Abbiamo veduto il Pizzoni con Claudio Crispo andare presso il Campanella ad Arena. Fu questo evidentemente un altro acquisto per la ribellione, e Claudio, nel processo consecutivo, confessò in tortura di aver trovato ad Arena il Campanella, che nel castello medesimo del Marchese, in una camera segreta, gli comunicò la ribellione, aggiungendo pure nientemeno che erano in aiuto di essa il Principe di Bisignano e D. Lelio Orsini, ed egli promise di trovar gente, e parlò con Gio. Tommaso Caccìa e Giovanni Morabito; sicuramente d'allora in poi il Crispo ed il Caccìa rimasero in molto stretta relazione tra loro. Ma secondo la Dichiarazione del Campanella, che fu poi confermata in un senso meno semplice dalla sua confessione in tortura, egli venne pregato da fra Gio. Battista di visitare Pizzoni e di parlare delle mutazioni al Crispo; e così andò a Pizzoni e là, coll'occasione di un discorso sulla fabbrica dell'Astrolabio, si fece a parlare delle mutazioni e della convenienza di trovarsi pronti e di avere molti compagni. Aggiunge ancora nella confessione, e poi nella Difesa, che fra Gio. Battista avea premura che si parlasse al Crispo, perchè costui volea passare a nozze e conveniva distoglierlo da tale idea, ad oggetto di mantenerselo disponibile come suo braccio forte. Ma evidentemente questo fatto potea bene stare insieme con l'altro, eppure deve notarsi che la faccenda delle nozze non si pose innanzi fin da principio nella Dichiarazione, sibbene più tardi, allorchè vi fu tempo di poter trovare qualche pretesto: importa poi ben poco che il colloquio siasi tenuto in Arena o invece in Pizzoni, rimanendo sempre indubitato che si sollecitò Claudio Crispo a prender parte nelle mutazioni da dover accadere, ed egli si offerse, vantandosi anche di avere amici per l'impresa; in ciò si accordano tanto il Crispo quanto il Campanella. È verosimile che in Arena sia stato cominciato isolatamente, ed in Pizzoni poi sia stato proseguito con più largo uditorio, il discorso delle mutazioni con le relative conseguenze: poichè vedremo il convegno di Pizzoni avere avuta un'importanza assai più grande, e il Campanella dovè in sèguito studiarsi di restringerne le proporzioni, limitandolo al solo discorso per Claudio Crispo.

Dobbiamo ora notare un altro fatto che il Campanella affermò avvenuto durante la sua permanenza in Arena, l'avere cioè saputo per lettera di Giulio Contestabile che Maurizio era andato sulle galere d'Amurat Rais. Nella Dichiarazione egli disse che questa lettera era venuta a lui medesimo; nella confessione disse invece che era venuta a fra Gio. Battista di Pizzoni e a Claudio Crispo. La prima versione è certamente più probabile, come è più probabile che la lettera gli sia stata diretta da Maurizio in persona[279]. Con questa lettera ci sembra chiaro che doveva essergli partecipata non già l'andata sulle galere di Amurat, a lui certamente già nota, ma la risposta di Costantinopoli, la notizia della sicura venuta del Cicala in settembre e dell'adesione sua a' loro progetti: una galera distaccata del medesimo Amurat, di quelle che si dicevano «lingue» perchè prendevano e davano informazioni sulle coste, potè servire a tale scopo, sicchè Maurizio dovè recarvisi di nuovo e conoscere l'esito della trattativa. I particolari poi di ciò che si era convenuto furono da Maurizio spiegati al Campanella più tardi, quando potè abboccarsi con lui: ne parleremo dunque anche noi a suo tempo, e qui notiamo, che al punto cui siamo pervenuti il Campanella potè esser certo che le trattative col Turco erano state conchiuse. Aggiungiamo poi che la lettera la quale annunziava le trattative conchiuse fu con ogni probabilità recata da fra Pietro di Stilo, poichè troviamo fra Pietro venuto allora in Arena, a quanto pare accompagnato da Fabrizio Campanella parimente armato come Gio. Pietro Campanella: questa venuta di fra Pietro, il quale «era un poco parente di Maurizio» come ebbe poi a dire nel processo di eresia, dà motivo a credere che la lettera di annunzio delle trattative conchiuse dovè essere stata scritta dallo stesso Maurizio, e che fra Pietro, compreso della gravità di essa, non volle affidarla ad altre mani. Così accadde pure che lo stesso fra Pietro, dopo alcuni giorni, si fece latore di un'altra lettera scritta dal Campanella a Giulio Soldaniero, e si recò in sèguito a Davoli, appunto in quella terra in cui soleva risedere Maurizio presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella. Aggiungiamo inoltre che poco dopo, in data del 25 luglio, Maurizio si fece a scrivere al Crispo che egli era «l'istessa persona con fra Tomase», per eccitarlo senza dubbio a seguirne i ragionamenti col mettergli innanzi la propria partecipazione all'impresa. Del pari in data del 25 luglio, da Davoli, Maurizio scrisse ad un Gio. Francesco Ferraima «che venesse a trovarlo senza dire nè dove va nè a chi va, e vada cautelatamente, e quando entra sia con honestà, et che Donno Marco Antonio Pittella li darà nova dove me ritrovo, et che entrii di notte, et che haveano da raggionare negotio importantissimo, il quale non patisce dilatione, e tardando sgarraremo (intend. sbaglieremo) negotio, che spero arrivaremo hoggi, et che desiderando haver contento dele cose ch'hà desiderate si ne venghi subito». Vedremo che queste lettere furono disgraziatamente trovate ed inserte nel processo che ne seguì: esse intanto mostrano che a quella data Maurizio, avuta l'assicurazione della non lontana venuta dell'armata turca e del poter procedere d'accordo con essa, si dava grandissima premura di affrettare i preparativi, e dopo aver cercato d'infondere la premura medesima nel Campanella e socii, cercava di eccitare personalmente gli amici a lui noti ed anche di raccoglierne de' nuovi. Le sue sollecitazioni non riuscirono inutili; ma già il solo annunzio dell'accordo co' turchi avea destato in tutti un gran movimento. Fra Gio. Battista, nella data medesima del 25 luglio, scriveva a un fra Pietro Musso da Monteleone una lettera, nella quale «trattava di congregatione di forasciti et arme», come già fra Dionisio gli avea pure scritto precedentemente in data del 10 giugno. E sembra che del pari al 25 luglio debba riferirsi una