Verso il 20 giugno il Campanella ebbe questa chiamata dal Marchese d'Arena, da non doversi confondere con un'altra chiamata posteriore, della quale soltanto si ha il ricordo nella sua Dichiarazione. Sappiamo che era allora Marchese d'Arena D. Scipione Concublet de Bavaria (corrottamente «De Bavero»), successo a D. Gio. Francesco suo padre e a D. Carlo suo fratello primogenito, morti l'uno in gennaio l'altro in settembre dello stesso anno 1582[266]: egli viveva allora con la sua famiglia nel Castello d'Arena, ma nella 2.a metà di giugno, trovandosi in giro per que' paesi, era venuto a Monasterace, non lungi da Stilo, e quivi era ospite di D.a Dianora Toraldo Signora della terra, come la chiamò uno degli inquisiti che depose tale fatto nel processo. Dagli scrittori in materia di nobiltà, e meglio anche da' Cedolarii, conosciamo che Signore di Monasterace in quel tempo era Giuseppe Galeota, figlio di Mario e di Eleonora Toraldo: costei, figliuola di D. Gasparre Toraldo 5.º Signore di Badolato e sposa a Mario Galeota, era rimasta vedova fin dal 1590; non a torto quindi veniva considerata Signora di quella terra[267]. Di là il Marchese fece chiamare il Campanella volendo parlare con lui; e il Campanella si recò in Monasterace, e vi si trattenne sei giorni. Quali argomenti trattasse il Campanella col Marchese non ci è noto, ma non è arrischiato l'ammettere che le vicine mutazioni da tutti aspettate fossero l'oggetto precipuo dei colloquii, bene inteso rimanendo nascosti i progetti del Campanella; poichè, quantunque il Marchese fosse poi stato nominato qual complice, sappiamo invece che egli doveva essere una delle vittime del movimento; ma interruppe i colloquii fra Dionisio, venuto con la sua comitiva a Monasterace in cerca del Campanella, che con quel sèguito fece ritorno a Stilo.

Ecco pertanto il giro che fra Dionisio finiva di compiere in quel momento. Licenziatosi in fretta dal Campanella e dagli altri congregati in Stilo, egli si recò a Condeianni, dove era Vicario del convento de' Domenicani fra Giuseppe Bitonto di S. Giorgio: abboccatosi con costui partì l'indomani per Oppido, ove risedeva in qualità di Viceconte il fratello Ferrante. Fra Giuseppe Bitonto, nello stesso giorno in cui partiva da lui fra Dionisio, si recava in S. Giorgio e quivi chiamava un suo cugino Cesare Pisano e con lui raggiungeva immediatamente[268] fra Dionisio in Oppido: di là tutti e tre l'indomani si recarono insieme a Bagnara e quindi a Messina. Questo Cesare Pisano, figlio di Fabio, era un giovane di 24 anni, clerico, ma di costumi assai tristi: una volta avea servito per testimone al Polistina in Napoli contro fra Dionisio, quando si trattava la causa dell'omicidio di P.e Pietro Ponzio, e però al vederselo davanti, fra Dionisio ne rimase turbato; ma dietro assicurazioni del Bitonto presto s'acquetò. Trattavasi di uno di quelli che poteano servire nell'impresa disegnata, e non appena in viaggio, tra Oppido e Bagnara, fra Dionisio si occupò subito di catechizzarlo col metodo da lui prescelto, assistendolo pure fra Giuseppe Bitonto in tale ufficio: cominciò a dire che non c'era Dio, non c'era altro Dio che la natura, inezia la confessione, inezia il temere di far peccato, fra Tommaso Campanella avrebbe fatte nuove leggi essendo quasi un Messia; gli annunciò inoltre una fazione di grande importanza che si volea fare, per la quale occorrevano uomini di valore ed alla quale volea che avesse preso parte, giacchè sarebbe stata l'esaltazione sua, ma per allora non gli spiegò di che si trattasse. Giungendo a Bagnara e fermandovisi due giorni, fra Dionisio che era stato invitato a predicare vi fece una delle sue buone prediche sull'Evangelo, poichè, come diceva al Pisano, «sapeva predicare l'uno e l'altro». A Messina si trattennero circa sei giorni, dimorando i due frati nel convento de' Domenicani, e Cesare Pisano all'osteria: ritornarono quindi per la stessa via di Bagnara, e si ridussero, fra Dionisio ad Oppido presso il fratello Ferrante, il Pisano a S. Giorgio, il Bitonto a Condeianni. Ma dopo circa dieci giorni, fra Dionisio accompagnato da un fra Giuseppe Jatrinoli e da un giovanotto a nome Giuseppe Grillo figlio naturale di Gio. Alfonso, tornò a Condeianni; quivi si unì al Bitonto ed anche al Pisano che vi era venuto da S. Giorgio, e tutt'insieme si diressero a Stilo per vedervi il Campanella[269]. In questo secondo viaggio si fermarono prima alla Motta Placanica, ove alloggiarono nel convento, l'indomani si recarono a Stignano, e là furono a pranzo in casa di Gio. Alfonso Grillo che era di Oppido ma dimorava a