Abbiamo già avuta occasione di far la conoscenza di D. Alonso de Roxas e di D. Luise Xarava, ed abbiamo notato l'animo mite e placido dell'uno, l'animo prepotente ed energico dell'altro, l'antagonismo esistente fra loro: è quasi superfluo dire che l'antagonismo si verificò anche pel fatto della congiura. Ma c'importa per ora far la conoscenza di Carlo Spinelli, al quale venne straordinariamente affidata la parte principale in questa faccenda. I documenti abbondano intorno a costui, poichè egli era veramente un personaggio reputato oltre ogni dire, con uno stato di servizio ragguardevolissimo; e senza ricercare le carte polverose degli Archivii, ogni napoletano, che s'interessa un poco almeno allo svolgimento delle arti belle nella sua città, ha potuto vederne le nobili sembianze in una statua armata e ritta, messa tra due brutte statue sedenti di Ercole e Pallade, e leggerne le molte azioni ricordate dall'epigrafe apposta al suo mausoleo, entro la chiesa di S. Domenico nella Cappella di S. Stefano, la 2.a a destra dell'altare maggiore[321]. Appartenente alla linea degli Spinelli Baroni di S. Giorgio la montagna e Buonalbergo, nella provincia di Principato ultra, primogenito di Pirro Giovanni Spinelli e di Lucrezia Caracciolo, non avendo avuto figli con Maria Spinelli de' Principi di Tarsia, gli fu successore il fratello Gio. Battista, che dopo la morte di lui fu creato Principe di S. Giorgio. Come tutti i Nobili napoletani di alta carriera, indossò la toga e cinse la spada: fu Reggente della Vicaria sotto il Duca d'Ossuna, a' tempi del tumulto contro l'Eletto Starace (1585), ed in tale occasione si distinse molto, secondochè rilevasi da' documenti trovati in Simancas, mentre il Parrino non ne dice nulla: ma già avanti questo tempo si era distinto presso D. Giovanni D'Austria, dapprima in Granata contro i Mori ribelli, poi alle isole Echinadi e in Tunisi contro i turchi, quindi nella Francia e nel Belgio per tre anni, in sèguito da Commissario in Calabria contro i fuorusciti durante il Vicereato del Marchese di Mondejar, poi come colonnello a capo di 4000 fanti, insieme con Fra Vincenzo Carafa Prior d'Ungheria, nella presa del Regno di Portogallo (1580), poi nel governo della Germania inferiore sotto il Duca di Parma e Piacenza, trovandosi all'espugnazione di Bonn, di Vachtendonq etc. etc. Nominato Consigliere del Collaterale nel 22 febbraio 1590, fu nello stesso anno delegato contro i fuorusciti in tutto il Regno e massime negli Abruzzi infestati dal famoso Marco Sciarra, poi nel 1594 di nuovo in Calabria contro i turchi condotti dal Cicala: ma in queste due spedizioni non fu punto felice, e massime nella prima dovè la sua salvezza allo stesso Sciarra, il quale, riconosciutolo pel cavallo bianco che montava, ingiunse a' suoi che si astenessero dal colpirlo, per usargli quella cortesia di cui non di rado i briganti amano di far mostra. Il Campanella, nel suo libro della Monarchia di Spagna, scoccò una frecciata a lui e a tutti i capitani spagnuoli, dicendo che lo Spinelli riceveva donativi dallo Sciarra e non lo volle morto, secondo il sistema di tirare le cose in lungo a fine di rimanere lungamente con pingui stipendii e piena autorità: quanto all'aver tirato le cose in lungo, il fatto ci risulta vero, benchè sia nota l'intrinseca difficoltà di tali imprese non mai smentita; ma quanto al non avere lo Spinelli voluto morto Marco Sciarra, gli Storici dicono precisamente l'opposto[322]. Vero è che mentre egli mostravasi bravo ed accorto, realmente «circumspetto» come s'intitolavano i Consiglieri del Collaterale, non mancava di essere feroce ed avido di guadagno per sè e per i suoi, come si vedeva spesso a quell'età; nè sarà inutile dire che, al tempo del quale ci occupiamo, i molti debiti fatti dal padre suo e da lui medesimo lo tenevano nelle strettezze, dalle quali non uscì neanche dopo la spedizione di Calabria, poichè verso il 1603 dovè soffrire la vendita di Buonalbergo in suo danno, nè questa terra tornò alla famiglia se non ricomprata dal fratello Gio. Battista nel 1612[323].