lettera di Claudio Crispo a un Geronimo Camarda, nella quale «li tratta della congiura et de la sicura vittoria nel mese di settembre, nomina fra Gio. Battista, fra Dionisio et il Campanella, saluta Donno Gio. Battista Cortese et Donno Gio. Andrea Milano, advertendo pur vengano con V. S. conferme semo stati a Filogasi con fra Gio. Battista de Pizzoni, et finisce venga in effetto quel che noi speramo». Anche queste lettere vedremo che caddero in mano degli ufficiali Regii e furono come le precedenti inserte nel processo, dal quale ebbe a rilevarle il Mastrodatti facendone il sunto che abbiamo fedelmente riportato: e bisogna aggiungere inoltre ciò che il Campanella manifestò nella sua confessione. Fra Gio. Battista e Claudio Crispo mandarono a chiamare perfino Eusebio Soldaniero; a tale scopo fra Silvestro di Lauriana si portò a Serrata, ma Eusebio non ci volle andare. Evidentemente si riteneva che questa impresa dovesse segnare il termine di tutti gli odii anche più implacabili, dovesse apportare il bacio della pace generale, come del resto si è preteso sempre in altrettali momenti; se non che Eusebio forse dubitò di qualche tranello da parte d'individui i quali erano in istretta relazione col suo nemico Giulio, e ad ogni modo non ne volle sapere. Intanto fra Dionisio se n'era in tutta fretta andato a Nicastro, per passare immediatamente a Taverna, dove era stato assegnato come lettore fin dal maggio senza aver mai curato di recarvisi, e quindi, messa in regola la sua posizione, ripigliare le sue escursioni per raccogliere amici, segnatamente in Catanzaro, dove era convenuto che avesse a spiegare la sua azione. Il Campanella poi, non appena potè lasciare il Marchese, se ne andò a Pizzoni, per infervorare gli amici già raccolti ed assicurarsi anche di Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto egualmente là convenire. Dobbiamo del resto rammentare che, oltre la sollecitazione di Maurizio, raddoppiò il fervore del Campanella la comparsa di quella tale cometa marziale e mercuriale, che appunto in luglio fu vista correre presso la terra da ponente a levante, e che egli interpretò per la venuta di gente dal di fuori contro i Reggitori della Provincia.

Erano già quindici giorni da che il Campanella si trovava in Arena, e di là potè finalmente recarsi in Pizzoni. Secondo fra Gio. Battista ciò accadde il 25 luglio; ma dovrebb'essere accaduto non così tardi, avendo lo stesso fra Gio. Battista dichiarato che due giorni prima fra Dionisio, di passaggio per Pizzoni, si era trattenuto un poco con lui, e sappiamo di certo per un documento inserto nel processo, che fra Dionisio il giorno 21 era già in Nicastro. O dunque il Campanella partì prima del 25, o fra Dionisio non si fermò punto in Pizzoni: questa seconda ipotesi è più probabile, giacchè da una parte fra Dionisio avea molta fretta, e d'altra parte fra Gio. Battista dichiarò che in questa sua fermata fra Dionisio gli avea tenuto discorsi di eresia, la qual cosa, come vedremo in sèguito, non si può accettare senza riserva. Il Campanella fu accompagnato a Pizzoni dagl'individui medesimi che l'avevano prima accompagnato in Arena, con queste poche varianti. Mancava fra Dionisio, già partito; vi era invece fra Pietro di Stilo, e con lui probabilmente, come abbiamo detto, Fabrizio Campanella armato. Quest'ultima circostanza risulterebbe dalla deposizione di fra Gio. Battista, che confusamente parlò di «parenti armati» i quali accompagnavano il Campanella in Arena; oltracciò dal fatto, che lo stesso Fabrizio Campanella lo accompagnò più tardi a Davoli presso Maurizio. E su tale proposito bisogna notare che il Campanella, nella sua Dichiarazione, cercò quasi di giustificare la compagnia di gente armata, col dire che un Colella e un Giovannello di Gioia l'aspettavano per ammazzare suo fratello che era con lui; la qual cosa in realtà non sarebbe per que' tempi inverosimile[280]. Fra Gio. Battista medesimo, certamente insieme con Claudio Crispo, volle pur egli accompagnare il Campanella, e difatti si portò ad Arena, non senza rivedere il Soldaniero nel suo passaggio per Soriano; giunto quindi presso il Campanella entrò a far parte della comitiva. Si ebbe così una comitiva piuttosto numerosa, certamente più numerosa di quanto poteva comportare il piccolo convento destinato ad accoglierla, e però dovè fare una certa impressione; giacchè troviamo essersi detto più tardi che v'era stato in Pizzoni un gran convegno di congiurati e un gran banchetto, in cui si era stretto il fascio e si erano spinti innanzi gli accordi. Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto andarvi e non vi andò, giunse a dire che «se ricolsero in Pizzoni più di trenta cinque capi»[281] de' quali non sapeva il nome, citando però tra coloro che conosceva Eusebio Soldaniero nemico suo per comprometterlo; forse anche l'aver creduto che vi si dovesse trovare Eusebio lo decise a non andarvi. E poichè si riteneva aver proceduto di pari passo la trasgressione nelle cose dello Stato e quella nelle cose della Chiesa, venne poi facilmente accolta pure la voce che nel banchetto, tenutosi di venerdì, si era mangiato carne e segnatamente si era mangiata la porchetta. Fra Paolo della Grotteria, il quale da Vallelonga convenne pure a Pizzoni ma vi giunse la sera sul tardi, depose che la riunione accadde realmente di venerdì, e potè dare soltanto la lista del desinare dell'indomani concepita in termini più che magri, quali si leggono ne' documenti annessi a questa narrazione: relativamente poi alle persone riunite, egli nominò, oltre il Campanella, fra Gio. Battista di Pizzoni, fra Silvestro di Lauriana che co' «due terzi habitelli faceva la cucina», fra Pietro di Stilo, un giovanetto che chiamavano Gio. Pietro (Gio. Pietro Campanella) «et con questo dui altri, uno basciotto et un altro alto negro» (Fabrizio Campanella e Marcantonio Contestabile); dippiù «v'erano dui figlioli di ferrante Chrispo, c'era anco uno di Squillace chiamato Gio. thomase caccia che diceano ch'era preite, c'era anco un altro giovane di Filogaso chiamato Gioanne, et non mi recordo il cognome... tutti questi sopra nominati stavano armati di scopette et scopettolo, eccetto uno dilli figli di