Stignano, coll'intervento di fra Domenico Petrolo, di un D. Marco Petrolo e di Geronimo Campanella padre di fra Tommaso, quindi passarono a Stilo menando con loro anche fra Domenico: non trovarono là fra Tommaso, ed avendo saputo che era in Monasterace vi si recarono immediatamente, rimanendo a Stilo il solo Giuseppe Grillo; in Monasterace poi si fermarono appena tre ore, e preso con loro il Campanella si ridussero tutti insieme a Stilo. Vedremo fra poco quali furono i discorsi scambiati col Campanella, ma per ora importa dire che nel pranzo di Stignano fra Dionisio fece uno de' suoi maggiori sproloquii, evidentemente per catechizzare Cesare Pisano e Giuseppe Grillo; e disse che non c'era Dio nè Trinità al modo che si crede, sibbene uno spirito che governa e move il tutto, che Dio era la natura, che non c'erano diavoli, nè inferno, nè purgatorio, nè paradiso, che Cristo non era vero figlio di Dio ma un semplice Nazareno, che il sacrificio della Messa facevasi per bere, che nell'ostia non c'era Cristo e potea rilevarsi dal fatto che la mangiano i vermi, che fra Tommaso Campanella volea predicare e fare nuove leggi e nuovi statuti, ed egli con lui, portando gli uomini alla libertà naturale. Gli altri frati applaudivano e commentavano, e ne sembravano intesi del pari i due Petrolo, i quali del resto andavano e venivano (come probabilmente faceva anche Geronimo Campanella) per rendere servigi agli ospiti, ma pure non mancavano d'interloquire; p. es. fra Domenico Petrolo diceva al Pisano, «che ti credi, che ci sia Dio Padre quel barbuto come si dipinge?», e tutti i frati continuavano separatamente a dire qualche cosa dello stesso genere. Così si sarebbe parlato contro la verginità di Maria, contro i miracoli di Gesù ed anche de' Santi, contro le relazioni tra Gesù e S. Giovanni, contro le prescrizioni della Chiesa, contro l'istituzione monastica di ambo i sessi, contro l'autorità e la moralità del Papa, de' Cardinali e de' Vescovi; fra Dionisio vi avrebbe pure narrato il solito fatto osceno contro il Sacramento dell'altare, aggiungendovi inoltre il fatto di un Inglese che in Roma diè un pugno al Sacramento senza alcuna conseguenza miracolosa, ma fu poi bruciato vivo d'ordine del Papa; e si può dire che queste ultime proposizioni furono probabilmente enunciate, mentre sulle altre rimane qualche dubbio[270]. Con ciò si sarebbe parlato ancora di progetti del Campanella in un modo esageratissimo e scempiato; che egli era il vero legislatore e il vero Messia, che con la sua predica e dottrina, e col valore de' tanti che lo seguivano, avrebbe levato la fede di Cristo e si sarebbe impadronito del mondo; ma infine segnatamente fra Dionisio e il Bitonto gli comunicarono la risoluzione di ribellare il Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, e che per questo effetto aveano concerti con molti fuorusciti, ed anche con molti gentiluomini e Signori, tra' quali il Marchese d'Arena ed altri. Finalmente poi questi frati, compreso fra Domenico Petrolo, conchiusero che bisognava far parlare il Pisano col Campanella. — Come dicevamo, non trovarono il Campanella a Stilo ed andarono a cercarlo a Monasterace. In questa traversata s'incontrarono con Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso Caccìa ed un altro fuoruscito abbastanza rinomato per molti delitti, Gio. Francesco d'Alessandria, i quali si recavano del pari a Stilo presso il Campanella, e continuarono la loro via, probabilmente dietro l'assicurazione che fra Dionisio e compagni andavano a prenderlo e tra poco sarebbero tornati con lui. Essi trovarono infatti il Campanella a Monasterace, in casa della S.ra D.a Eleonora insieme col Marchese d'Arena, e seppero che vi stava già da sei giorni. Il Campanella prese subito licenza da questi Signori, e poco dopo, accompagnato da tutta la comitiva venuta a rilevarlo, tornò a Stilo. Durante il viaggio gli fu presentato il Pisano come uno degli amici; stando a cavallo gli domandò se era prete di Messa, e udito che era chierico, tenne qualche discorso con lui dilucidandogli alcuni dubbi. Secondochè il Pisano potè capire e riferire col suo limitato intelletto, il Campanella gli avrebbe confermato che non ci era vita futura, dicendo che i corpi nostri erano come quelli de' bruti e che le anime nostre si convertivano in non essere; quanto poi all'essenza di Dio, gli avrebbe detto di star contento a ciò che i frati gli aveano significato, trattandosi di cose troppo elevate per la sua intelligenza; così il Pisano rimase persuaso che quanto gli era stato detto da' frati veniva approvato dal Campanella[271].