Abbiamo vedute le ragioni per le quali lo Spinelli fu prescelto dal Vicerè. Come risulta da cenni sparsi, egli andò qual Commissario, Luogotenente generale e Capitano a guerra nelle Calabrie: il testo della Commissione e delle Istruzioni si dovrebbe trovare nei Registri Curiae, dove, tra gli altri, solevano notarsi tutti i documenti di questo genere: ma non c'è riuscito di rinvenirlo, e con ogni probabilità se ne fece l'annotamento ne' Reg.i Curiae Secretorum, come si soleva nelle Commissioni di alta importanza[324]. Non sappiamo con precisione quanta milizia lo Spinelli abbia avuta a condurre con sè. Ma il Campanella, nella sua Narrazione, ci lasciò scritto che vennero con lui due compagnie di spagnuoli, e veramente nelle relazioni dello Spinelli si trovano citati due capitani spagnuoli con le rispettive compagnie, D. Antonio Manrrique e D. Diego de Ayala. Pertanto un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio ci fa conoscere il nome di alcuni ufficiali napoletani che andarono con lo Spinelli, come persone di sua fiducia, e gli stipendii rispettivi e la sollecitudine con la quale vennero nominati e spediti. Questi furono, Mario Mirabella, Alfonso Dattolo e Vespasiano Jovene, capitani, inoltre Vincenzo Severino, che vedremo funzionare da segretario: lo stipendio dello Spinelli era di D.i 300, quello de' capitani di D.i 40, quello del Segretario di D.i 30 mensili, e il 23 agosto, un giorno innanzi che giungesse in Napoli la 2.a relazione da Lauro e Biblia, dalla Scrivania di razione era spedita la liberanza per un mensile anticipato a ciascuno di loro, e il 26 agosto se ne faceva il pagamento ovvero l'annotamento[325]. Poichè a questa data dovevano essere già partiti, leggendosi nella lettera Vicereale del 24 agosto intorno allo Spinelli, che «lo ha inviato, e datogli istruzione di ciò che ha da fare e il segreto che ha da guardare»; ed oltracciò vedremo che una lettera Vicereale dello stesso giorno 24 allo Spinelli fu da lui ricevuta in Calabria, dove egli sbarcò il 27. Aggiungiamo che con lui dovè pure partire un Mastrodatti: e veramente così costumavasi, facendosene la nomina nella Lettera di Commissione, ed in una copia di lettera dello Xarava al Vicerè trovata a Simancas lo si vede affermato, con l'occasione che questo Mastrodatti morì poi in Calabria e bisognò prenderne un altro[326].
Ma mentre il Vicerè si studiava tanto di tenere la faccenda segreta, accadeva in Catanzaro qualche cosa che la svelava: altri Catanzaresi, il giorno 25, presentavano una nuova denunzia, e la consegnavano all'Audienza. È questa la denunzia che, trovata accidentalmente a' giorni nostri dal De Luca, fu depositata dal Baldacchini nell'Archivio dell'Accademia Pontaniana, e dall'Accademia trasmessa all'Archivio di Stato: pubblicata dall'Accademia e dal Berti può leggersi riprodotta ne' Documenti annessi a questa narrazione. In sostanza cinque cittadini Catanzaresi, vale a dire due fratelli Striveri, un Mario Flaccavento, un Gio. Battista Sanseverino e Gio. Tommaso di Franza che abbiamo già veduto al convegno di Davoli, deponevano che fra Dionisio era venuto a bella posta in Catanzaro per comunicar loro i vaticinii del Campanella e la prossima ribellione «che principierà innanti la metà di settembre», la partecipazione di diversi Signori e del Papa che farebbe entrare le sue genti nel Regno, la partecipazione de' principali cittadini di diverse terre, di 200 frati e di 200 fuoriusciti i quali si andavano riunendo e doveano dar principio alla rivolta, la partecipazione dell'armata turchesca che dovea comparire «alli 6 di settembre prossimo», infine la richiesta fatta loro da fra Dionisio di «accettarlo con più di tre o quattrocento huomini armati li quali li farà entrare incogniti e di notte» per rimanere nella loro obbedienza, conchiudendo che essi, fedelissimi vassalli, lo aveano «rebuttato» e se non fosse stato monaco lo avrebbero menato carcerato, e però lo denunziavano agli ufficiali Regii e pregavano che ne avessero dato avviso al Vicerè. La denunzia reca la data del 25 agosto, ed apparisce consegnata dagli Striveri, in nome loro ed in nome anche dei socii, agli Auditori Annibale David e Vincenzo De Lega: la copia legale che se ne ha, munita di suggello, è firmata da Guarino Bernaudo Segretario interino della R.a Audienza[327]. — Evidentemente tra' congiurati si era per lo meno destato qualche sospetto che la congiura fosse stata scoverta: con ogni probabilità le confabulazioni tra Lauro, Biblia e lo Xarava, non poterono rimanere tanto nascoste da non trapelarne qualche notizia, onde que' cinque sciagurati pensarono di salvarsi con un atto di vigliaccheria, che del resto vedremo non aver avuto tanto valore almeno per qualche tempo, poichè giudicato tardivo ed incompleto. Naturalmente nella denunzia si parlò in modo principale di fra Dionisio, e il Campanella fu appena nominato pe' suoi vaticinii: ma ciò non deve far meraviglia, poichè in essa si palesavano i fatti avvenuti in Catanzaro, dove il solo fra Dionisio avea trattato, nè poi conveniva a' denunzianti lo estendersi nelle particolarità, specialmente ad un periodo tanto inoltrato, per la ragione che sarebbero incorsi nella taccia di aver molto trattato con fra Dionisio; così il Franza certamente nascose di essere stato a Davoli presso il Campanella e Maurizio, col Cordova e col Rania, la qual cosa pure egli medesimo rivelò in sèguito, come trovasi registrato negli Atti esistenti in Firenze. E per finirla su questo incidente aggiungiamo che il Campanella, nell'Informazione e meglio ancora nella Narrazione, scrisse che Gio. Tommaso di Franza pagò 200 tallaroni allo Xarava in Castel dell'Ovo perchè lo mettesse nel numero de' rivelanti: ma, come si vede, il Franza si era fatto rivelante già molto prima, e quindi parrebbe che se pagò realmente una somma, ciò abbia dovuto accadere piuttosto in principio, per far accettare la sua rivelazione; a meno che non l'abbia pagata quando, nel venire alla spedizione della causa, facendosi una cerna de' rivelanti per prenderli in benigna considerazione, fu quella denunzia fatta passare per buona, mentre dapprima era stata qualificata tardiva ed incompleta. Lasciando per altro siffatte interpetrazioni, sempre molto arrischiate, notiamo esservi anche motivo di dire, che con ogni probabilità il Campanella non conobbe l'esistenza di quest'altra denunzia e l'andamento vero delle prime fasi del processo; infatti egli disse ancora che lo Xarava, nella stessa occasione, diede egualmente cartelle, in cui erano scritte le rivelazioni da doversi fare, a Mario Flaccavento e a Tommaso Striveri che non erano stati esaminati in Calabria»; or bene quest'ultima circostanza, almeno per Tommaso Striveri, sappiamo certamente essere inesatta, risultando il contrario del pari dagli Atti esistenti in Firenze, mentre poi e l'uno e l'altro si trovano già rivelanti con la denunzia in quistione.