Chrispo»[282]. Troppo furono ingrandite in sèguito le proporzioni di questo convegno: ma, tolte di mezzo le esagerazioni, rimane sempre che i principali fuorusciti[283] di quelle parti facevano corona al Campanella e a fra Gio. Battista, meno Gio. Francesco d'Alessandria che forse accompagnò fra Dionisio, e Giulio Soldaniero che mancò all'appello. La riunione durò quattro o cinque giorni secondo il Pizzoni, sette giorni secondo fra Silvestro di Lauriana. Stando alle dichiarazioni di fra Paolo della Grotteria, «il Campanella e fra Gio. Battista di Pizzoni tutto il giorno parlavano con li banditi in secreto et a longo»; ma certamente non v'erano altri estranei co' quali potessero parlare. Stando alle dichiarazioni di fra Gio. Battista, precisamente il 28 luglio, nel passeggiare con lui in Chiesa, il Campanella gli avrebbe parlato in particolare delle sue previsioni e profezie, de' futuri rumori, ribellioni e mutazioni di Stati, dimandandogli se avesse aderenza con fuorusciti, ed invitandolo a volergli dare costoro a sua devozione e collegarsi con lui: ma non occorre far avvertire che tali discorsi erano passati tra loro molto tempo prima. Inoltre avrebbe detto che gli pareva di essere stato proprio eletto da Dio per insegnare la verità e levare molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa e massime ne' Prelati, che i Sacramenti erano solo per ragione di Stato, che il canto usato dalla Chiesa era una cosa frivola e pareva quasi che con esso si burlasse Iddio: e poi che il Sacramento dell'altare era una semplice commemorazione e tutti gli altri Sacramenti non erano stati ordinati da Gesù, la Trinità era una chimera, e molte e molte altre eresie, le quali del rimanente gli sarebbero state già prima comunicate una per una da fra Dionisio Ponzio, allorchè, due giorni innanzi, era passato per Pizzoni. Ma vedremo a suo tempo quali e quante ragioni influissero a far parlare fra Gio. Battista in tal modo, senza per altro escludere che il Campanella alle volte esternasse tra gli amici da lui stimati più fidi (e fra Gio. Battista era del numero) qualcuna delle sue intime credenze, non che qualcuna delle riforme le quali avrebbe avuto in animo d'introdurre: intorno a ciò ci riserbiamo di esporre più in là, una volta per sempre, quanto ci risulterebbe più vero tra le tante cose che gli vennero attribuite. Vediamo intanto ciò che sarebbe avvenuto in Pizzoni secondo lo stesso Campanella: ecco come egli ne fece il racconto nella sua Dichiarazione. «Me venne a visitare (in Arena) fra Giovan Battista Cortese de Piczoni con Claudio Crispo, et pregato ch'io andase a Piczoni che l'haveriano havuto in favore grande, et cossì ci andai, mosso da paura che certi nemici della casa mia, Colella e Giovanello de Gioia, m'aspettavano per amazzare mio fratello che era con me, et do poi in Piczoni ragionai con loro, et havendo visto che fra Gio. Battista tenea un libro della fabrica dell'Astrolabia, et che parlava de cose future, richiesto da loro disse della mutatione che si aspettava secondo fra Gio. Battista havea detto a loro; et Claudio vantandosi d'havere amici se fosse bisogno de fare guerra, io le disse che sarebbe bene haverne assai, per che sempre giova, et che li Principi et Re tengono conto di coloro i quali han più amici, et sempre vi servirano, et cossì le disse quel che havea detto a Mauritio, il qual'ancora era amico di Claudio, et conobbi con ogn'un che parlavo, che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni Villano sentiva lamentarsi; per questo io più andava credendo questo havere da essere». Quasi non occorre dire che tali cose furono certamente dette non al solo Claudio Crispo, ma anche a tutti gli altri là presenti, i quali il Campanella ebbe cura di non nominare; nè a tali cose soltanto dovè limitarsi il discorso. Se si potesse accogliere pienamente quanto si fece poi a deporre fra Gio. Battista, il Campanella già si vantava di avere l'aiuto del Turco, essendosi negoziato col Bassà Cicala, e diceva che in principio gli bastavano la lingua a persuadere i popoli e le armi de' banditi, e poi avrebbe quelle di altri più potenti, che voleva predicare contro la tirannide di Re Filippo e de' suoi Principi, ed anche contro il Papa, i Cardinali e i Vescovi, che prima si doveva ammazzare il Vicerè di Catanzaro e poi gli ufficiali, ed allora alzar voce di ribellione e far repubblica. Non si potrebbe menomamente affermare che tutto ciò sia stato palesato a' convenuti in Pizzoni, ma è credibilissimo che qualche cosa di simile sia stata annunziata. Intanto il Campanella pensò pure ad assicurarsi del Soldaniero, e non avendolo visto, prese la grave determinazione di scrivergli una lettera, la quale fu consegnata da fra Pietro di Stilo, che si partì un giorno prima degli altri da Pizzoni per recarsi a Davoli, e passò a tale scopo per Soriano. Quando più tardi fu conosciuto l'iniquo voltafaccia del Soldaniero, fra Pietro, ritenendo senza dubbio che la cosa fosse stata già palesata, si diè premura di non nasconderla, e non solo attestò di aver consegnata al Soldaniero questa lettera, ma ancora di avergli detto per imbasciata che il Campanella «l'era molto servitore et che desiderava molto di vederlo», lodandogli grandemente fra Tommaso e pregandolo che volesse andare da lui; parrebbe pure che il Soldaniero gli avesse detto di essergli stati comunicati da fra Dionisio i progetti del Campanella con tutto il corredo delle eresie, e che fra Pietro gli avesse raccomandato di non palesar nulla di tali cose essendo fra Dionisio uno scapato. Da parte sua il Soldaniero negò sempre di aver ricevuta una lettera del Campanella, e ciò si spiega considerando che tale fatto l'avrebbe dato a divedere complice nell'impresa: ma abbiamo già avuta occasione di dire che il Priore di Soriano assicurò di aver letto egli medesimo una lettera del Campanella mostratagli dal Soldaniero, in fine della quale il Campanella diceva di rimettersi al suo locotenente fra Gio. Battista; v'è quindi ogni motivo di ritenere non solo che la lettera sia stata realmente inviata, ma anche che con essa il Campanella, non avendo potuto di persona trattare col Soldaniero, abbia accreditato fra Gio. Battista presso di lui.

