livello comune, poichè questo accredita l'Ordine, ma si è vista ben di rado onorata la dottrina nelle candidature agli ufficii; e del Campanella può dirsi con certezza che tra' frati non aveva e non ebbe mai sèguito, quantunque ne avesse tanto tra' laici. Più tardi, nelle Difese, egli scrisse che non aveva mai ambìto i gradi de' quali era degno nella Religione: ma il fatto è che nessuno pensò mai di dargli gradi, che non fu nemmeno chiamato al Capitolo e che ne rimase scontento. Quanto a fra Dionisio, egli non ebbe la conferma nel Priorato, rimase puro e semplice lettore ed assegnato al convento di Taverna; ma sdegnato ed inquieto andò vagando a lungo per la provincia, innanzi di recarsi al luogo assegnatogli. Scorse due settimane dalla celebrazione del Capitolo, si recò a Stilo presso il Campanella, con nessun gusto di fra Pietro di Stilo, che trovandosi in buoni termini col Polistina era stato creato Vicario di quel convento. Fra Pietro riprendeva il Campanella per questa sua amicizia con fra Dionisio, parendogli che quei di Stilo, soliti a visitarlo e a fargli ossequio, se ne allontanavano stomacati dall'udire fra Dionisio che parlava senza ritegno delle più laide oscenità, delle quali si vantava per giunta. Circa dieci giorni si trattenne fra Dionisio presso il Campanella: non sappiamo di quali argomenti si occupassero i due frati ne' loro colloquii, ma forse le tirate oscene di fra Dionisio servivano a mascherare gli argomenti veri. Certo è soltanto che negli ultimi giorni della sua dimora in Stilo, verso la fine di maggio, essendo venuti, ad occasione della pace tra' Contestabili e i Carnevali, da un lato Marcantonio Contestabile accompagnato da un Gio. Tommaso Caccìa di Squillace e d'altro lato Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, tutti e tre fuorusciti, fra Dionisio si strinse in amicizia specialmente con Maurizio e col Caccìa che non aveva mai conosciuti. E dopo certi colloquii intimi, de' quali dovremo occuparci più in là, fra Dionisio partì in cerca di amici, e con essi se ne andò fino a Messina, senza che sia stato mai chiarito lo scopo di tale viaggio. Ci basterà qui, intorno a' detti colloquii, ricordare pel momento ciò che il Campanella ne disse nella sua Narrazione. «Erano stati in convento di Stilo Mauritio Rinaldi, e M. Antonio Contestabile per trattar la pace tra Carnelevari et Contestabili; et Fra Dionisio sendo di passaggio intervenne a questi trattati e strinse amicitia con Mauritio e trattò di uscir in campagna e dimandavano il Campanella essi e molti altri di quella cometa di Calabria et terremoti, et segnali della rinnovatione, e li dimandavano se venia rovina alla provincia come parea da ponente secondo il corso della cometa (come proprio venne Carlo Spinello che la travagliò) che cosa havevano da fare; e lui diceva mettersi sù le montagne con le armi come fecero li Venetiani nelle lacune quando venne Attila, et li Spagnoli in Asturia, quando intraro li Mori in Ispagna, e questo dicea per modo di ragionamento e mischiava li segni del giudizio universale col particolare della provincia, secondo s'usa, et ognuno pensava a cose nove, e sparlavano in diverse guise». La cometa fu vista veramente più tardi, in luglio, e d'altra parte il Campanella e fra Dionisio aveano già discorso con Maurizio, in casa di un sacerdote a nome Gio. Jacovo Sabinis, prima che Maurizio venisse nel convento, come risulta da' particolari della trattativa di pace; ad ogni modo le preoccupazioni vi erano, e ne fu discusso in guisa, che da queste discussioni prese origine e data quella serie di concerti e maneggi che diedero motivi all'accusa di congiura. Più volte in sèguito il Campanella affermò pure in sua discolpa, che fra Dionisio voleva uscire in campagna per ammazzare coloro i quali avevano ammazzato suo zio; ma questo fatto era già vecchio di alcuni anni, ed abbiamo veduto che vi erano stati per esso lunghi processi in Calabria e in Napoli menati innanzi da fra Dionisio; certamente costui, venuta la «rinnovazione del secolo», avrebbe vendicata la morte di suo zio, ma appunto questa rinnovazione bisognava innanzi tutto procurare fondando la repubblica.