È del tutto naturale l'ammettere che la denunzia sia stata subito inviata al Vicerè, il quale ebbe poi a comunicarla allo Spinelli: ma essendo la cosa passata per la via dell'Audienza, il segreto fu svelato, e il motivo della venuta dello Spinelli fu presto capito. Ne dovè quindi trapelare qualche cosa, e parrebbe che specialmente D. Alonso il Governatore non si fosse creduto nel dovere di mantenere il segreto, onde poi lo Spinelli ebbe a dolersi di lui col Vicerè. Certamente, nello stesso giorno in cui la denunzia fu consegnata, il Vescovo di Catanzaro seppe ogni cosa; ed essendo amico di fra Dionisio, e tenero della Religione Domenicana che vedeva compromessa, avvertì fra Dionisio il quale trovavasi tuttavia in Catanzaro, eccitandolo a salvarsi. Costui prese allora nel suo convento la prima giumenta che gli capitò sotto mano e partì. Vedremo tra poco dove egli andò, pensando a tutt'altro che ad una fuga pura e semplice; per ora vogliamo accertare che questo accadde appunto il giorno 25, avendo da una parte, nel processo di eresia, una lettera del Vescovo al Visitatore in tale data, che copertamente accenna al fatto in quistione, e d'altra parte, nel Carteggio del Vicerè, una lagnanza dello Spinelli contro il Vescovo, che «fece fuggire fra Dionisio due giorni prima che egli arrivasse». E dobbiamo anche rettificare quanto ne disse nella sua Narrazione il Campanella, che si studiò di porre le cose sotto altra luce a questo modo: «Bibbia e Lauro consultati dallo Xarava avvisaro al F. Dionisio che si fuggisse perchè venia Spinello contro lui; e poi il medesimo Xarava fè intendere questo al Vescovo di Catanzaro amico di F. Dionisio che lo facesse fuggire, perchè saria stata la ruina del clero se F. Dionisio era preso; et il Vescovo che suspicò per le discordie, scomuniche et interdetti, che ci fosse qualche trattato, pregò F. Dionisio benchè ripugnante che fuggisse, e Bibbia e Lauro li donaro cavalcatura e commodità, perchè con la fuga di Dionisio si donasse colore alla congiura arrivando Spinelli, e li dissero che pur facesse fuggire il Campanella et avvisaro a Mauritio che fuggisse». Ma invece nel Carteggio del Vicerè troviamo che lo Spinelli si lagnò di D. Alonso de Roxas perchè avea proceduto «inconsideratamente»; e se si volesse ritenere che lo Spinelli non sia stato bene informato, avremmo pur sempre di certo che «la cavalcatura» non venne donata a Fra Dionisio da' rivelanti, ma venne da lui presa nel convento; infatti nel processo di eresia che poi si fece, tra le molte cose affermate intorno a fra Dionisio vi fu anche quella che avea «robbato una giumenta del convento» per fuggirsene; l'affermò fra Giuseppe d'Amico priore del convento di Soriano, e non apparisce alcun motivo plausibile per non prestargli fede. Circa poi all'avere i medesimi rivelanti detto a fra Dionisio che facesse fuggire il Campanella, e all'avere avvertito Maurizio che fuggisse, il Campanella medesimo nella sua Dichiarazione scritta, rilasciata allo Xarava, espose il fatto in un modo ben diverso.