Come si vede, quando le cose stringevano, fra Pietro di Stilo non rifuggì dall'impegnarsi personalmente nella faccenda della congiura. Amava moltissimo il Campanella, di cui non cessava di lodare la grande dottrina; si occupava pure di un matrimonio tra un suo fratello e una sorella (cugina) di fra Tommaso «pur sua parente», matrimonio che poi non ebbe effetto pe' dolorosi incidenti sopravvenuti; oltracciò era «un poco parente di Maurizio». Tali circostanze, emerse nel processo di eresia, spiegano il suo impegno diretto in questo momento assai delicato delle trattative: del resto possiamo dire che egli dubitò sempre della serietà dell'impresa, e sovente si permise di scherzare intorno ad essa: difatti, mentre ognuno se ne imprometteva onori e grandezze, egli soleva dire tra i frati che avrebbero preso una moglie per uno, e da parte sua moriva della voglia di prenderla, delle quali proposizioni dovè poi render conto al S.to Officio. Vedremo che il Campanella nella sua confessione in tortura, rivelando coloro i quali doveano con lui predicare per la repubblica, nominò il Pizzoni, il Petrolo, il Lauriana, fra Dionisio, e soggiunse che fra Pietro di Stilo avea saputo la cosa all'ultima ora, e nemmeno interamente, poichè non ispirava fiducia, essendo un pazzo! Evidentemente il Campanella volle nascondere qualche cosa, ma la definizione che diè del suo amico, messa in raffronto con gli scherzi di lui intorno a' beneficii della grande impresa, conferma che fra Pietro ci credeva poco, e vi si trovò impigliato per compiacenza più che per convincimento. Secondo le sue deposizioni, allorchè s'incontrarono in Arena, il Campanella gli avrebbe parlato delle profezie, delle mutazioni prossime e dell'esser bene per chi si trovasse armato, e presolo per la mano gli avrebbe detto, «fra Pietro, è stato scritto contro di me da quelli di Stilo al Nuntio et al Papa, ch'io ho amicitia di banniti, per questo io me spagnio, (int. mi spavento) un poco». Ma forse accadde appunto il contrario, e dovè fra Pietro spaventarsi un poco ed avvertire ancora una volta il Campanella, che qualcuno di Stilo avrebbe potuto rivelare la sua amicizia co' banditi: circa poi le profezie e tutto il resto, fra Pietro dovea aver conosciuto da lungo tempo ogni cosa, e forse anche per esse egli ebbe tanto meno la forza di contraddire al Campanella, mentre tutti vi credevano e a tutti una mutazione pareva inevitabile. Così non poche furono le ragioni che l'indussero ad uscire dalla sua riserva e farsi latore di lettere, le quali, se fossero cadute nelle mani degli ufficiali Regii, l'avrebbero compromesso nel peggior modo. Al momento cui siamo giunti, egli si recava a Davoli, alla residenza abituale di Maurizio; non sappiamo cosa vi andasse a fare, ma si può ben ritenere che andasse a consegnare a Maurizio qualche lettera del Campanella.

III. Oramai il lavoro ferveva da tutti i lati, e non giunse ad interromperlo nemmeno un avvenimento verificatosi in que' giorni appunto, avvenimento che contribuì in modo gravissimo alla rovina de' frati e di tutta l'impresa. Per commissione del P.e Generale una Visita si dovea fare ne' conventi delle Calabrie, essendo stato mandato qual Visitatore il P.e Marco da Marcianise, di cui abbiamo già avuta occasione di dire qualche cosa nel parlare de' tumulti di S. Domenico di Napoli. Fu questo il motivo per lo quale fra Dionisio ebbe fretta di portarsi a Nicastro e quindi a Taverna, volendo mettersi in regola e poi continuare la sua propaganda. Egli si sentiva minacciato di una sostituzione nel lettorato di Taverna e forse anche di qualche maggiore gastigo, per la protratta noncuranza dell'assegnazione avuta dal Capitolo. Ciò risulta da una sua lettera in data del 21 luglio da Nicastro, diretta a fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, nella quale, mentre gli annunzia la liberazione del Pisano per opera sua e del Campanella, credendola in realtà avvenuta, dice ancora, «molte altre cose passano che non le può sopportar penna»; partecipa inoltre l'arrivo del Visitatore nella Provincia, e mostra di credere che tale visita sia una conseguenza de' suoi memoriali al Papa contro l'ex-Provinciale fra Giuseppe Dattilo, denominato nel gergo fratesco il Cepolla; infine soggiunge che si sarebbe portato l'indomani a Taverna lettore, «per non dar sodisfatione ad alcuni che han cercato andarci». Evidentemente a quella data fra Dionisio non conosceva ancora chi fosse il Visitatore, in caso opposto non avrebbe mai potuto crederlo favorevole alla fazione sua. Ad ogni modo andò al suo posto in Taverna; se non che quivi, coll'indole sua irrequieta ed impetuosa, finì per aggravare moltissimo la sua condizione. Facea parte di quel convento un giovane frate, piccolo, rossetto (così ci viene descritto da più fonti), nativo di Nizza del Monferrato, a nome fra Cornelio: il Campanella nelle sue Difese lo disse lombardo, e nell'Informazione ci fece sapere che non era nemmeno regolarmente professo, sibbene un intruso; questa circostanza non potrebbe far maraviglia, visto il procedere scompigliato di que' tempi, ed è superfluo poi ricordare che la presenza de' napoletani e de' lombardi era allora un fatto ordinario ne' conventi Domenicani delle due regioni. Fra Dionisio, trovato questo frate alla mensa in un posto che invece spettava a lui, lo fece levare di là bruscamente; in questo si accorda ciò che disse il Campanella nell'Informazione e ciò che fu scritto negli Articoli difensivi dati da fra Dionisio nel consecutivo processo di eresia; ma quivi si aggiunse ancora, che innanzi a più e diversi frati lo avea confuso dicendogli che non intendeva la materia de censuris e la scomunica. Fra Cornelio vendicativo più dello stesso fra Dionisio, ed inoltre ambizioso e maligno all'eccesso, fu preso quale compagno dal Visitatore, dietro consiglio de' Polistina, del Dattilo e di tutta la fazione avversa a fra Dionisio: vedremo subito con quale spirito egli entrasse in ufficio, e sarà noto una volta di più come gravissimi fatti possano nascere dalle più lievi cause. Una rissa accaduta poco tempo dopo, nella quale fra Dionisio venne a ferire un frate, diè l'occasione alle prime avvisaglie. Questo è accennato anche dal Campanella nell'Informazione; ma nel processo di eresia è narrato in tutti i suoi particolari ed in un modo abbastanza comico dal Barone di Cropani, il quale fu uno de' carcerati come complice nella congiura, e disse di aver trattato con fra Dionisio solamente per siffatto motivo. «Havendo fra Dionisio una cagnola quale mangiò la piatanza ad un frate, quello frate venne in rissa con fra Dionisio, di maniera che fra Dionisio bastoniò quel frate, et per questo mi pregò andare dal Provintiale di Calabria che io lo facesse venire da lui, che con una correggia in canna se li voleva buttare alli piedi e dimandare l'assolutione de la scomunica incorsa». Veramente fra Dionisio non era soltanto incorso nella scomunica, sibbene, come ci fece sapere il Campanella nella Dichiarazione e poi nell'Informazione, sempre con qualche variante atta ad aiutare la sua causa, era stato dal Visitatore condannato al confine in Celico, casale di Cosenza, sotto pena della galera con la privazione del lettorato e dell'abito per tre anni: ma anche prima di conoscere tale condanna, egli si pose in giro, con la ragione o col pretesto di trovare amici che lo facessero assolvere, e al tempo stesso col proposito sempre più acuto di trovare amici per la ribellione. Vedremo più in là i particolari di quest'altro periodo della sua propaganda; per ora c'importa non lasciare troppo indietro il Campanella.