La trattativa di pacificazione delle due nobili e ricche famiglie di Stilo, quella de' Contestabili e quella de' Carnevali, fu commessa al Campanella dal medesimo Auditore David che non aveva potuto riuscirvi: questo risulta dalla Dichiarazione che fu poi scritta da fra Tommaso, e mostra la considerazione di cui godeva non solo presso i cittadini di Stilo ma anche presso gli Agenti del Governo. Documenti da noi rinvenuti, nell'Archivio di Stato e nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ci mettono in grado di far conoscere gl'individui delle due famiglie e taluni particolari che riflettono la loro inimicizia. La famiglia Contestabile componevasi allora di Paolo padre, Porfida madre, Giulio, Geronimo, Fabio e Marcantonio figli; Geronimo di Francesco avea sposato Laudomia sorella di costoro. La famiglia de' Carnevali era più sparpagliata: in una casa dimorava Prospero Carnevale col fratello Gio. Francesco vecchio sacerdote, e col figlio Fabrizio Arciprete; in un'altra casa dimorava Gio. Paolo altro figlio di Prospero con la sua famigliuola; in una terza casa gli altri figli di Prospero, Fabio e Tiberio (il medico, trasferitosi poi in Napoli come abbiamo già visto). Causa dell'inimicizia il solito gusto della prepotenza, col dominio segnatamente nell'amministrazione della città. De' Contestabili il più giovane, Marcantonio, era manesco e violento oltremodo: le scritture dell'Archivio di Stato lo mostrano omicida già prima del 1595, il Carteggio del Nunzio lo mostra fuoruscito per tentato omicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale, il processo di eresia del Campanella ce lo mostra feritore dell'altro fuoruscito che soleva accompagnarlo, il Caccìa, mediante colpo di archibugio; del resto tutti i Contestabili si comportavano con alterigia e violenza, come lo mostra un documento che non ammette replica, proveniente dal governatore o capitano di Stilo. I Carnevali non avevano qualcuno de' loro da opporre a Marcantonio Contestabile, ed interessarono per questo un amico, Maurizio De Rinaldis di Guardavalle a que' tempi casale di Stilo, parimente giovane, nobile e fuoruscito per omicidio; costui naturalmente veniva favorito in tutti i modi da' Carnevali e loro parenti, e così D. Gio. Francesco e D. Fabrizio Carnevale si trovavano da Geronimo Contestabile e Geronimo di Francesco accusati presso il Nunzio di negoziazione illecita e ricetto di banditi, e il Nunzio li aveva citati a comparire, e per tale motivo figurano nel suo Carteggio. Con questi due gagliardi a fronte, Marcantonio e Maurizio, sostenevasi l'inimicizia, e non occorre dire quanto il paese ne fosse turbato: nel corso del processo del Campanella, essendo accaduto di doverne parlare, Giulio Contestabile depose che l'inimicizia esisteva tra Paolo suo padre e Prospero Carnevale, e tra lui Giulio e Gio. Paolo Carnevale; ma ognuno intende che egli volle attenuare le cose e porre nell'ombra il fuoruscito Marcantonio[252]. Secondo ciò che il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, egli menò innanzi gli accordi fino a doversi «ratificare la pleggeria della pace», e però ebbe ad intrattenersi più volte con entrambe le parti e loro aderenti, e poi anche co' fuorusciti che ne rappresentavano il braccio forte: ma è lecito dubitare che avesse raggiunto tale risultamento, e che per raggiungerlo vi fosse bisogno della presenza de' fuorusciti. Ad ogni modo Marcantonio Contestabile, insieme al Caccìa, dimorò otto giorni nel convento di S. M.a di Gesù, dove stava sicuro pel dritto di asilo; i suoi parenti, e massime Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, vi accedevano tanto più spesso, e molti discorsi furono in tale circostanza scambiati col Campanella intorno alle future mutazioni. Maurizio, secondochè poi disse il Campanella, chiedeva di poter dimorare anche lui nel convento, ma il Campanella non volle, forse perchè temè qualche possibile scena violenta tra lui e Marcantonio, e difatti essi rimasero sempre separati; si trattenne quindi nella casa di D. Gio. Jacovo Sabinis sacerdote, cognato di Gio. Paolo Carnevale, dove il Campanella lo vide andandovi di sera insieme con fra Dionisio e Gio. Gregorio Prestinace grande amico suo e compare di Maurizio; ma poi Maurizio venne anch'egli di sera nel convento, in sèguito vi venne pure di giorno, e naturalmente una gran parte de' colloquii cadde sulle mutazioni e sul miglior modo di profittarne. I discorsi scambiati su questo tema debbono essere minutamente riferiti e vagliati; ci occorre intanto dire che la pace non si effettuò, la qual cosa non può far meraviglia a chi consideri come si effettuavano allora le paci. Per regola se ne occupava un Auditore a ciò delegato dalla R.a Audienza, e le parti, dietro concessioni reciproche, finivano per sottoscrivere un atto, dando la parola sub nomine Regio al pacificatore e la fede vicendevolmente e personalmente tra loro, con promessa ed obbligo sotto determinata «pena pecuniaria et etiam corporale», di non dover più, dopo la data parola e fede, mostrarsi nemici. Naturalmente a tutto ciò non prendevano parte i fuorusciti, i quali si trovavano fuori la legge, ed avevano la missione pura e semplice di fare un aggravio e difendere da un aggravio, o per lo meno far paura mostrando la forza e potenza della parte che li sosteneva in campagna. Laonde, nel caso attuale, si capisce poco che Marcantonio e Maurizio fossero venuti per «ratificare la pleggeria della pace»; si capisce un po' meglio che Maurizio fosse venuto «per farsi vedere a Marc'Antonio Contestabile, acciò li Contestabili sapessero che i Carnelevari ancora hanno gente armata et non hanno paura», secondochè espose egualmente il Campanella nella Dichiarazione medesima. Con siffatta disposizione degli animi, con la presenza di persone armate di tutto punto, come le descrissero di poi nel processo diversi testimoni oculari, la pace non poteva effettuarsi; ma potè effettuarsi una tregua, e certamente vi contribuirono non poco i discorsi ed anche i progetti intorno alle mutazioni. Consecutivamente, nel processo, Giulio Contestabile disse aver lui rotta la trattativa, poichè avendone scritto a suo fratello Geronimo il quale dimorava in Napoli, costui rispose che il Campanella era stato inquisito di eresia e che perciò non voleva si trattasse con simile persona, onde poi essendo stata da lui divulgata la cosa, il Campanella gli divenne inimico capitale: ma si ravvisa qui facilmente il solito ripiego della inimicizia capitale, che si costumava mettere innanzi per invalidare le deposizioni contrarie; Giulio, nel tempo di cui trattiamo, era e rimase uno de' più fervidi seguaci del Campanella.