Fra Dionisio, avvertito dal Vescovo, lasciò Catanzaro e si diresse al convento di Stilo, per far sapere al Campanella che la congiura era scoperta e che lo Spinelli veniva contro di loro[328]; ma non gli propose di fuggire, sibbene, come rilevasi dalla Dichiarazione del Campanella, lo sollecitò che volesse uscire in campagna, insieme col Petrolo, con lui e Maurizio, e gli «pose fretta e paura»; gli disse che il non volerlo fare «sarà la ruina sua», e gli «dimandò lettera a Claudio Crispo» verosimilmente al medesimo scopo. Il Campanella si rifiutò all'audace progetto, divisando piuttosto scrivere all'Auditore David in sua discolpa e presentarsi a tal fine in Catanzaro; ma non attuò nemmeno questo suo pensiero e si ricoverò a Stignano. Dionisio se ne partì scontento, senza dubbio in cerca di Maurizio, che forse non trovò così presto, poichè egli era in giro a raccogliere i fuorusciti per la prossima insurrezione: quindi andò sino a Belforte a prendere con sè Gio. Tommaso Caccìa, ed insieme con costui lo vedremo poi andare a Pizzoni presso fra Gio. Battista, evidentemente per avvertirlo del pari e concertare anche con lui ciò che rimaneva a farsi. A Stignano il Campanella non andò già presso suo padre, ma in casa di un D. Marco Petrolo sacerdote: se non che dovè ben presto trovare qualche altro ricovero e nascondersi, pur sempre in Stignano, dietro un orribile voltafaccia da parte di D. Marco e quasi al tempo stesso da parte di altri vigliacchi già suoi amici di Stilo. Gli avvenimenti oramai s'incalzano, s'accavallano, s'intralciano, ed è impossibile riferirli seguitamente: diciamo qui appena, che divulgatasi la scoperta della congiura e saputasi la venuta dello Spinelli, D. Marco denunziò il Campanella che era venuto ad alloggiare in casa sua, e il clerico Giulio Contestabile non solo lo denunziò, ma procurò una Commissione a Geronimo di Francesco suo cognato per la persecuzione e la cattura di lui e de' complici! Tutto ciò rilevasi dagli Atti esistenti in Firenze: ne vedremo i particolari più in là, e per ora notiamo che la denunzia di D. Marco vi si trova riferita con la data del 28, onde si desumerebbe che tanto l'andata di fra Dionisio a Stilo, quanto la ritirata del Campanella a Stignano, doverono effettuarsi appunto in tale data; ma forse D. Marco, per mostrarsi più sollecito, la segnò con un poco di anticipazione.
Lo Spinelli giungeva in Calabria prendendo terra il 27 agosto a S. Eufemia; quivi dovè abboccarsi con lo Xarava, e il 28 era già in Catanzaro. Da questa città teneva continuamente corrispondenza col Vicerè, dandogli conto di ogni sua mossa e ricevendone gli ordini; ma la prima delle sue lettere che ci sono rimaste, trasmessa in copia a Madrid e così trovata in Simancas, reca la data del 30. Da essa si rileva che avea già scritte altre lettere e ricevutane una da Napoli del 24, e può desumersi che avea dovuto giungere in Calabria il 27. Comincia egli per dolersi sempre più di D. Alonso il Governatore, il quale «non contento di aver posto mano a procedere in quel negozio tanto inconsideratamente» avea commessa un'altra sbadataggine ancora più grossa. Nel mattino del 29 lo Spinelli avea fatto carcerare qual seduttore e capo-popolo Orazio Rania (che abbiamo visto in compagnia del Franza e del Cordova al convegno di Davoli), e non essendogli sembrato opportuno il prenderlo in poter suo, per dissimulare quanto poteva l'esser venuto per la faccenda della congiura sino a che gli fosse riuscito di assicurarsi di altri individui d'importanza, avvertì ed ordinò a D. Alonso, presente l'Avvocato fiscale, che tenesse il Rania con cautela; ed invece egli (che non dovè capire il motivo gravissimo dell'arresto) non gli pose guardie, e lo lasciò scappare tostochè lo Spinelli e il Fiscale si allontanarono; nè si curò di riferire questa faccenda della fuga sino a poco prima di sera, mentre egli era fuggito sulle quattordici ore, e lo Spinelli si affrettò a darne conto al Vicerè. Ma subito, tra due ore, gli vennero a dire di aver trovato Orazio morto in una vigna, ed avendolo portato entro la città, si vide che era stato soffocato, non presentando alcuna ferita. S'iniziò allora un'informazione, e con questa occasione di ricercare chi avesse ucciso il Rania, si pose mano a prendere e carcerare i nominati e sospetti nella congiura; e di fatti se ne presero alcuni, e si scrisse e si provvide per quelli di fuora. Il giorno 30 lo Spinelli pensò anche assicurare da ogni sospetto che poteva tenersi i castelli di Gerace, S.ta Severina, Squillace, Nicastro, Monteleone, Oppido e Scilla, e provvide per alcuni di essi col mandare coloro che avea condotti seco come persone di sua fiducia, in qualità di sopraintendenti delle marine di detti luoghi. Si preoccupava inoltre de' Vescovi, venendogli nominati quelli di Mileto, di Nicastro, di Gerace, e quello di Catanzaro che avea fatto fuggire fra Dionisio due giorni prima che egli arrivasse; ed essendogli stato riferito che altri due frati con lettere sopra questa faccenda erano venuti al Vescovo di Catanzaro, e presupponendo che non avrebbero potuto fare a meno di riportar lettere, comandava che sei uomini stessero di guardia sulla loro via per prenderli. Infine diceva che la congiura stava molto innanzi, e il Campanella e il Ponzio la predicavano a tutti per indubitabile e di successo felice e molto conforme alla loro intenzione, di tal che i congiurati aveano gli animi assai sicuri e fiduciosi[329]. — Queste cose lo Spinelli scriveva al Vicerè. Con ogni probabilità i frati a' quali egli alludeva erano fra Cornelio di Nizza e qualche suo compagno di viaggio, forse fra Domenico di Polistina strettamente collegatosi a lui da qualche tempo: infatti il processo istituito poi dal Visitatore ci mostra che, giuntagli il 28 agosto la lettera del Vescovo della quale più sopra si è parlato, egli mandò il 29 fra Cornelio in Catanzaro presso il Vescovo; così lo