Dopo quattro o cinque giorni o poco più di permanenza in Pizzoni, il Campanella si ridusse a Stilo, e poi passò anche qualche giorno in seno alla famiglia in Stignano. Intanto, come risulta da ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, Maurizio venne a Stilo, e non avendolo trovato, perchè egli era già andato a Stignano, gli lasciò una lettera con la quale lo pregava di venire a trovarlo a Davoli per cose d'importanza: dopo qualche esitazione egli vi andò, accompagnato dal Petrolo e da Fabrizio Campanella, e trovato presso il Pittella Maurizio, costui gli fece conoscere ciò che avea trattato col Turco e gli mostrò anche una scrittura turchesca, la quale il Campanella non seppe leggere. Fermandoci dapprima su questa scrittura turchesca, dobbiamo dire che essa era senza dubbio un salvacondotto, come risultò dalla confessione medesima di Maurizio. Dobbiamo aggiungere che parecchi tra' più vicini a Maurizio la qualificarono egualmente: così il suo servitore Tommaso Tirotta dichiarò, che quando Maurizio mostrò al Campanella in presenza d'altri «lo scritto che ebbe da' turchi», lo disse un salvacondotto, e che un Pietro Jacovo Garzia diceva, «ora potremo andare sicuri che abbiamo il salvocondotto». Ma questo si ebbe dopo che si era «trattato et concluso con Morat Rays» della ribellione, come risultò dalle parole di Maurizio, e meglio ancora dalle parole del Campanella nella Dichiarazione, dove egli appunto espose ciò che Maurizio «havea capitulato con li turchi», riferendolo per dichiarare che se n'era mostrato dispiaciuto ed allarmato. Maurizio gli avrebbe detto che «esso havea trattato con Amurat sopra le galere che venisse l'armata del turco, che esso volea pigliare Catanzaro et la Provintia»: il Campanella non l'avrebbe approvato affatto, per la semplice ragione che i turchi erano nemici da non potervisi fidare e sempre giuravano il falso; Maurizio rispose «ch'havea capitulato con li turchi che non havessero assai a tener dominio in Calabria, ma solum assistere nel mare per fare paura a chi lo contrastasse, et che li turchi voleano solo il trafico in questo Regno et non altro», e gli mostrò la carta turchesca, ma il Campanella continuando a lamentarsi di lui avrebbe deciso di lasciare la sua amicizia. Questo espose il Campanella; dal canto suo Maurizio espose, che avendo comunicato ciò che avea trattato e concluso, «tutti (meno il Pittella che rimase indifferente) mostrorno haverne gran contento, et ne giubilorno, laudando et dicendo ch'havea fatto assai di quello che loro desideravano», bensì confermò aver fatto ogni cosa «da per se solo et non per conseglio ne per ordine et consenso di detto fra Thomase»[284]. Passando oltre per ora alla dispiacenza o al giubilo del Campanella, cominciamo dal rilevare che vi furono patti abbastanza chiari: l'armata del Turco avrebbe dovuto venire in Calabria (senza dubbio in un tempo determinato e in un numero di galere determinato) per far paura nel mare a chi contrastasse da questa via, facendo anche sbarchi ed occupando temporaneamente terre di Calabria; Maurizio, lui personalmente, avrebbe dovuto pigliare Catanzaro ed estendere la sua azione a tutta la Provincia, obbligandosi ad accordare a' turchi per l'avvenire vantaggi commerciali. Con ogni probabilità vi furono anche altri patti, e per lo meno i patti precedenti, p. es. quello dell'occupazione delle terre di Calabria da parte dei turchi, doverono essere meglio determinati. Dal processo consecutivo non emerse nulla intorno a ciò, ma bisogna ricordarsi che noi possediamo solamente i brani del processo concernenti le accuse contro gli ecclesiastici, e il Campanella, e tanto più il Pittella, dietro la leale confessione di Maurizio risultarono scagionati dall'accusa della convenzione col Turco. Questo non vuol dire che veramente il Campanella non ne avesse dirette le fila con molta astuzia, per mezzo di Maurizio dalla via di Amurat, e forse anche per mezzo di fra Dionisio dalla via di Messina, ma quest'ultima via rimase coperta, e l'altra riuscì tutta a carico di Maurizio, ond'è che non conosciamo il fatto in tutta la sua estensione. Nondimeno quel poco che ne conosciamo riesce di molta importanza. Era capitolato che i turchi «non havessero assai a tener dominio in Calabria», ma doveano dunque tenervi dominio, benchè temporaneo e di breve durata: così non fu una invenzione degli ufficiali Regii che si volea far occupare la Calabria da' turchi, e le rivelazioni di taluni complici (Claudio Crispo, Cesare Mileri), che dissero essersi convenuto di dare molte fortezze e terre in mano de' turchi, non furono propriamente effetto d'insinuazioni e di tormenti. E come potremmo credere che il Campanella fosse stato davvero interamente estraneo alle trattative e dispiaciuto per esse? Tutti i fatti precedenti e così pure i sussecutivi ci autorizzano a credere l'opposto. Concediamo pure che forse egli non avrebbe voluto l'occupazione turca, comunque limitata e temporanea, e che tale patto convenuto da Maurizio gli abbia recato sorpresa e dispiacere; ma è facile comprendere che non si poteva fare in modo diverso, e se veramente così avvenne per parte del Campanella, Maurizio, il quale rimane sempre il capo responsabile dell'azione con le armi, dovè a sua volta provare sorpresa e dispiacere, vedendo che volea farsi una guerra con idee alquanto fantastiche e punto consentanee alla realtà delle cose. Ad ogni modo non per questo il Campanella si pose in disparte, e se si decise a lasciare l'amicizia di Maurizio, tale sua decisione non ebbe effetto, come si rileva da ciò che avvenne ulteriormente in Davoli.