Si direbbe che il Campanella, in mezzo a quella balda gioventù, a contatto di que' focosi e audaci fuorusciti, la cui esuberanza di vita poteva esser diretta a uno scopo tanto migliore, non abbia veduto più alcuno ostacolo all'attuazione de' suoi disegni: di certo in pochi giorni egli si spinse incomparabilmente più di quanto avea fatto sin allora, ma pur sempre con cautela e circospezione. Sin allora, tra' discorsi generali intorno alle mutazioni e alla santa repubblica che dovea godersi prima della fine del mondo, egli aveva appena lasciato intravvedere in privato, alle persone intime, che le profezie additavano segnatamente lui stesso, che parevagli averlo Iddio «eletto proprio a insegnare la verità et levare molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa», come disse a fra Domenico Petrolo e separatamente anche al Pizzoni: ma a fra Pietro di Stilo sappiamo che, presente l'altro amico Gio. Gregorio Prestinace col quale confabulava in segreto spessissimo, egli due volte avea fatto conoscere come godendo l'influsso di sette pianeti ascendenti favorevoli si aspettava di essere Monarca del mondo; la quale proposizione, tenendo conto del linguaggio fratesco, potrebbe anche semplicemente significare che si aspettava di essere capo di uno Stato. Inoltre si era lasciato sfuggire di bocca certi principii meno ortodossi, che aveano scandalizzato qualcuno, ma non già tutta quella massa di principii eretici, veri e supposti, che emerse in sèguito e che si deve riferire ad un periodo posteriore. Difatti, fra Francesco Merlino, al quale non vi è ragione di negar fede, trovandosi priore in Placanica ed avendo scambiate varie visite col Campanella, poteva affermare solamente di avere udito dire da lui che nel mondo si vive a caso, aggiungendo che molte cose furono dette dopo la carcerazione senza sapersi come uscissero in campo. Fra Gio. Battista di Placanica, al quale si può del pari aggiustar fede, avendo dimorato nel convento di Stilo dal febbraio all'aprile dello stesso anno, poteva affermare qualche cosa di più, ma non altro che questo: che il Campanella parlava degli atti venerei in modo da far credere che non costituissero veramente peccato, dicendo essere ogni membro destinato a certe funzioni, e certi organi fatti appunto per gli atti venerei; che paragonava la legge de' Turchi con quella de' Cristiani e la lodava in certe cerimonie; che giudicava inutili tanti Ordini religiosi, ritenendoli baie fatte per tener quieti i popoli; che non credeva poter le Messe giovare alle anime de' defunti quando il celebrante fosse in istato di peccato mortale; che discorrendo una volta dell'inferno con alcuni suoi discepoli avea detto «che inferno, che inferno!» Aggiungeva poi che avendo il Campanella domandato a Mons.r di Squillace ed al Provinciale la licenza di predicare in Monasterace, la licenza non gli fu concessa, ed in tale occasione si era spinto a dire qualche cosa in dileggio della scomunica. Forse anche dietro tale circostanza accadde, che avendogli il povero padre suo raccomandato di accettare una predicazione offertagli dalla città di Stilo col compenso di 200 ducati (verosimilmente la predicazione Quaresimale) per venire in aiuto alle sorelle che erano «pezzenti», egli disse che «non voleva fare l'officio di Cantanbanco»; per le quali parole rivelate da taluno di Stignano, insieme col fatto dell'avere fra Tommaso divinato l'avvenire de' suoi fratelli, e dell'essersi occupato a scrivere quel tale libro che non l'avea scritto nè Luca nè Giovanni, il povero Geronimo fu poi menato innanzi al S.to Officio in Napoli. Del resto non bisogna nemmeno credere che il Campanella avesse sempre manifestato con serietà proposizioni incriminabili, mentre, comunque i suoi biografi ce l'abbiano descritto grave e cogitabondo perchè filosofo, è certo invece che soleva di continuo burlare e motteggiare specialmente i frati, e la tendenza sua a motteggiare, come al contraddire, era spesso il movente di altrettali proposizioni. Talora il suo motteggio riuscì davvero scandaloso; infatti più volte nell'incontrare alcuni frati di S. Francesco della Scarpa (altro convento di Stilo) mentre andavano nella loro Chiesa, alludendo a Gesù crocifisso egli si pose a dire, «dove andate? andate ad adorare un appiccato!» «Cose fratesche, cose ociose» le definiva fra Pietro di Stilo, aggiungendo sul Campanella, «quando burlava con li frati... dico che era malo», e a fra Pietro si può credere pienamente[253].