Prima di andar oltre riesce necessario chiarire un poco tutto questo andirivieni. Vi sarebbero due maniere di spiegarlo; o che fra Dionisio, con la sua tendenza a vagare e col bisogno di una compagnia, tanto per soddisfare alla sua indole ciarliera quanto per provvedere alla sua sicurezza personale, sia andato fino a Messina per fare qualche acquisto associandosi a qualche compagno di viaggio, e poi abbia fatto lo stesso nel volersi recare a Stilo; ovvero, con l'impegno di trovare amici ed alleati per l'impresa da doversi compiere, siasi rivolto al suo germano Ferrante e ad altri individui di sua conoscenza, e tra essi a que' frati, che potevano fare al caso suo e raggranellare anche qualcuno, principalmente poi abbia adempito ad una missione segreta in Messina, e sia venuto da ultimo presso il Campanella per dar conto di questa missione e di tutti gli altri maneggi, presentando i frati amici insieme co' primi saggi della loro raccolta. Quando più tardi si dovè rendere ragione di questi viaggi ne' tribunali, si disse appunto che fra Dionisio era andato a Messina per comperar pepe, tostati e la Biblioteca Santa del Sisto, come il Bitonto per comperar materassi; del viaggio sussecutivo a Stilo non si rese ragione alcuna, e solo il Bitonto accennò all'essere andato a Stilo per pregare il Campanella che gli facesse avere l'incarico di qualche predicazione. Tutto ciò è possibile, ma è possibile anche l'altra versione, specialmente se si tengano presenti tutte le circostanze anteriori e posteriori: a noi pare molto accettevole la seconda maniera di spiegare la cosa, e giungiamo fino a credere che fra Dionisio abbia potuto andare in Messina per far arrivare cautamente al Cicala qualche sua lettera, giacchè un documento da noi trovato nell'Archivio di Spagna in Simancas ci mostra che appunto in questo tempo da Messina e dalla casa stessa del Cicala partivano le informazioni che costui desiderava, e poi, alcuni anni dopo, si vide fra Dionisio scappato dal carcere riparare appunto in casa del Cicala a Costantinopoli[272]. Il viaggio a Messina fu più tardi minutamente vagliato intorno all'eresia e non intorno alla congiura: noi non vorremmo menomamente sembrare più crudeli del crudelissimo Avvocato fiscale che tanto aggravò la causa di questi disgraziati, e però ci limitiamo ad enunciare la nostra idea e ad abbandonarla alla meditazione de' lettori, ma ricordando che nel tempo in cui fra Dionisio si recava a Messina, Maurizio non aveva ancora avuta occasione di andar lui presso i turchi. Certamente poi da tutto l'insieme de' fatti successivi, ed anche soltanto da' fatti che si verificavano in quei giorni, si ha motivo di ritenere che i suddetti viaggi si connettevano col lavoro per la congiura.