Maurizio, preoccupandosi del buono andamento delle cose in Catanzaro, ove era convenuto doversi fare lo sforzo principale della ribellione, volle che alcuni di questa città si costituissero centro de' congiurati, e desiderò che il Campanella li persuadesse con la sua eloquenza, di cui egli faceva gran conto avendola sperimentata sopra sè medesimo; e il Campanella non si negò menomamente, e si ebbe in tal guisa, dopo i convegni di Stilo e di Pizzoni, un terzo convegno parimente assai notato, quello di Davoli. Sia d'accordo col Campanella, come Maurizio affermò nella sua confessione, sia senza quest'accordo, come parrebbe dalla Dichiarazione del Campanella, Maurizio chiamò a Davoli due gentiluomini di Catanzaro assai maneschi, da lui giudicati «uomini di valore», Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova, il quale ultimo eragli anche parente per parte di madre[285]; e li chiamò scrivendogli di venire «sotto colore che voleano trattare la natività loro», ciò che implicherebbe avergli accennato di dover trattare col Campanella, il quale veramente s'intendeva di oroscopi e di natività, ed essi non mancarono di venire, accompagnati da un Orazio Rania. Questo accadde nella prima settimana di agosto, conoscendosi con sicurezza che l'8 o il 9 di agosto il Campanella si trovava tuttora in Davoli, nel convento degli Agostiniani detto di S.a M.a del Trono: oggi ancora sono visibili i ruderi di questo convento e della sua Chiesa, sopra un colle a meno di un miglio dall'abitato; ed una statua di S.a Anna con la data appunto del 1599, ritirata dagli avanzi della Chiesa, è il più vivo ricordo del luogo e del tempo in cui avvenne una delle scene più memorabili della congiura. Al momento dell'arrivo di que' di Catanzaro fra Tommaso già vi era, e come abbiamo visto sopra, in compagnia di fra Domenico Petrolo e di Fabrizio Campanella; ma non risulta che costoro fossero presenti al colloquio, ed anzi lo stesso Maurizio si tenne in disparte dopochè fu esaurita l'esposizione delle solite cose generali de' prossimi mutamenti e del dovere star pronti; ciò si rileva dalla confessione sua, dalle deposizioni di Gio. Paolo e Gio. Tommaso ed anche dalla Difesa del Campanella, il quale si servì di questo fatto come di un argomento per sostenere che non vi era stato convegno. La riunione ebbe luogo presso il convento, in un castagneto, all'aperto, e come il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, essi cominciarono dal dimandargli segreti per aver donne che egli pose in burla (la solita maniera di considerare il Campanella); di poi, pregato da Maurizio che avesse detto a que' gentiluomini la faccenda delle mutazioni, egli le confermò, e «tutti gli si offersero che volesse esser capo et predicare» perchè l'avrebbero seguitato; ma egli non volle e si partì per disgusto, andandosene a S.ta Caterina, e dopo tre giorni a Stilo. Non sarà inutile il dire che di poi, nel processo, tanto Gio. Paolo di Cordova quanto Gio. Tommaso di Franza confessarono il convegno avuto col Campanella, e lo confermò pure Tommaso Tirotta servitore di Maurizio: solamente il Cordova aggravò piuttosto la condizione di Orazio Rania che era già morto quando egli fece la sua deposizione (secondo il metodo abituale dei giudicabili), e il Franza nominò fra Dionisio come colui che gli avea già parlato delle mutazioni da parte del Campanella; l'uno e l'altro poi dissero che fra Dionisio veramente, più tardi in Catanzaro, richiese la loro opera per la ribellione, essendosi nel convegno discorso soltanto di un segreto che fra Dionisio avrebbe in sèguito manifestato. Ma per quanto apparisca possibile che fra Dionisio avesse già parlato col Franza, vedremo altrove che da parte di costui c'erano forti ragioni per le quali egli dovea sforzarsi di aggravare la mano su fra Dionisio in questo negozio, ed oltracciò in entrambi ci era tutta la convenienza di mostrare che le istanze per la ribellione erano state fatte più tardi. Secondo il Tirotta, nello stesso giorno del convegno, dopo il desinare, essi ripartirono. Ognuno intanto avrà notato trovarsi dalle parole medesime del Campanella accertato che tutti gli si offersero, facendogli premura che volesse esser capo con la predicazione; sicchè rimane soltanto ad interpetrare se egli veramente rifiutò ed anzi se poteva rifiutare, mentre tutto si edificava sulla base delle sue profezie e vaticinii, e la sua eloquenza era già da un pezzo impiegata a persuadere che dovea fondarsi la repubblica.