Ma ne' colloquii con Maurizio, con Marcantonio e Gio. Tommaso Caccìa, co' parenti o aderenti di costoro e con gli amici suoi che in questo tempo frequentavano pure la sua cella, egli si pose ad eccitare vivamente ciascuno che volesse profittare delle mutazioni, che volesse concorrere e trovare molti compagni i quali concorressero a fondare la repubblica, indicando il modo, disegnando il tempo e le alleanze, prevenendo e combattendo le obbiezioni, manifestando alcune riforme civili ed anche religiose che bisognava introdurre, atteggiandosi francamente a riformatore e legislatore; e fra Dionisio si pose a secondarlo, bensì con certi modi tutti suoi, e i più infiammati si posero a numerare le forze e gli amici; di poi ciascuno più o meno, non escluso il Campanella medesimo, si occupò veramente di procurare amici e di prepararsi al gran giorno. Come fu rivelato ne' processi consecutivi da Gio. Tommaso Caccìa, e del pari da fra Pietro di Stilo e dal Petrolo (ciò che mostra la credibilità delle rivelazioni del Caccìa), frequentavano la cella di fra Tommaso e parlavano segretamente con lui, oltre Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco cognati, Gio. Gregorio Prestinace «amico e familiare di notte e di giorno», Fulvio Vua, Tiberio Marullo; inoltre Scipione Marullo figlio di Tiberio, D. Gio. Jacovo Sabinis, Giulio Presterà, Francesco Vono, Fabrizio Campanella e Paolo Campanella, i quali ultimi sappiamo che dimoravano in Stignano. Erano le dette persone di Stilo, per la massima parte, delle migliori famiglie della città e ne' migliori anni della loro gioventù, come ci risulta da' documenti che per alcuni ci è riuscito di trovare; a ragione quindi il Campanella nelle sue Difese potè dire, che non si propose di servirsi soltanto di fuorusciti, i quali del resto considerava meno come nemici del Re che come uomini armati, menandoli nella retta via, ma «si propose di servirsi ancora di uomini dabbene non fuorusciti come dal processo è comprovato»[254]. A costoro si deve aggiungere un fra Scipione Politi conventuale di S. Francesco, che poco prima o poco dopo questo tempo rimanea sovente a pranzo col Campanella e qualche volta rimase con lui anche di sera, come fu attestato da fra Pietro di Stilo. Ma se tutti costoro ebbero colloquii intimi col Campanella, per la più gran parte di essi, riuscita a sfuggire alle ricerche del Governo, ce ne sono rimasti ignoti i particolari, mentre il Campanella soleva sempre parlare a non più di uno o due amici per volta: ed è facile intendere che segnatamente i particolari de' colloquii in persona di Gio. Gregorio Prestinace, amico sviscerato del Campanella e compare di Maurizio, sarebbero riusciti importantissimi, come pure, ad un grado minore ma sempre cospicuo, quelli in persona di Marcantonio Contestabile; possediamo intanto quelli nelle persone di Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, del Caccìa, di Maurizio, ed essi valgono a farci capire gli altri che ci mancano. Eccoci dunque a darne conto e senza parsimonia, anche a costo di doverci ripetere quando avremo a narrare lo svolgimento de' processi; giacchè possiamo desumere le notizie di tali colloquii, come di tutto l'andamento della congiura, solo da ciò che ne' processi si raccolse, e quindi siamo costretti a riferire le deposizioni ed anche a discutere la credibilità di esse ogni volta; così le ripetizioni riescono inevitabili e non può accadere altrimenti, semprechè non si voglia un racconto della congiura meramente fantastico o per lo meno non documentato.