Spinelli, invece di frati complici della congiura, ebbe a trovare frati che erano già pronti a secondarlo, e che sappiamo di sicuro essersi recati spontaneamente presso di lui, dopo di aver veduto il Vescovo, per concertarsi sul miglior modo di perseguitare i congiurati. Quanto alla condotta di D. Alonso de Roxas, è possibile che lo Xarava, il quale anche teneva corrispondenza assidua col Vicerè, mosso dagli abituali rancori lo avesse tacciato di connivenza; ma lo Spinelli non giunse a tanto, e solo può dirsi che, o per naturale benignità, o piuttosto per ispirito di contradizione allo Xarava, D. Alonso non avesse preso le cose sul serio, e si fosse mostrato negligente. Nè risulta che il Vicerè se ne fosse risentito: vedremo tra poco che solamente gli ordinò di allontanarsi da Catanzaro, e di venirsene a Napoli subito, mentre per verità non poteva che essere d'inciampo. Il Campanella affermò di poi in più circostanze, che Spinelli e Xarava avessero processato anche lui, e nella Narrazione disse, che non lo carcerarono «perchè era andato con una compagnia di soldati al rumor di clerici di Seminara, che ruppero li carceri gridando viva il Papa, et intendendo che volea Spinello con Xarava carcerarlo, fuggìo di là in Napoli». Sappiamo pertanto con certezza che l'affare di Seminara era accaduto verso la metà di luglio, e quindi tutt'al più D. Alonso poteva essersi là recato per prendere i colpevoli, come ne fu poi dato incarico più tardi allo Spinelli: ma non risulta vero che gli si fosse fatto un processo, e tanto meno che si fosse voluto carcerarlo, la qual cosa già non sarebbe venuto in mente ad alcuno, essendo D. Alonso parente della Viceregina (D.a Caterina de Roxas de Sandoval) come trovasi notato dal Residente di Venezia. Vedremo anzi che fra Cornelio si rivolse a lui per informarlo di quanto accadeva, e fu da lui sollecitato perchè carcerasse almeno il Pizzoni e il Lauriana. Inoltre aggiungiamo che non cessò veramente dall'ufficio di Governatore di Calabria ultra, e documenti rinvenuti negli Archivii di Napoli e di Venezia ci mostrano che dopo la scoperta della congiura fece atto di autorità verso il Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo o Bernardo, intimandogli di lasciare il posto a Camillo Passalacqua, da cui con regolare contratto, a que' tempi ammesso, il Bernaudo teneva il posto qual sostituto; che nell'aprile 1600 ebbe a trattare un negozio relativo alla nave veneta Lione e Ponte naufragata in Calabria, che lasciò l'ufficio appunto verso questo tempo, essendo stata data solamente in maggio 1600 la commissione di sindacato del suo governo giusta le prescrizioni delle Prammatiche, ed essendo stato nominato dopo il detto tempo qual suo successore un altro parente della Viceregina, D. Pietro de Borgia, che avea tenuto lo stesso ufficio nelle provincie riunite di Capitanata e Molise[330]. Non vogliamo poi lasciare la narrazione degli avvenimenti che si verificarono al primo arrivo dello Spinelli in Calabria, senza notare essersi malamente affermato dal Parrino e dal Giannone che si trovò il cadavere di uno de' rei, fuggitivo dalle carceri, affogato nel mare, e che tale circostanza rese pubblico il fatto, onde i congiurati pensarono a salvarsi. Non vi fu affogamento nel mare ma qualche cosa di peggio, e quanto all'avere i congiurati pensato a salvarsi in sèguito di tale fatto, per verità anche lo Spinelli scrisse al Vicerè che molti individui sospetti si erano posti in sicuro dietro la fuga del Rania; ma evidentemente egli lo fece per aggravare la mano su D. Alonso e sbrigarsi di lui, mentre la sola carcerazione bastava a dar l'avviso, non potendo essa tenersi celata davvero in una piccola città. D'altronde si vide poi che la fuga medesima del Rania, e secondo gravi indizii anche la sua morte, fu opera di congiurati, e quindi si hanno anche troppe ragioni per ritenere che essi avevano molto prima pensato a' casi loro, ma pure non tanto efficacemente da non lasciarsi cogliere con bastante facilità.
Così non appena passato da S. Eufemia a Catanzaro, secondo la commissione avuta, Carlo Spinelli cominciava a carcerare gl'incolpati, ed insieme con lo Xarava e col Mastrodatti (poichè non occorreva altro per costituire il tribunale) metteva mano a fabbricare il processo, come allora si diceva. Di questo processo i lettori potranno formarsi un'idea col dare uno sguardo allo schema che ne abbiamo compilato, desumendone le notizie dalla indicazione de' folii, notata ne' brani che se ne citano negli Atti giudiziarii esistenti in Firenze[331]. La sua intestazione fu, «Contra fratrem Thomam Campanellam, fratrem Dionisium Pontium et alios inquisitos de crimine tentatae rebellionis», poichè così trovasi notata dal Mastrodatti, che estrasse la copia di una deposizione in esso contenuta e la trasmise a' Giudici dell'eresia[332]. La data poi, in cui cominciò, parrebbe essere stata quella del 31 agosto, poichè il Giannone, il quale ebbe sott'occhio una copia del processo, ci lasciò scritto che le deposizioni di Lauro e Biblia, le prime fra tutte, furono raccolte a quella data: solamente si può notare che, all'opposto di quanto egli affermò, le carcerazioni precederono l'audizione di Lauro e Biblia, essendo cominciate il giorno 29 e continuate attivamente il 30, colta l'occasione dell'assassinio del Rania. Con ogni probabilità apriva il processo la Commissione Vicereale data allo Spinelli, con la costituzione del tribunale, e la denunzia scritta di Lauro e Biblia; poi cominciavano le deposizioni con quelle fatte da costoro medesimi, e proseguivano con quelle di Francesco Striveri, Tommaso Striveri e Gio. Tommaso di Franza, tre soscrittori della 2.a denunzia, i quali, secondochè si rileva da una lettera posteriore dello Spinelli, furono dapprima uditi «non come principali nè come testimoni», e più tardi, dietro ordine del Vicerè, imprigionati come complici insieme con gli altri loro compagni.