In Stilo non sappiamo veramente quali discorsi siano stati allora fatti tra il Campanella e que' frati: sappiamo solo che l'indomani parlarono a lungo tra loro senza l'intervento del Pisano e del Grillo, e poi, rimanendosi fra Dionisio, ciascuno degli altri prese la volta della sua dimora. Ma vi erano già arrivati anche Marcantonio Contestabile col Caccìa e con Gio. Francesco d'Alessandria, il quale era stato sollecitato propriamente dal Caccìa. Nemmeno sappiamo i discorsi fatti col Contestabile; c'è tuttavia ogni ragione di credere che costui abbia dovuto egualmente render conto de' suoi maneggi e de' compagni che avea trovati. Sappiamo solamente i discorsi fatti dal Campanella in presenza del Caccìa e del D'Alessandria, secondochè li rivelò poi il Caccìa nel processo della congiura, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire, alle rivelazioni del Caccìa non si può troppo aggiustar fede, essendo state fatte fra tormenti atroci. Secondo il Caccìa, nella sua cella insieme con fra Dionisio, il Campanella manifestò loro la congiura e i preparativi che già si faceano: ripetè che in quell'anno 1599 e 1600 dovevano esservi le grandi mutazioni, affermò che ci erano molti altri congiurati per fare le Provincie di Calabria repubblica, con l'aiuto anche del Turco e d'altri Signori, manifestò che «Mauritio e un altro di Reggio di Casaspano (sic) haveano fatto una gran quantità di forusciti», e che lui, il Campanella, «voleva essere Monarca del mondo et dare nova legge»[273]. In verità non apparisce credibile che quest'ultima proposizione abbia potuto essere stata detta ad un uomo come il Caccìa, e però tutta la rivelazione sua rimane infirmata: può ammettersi solamente che Gio. Francesco d'Alessandria dovè essere catechizzato nel senso delle prossime mutazioni e rivoluzioni, e tutti doverono essere infervorati a star pronti e a cercare altri compagni. Tre giorni durò la permanenza di questi fuorusciti nel convento di Stilo: il Campanella e fra Dionisio rimasero soli, ma per brevissimo tempo; giunse in fretta il Bitonto e fu necessario che il Campanella, insieme con lui e fra Dionisio, si mettesse di nuovo in viaggio. Passiamo a dire ciò che era accaduto.

Nel partire da Stilo, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe di Jatrinoli furono accompagnati da Cesare Pisano fino alla Motta Placanica; di là, separandosi dal Pisano, proseguirono fino a Castelvetere e si fermarono nel convento del loro Ordine; e sia per accidente, sia con premeditazione, videro un Felice Gagliardo di Gerace che stava nelle carceri di Castelvetere e tennero con lui un abboccamento. Questo Felice Gagliardo ci darà molto da dire nel sèguito della nostra narrazione. Giovane a 22 anni, di molto ingegno e di nessuna coscienza, temerario e peggio, avea preso moglie in Condeianni ma dimorava in Gerace con un Pietro Veronese suo patrigno, ed entrambi menavano pessima vita: nel Grande Archivio abbiamo intorno a loro trovato un documento che mostra come fin da due anni prima si dilettassero di grassazioni e di furti[274]. Vedremo più tardi che Felice, stando poi carcerato in Napoli, continuava a tenere corrispondenza con una banda di fuorusciti, alla quale non era estraneo il Veronese e della quale facea parte un suo fratello a nome Lucio, che andò a finire ucciso come bandito con taglia, e Felice medesimo, liberatosi da' travagli per la congiura e l'eresia, andò poi a finire sul patibolo per delitti comuni. Egli avea da due anni conosciuto il Bitonto che era stato in Condeianni a predicare: in sèguito, essendo sorta inimicizia tra lui e il proprio cognato a nome Felice Regitano, gli avea tirato un colpo di fucile, per la qual cosa si trovava in carcere. Secondo il Bitonto, il Gagliardo lo chiamò per raccomandarsi che avesse pregato i suoi parenti in suo favore, procurandogli la remissione da parte loro; ma ciò non toglie che il Bitonto, a quanto pare, avesse fatto assegnamento sopra di lui per la ribellione; di fatti gli avrebbe detto di voler procurare l'accomodamento in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo, chè vedrebbe succedere cose le quali gli sarebbero di grandissima utilità. Giunto a Condeianni, non mancò di trattare co' parenti del Gagliardo, ma costoro si negarono affatto: pertanto Cesare Pisano veniva carcerato, e il Bitonto dovè occuparsi di lui. — Di ritorno dal viaggio fatto, Cesare Pisano si era appropriata una giumenta del Principe della Roccella, che era pure Marchese di Castelvetere, e però fu preso dagli ufficiali del Principe e tratto alle carceri di Castelvetere: il Bitonto gli avrebbe detto che andasse di buon animo, che troverebbe là Felice Gagliardo amico suo; frattanto cercò subito che il Campanella e fra Dionisio parlassero al Principe della Roccella in favore di Cesare, e così ebbero a mettersi di nuovo in viaggio tutt'insieme per tale scopo.