I colloquii con Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco furono esposti dal Campanella medesimo nella sua Dichiarazione, e naturalmente riescono del tutto a carico di costoro, verso i quali il Campanella era allora animato da fortissimo risentimento, avendone avuto un orribile voltafaccia: ma apparirà evidente che per fare e dire come questi due fecero e dissero, aveano dovuto essere stati già eccitati dal Campanella, il quale del resto, anche in altri casi analoghi, parrebbe che procedendo con molta circospezione avesse talvolta eccitato gl'interlocutori a pronunziarsi, senza che egli medesimo si fosse pronunziato troppo. Giulio dunque si mostrava molto infiammato contro Spagna, ed un giorno nella stanza del Campanella, presente il Petrolo, calpestò ed ingiuriò l'immagine del Re Filippo dicendo «guarda a chi stamo soggetti, al Re delli uccelli»; e si lagnava degli ufficiali Regii e degli spagnuoli, che gli aveano posto il padre in prigione, favorendo, secondo lui, i Carnevali; e diceva che più volte era stato disposto ad andare in Turchia e che co' turchi si aiuterebbe, e altre volte vantavasi di avere, nell'anno precedente, concertato con alcuni soldati spagnuoli di ribellarsi perchè il Re non li pagava. Geronimo di Francesco poi mostravasi non meno infiammato: si lagnava di aver dovuto spender molto delle sue sostanze pe' lunghi travagli patiti, e diceva di avere speranza solo nelle mutazioni che si aspettavano, avvertendo il Campanella che non si esternasse con Giulio suo cognato perchè era amico infedele, ma che al tempo del negozio avrebbe fatto molto, perchè era astuto e sagace. L'uno e l'altro poi, quando il Campanella diceva che sarebbero avvenute mutazioni, affermavano che vi avrebbero avuto gran parte, e indicavano Marcantonio come colui che aveva a sua disposizione molti banditi, ed amici e parenti, la qual cosa il Campanella giudicava esser bene, poichè succedendo una guerra si potea stare con chi vincesse. Ed una volta che il Campanella diceva loro che la terra di Stilo non avea bisogno di presidio, come era stato notato dal Principe di Squillace, perchè tutti i passi sono stretti, essi affermavano che vi starebbero per liberarsi dal Governo spagnuolo, e numeravano i molti amici di Marcantonio, il figlio di Nino Martino con molti altri della piana (piana di Terranova), i Grassi con cinquanta compagni, i molti parenti di Mesiano patria della madre de' Contestabili[255]. A queste rivelazioni potremmo aggiungere anche un'altra tratta da deposizioni di altri individui, che cioè il Di Francesco voleva dal Campanella uno spirito familiare per vincere al giuoco; ma ci preme tener dietro alla faccenda della congiura. I due cognati dunque avrebbero con Marcantonio, e con tutti que' fuorusciti e parenti, liberato Stilo da Spagna, e poi? I colloquii con altre persone, rivelati da chi non aveva un interesse diretto a nascondere qualche cosa, rispondono a tale dimanda. — Veniamo a Gio. Tommaso Caccìa. Con questo giovane bandito di Squillace, di soli 25 anni ed abbastanza incolto quantunque clerico, dipendente in tutto da Marcantonio Contestabile, i colloquii non furono molto larghi, eppure forniscono qualche utile notizia[256]: il peggio è che essi risultano dalle deposizioni del Caccìa medesimo, e queste, per abuso, furono fatte anche nel tribunale laico fra tormenti atroci, e nel tribunale ecclesiastico fra gravi paure e seduzioni. Egli seppe da Marcantonio che il Campanella era un grande uomo, e presso di lui vide e conobbe Dionisio: trovatosi una volta solo col Campanella, ebbe curiosità di dimandargli qualche cosa intorno alla magia, ma il Campanella lo chiamò sciocco, perchè credeva a' diavoli e all'inferno. Frattanto, nel parlare con Marcantonio, il Campanella diceva di voler fare nuove leggi, migliori di quelle de' Cristiani, e che quando predicherebbe si sarebbe conosciuta la verità, e volea perfino far mutare il modo di vestire solito, «et volea che si portasse una giobba longa o sia veste» (qualche cosa di ciò che fu poi scritto nella Città del Sole). E diceva che presto doveano esservi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni, perchè così conosceva per scienza, astrologia e profezia, e perciò beato chi si trovasse armato, ed ognuno dovea star pronto e cercare di avere amici, che gli sarebbe stato utile assai. E una volta Giulio Contestabile, dopo di avere parlato segretamente col Campanella, dimandò al fratello Marcantonio: ebbene Marcantonio che ne dici? sarà vero ciò che dice fra Tommaso? E Marcantonio: troppo sarà vero e presto lo vedrai. Così egli poi, il Caccìa, si diede a cercare qualche amico, e condusse al convento un altro fuoruscito, Gio. Francesco d'Alessandria, e fece varii altri giri presso il Pizzoni, presso Dionisio etc. come vedremo a suo tempo.
