Anche prima di avere maggiori indizii contro i Vescovi, l'8 settembre il Vicerè scriveva al suo Agente in Roma D. Alonso Manrrique, che trattava gli affari del Regno stando a lato dell'Ambasciatore, perchè facesse sapere al Papa che il Campanella, fra Dionisio e fra Pietro Ponzio (questo povero fra Pietro era stato nominato da' primi rivelanti e continuava ad essere nominato senza la menoma colpa), si occupavano di far sollevare la Calabria facendo intendere al popolo «che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo», come lo Spinelli aveva scritto; che alle persone di maggior levatura dicevano partecipare alla congiura alcuni Signori principali del Regno, ed aversi il favore di S. S.tà offerto per mezzo dell'Ill.mo Card.l S. Giorgio, ed incorniciando pure questa menzogna dicevano essere tra' congiurati il Papa, il Turco, il Card.l S. Giorgio, ed il Papa averli subito ad aiutare ed altre mille stravaganze; che inoltre i frati andavano seminando alcune eresie nelle conversazioni e sermoni che facevano, e che alcuni Vescovi, secondo le dichiarazioni prese, risultavano colpevoli, e se la colpa fosse tale da obbligare a metterli in prigione, lo si farebbe col rispetto dovuto, dandone subito conto a S. S.tà etc. Non sappiamo precisamente qual viso la Curia Pontificia avesse fatto ad una simile comunicazione, ma probabilmente prese tempo a deliberare, confidando che le dicerie si sarebbero poi trovate false[338]. Intanto il Vicerè si preoccupava del non essere stati catturati i tre frati e Maurizio de Rinaldis, ed inviava ordine allo Spinelli che facesse Bando, col quale a chi consegnasse Maurizio vivo si darebbe il perdono per lui e per un altro purchè non fosse uno de' tre frati, e a chi lo consegnasse morto si darebbe indulto per la sola persona sua; ed egualmente si darebbe indulto a chiunque consegnasse fra Tommaso Campanella, fra Pietro Ponzio e fra Dionisio di Nicastro; egli riteneva questo un buon mezzo per prenderli, «segun la poca amistad que se guardan acà en general unos à otros» (osservazione che oggi ancora e sempre dovrebb'essere profondamente meditata da ogni napoletano). Inoltre preveniva tutta la costa, da Napoli alla Calabria, trasmettendo i connotati de' frati e del gentiluomo, perchè si visitassero tutte le feluche in arrivo ne' porti; ed in Napoli teneva posta guardia nel mare, perchè non vi si passasse senza toccare la città (onde si vede il suo pensiero, che quando i congiurati fossero riusciti a mettersi in mare si sarebbero diretti a Roma, la quale dovea essere per lui il centro del movimento, malgrado lo dissimulasse con ogni cura). Queste cose egli comunicava a Madrid, significando che quantunque tale congiura presentasse tanto poco fondamento, «era stata misericordia di Dio l'averla scoverta a tempo ed averla potuto prevenire, siccome lo avea fatto». Vedremo che mentre i suoi ordini così efficaci giungevano in Calabria, il Campanella era stato già preso, e quanto a Maurizio, lo Spinelli, mostrandosi poco propenso ad indultar complici, dopo di aver preparati molti mezzi e molti concerti, finiva per emanare un Bando assai più terribile.
E qui, prima d'inoltrarci nel racconto di queste catture, importa conoscere chi si prestò a dar la caccia agl'incolpati, e chi venne in aiuto del Governo nella feroce repressione della congiura non che nella difesa delle coste dal Turco. Solevasi allora «dare una Commissione» ad individui, che per guadagno si prestavano ovvero anche spontaneamente si offrivano a perseguitare i ricercati dalla giustizia, munendoli di lettere patenti, con licenza di scorrere la campagna a capo di una comitiva armata e con ordine a tutti di favorirne le mosse: erano questi i così detti «Commissionati» o «Commissarii di campagna», i quali talvolta, abusando della loro autorità, finivano per essere ricercati dalla giustizia essi medesimi. Solevasi inoltre adoperare i fuorusciti, che assumevano gli stessi incarichi e si dicevano «Guidati», venendo muniti di un guidatico o salvacondotto, dietro una promessa ed ordinariamente dietro una convenzione scritta od «albarano», in cui era ben determinato il servizio che doveano prestare, per poi ottenere l'indulto o assoluzione dei loro delitti. Nella repressione della congiura vi furono gli uni e gli altri. De' Guidati conosciamo appena qualcuno, come Giulio Soldaniero unitamente con Valerio Bruno, de' quali avremo a parlare lungamente in sèguito; ma l'Audienza ne trovò parecchi dopo il ritorno