Il Vicerè dovè presto persuadersi che la congiura non era affatto una cosa senza fondamento, e si diè con tutta fretta a prendere misure di precauzione in Napoli, e a trasmettere ordini di rigore in Calabria, rimanendosi tuttavia nell'amena costa di Posilipo, a godervi insieme con la Viceregina i conviti e banchetti che i Nobili offrivano loro successivamente in quelle ville, ed affettando una calma che facea contrasto co' suoi provvedimenti. In Napoli, da principio egli avea mostrato di preoccuparsi soltanto delle prossime imprese de' turchi nel Regno, ed essendo venute notizie che i turchi volessero depredare Lanciano negli Abruzzi, ovvero Salerno più dappresso a Napoli, ad occasione delle Fiere che vi si dovevano tenere nel settembre, si diè moto in questo senso chiedendone l'avviso del Consiglio Collaterale; di poi, essendosi in Consiglio espresso l'avviso che tali notizie non potessero esser vere, mostrò di preoccuparsi di certe altre notizie di peste già venute dall'Adriatico, e facendo una singolare confusione, artificiosamente senza dubbio, tra la città di Fiume in Dalmazia e una terra denominata Fiume nella Marca d'Ancona (terra che non esisteva), contemplando anzi propriamente la borgata di Fiumicino, esistente sulla spiaggia Romana dal lato del Tirreno, diede in quest'altro senso ordini che fecero maravigliare la città, e che erano evidentemente diretti a tutelare il Regno da una mossa qualunque per parte di Roma, sia dalla via della Campania, sia dalla via degli Abruzzi, circostanza degna di essere rilevata. Emanò un Bando, che colpiva di pena di morte non solo chi desse pratica a' legni di quella provenienza, ma ancora accogliesse le persone che venendo da quelle parti cercassero di entrare nel Regno (28 agosto); mandò Commissarii a' passi di Sangermano, di Fondi, di Tagliacozzo; sospese le Fiere di Lanciano, di Salerno e di Nocera; propose perfino di sospendere anche il procaccio di Roma e di nominare gentiluomini quali deputati e custodi delle porte di Napoli! Ma poco dopo, convintosi che non avrebbe tardato a divulgarsi lo stato vero delle cose, rassicuratosi pel buono andamento della repressione, penetratosi pure delle difficoltà che sarebbero sorte con Roma in un momento in cui dovea rinnovarsi l'investitura del Regno, revocò il Bando (6 7bre), e così pure ogni altro ordine fin allora dato per la peste dello Stato Ecclesiastico[333]. In Calabria poi spedì immediatamente ordine di far giustizia con celerità e severità su quelli che si erano avuti e si avrebbero nelle mani; e i documenti ci mostrano pure che intervenne con uno zelo assiduo ed abbastanza spinto ne' singoli casi, di tal che non sarebbe esatto l'attribuire soltanto allo Xarava e allo Spinelli le crudeltà commesse. Non appena gli capitò la 2.a denunzia de' cinque Catanzaresi, la ritenne poco seria ed ordinò che i denunzianti fossero imprigionati, ciò che lo Spinelli e lo Xarava non aveano ancora fatto. Inoltre, richiamando in Napoli D. Alonso de Roxas (4 7bre) «perchè Carlo Spinelli potesse far meglio e più liberamente quello di cui era stato incaricato», ordinò allo Spinelli che se i Vescovi fossero colpevoli e cercassero di fuggire, li detenesse col dovuto rispetto ed avvertisse lui per la posta; egli ne avrebbe dato conto al Papa, potendogli già allora dire che mettevano in ballo lui e il Card.l S. Giorgio, e riteneva per certo che S. S.tà o gli rimetterebbe i Vescovi (altra piccola vanteria), o darebbe loro un gastigo esemplare trovandosi colpevoli. Avea del resto ordinato allo Spinelli di raccogliere tutto ciò che si deponeva contro i Nobili, i Vescovi ed il Papa, ma di notarlo a parte, senza inserirlo nel processo. Questo ci sembra copertamente accennato in una lettera dello Spinelli, il quale rammenta e ripete al Vicerè l'ordine avuto in cifra, e naturalmente a noi è riuscito impossibile interpetrarlo[334]: ma se ne ha pure indizio in altre lettere, dove riferendosi qualche cosa concernente un Nobile od un Vescovo, come vedremo in sèguito, si avverte di «non averlo posto in iscritto»; e così risulterebbe verificato ciò che il Campanella affermò nella sua Narrazione, parlando del processo che lo Xarava «fece segretamente contra Prelati e Baroni, et amici del Campanella e nemici suoi» etc.