Passiamo a' colloquii avuti con Maurizio de Rinaldis, colloquii d'interesse capitale, poichè, dopo il Campanella, egli fu il soggetto più importante in questa faccenda, onde a ragione, nelle lettere al suo Governo, il Residente di Venezia in Napoli lo indicò qual «capo secolare della congiura». Appunto per tale circostanza è necessario dare qualche notizia di più intorno alla persona sua: per disgrazia i documenti ci fanno difetto in modo straordinario; non di meno abbiamo tanto da poter mettere la sua nobile figura nel posto che le compete. Giovane a 27 anni, sposo a Giulia Vitale da cui avea avuta una figliuoletta a nome Costanza, apparteneva ad una delle più nobili famiglie di Stilo, che dimorava in Guardavalle, a que' tempi, come abbiamo già detto, casale di Stilo. Tutti gli storici particolari di Calabria, ripetendosi, parlano de' quattro fratelli de Rinaldis di Stilo, Patrizio, Nicola, Francesco e Ludovico, cospicui nelle armi, che furono dichiarati familiari da Carlo V pei meriti loro, ed ottennero di portare nel loro stemma l'aquila nera imperiale: noi ci siamo ritenuti in dovere di farne ricerca nell'Archivio di Stato, ed abbiamo rinvenuto che Nicola e Francesco furono una persona sola, e che vi fu invece un altro de Rinaldis premiato a nome Antonello, verosimilmente fratello di costoro, tutti figli di Tommaso de Rinaldis; i lettori potranno avere ogni cosa sott'occhio, consultando i nostri documenti[257]. Il Parrino disse Maurizio «persona di non mediocri ricchezze», e vedremo il Campanella, benchè inesattamente, attribuire la persecuzione e morte di Maurizio al desiderio ingeneratosi nel fiscale della causa di avere un feudo che Maurizio possedeva. Secondo le notizie del Residente di Venezia che ne fece sempre in vita e in morte i più grandi elogi, egli era stato uomo d'arme, e tale troviamo veramente il costume di casa sua e de' pochi nobili di provincia non degenerati; avrebbe allora con ogni probabilità servito nel Battaglione a piedi della milizia provinciale. Del resto siamo per vederne l'assennatezza, la preveggenza, l'attività, la forza d'animo anche straordinaria, con la quale seppe esser superiore ad ogni risentimento e sfidare torture inaudite, non disgiunta per altro da un attaccamento tenace alla religione dei padri suoi, attaccamento[258] dichiarato al Campanella fin da principio, per lo quale s'indusse poi a fare le più larghe rivelazioni a piè del patibolo «senza alcuna condizione di salvarsi la vita». Il Campanella dapprima sentì per lui la più viva simpatia, «per haverlo visto cossì pronto et audace» come si legge nella sua Dichiarazione; di poi lo proclamò «generoso», lo qualificò un «eroe», avendo udito che nelle atrocissime torture non avea rivelato nulla, come si legge nelle sue Poesie clandestine che oggi abbiamo la fortuna di poter pubblicare; da ultimo l'infamò con la più grande disinvoltura, avendo saputo che sotto il patibolo avea fatto rivelazioni, come si legge nelle stesse Poesie, nella Difesa, e in tutte le altre scritture analoghe date fuori in sèguito. Vedremo queste cose ampiamente a tempo e luogo, ma essendo finora conosciuta la sola parte ignominiosa attribuita a Maurizio dal Campanella, dobbiamo notare che essa non fu punto vera, premendoci di chiarire le qualità di Maurizio e al tempo stesso la credibilità delle sue rivelazioni; poichè i colloquii da lui avuti col Campanella, e tutti i fatti consecutivi, si desumono essenzialmente dalle sue rivelazioni, le quali sono degne di fede per loro medesime, più che per vederle appoggiate da quelle degli altri inquisiti che gli erano stati sempre a fianco. Aggiungiamo che Maurizio era fuoruscito dal novembre 1598, come fu deposto dal suo cognato e compagno Gio. Battista Vitale, nobile anche lui ma di un livello morale abbastanza inferiore[259]: costui disse pure che si erano allontanati da Guardavalle «per certe pugnalate», e che queste pugnalate avessero prodotto omicidio lo attestò poi dovunque il Campanella, specificando nella sua Narrazione essere stati uccisi da Maurizio un suo cugino e una donna. Gio. Battista Vitale eragli compagno, e solevano insieme alloggiare in Davoli presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella; ma questa volta, nella venuta a Stilo, Maurizio fu accompagnato solamente da un suo servitore a nome Tommaso Tirotta, il quale lo attestò nella sua deposizione, poichè egli pure, egualmente che il Pittella, fu poi inquisito per la congiura[260]. — Come dicevamo, i colloquii del Campanella con Maurizio si desumono essenzialmente dalle rivelazioni di Maurizio, le quali furono di doppio ordine, le une relative alla congiura fatte nel tribunale laico, le altre relative all'eresia fatte a Delegati del S.to Officio; e poichè possediamo le une e le altre, le prime veramente in brani, ma bastevoli pel caso attuale, le seconde per intero, invitiamo i lettori a percorrerle, facendo anche il confronto con ciò che il Campanella espose nella sua Dichiarazione[261]. In tale confronto si noterà certamente la concordanza da più lati tra il Campanella e Maurizio, malgrado il molto tempo e i terribili avvenimenti interceduti; e questo ci sembra anche un argomento non lieve per giudicare la veridicità di Maurizio egualmente nelle cose le quali il Campanella, pei bisogni della sua difesa, o tacque o espose per modo da mostrarne autore Maurizio.