Ma durante il soggiorno del Campanella in Davoli accadde pure un fatto importantissimo, che ebbe le più gravi conseguenze. Appunto l'8 o il 9 agosto, non si sa per quale motivo, capitò al convento suddetto fra Domenico di Polistina, e seppe da fra Domenico Petrolo che il Campanella trovavasi nel convento e l'avrebbe veduto con piacere, che anzi desiderava di vederlo. Egli si presentò al Campanella in Chiesa, e gli fece i suoi saluti e le sue proteste di amicizia; ma il Campanella gli rispose che tra loro due non poteva esservi amicizia, trovandosi l'uno amico di fra Gio. Battista di Polistina e l'altro amico di fra Dionisio, tra' quali correva inimicizia grandissima. Il Polistina meravigliato di tale ricevimento si partì. Come mai il Campanella potè mostrarsi tanto scortese, ed anche tanto imprudente, mentre non ignorava la potenza e lo spirito d'intrigo de' Polistina? Bisognerebbe dirlo venuto in una grande boria, per la fiducia ispiratagli da' preparativi della sua impresa ottimamente avviati: ma è verosimile pure che fosse infastidito dal vedersi ronzare intorno un uomo di quella fatta, il quale probabilmente ne spiava i passi ed osava dichiararglisi amico. Intanto il Polistina montato a cavallo se ne partì in fretta, dirigendosi pel castagneto che era presso il convento: ma «caminato 10 o 12 passi, il garzone o sia vetturino gli disse, se andate per questa via voi sete morto, perchè mentre ragionavi con il Campanella in Chiesa, li foresciti che erano alla porta hanno determinato di ammazzarvi mentre che passaremo nelle castagne, et così pigliò altra strada et andò a Suriano, dove trovò il Soldaniero nel convento, al quale raccontò il caso»[286]. È possibile che i seguaci di Maurizio, p. es. il Tirotta, Gio. Battista Vitale che sappiamo essere sempre stato anche lui in Davoli, forse pure qualche altro, consapevoli delle amicizie del Polistina e penetrati della poca opportunità della sua presenza in quel luogo, avessero borbottato propositi minacciosi verso di lui; è possibile pure che al vetturino non fosse tornata molto comoda la risoluzione di battere la via del castagneto, e avesse cercato di farla cambiare mettendo paura al Polistina: certo è che il Polistina si diresse ad un luogo e ad un uomo che facevano appunto per lui, avendo dovuto forse già conoscere dal Priore di Soriano suo amico le cose passate tra Dionisio e il Soldaniero, ed avendo dovuto sembrargli giunto oramai il momento di farla finita, poichè non v'era più da andare fiutando e si avea del resto già tanto in mano da poter perdere Dionisio e il Campanella. Egli si presentò al Soldaniero come uomo agitato ed afflitto per la paura avuta, e il Soldaniero, che avea conosciuto pure fra Gio. Battista di Polistina nella Quaresima passata, lo secondò dicendo che era stato già deciso che fra Gio. Battista e i suoi aderenti dovessero essere ammazzati d'ordine del Campanella ed altri complici, e quindi «non saria stato gran cosa» che avessero ammazzato anche lui; oltracciò soggiunse che erano stati fatti registri di eresie da doversi predicare al tempo della ribellione, che Dionisio gli avea parlato contro i miracoli di Cristo e de' Santi, che gli avea detto essere il significato delle lettere I N R I, poste in fronte al crocifisso, non già quello comunemente conosciuto ma quello di una pessima ingiuria in lingua ebraica, che infine gli avea raccontato quel tale fatto osceno commesso con l'ostia consacrata ed egli sospettava essere stato quel fatto commesso precisamente da fra Dionisio. Così raccontò poi le cose il Polistina, ed anche fra Cornelio che le seppe dal Polistina. Forse il Soldaniero non ciarlò tanto, ed è possibile pure che avesse accennato in confidenza quelle cose al Priore di Soriano, come altrove si è detto, e non già al Polistina: ad ogni modo vedremo più tardi che il Polistina e fra Cornelio su questa base architettarono il processo di eresia, riducendo il Soldaniero, con le buone o con le triste, non solo feroce accusatore ma anche persecutore a mano armata di coloro i quali avrebbero dovuto essergli compagni nella ribellione.

Indubitatamente col convegno di Davoli s'inaugurava un periodo di sempre maggiore attività ne' preparativi della ribellione. Maurizio continuò senza posa a sollecitare e a raccogliere aderenti: questo viene accertato pure da un altro brano della Dichiarazione del Campanella, il quale si lasciò andare sino a far nomi, onde poi gli ufficiali Regii non ebbero veramente a sforzare la loro immaginazione per convincersi che la congiura fosse una cosa molto seria. «Mauritio, quando fummo in Davoli, disse che volea far un giro, et trovar Gio. Battista Soldano, Giulio Soldanere et Carlo Bravo, et trovare li foragiti di Reggio et li Baroni et altri, et ch'esso poteva fare in dieci giorni ducento huomini, et certi di casa dello Stocco in Cosenza, et entrar in Catanzaro, et pigliar la città et tenerla, ma non disse quando stava per farlo». Intorno ad alcuni de' fuorusciti qui indicati abbiamo qualche notizia. Gio. Battista Soldano era un bandito di Ricadi, casale di Tropea[287]: e bisogna dire che Maurizio abbia veramente fatto il giro che si proponeva e siasi recato fino a Tropea, giacchè vedremo poi parecchi di quella città e casali, nè tutti fuorusciti, gravemente perseguitati per la congiura, come un Tranfo, un Furci, un Loiacono, un Politi, un Jannello, un Barbèri. Carlo Bravo era di Montesanto; insieme col fratello Fabrizio scorreva la campagna, ed avevano entrambi acquistato fama pe' molti delitti commessi. I fuorusciti di Reggio erano forse quelli che in numero di 42 comandava Don Giuseppe di Capoa, tra' quali stava pure il fratello di Felice Gagliardo, come risulta da lettere che il Capoa da Reggio inviava al Gagliardo quando costui pervenne carcerato in Napoli, e che, essendogli poi state ritrovate, furono inserte nel processo di eresia insieme con altre carte di pertinenza del S.to Officio. I Baroni erano parecchi: quelli di Reggio si chiamavano Domizio, Paolo e Gio. Domenico, e si trovavano implicati nelle prepotenze delle fazioni dei Melissari e de' Monsolini, ma esercitavano anche violenze per conto proprio. A miglior luogo avremo campo di far conoscere i documenti che abbiamo rinvenuti intorno a tutti costoro. Quanto a Giulio Soldaniero, ne sappiamo abbastanza dalle cose dette avanti; e non può non riceversi qui una certa impressione dal vedere che il Campanella, il quale avea fatto tanto per avere quest'uomo a sè, lo mette poi esclusivamente a carico di Maurizio. E da notarsi frattanto che Maurizio oramai si proponeva di entrare in Catanzaro e pigliar la città; sicchè non attendeva più, per moversi, che Catanzaro «si cominciasse a ribellare», come dapprima si era protestato con fra Tommaso. Egli medesimo nella sua confessione dichiarò essersi concluso «con fra Tomase et fra Dionisio, che quando fra Dionisio havesse finito di trattare, et havere quelli di Catanzaro, havesse avvisato, per che s'haveria pigliato espediente ad effettuare detta rebellione, et entrare a Catanzaro, et fra Tomase diceva, che si havea