Lo Spinelli dal canto suo, assistito dallo Xarava, non avea molto bisogno di questi eccitamenti. Già fin da quando si trovò morto il Rania, egli vide che «restava con ciò confermata la macchina di questo trattato»; ma glie la confermavano sempre più le nuove rivelazioni che giorno per giorno si avevano a voce ed anche in iscritto, onde non solo si rassodava l'esistenza della congiura, ma anche si scopriva una cosa fin allora ignorata dal Governo, l'esistenza dell'eresia. Certamente dell'eresia gli cominciò a parlare fra Cornelio, poichè si trovano ripetute dallo Spinelli al Vicerè le parole stesse che vedremo da fra Cornelio scritte a Roma, avere cioè il Campanella diffuso eresie in Stilo, suoi casali e luoghi convicini; ma quasi al tempo medesimo ne ebbe notizia anche da altre vie. Cade qui opportunamente il parlare delle denunzie che da Stignano e da Stilo gli giunsero appunto in questi giorni. La corsa di fra Dionisio a Stilo, la quasi fuga del Campanella a Stignano, lo sbarco dello Spinelli in Calabria, doverono svelare lo stato delle cose anche in que' paesi, ed ecco, dopo le scellerate defezioni di Catanzaro, quelle ancora più scellerate di Stilo e suoi casali. Il Campanella avea potuto rimanere tutt'al più un sol giorno in casa di D. Marco Petrolo a Stignano, quando costui si spinse a scrivere al Vescovo di Squillace una lettera con la quale lo denunziava, perchè gli avea detto «che era per predicare et promulgare nova legge in tutti questi populi, et esso l'avisa acciò siano castigati li tristi et scelerati Heresiarci et malfattori»; con queste parole ne fece un sunto il Mastrodatti[335]. Ma non contento di ciò, da prete d'ingegno sottile, scritta la lettera in presenza di un Tiberio di Lamberti e consegnatala a costui perchè la recasse al suo destino, D. Marco lo mandò prima a parlare con Carlo Spinelli; certamente egli dovè pensare che in tal modo, conservando interi i dritti dell'altare, si sarebbe mostrato tenerissimo anche de' diritti del trono, e difatti presso lo Spinelli trovavasi lo Xarava, e la lettera non giunse al Vescovo, sibbene fu ricevuta dallo Xarava ed inserta nel processo. Di poi il medesimo Lamberti, che dalle scritture del Grande Archivio sappiamo essere stato un avvocato di Stignano[336], fu più tardi chiamato a dar conto della cosa, e dovè palesare che il Campanella era stato in alloggio a Stignano presso D. Marco, e D. Marco fu tratto in prigione egualmente. Ma in Stilo si fece anche peggio. Il clerico Giulio Contestabile, non appena ebbe visto che il Campanella si era «assentato» a Stignano, diede in iscritto capi di accusa contro di lui, denunziando le sue prediche contro la fede e il Re, e parecchie persone che gli aveano dato ricetto, ed oltre tutto questo procurò dal Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, che avea ricevuto Commissione dallo Spinelli contro gl'incolpati, una Commissione di seconda mano per Geronimo di Francesco suo cognato a fine di perseguitare il Campanella e complici. E la Commissione fu subito accordata, ma il Campanella era stato preso quando essa giunse, onde il Di Francesco dovè limitarsi a carcerarne i parenti; e vedremo che il Campanella ne ebbe l'animo esulcerato, ne mosse vive lagnanze e diè sfogo al suo risentimento in tutti i modi, non esclusi i modi censurabili. Lo Spinelli, avuta la denunzia e saputo che il Campanella stava in que' luoghi, mandò subito l'Auditore Di Lega per prenderlo, siccome persona di maggior confidenza e che poteva farlo con minore scandalo, colorando la sua gita colà con un'altra causa; ma l'Auditore se ne tornò, non avendo potuto conchiuder nulla, perchè il Campanella si era allontanato e nascosto. Allora, tanto per guardare que' luoghi, ne' quali potea scendere il Cicala e fare gran danno pe' molti congiurati che doveano trovarvisi, quanto per avere nelle mani il Campanella ed anche Maurizio, «venendogli affermato che non erano ancora partiti di là e stavano nascosti», lo Spinelli mandò ordine al capitano D. Antonio Manrrique, che con la sua compagnia andasse di guarnigione a Stilo e a Guardavalle patria di Maurizio; e fece partire un'altra compagnia del Battaglione per Stignano che credea patria del Campanella, provvedendo anche per altri luoghi dove si sospettava che quelli potessero tener pratiche ed occupando ogni passo per farli prendere tutti ad un tempo. Il 5 settembre l'Auditore Di Lega era già tornato e i detti provvedimenti erano stati già presi; di tal che la data della denunzia del Contestabile deve riportarsi agli ultimi giorni di agosto od a' primi di settembre, e nel detto tempo que' posti per lo meno si andavano guarnendo di milizie, ed ogni via di scampo si andava chiudendo pe' miseri perseguitati.