Era il 1º o il 2º giorno di luglio, quando il Campanella, fra Dionisio e fra Giuseppe Bitonto, partiti da Stilo giungevano in Castelvetere. Quivi dapprima visitarono Cesare Pisano nel carcere, di poi così il Campanella come fra Dionisio si recarono presso il Principe per supplicarlo che lo liberasse: e pare che il Principe lo facesse sperare, tanto che circa venti giorni dopo, ritenendo la cosa ben certa, fra Dionisio ne annunziava la liberazione ad un altro frate che era zio di Cesare, fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio; ma veramente il Principe non ne fece nulla. Intorno poi alle parole scambiate tra' frati e il prigioniero, secondo il Bitonto gli si sarebbe detto solamente di star di buon animo; secondo Felice Gagliardo si tenne un discorso lungo e segreto, ed oltracciò, finito il discorso, Cesare che già si era stretto a lui lo presentò al Campanella dicendo, «questo giovane è di Condeianni e potrà servire et mover genti», e il Campanella e fra Dionisio gli avrebbero entrambi detto di dar credito a quanto gli sarebbe stato comunicato da Cesare[275]. Avvertiamo una volta per sempre che le asserzioni di Felice Gagliardo non si possono ritenere senza le più grandi riserve: ma è verosimile che il Bitonto, nell'altro suo abboccamento con lui, gli avesse parlato della ribellione, non senza condire il discorso con le teoriche antireligiose giusta il metodo di fra Dionisio, e che Cesare gli avesse continuato a parlare sempre più efficacemente nello stesso senso; così il Gagliardo potè essere presentato al Campanella e a fra Dionisio, venendo scambiata tra loro qualche parola di complimento e forse anche qualche allusione coverta alle imprese disegnate. Certo è che fu questa la prima volta in cui Felice Gagliardo venne a contatto col Campanella e con fra Dionisio, e per pochi istanti. Certo è del pari che Cesare, infatuato pe' discorsi precedentemente avuti con fra Dionisio e con gli altri frati, si fece a catechizzare Felice Gagliardo, il quale non avea veramente molto bisogno di essere catechizzato, e così pure gli altri che stavano o vennero successivamente nello stesso carcere per imputazioni diverse, durante i tre mesi e più che là fu rinchiuso. Con l'eccitamento del neofito e con la storditaggine che gli era propria, cominciò fin dalla prima sera a trattenersi con Felice Gagliardo su' noti argomenti, esagerando quanto aveva imparato ed aggiungendovi del suo. Non esisteva Trinità, l'ostia non conteneva Cristo (dimostrandolo col solito fatto osceno, che attribuiva a sè medesimo per vanteria ed anche al Bitonto), Cristo era un povero pezzente sporco «zazzaruso», che si scelse per compagni dodici altri pezzenti ed era in relazioni pessime con Giovanni; de' miracoli di Cristo non si dovea creder nulla perchè riferiti da' suoi parenti ed amici; Lazzaro era risorto per via di erbe, e Maria era una schiava nera d'Egitto concubina di Giuseppe, e però nell'Officio si diceva «nigra sum»; nel morire le anime si convertivano in ombre fugaci e spiriti aerei e i corpi in pietre, non c'era inferno nè paradiso nè diavoli, cose inventate «ad terrorem», le vigilie co' digiuni erano state inventate per far morir presto, e poi le solite storie della mala vita de' Papi e dei Cardinali, de' conventi etc. E poi, che il Messia Campanella aveva armi e genti assai e denari, ed avrebbe conquistato più Stati e Regni che non ne conquistarono gli Apostoli, perchè «vis unita fortior»; e presto vi sarebbero rivolture e Campanella farebbe nuove leggi. Pare impossibile che questo sciagurato ciarlasse tanto co' suoi compagni di carcere; ma egli medesimo ebbe poi a dire che discorse così largamente di eresia con loro, perchè «credeva più facilmente indurli o confirmarli alla ribellione temporale».. «per vedere si loro erano boni per la ribellione»[276]. Avea dunque adottato pienamente il metodo di fra Dionisio, e con questo metodo egli infervorava alle cose nuove, oltre Felice Gagliardo, un Orazio Santa Croce di Gerace, un Geronimo Conia di Castelvetere, un Camillo Adimari di Altomonte paggio del Principe della Roccella, un Gio. Angelo Marrapodi di S.ta Agata mastrodatti: e pare che meno quest'ultimo di età più inoltrata e repugnante propriamente alle teoriche irreligiose, gli altri, che aveano da' 19 a' 30 anni di età, consentissero più o meno ma senza scoprirsi troppo; erano giovani e non de' più pacifici, stavano in carcere e non vedevano l'ora di uscirne, aveano quindi ragione di accogliere siffatte cose molto volentieri. L'essere poi stati, all'infuori del Gagliardo, più o meno discolpati dal medesimo Pisano negli ultimi momenti di sua vita, come ci mostra un documento da noi rinvenuto nell'Archivio dei Bianchi di giustizia, deve intendersi nel senso che essi, all'infuori del Gagliardo, non si manifestarono esplicitamente con lui; e per verità non avrebbero potuto manifestarsi, vedendolo facile a ciarlare così leggermente di cose tanto delicate. Secondo le rivelazioni che più tardi fecero contro di lui gl'individui suddetti, e segnatamente il Gagliardo ed il Conia, egli avrebbe loro esposta la congiura per filo e per segno, con molti particolari di grande importanza: probabilmente costoro vi erano stati già iniziati, ed anche poterono foggiare molte cose sulle notizie che allora ne correvano; non di meno deve ritenersi per certo che egli ne abbia parlato enfaticamente, dietro ciò che glie ne aveano detto in ispecie fra Dionisio, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe Jatrinoli. Pertanto è facile vedere che lo zelo del Campanella in favore di Cesare non va spiegato unicamente co' riguardi verso i suoi amici che glie lo raccomandarono; lo zelo stesso di fra Dionisio per quest'uomo, di cui non aveva avuto punto a lodarsi in passato, non va spiegato unicamente co' riguardi verso il Bitonto; senza dubbio le premure pel Pisano mettevano capo alla sua qualità di affiliato alla congiura.