da gridare libertà, scassare le carcere et ammazzare l'officiali». Vedremo difatti più in là che fra Dionisio in Catanzaro trattava per far entrare incogniti e di notte tre a quattrocento uomini armati; e comunque si fosse detto che sarebbero entrati con lui e sarebbero rimasti sotto gli ordini di alcuni di Catanzaro tra' quali Gio. Tommaso di Franza, tutto mena a credere che avrebbero dovuto entrare, certamente in minor numero, sotto gli ordini di Maurizio: dopochè Maurizio si era obbligato co' turchi di pigliare Catanzaro, tanto meno poteva confidare ad altri, massime poi a coloro i quali deposero tale fatto, un'impresa così rilevante e a dirittura capitale. — Da parte sua il Campanella continuò parimente ad infervorare i suoi amici, come lo attestano fuori ogni dubbio due lettere scritte di suo pugno a Claudio Crispo, le quali disgraziatamente vennero poi a cadere in mano degli ufficiali Regii e furono inserte nel processo. La prima, a quanto pare, venne affidata a fra Paolo della Grotteria che non si curò di consegnarla: per negligenza del Mastrodatti non ne conosciamo la data, ma da parecchie circostanze si può bene desumere che dovè essere scritta a' primi di agosto, probabilmente da Davoli, ed inviata a Stilo perchè di là fosse spedita a Pizzoni. Ecco il sunto che ne diede nel processo il Mastrodatti: «Desiderava raggionare con l'amici et per questo volea venire in Pizzoni, ma per che non li era stato scritto, ch'erano venuti, me parse soverchio per buoni rispetti non venire a trovarla, pur se dimani venerando (sic) venerò a stare con lei tre hore et poi ritornerò, et l'huomo non deve mai mutare (senza certo disegno) stanza, per che il mondo non pensi a male, però spero a San Domenico che serà alli 5 esser con V. S. et avanti, frà tanto anderà il P. Dionigio ad acconciare le cose sue in Catanzaro, et poi visti ci revederemo, et infine dice, si V. S. parla con li amici suoi, sia insieme col P. Gio. battista et dicali in quella maniera l'ho insegnato a lui, mentre eravamo sul ponte di legname qui». Sapendosi che il giorno di S. Domenico, determinato nel giorno 5, viene a cadere in agosto, e che fra Dionisio avea guastate le cose sue in Taverna e doveva accomodarle in Catanzaro appunto a' primi di agosto, riesce chiaro che la lettera dovè essere scritta precisamente poco avanti questo tempo. La circostanza poi del «ponte di legname» indicherebbe che il Campanella scriveva da Stilo, dove forse il Crispo l'aveva accompagnato insieme con gli altri, al ritorno da Pizzoni, e si era trattenuto a udire gli ultimi discorsi sul ponte dello Stilaro, fiume che scorre sotto Stilo: ma non è arrischiato l'ammettere, che per uno de' soliti artificii de' cospiratori, egli mostrasse di scrivere da questa città. E come mai, avendo da pochissimo tempo lasciato Pizzoni, sentiva già nuovamente il bisogno di andarvi? Probabilmente voleva parlare ad amici non intervenuti nel primo convegno, e però vedeva utile tenerne un secondo; forse anche volea comunicar loro doversi oramai disporre ad entrare in Catanzaro, ed ivi trovarsi pe' primi di settembre (al tempo della venuta de' turchi); ma si preoccupava di ciò che avrebbe potuto dirne il mondo, e difatti con la seconda lettera pregò il Crispo di voler lui venire a trovarlo. Intanto anche questa volta designava quasi suo luogotenente fra Gio. Battista, come già prima avea fatto verso il Soldaniero. La seconda lettera, che venne trovata sulla persona del Crispo, reca la data certa dell'8 agosto, e sappiamo sicuramente che a questa data il Campanella si trovava in Davoli, essendo allora appunto accaduto il suo incontro col Polistina. In essa egli scrive al Crispo, «che vogli venire con qualche amico, et particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria»[288]. Da tutto ciò si può ben rilevare che il Campanella non pensò mai veramente a tenersi in disparte, e continuò ad agire in que' modi e limiti che la sua posizione gli permetteva.

Lasciando Davoli, il Campanella si recava a S.ta Caterina e là rimaneva, come egli medesimo assicurò, «tre dì a spasso». Dagli atti del processo di eresia sappiamo che dimorò nel convento Domenicano di S. Nicola esistente in quella terra, e che i frati l'onorarono con banchetti, alcuno de' quali finì in un'orgia immonda, se deve credersi alla deposizione di una vedovella molto pudica e serva di Dio, ma altrettanto energumena contro fra Tommaso e con ogni probabilità tratta in inganno[289]. Del resto un'orgia immonda tra' frati di quel tempo, dopo un desinare, non era cosa straordinaria, e il processo medesimo ne ricorda un'altra, comunque in proporzioni assai minori, avvenuta in Nicastro durante il priorato di fra Dionisio: ma dobbiamo notare che appunto in S.ta Caterina «diciano le genti che (il Campanella) non guardava hom'in faccia ma sempre si guardava la unghia», onde potè accreditarsi la voce che avesse il suo spirito familiare proprio nell'unghia[290]. Ciò mostra solamente ch'egli stava in un contegno assai riservato: non sappiamo pertanto se nell'andare a S.ta Caterina abbia avuto qualche scopo recondito, ma è probabile che sia stato indotto a ripetervi le profezie sulle future mutazioni, ed oltracciò abbia dovuto abboccarsi con altri affiliati di quella terra, giacchè vedremo essere stati poi forgiudicati per la ribellione anche Franc.º Paolo Santaguida ed Antonio Merlino di S.ta Caterina. Ma finalmente se ne tornò a Stilo, nè mai più ebbe ad allontanarsene fino al momento in cui la congiura fu scoperta. — Nell'occasione del suo ritorno a Stilo ritornò del pari al convento fra Domenico Petrolo, il quale, senza dubbio per la venuta del Visitatore in Calabria, avea dovuto finalmente decidersi a lasciare la casa sua in Stignano e ripigliare la vita claustrale troppo lungamente interrotta: era stato in convento durante il maggio per alcune settimane, quando si sciolse il Capitolo di Catanzaro, e vi si restituiva nell'agosto, rimanendo sempre, d'allora in poi, a fianco del Campanella, sicchè le sue rivelazioni destano pel periodo attuale il più grande interesse. Una delle prime visite ricevute dal Campanella in Stilo, come risulta anche dalla sua Dichiarazione, fu quella di fra Dionisio che andava ad Oppido, ed era sempre preoccupato del Visitatore; onde il Campanella gli avrebbe suggerito di «tornare a conciare le cose sue». Siamo in grado di poter dire che questa visita dovè accadere verso il 12 agosto, poichè fra Dionisio fu in Oppido la vigilia dell'Ascensione, vale a dire il 14 agosto, e vi rimase anche il 15; l'assicurò nel processo di eresia fra Pietro Ponzio, il quale fu egualmente in Oppido a quel tempo, dimorando presso l'altro fratello Ferrante, il Viceconte, che trovavasi allora colpito da scomunica, certamente per una delle solite baruffe giurisdizionali. Ben si scorge intanto che fra Dionisio non avea poi troppa fretta di «tornare a conciare le cose sue» come il Campanella disse di avergli suggerito, e piuttosto tornava ad andare qua e là, senza posa, con altri disegni. Siamo così ricondotti a parlare di lui e delle sue escursioni.