Intanto il numero de' carcerati cresceva, e poichè non c'era luogo in Catanzaro ove tenerli, non stimando conveniente tenerli nelle carceri ordinarie sibbene in luoghi segreti e separati gli uni dagli altri, lo Spinelli si determinò di stabilirsi nel castello di Squillace. Il 5 settembre vi si era già stabilito, e di là ne diede notizia al Vicerè, riferendogli la maggior parte delle cose dette sopra; così, all'infuori di pochi atti iniziali compiti in Catanzaro, il processo si svolse veramente nel castello di Squillace e molto più tardi in Gerace, col corredo di que' terribili tormenti, che per lungo tempo si ricordarono in quelle desolate provincie. Gli ordini del Vicerè aveano dovuto essere così insistenti, che già lo Spinelli, appena cinque o sei giorni dopo l'istituzione del processo sentiva il bisogno di giustificare che i carcerati «non erano stati tormentati fino allora, per essersi atteso ed attendersi alla cattura di quanti si sapevano dalle rivelazioni de' denunzianti, perchè col tardare si correva pericolo di non averli più nelle mani». Nel medesimo castello di Squillace egli fece trarre in arresto Geronimo del Tufo che là risedeva ed era stato nominato da' rivelanti, a' quali, secondo le notizie avute, fra Dionisio avea detto che era de' congiurati ed avea promesso di consegnare il castello, oltre all'essersi prodotti pure altri indizii di avere intimamente comunicato e trattato con Maurizio, trovandosi anche stretto parente del Vescovo di Mileto. Era stato pure preso con gli altri il Barone di Cropani per aver detto certe parole sospette (non sappiamo quali), avendo trattato e confabulato con fra Dionisio; il quale avea fatto sapere che portava al detto Barone una lettera di un capo principale de' congiurati, e colui che ciò deponeva l'avea veduta. Gli altri carcerati di basso grado erano piccoli borghesi di Catanzaro, per quanto si può desumere da' primi scritti in una nota che lo Spinelli trasmise più tardi, vale a dire un Pietrantonio di Bergamo, un Nardo Rampano, uno Scipione Nania, un Nardo Curcio, un Marcello Salerno etc.; ma si stimava soltanto degna di annunzio la recentissima cattura di due frati (quella del Pizzoni e del Lauriana, che tra non guari vedremo dove e come e da chi eseguita), e la fuga del Maestro Giurato di Cropani, che per alcune sue parole era stato già carcerato in Cropani dallo Xarava, ed anche prima dell'arrivo dello Spinelli era riuscito ad evadere. Nel riferire al Vicerè tutte queste cose, come anche l'andata e il ritorno dell'Auditore Di Lega a Stilo, e l'invio del Capitano Manrrique e della compagnia del Battaglione a que' luoghi, lo Spinelli continuava sempre a partecipare i risultamenti delle investigazioni. E scriveva essersi trovato che il Campanella e fra Dionisio con altri frati andavano seducendo i popoli, «dicendo che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo» e ciò non senza frutto, poichè già aveano molti seguaci, come di ogni cosa si andava prendendo informazione, «coll'avvertenza di registrare a parte ciò che S. E. aveva ordinato»; inoltre che que' due predicavano pubblicamente, in riunioni e conversazioni, alcune cose contro la fede, seminando e persuadendo eresie «in Stilo, suoi casali e luoghi convicini». Ma si fermava ancora sulle notizie concernenti i Nobili ed i Vescovi, e faceva sapere essersi deposto che il Vescovo di Nicastro e il Principe di Bisignano doveano venire incogniti in quelle parti, e notava che quel Vescovo teneva in Calabria tutta la sua casa e i suoi domestici, avendoli da un pezzo inviati da Roma ed essendo rimasto con un solo domestico; poteva quindi esser vero ciò che deponevasi, che avesse a venire di nascosto secondo il convenuto, onde sembravagli doverne avvertire S. E. perchè potesse comandare di far diligenza in Roma e sapere se si trovasse là, giacchè, non essendovi, riuscirebbe accertata la deposizione. Aggiungeva di avere ordinato nelle marine che si tenesse molta oculatezza ne' luoghi d'imbarco, che nessuno potesse partire e imbarcarsi fuorchè ne' luoghi a ciò destinati, che si riconoscessero dagli ufficiali coloro i quali partivano; inoltre di aver posto in mare una feluca con persona di fiducia ed esperienza, perchè non potesse passare barca senza essere visitata nè salvarsi alcuno de' colpevoli, mentre poi si disponeva ad emanare contro gli assenti le provvidenze necessarie, e a far pronta e severa giustizia contro i colpevoli, come S. E. ordinava e un così grave delitto richiedeva, «essendo tanti coloro che se n'erano macchiati». — In tutto ciò è notevole specialmente la prevenzione dello Spinelli contro i Nobili ed i Vescovi; eppure contro i Nobili, od almeno contro i Nobili di ordine più elevato, non si avevano che dicerie vaghe anche troppo, e solamente contro i Vescovi poteva invocarsi il loro contegno sufficientemente ostile, ma tuttavia di una data non fresca ed anteriore di molto alla venuta del Campanella in Calabria. Gli faceva molta impressione il contegno del Vescovo di Catanzaro che avea consigliato fra Dionisio a fuggire, comunque potesse pensarsi che l'avesse fatto per riguardo alla condizione ecclesiastica di lui; così pure il contegno del Vescovo di Mileto che si era permesso di dire alcune parole rimasteci ignote, ma probabilmente allusive a soddisfazione pe' non lievi imbarazzi in cui il Governo si trovava, e certamente era questo il meno che dovesse aspettarsi da lui tanto uggioso verso il potere civile; infine anche il contegno del Vescovo di Nicastro, che si teneva tuttora lontano dalla sua residenza, dopo di avervi già da un pezzo mandati i suoi familiari, quasi fosse consapevole di prossimi tumulti[337]. E il Vicerè finiva per accogliere del pari molto facilmente le prevenzioni contro i Vescovi, e prendeva le sue misure, oltre al suggerire lui medesimo misure di rigore contro gl'incolpati assenti.