Vediamo ora le ulteriori mosse del Campanella. È accertato che egli si trattenne due soli giorni in Castelvetere, e che tornato a Stilo, insieme con fra Dionisio, continuò d'accordo con costui a sollecitare amici e far raccolta di fuorusciti. Più volte avea scritto a fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale ricoverava nel suo convento un fuoruscito molto noto, a nome Claudio figlio di Ferrante Crispo: oltracciò si trovava ricoverato nel convento di Soriano un altro fuoruscito non meno noto, Giulio Soldaniero di Borrello in compagnia di un suo servitore anche più agile di lui nelle armi, a nome Valerio Bruno di Motta Filocastro, e il Campanella pensò di far parlare egualmente a questo Soldaniero.

Fra Gio. Battista di Pizzoni risedeva appunto nel convento di Pizzoni, paesello distante poche miglia da Soriano: il convento era piccolo ed abbastanza isolato, e non conteneva più di due sacerdoti e due o tre «terzini o terzi habitelli» come solevano chiamarsi i frati inservienti; nè occorre dire che in questa specie di conventi non c'era ombra di regole monastiche. Fra Gio. Battista vi aveva titolo di Vicario; con lui stava il suo fido fra Silvestro di Lauriana, e tra' terzini stava fra Fabio Pizzoni nipote di fra Gio. Battista, le cui relazioni con fra Silvestro aveano già dato da dire anche troppo. Non erano mai mancati i fuorusciti in quel convento, e il predecessore di fra Gio. Battista, fra Ferrante da Soriano, avea passato pericolo di essere precipitato dalle finestre per mano di quelli che si trovavano là ricoverati: avendovi giurisdizione il Vescovo di Mileto, ed obbligando costui, come già conosciamo, i superiori dei conventi a ricoverare i fuorusciti sotto pena delle censure ecclesiastiche, Claudio Crispo, giovane fuoruscito per omicidio, vi stava in piena regola, e fra Gio. Battista mantenevasi con lui in buonissime relazioni, anche perchè, a quanto pare, gli serviva da braccio forte verso i suoi nemici. Aveva poi fra Gio. Battista avuta occasione di conoscere pure Giulio Soldaniero, ed ecco in che modo. Giulio, anche lui di soli 22 anni, possidente, con moglie, si era fatto capo di banditi, avendo ucciso due suoi cugini Marcello e Pietro Soldaniero, oltre una donna, Vera la Rocca, per ereditarne, come dicevasi, le sostanze; ma ne rimanea tuttora vivo un altro, Eusebio Soldaniero, e costui si era fatto bandito egualmente, per difendersi e per vendicare i suoi fratelli. Giulio risedeva ordinariamente nel convento di Soriano, convento magnifico, divenuto una delle maraviglie della Calabria, possedendo un'immagine portatavi nientemeno che da S.a Caterina e da M.a Maddalena: egli vi stava già da oltre otto mesi, avea quivi passata la quaresima assistendo a tutte le prediche fatte in tal tempo da fra Gio. Battista da Polistina (circostanza da ricordarsi), e per voto alla Madonna dell'Idria, fatto un giorno che gli toccò una ferita d'archibugio, si asteneva da' cibi di grasso il martedì; con tutto ciò i Superiori del convento affermavano esser lui uomo di mala vita, ma il Vescovo di Mileto non volea che venisse espulso. Eusebio risedeva ordinariamente in Serrata casale di Borrello; intanto un giorno corse voce che fosse venuto nel convento di Pizzoni per trovarsi più vicino a Giulio ed insidiarne la vita; Giulio scrisse allora una lettera minatoria a fra Gio. Battista, il quale si affrettò a dissipare l'equivoco, si diè premura di vederlo e rimase con lui in buoni termini. Potea dunque servire per invitare Giulio a far parte della congiura; e veramente come costui si fece poi a confidare al Priore di Soriano, più volte lo sollecitò in questo senso; tuttavia parve bene che gli si facesse udire anche la voce di fra Dionisio, e così fu convenuto, quando, dietro le insistenze del Campanella, dovendo anche aggiustare una faccenda d'interessi con un fra Marcello Basile francescano, fra Gio. Battista si risolvè di andare a Stilo.