In sostanza, sia pure che Maurizio abbia rivolto al Campanella le solite dimande sulle mutazioni e su ciò che vi era da fare, il Campanella, in presenza di fra Dionisio e del Prestinace, lodò che egli stesse in arme e l'eccitò ad avere molti compagni, poichè in tal guisa sarebbe divenuto grande, adducendo gli esempi del Caldora, del Piccinino, del Fortebracci; stigmatizzò con argomenti tratti dalla Bibbia la nuova numerazione fatta dal Governo (la numerazione de' fuochi fatta nel 1596, rifatta nel 1598, contro la quale Maurizio non era in grado di conoscere gli argomenti Biblici); infine gli disse di voler fondare la repubblica, dandogli animo a concorrervi con amici, ed egli si offrì. Solamente obbiettò che senza danari non si potea far nulla, ma il Campanella gli rispose che li avrebbe presi Marcantonio Contestabile dal Castello di Arena; e gli fece anche intendere che ne avea parlato ad uomini principali, tra gli altri a D. Lelio Orsini, il quale dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e avrebbe aiutato l'impresa (supposizione del Campanella, se non artificio). Dichiarò inoltre Maurizio che non sarebbe intervenuto nè avrebbe condotto gente, se non avesse vista già cominciata la guerra (la guerra da cui avrebbero dovuto scaturire le mutazioni di Stato); e il Campanella gli disse che avrebbe cominciato dal far ribellare Catanzaro, e si convenne che fra Dionisio, presente al colloquio, sarebbe andato a trovar gente in Catanzaro per fare la ribellione, onde egli vi acconsentì. Poi un giorno, essendosi visti alcuni legni turchi, fra Dionisio e il Campanella dissero voler andare a trattare di quel negozio, facendo intendere a Maurizio che bisognava cercare l'aiuto e il favore de' turchi, e fra Dionisio, in compagnia del Petrolo ovvero senza tale compagnia, mostrò di scendere alla marina per andarvi, sotto pretesto che dovea riscattare un suo fratello preso da loro; ond'egli più tardi, all'occasione della comparsa di Amurat Rays in quelle marine, si decise ad andare lui stesso a trattare, senza esservi stato propriamente mandato dal Campanella. D'altra parte il Prestinace gli disse che nella repubblica si sarebbe vissuto in comune, e il Campanella gli confermò questo, e gli disse pure che la generazione dovea farsi dagli uomini buoni, cioè valorosi e gagliardi (ciò che fu scritto poi nella Città del Sole); e il medesimo Campanella disse che voleva aprire i sette sigilli, che al tempo della guerra avrebbe fatto miracoli, che intendeva dar libri in volgare e far bruciare i latini, forse alludendo a' libri della fede, perchè i latini imbrogliavano la gente, ed anche, parlando de' turchi, ne disse bene, e parlando di Gesù lo disse un grande uomo dabbene in guisa da far sospettare che non credesse alla divinità di lui. Maurizio dichiarò che la religione doveva esser messa da parte, e che non avrebbe mai consentito che se ne fosse trattato; ma il Campanella gli spiegò che intendeva solamente riformare gli abusi della religione. Intanto fra Dionisio interloquiva anch'egli, ma sempre in un senso irreligioso. Un giorno, e forse questa volta d'accordo col Campanella, notò che il Papa e i Cardinali non rispettavano i precetti ecclesiastici relativi al digiuno e all'astinenza dal mangiar carne; un altro giorno parlò di un fatto osceno commesso da un frate coll'ostia consacrata, e dell'annegamento di un sacerdote avvenuto in Roma insieme con le ostie che era andato a ritirare da una Chiesa durante l'inondazione del Tevere, volendo inferirne che l'Eucaristia non avesse il valore attribuitole, non essendosi verificato alcun miracolo in tali circostanze; un altro giorno, avendo visto nella Chiesa del convento Maurizio inginocchiato, gli disse all'orecchio che voleva gli uomini appunto così, che sapessero fingere. — Dobbiamo aggiungere che quando Maurizio trovava Giulio Contestabile presso il Campanella, come accadeva quasi sempre, Giulio non dava a diveder nulla, e Maurizio seppe dal Campanella la partecipazione di lui nella congiura sol quando erano stati già da un pezzo carcerati: inoltre che durante i colloquii fra Pietro di Stilo andava e veniva, ma non vi prendeva alcuna parte.
Commentando un poco questi fatti, che rappresentano la base di tutto ciò che accadde in sèguito, possiamo farci un concetto abbastanza chiaro della congiura e de' suoi capi. Il Campanella si rivela certamente il motore unico della macchina: nessuno sarebbe stato in grado di esserlo al pari di lui; così tutti in massa, congiurati, denunzianti, persecutori, giudici, inquisiti, non lo posero mai in dubbio. Consigliere intimo del Campanella era forse Gio. Gregorio Prestinace, rimasto assolutamente nell'ombra, perchè riuscito a nascondersi nel tempo delle persecuzioni: conoscitore degli uomini e delle cose della provincia, egli dovè fornire al Campanella le notizie delle quali aveva bisogno, e difatti le rivelazioni processuali ce lo mostrano presente in tutti i colloquii, consapevole anche de' particolari della repubblica da doversi fondare; l'aver messo l'occhio su Maurizio, forse anche l'averlo fatto venire a Stilo col pretesto che bisognava controbilanciare l'influenza di Marcantonio Contestabile, dovè essere opera sua. Maurizio poi era il capo di coloro che avrebbero dovuto agire per l'insurrezione, ma prescelto dal Campanella, esecutore de' progetti del Campanella, mentre Marcantonio, pur sempre secondo i progetti del Campanella, avrebbe