Ma appunto in quel tempo, durante la prima settimana di luglio, il Campanella, chiamato un'altra volta dal Marchese, dovè recarsi ad Arena. Fra Gio. Battista di Pizzoni ve l'accompagnò, e così pure fra Dionisio, unitamente a Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso Caccìa e un altro fuoruscito, con molta probabilità Giovanni Morabito, che per essere di Filogasi conoscevasi col nome di Giovanni di Filogasi: vedremo infatti più tardi distintamente nominato questo Giovanni di Filogasi come uno della compagnia[277]. Fece inoltre egualmente parte della compagnia questa volta il fratello del Campanella Gio. Pietro, armato anch'egli, come i fuorusciti predetti, di fucile e pistola (scoppetta e scoppettuolo, quest'ultimo noverato tra le armi proibite). Il Campanella fu alloggiato presso il Marchese in castello, nell'altura di Arena; tutti gli altri si rimasero nella terra, certamente in compagnia di Gio. Francesco d'Alessandria che soleva stare in Arena. Ma l'indomani fra Gio. Battista di Pizzoni e fra Dionisio se n'andarono alla volta di Soriano presso Giulio Soldaniero; ed ecco due uomini, già inimicissimi, in sèguito ravvicinati, ora stretti al punto da compiere insieme una missione molto delicata: volle poi fra Dionisio addurre l'antica inimicizia per mostrare che la cosa non fosse stata possibile, ma risulta da fonti numerosi e indubitabili che egli andò veramente presso il Soldaniero insieme con fra Gio. Battista, e la sua negativa medesima mostra che quest'andata aveva uno scopo compromettente.

La missione presso Giulio Soldaniero, eseguita senza dubbio con l'intesa del Campanella ne' primi giorni della sua dimora in Arena, per la grande importanza che ebbe in sèguito merita di essere conosciuta ne' suoi più minuti particolari. Giunti i due frati a Soriano, Dionisio dimandò subito del Soldaniero, ed immantinente ebbe luogo uno stretto colloquio. Fra Gio. Battista, che sembra essersi allora limitato a promuovere la reciproca conoscenza tra' due interlocutori, lasciando a fra Dionisio il còmpito di trattare, l'indomani se ne partì per Pizzoni: fra Dionisio poco dopo lo seguì senza che se ne sia mai conosciuto bene il motivo, avendo taluno detto che temeva che fra Gio. Battista conducesse il Campanella a Pizzoni, ed altri invece detto che voleva appunto condurre il Campanella a Pizzoni; ma più plausibile apparisce l'aver voluto far premura a fra Gio. Battista che senza perdita di tempo conducesse Claudio Crispo presso il Campanella. Certo è che nello stesso giorno poi fra Dionisio tornò e ripigliò i colloquii col Soldaniero, rimanendo una volta anche a pranzo con lui, e il giorno seguente tornò pure fra Gio. Battista accompagnato da Claudio Crispo e diretto ad Arena, allo scopo, come egli diceva, di procurarsi la protezione del Marchese per riscuotere un legato. Fra Dionisio si fermò in Soriano tutto quel giorno ed anche il giorno dopo, nel quale, essendo domenica, ad istanza di alcuni cittadini e propriamente di un Rutilio di Pucci, fece una predica e poi se ne andò egli pure ad Arena. Questo si può raccapezzare da' racconti contradittorii ed anche iniqui intorno a siffatta visita di fra Gio. Battista e fra Dionisio al Soldaniero. Certo è che i colloquii con costui, segnatamente per parte di fra Dionisio, continuarono in modo più o meno interrotto dal giovedì alla domenica, e non è difficile intendere su quali argomenti versassero. Fra Dionisio seguì il suo solito metodo di catechizzare, accennando le profezie, magnificando la persona del Campanella, esponendo i disegni della ribellione, ma sviluppando al tempo medesimo principii irreligiosi: senza dubbio si può e si deve usare molta riserva intorno alla misura di siffatti colloquii, avendo di poi influito le più infami circostanze ad estenderla oltre ogni limite come a suo tempo vedremo; ma intorno alla natura loro non può muoversi dubbio veruno, essendo una ripetizione di discorsi analoghi tenuti già in analoghe occasioni. Fra le varie rivelazioni discordi e