agito del pari ma in un'altra direzione: egli già uomo d'armi, assennato ed accorto, diede maggior consistenza a' progetti indicatigli, ne avviò anche i preparativi con molta efficacia come vedremo in sèguito, ma in somma accolse i progetti, non li creò; se si spinse a pratiche co' turchi non concertate precedentemente, ne avea pure avuto qualche cenno dal Campanella, e ad ogni modo queste sole sue pratiche non basterebbero a costituirlo capo di una congiura nella quale il Campanella si sarebbe trovato involto senza saperlo. Quanto a' frati, fra Dionisio conosceva già i progetti del Campanella, essendone verosimilmente il consigliere come vedremo del pari in persona del Pizzoni, ma non faceva che secondarli ed anche in modo tutto suo, rimescolando profondamente le coscienze di coloro i quali egli voleva spingere ne' concerti per la ribellione: non si potrebbe credere che egli ritenesse argomenti serii contro la fede cristiana quelli che svolse a Maurizio, senza far torto alla sua cultura che sappiamo essere stata non così scarsa, ma si deve piuttosto dire che ritenesse indispensabile scuotere in qualunque maniera la fede per destare gli animi e renderli audaci; così vedremo poi sempre le dette scempiaggini propalate da lui e da alcuni altri frati suoi adepti, ripetute con storpiature ed aggiunte da altri adepti insulsi ed esaltati, infine malamente attribuite al Campanella, il quale aveva senza dubbio convinzioni poco cattoliche, ma non partecipava alle dette scempiaggini, e voleva una religione anche come strumento di regno. Quanto al Petrolo, egli pure conosceva i progetti del Campanella e vi aveva aderito, come nel processo confessò, ma vi partecipava debolmente, secondo la sua umile posizione: infine quanto a fra Pietro di Stilo, egli li conosceva del pari e forse più addentro degli altri; ma vi partecipava meno di tutti, per la ragione che poco ci credeva, ed anzi quasi ne rideva, come vedremo a suo tempo. Nè lasceremo questi apprezzamenti senza fare avvertire che ciascuno di costoro mostrò in sèguito precisamente la condotta notata da Maurizio quando ebbe occasione d'incontrarsi con essi; la qual cosa aggiunge un peso sempre più grande alla credibilità delle rivelazioni di Maurizio. — Adunque non solo l'idea di un movimento insurrezionale per fondare la repubblica, ma anche il modo di procedervi, erano suggeriti dal Campanella, il quale in alcune circostanze apparve meno, perchè seppe essere un cospiratore abbastanza circospetto. Infatti talvolta condusse il suo discorso in modo che la proposta d'insorgere venisse dal suo interlocutore, e talvolta anche fece parlare ma non parlò; nella faccenda dell'accordo col Turco invogliò soltanto ed anzi fece invogliare Maurizio ad attendervi, senza esporre francamente il suo concetto; ebbe perfino cura che qualche affiliato o qualche gruppo di affiliati non conoscesse l'altro. Bisognava cominciare dal far l'insurrezione in Catanzaro, poi, alla peggio, si sarebbero ritirati su' monti segnatamente a Stilo, verso cui i passi stretti rendeano difficile l'accedere delle milizie[262]; il modo di fornirsi di danaro era preveduto, ma bisognava far coincidere il movimento con la venuta de' turchi, i quali avrebbero tenuto a bada gli spagnuoli. Questa faccenda dell'accordo del Turco fu poi sempre vivamente ripudiata dal Campanella, che disse l'accordo avvenuto con sua meraviglia e disapprovazione: ma s'intende che la cosa a que' tempi era tanto scandalosa da dover obbligare assolutamente a ripudiarla, ed egli, che avea saputo mantenersi in disparte da questo lato, potea lavarsene le mani con una certa apparenza di verità; tuttavia dobbiamo ricordare che professava dovere i turchi dividersi in due fazioni, l'una delle quali avrebbe combattuta l'altra, che pochi mesi prima avea saputo il Cicala andato in cerca di sua madre fervente cristiana e separatosi da essa non senza lagrime, che infine nel libro della Monarchia di Spagna aveva appunto insegnato come si potesse profittare di qualche capitano turco stato già cristiano, indicando il Cicala, l'Ochiali, lo Scanderbergo[263].
Presi i concerti suddetti, ognuno si pose all'opera. Maurizio profittò dell'occasione per trattare l'accordo co' turchi, e si recò sulle galere che erano veramente quelle di Amurat, chiedendo di riscattare quattro persone di Guardavalle come ci dice un frammento della Difesa di due imputati, mentre il Carteggio del Residente Veneto ci dice che Amurat appunto a' primi di giugno trovavasi sulle coste di Calabria, e il giorno 7 fece anche uno sbarco alla Catona presso Reggio[264]; quindi si occupò senza dubbio di trovare amici, e disporli alla «fattione contro il Re». Marcantonio si pose anch'egli a cercare amici, e vedremo che tornò poi presso il Campanella col Caccìa ed un altro fuoruscito affiliato. Fra Dionisio andò a trovare qualche altro frate, e con lui e con un giovane che convertì per via si spinse fino a Messina; quindi tornò presso il Campanella, accompagnato anche dal Petrolo e da un terzo frate, che gli avea procurato l'acquisto di un'altro giovanotto. In questo mentre avvennero i terribili terremoti, già previsti e poi più volte ricordati dal Campanella, onde specialmente in Reggio ed anche in Messina si ebbe grave danno, essendo durati non meno di tre giorni e fino alla sera del 10 giugno[265]. Il Campanella fu poco dopo chiamato dal Marchese d'Arena e dovè andare presso di lui.