bugiarde, abbiamo quelle del Priore e del Lettore di Soriano (fra Giuseppe d'Amico e fra Vincenzo di Lungro) che per verità non possono menomamente ritenersi disinteressate, ma ad ogni modo sono più serie di quelle del Soldaniero e compagno, ed ecco ciò che risulta da esse. Fra Dionisio avrebbe parlato della ribellione contro il Re, dicendo pure che molti Signori erano dalla parte de' congiurati; avrebbe inoltre esternato principii irreligiosi dando un pugno ad un crocifisso dipinto nel dormitorio e dicendo che non bisognava credergli, affermando che i Sacramenti erano stati istituiti per ragione di Stato, che non si dovea credere ad un poco di farina mista coll'acqua e poi cotta, che taluno (anzi egli stesso) avea fatto dell'ostia quell'uso osceno tante volte accennato, che i miracoli erano baie, ed il Campanella potea farli e li avrebbe fatti al tempo della ribellione. Queste cose il Soldaniero comunicò al Priore ed al Lettore di Soriano vari giorni dopo che fra Dionisio era partito dal convento, ed anzi al Priore comunicò dapprima le sole cose concernenti la ribellione e molto più tardi, in agosto, comunicò pure le cose di eresia. Nè attribuì mai a fra Gio. Battista, in quel tempo, l'aver detta alcuna cosa di eresia, comunque avesse affermato che più volte egli era stato da lui tentato per la ribellione; del rimanente disse al Lettore che il Campanella, fra Dionisio, fra Gio. Battista, fra Silvestro di Lauriana, fra Pietro di Stilo e fra Domenico di Stignano «erano tutta una cosa insieme»; così per la prima volta troviamo fatta menzione di questo gruppo, che con fra Giuseppe Bitonto, fra Giuseppe Jatrinoli e fra Paolo della Gretteria rappresentò tutto il gruppo de' frati promotori della ribellione[278]. Non ci fermiamo sopra altre circostanze della ribellione e dell'eresia, che il Soldaniero manifestò più tardi, quando tradì nel modo più atroce i congiurati, e che per tale motivo non possono tutte accogliersi alla leggiera; probabilmente fra Dionisio disse molto più di quanto il Soldaniero comunicò al Priore ed al Lettore, ma ciò che ci risulta dalle rivelazioni di costoro basta per fare intendere, che sollecitato dal Pizzoni, persuaso da fra Dionisio, sotto gli auspicii del Campanella, il Soldaniero col suo Valerio Bruno per lo meno era in via di entrare a far parte della congiura. Dobbiamo poi notare un'altra circostanza importantissima, che fu rivelata dal medesimo Priore fra Giuseppe d'Amico. Un giorno, nell'agosto, gli fu mostrata dal Soldaniero una lettera scritta e sottoscritta dal Campanella, il cui carattere egli conosceva molto bene, e nella fine di essa si leggeva il seguente brano, «di quel tanto che vi ha ragionato il Padre lettore fra Dionisio, del tutto mi rimetto al mio locotenente fra Gio. Battista di Pizzone». Pur troppo il Campanella si spinse fino a dar fuori sue lettere, dirigendone non solo al Soldaniero ma anche a qualche altro fuoruscito; e vedremo che questa diretta al Soldaniero fu portata da fra Pietro di Stilo, come risulta da una spontanea deposizione di fra Pietro medesimo, al quale è impossibile negar fede. Dopo tutto ciò non farà meraviglia che nella Dichiarazione, e così pure nella Difesa, il Campanella non abbia mai parlato di queste sue relazioni col Soldaniero, ed invece abbia appena citato quest'uomo nella Dichiarazione tra gli amici di Maurizio, ed abbia poi ingarbugliato le cose di questo periodo nella Narrazione così come segue: «Sapendo Fra Dionisio ch'il Polistena volea farlo uccidere com'il zio per mezzo di Giulio Saldaneri, che stava ritirato in convento di S. Domenico di Suriano per haver ucciso dui proprii fratelli per la robba, però cercò guastar quella amicizia del Polistena col Saldaneri per via di Mauritio Rinaldi amico di Saldaneri, e volea uscir con loro in campagna risolutamente per ammazzar il Polistena. Però con tutti parlava di mutatione di secolo et del Regno». È facile rilevare che queste cose furono scritte assolutamente pel bisogno di scolparsi, ma sono ben lontane dalla verità.