dello Spinelli dalla Calabria, fra gli altri un Carlo Logoteta, come a suo tempo vedremo. De' Commissionati conosciamo più d'uno e d'ogni risma, da' semplici così detti gentiluomini, quali un Gio. Battista Carlino e uno Scipione Silvestro, fino a' Nobili più o meno distinti, quali un Gio. Geronimo Morano fratello del Barone di Gagliato, ed anche D. Carlo Ruffo Barone di Bagnara, che era parente dello Spinelli ed ebbe poi per questi suoi servigi il titolo di Duca, divenendo il capo-stipite de' Duchi di Bagnara; quest'ultimo facevasi chiamare piuttosto «locotenente di Carlo Spinelli», ma siffatta parola più pomposa non esprimeva altro che una commissione avuta, e in qualche documento egli è detto nè più nè meno che «Commissionato»[339]. Vi furono d'altra parte diversi Nobili già titolati e di prim'ordine, che si distinsero specialmente per l'operosità spiegata contro l'attesa incursione dell'armata turca, e taluno di loro anche contro le persone de' fuggitivi, come il Principe della Roccella, il Principe di Scilla, il Principe di Scalèa, che erano pure tutti parenti dello Spinelli. Non sarà inutile qualche cenno intorno a costoro. — Il Principe di Scalèa era Francesco Spinelli, nipote di Carlo che avea sposato D.a Maria Spinelli, figliuolo di Gio. Battista e di Caterina Pignatelli. Capitano di una compagnia di gente d'arme, che trovavasi di guarnigione appunto in Calabria, era perciò stipendiato dalla R.a Corte come allora si diceva[340]: lo vedremo assistere di persona nelle mosse che si fecero lungo la costa a fronte dell'armata turca, con cavalli e fanti dello Stato suo, oltre quelli della sua compagnia, avendo del resto sempre agito in tal modo, al pari di tutti gli altri Nobili che possedevano Stati in quelle provincie, tanto che si conosce averne poi miseramente incontrata la morte nell'anno successivo. Il Principe di Scilla (spagnolescamente Sciglio) era Vincenzo Ruffo, parente di Carlo Spinelli poichè figlio di Marcello e Giovanna Benavides de Alarcon, il quale Marcello era secondogenito di Paolo Ruffo 6.º Conte di Sinopoli e Caterina Spinelli figlia di Carlo 1.º Conte di Seminara: egli era divenuto Principe nel 1591, sposando la sua cugina Maria Ruffo Contessa di Nicotera e Principessa di Scilla, figlia di Fabrizio, che fu il 1.º Principe di Scilla[341]. Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo momento trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto: egli teneva sempre 600 de' suoi vassalli pronti ad opporsi al Turco ove il bisogno lo richiedesse; vedremo che naturalmente in questa occasione non mancò di presentarsi con la maggiore premura e n'ebbe i più caldi elogi. — Il Principe della Roccella era Fabrizio Carafa, nipote di Carlo Spinelli, perchè figlio di Girolamo Marchese di Castelvetere e di Livia Spinelli: s'intitolava 4.º Conte della Grotteria, 3.º Marchese di Castelvetere e 1.º Principe della Roccella, avendo avuto quest'ultimo titolo nel 1594, nel quale anno co' suoi vassalli si difese strenuamente contro il Cicala nel forte di Castelvetere. Questa volta il suo zelo non si spiegò contro il Turco, ma contro il Campanella, verso il quale avea pure già mostrato benevolenza, ammirandone qualche lavoro e fra gli altri la tragedia intitolata Maria Regina di Scozia: vedremo infatti, che accompagnò veramente lo Spinelli nelle mosse contro il Turco ma senza gente armata, e si distinse invece promovendo la cattura del Campanella, denunziando i rapporti di lui col Pisano e poi venendosene a Napoli con lo Spinelli, su quelle medesime galere che portavano il filosofo e tutti gli altri imputati in catene. L'Aldimari, che scrisse non meno di tre volumi in folio sulla famiglia Carafa, ce ne diè l'effigie, che lo rivela gaudente ed utilitario, e ci lasciò scritto come fosse tutto occupato nell'ingrandimento della sua casa; difatti la pose di poi in isfoggio e splendore anche in Napoli, dove fabbricò quel palazzo che tuttora si vede nella strada Trinità maggiore allora detta strada di Nido, sulle antiche case di D. Andrea Matteo d'Acquaviva Principe di Caserta, ed in sèguito il figliuolo Carlo, Vescovo di Aversa e Nunzio in Germania, vi fabbricò pure il palazzo tanto celebrato sulla riva del mare[342]. — Veniamo al Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, figlio di Jacovo e di D.a Ippolita Spinelli, della linea di Esaù e Nicola Antonio Ruffo, successo a suo padre fin dal 3 marzo 1582. Era anch'egli parente di Carlo Spinelli per via della madre; apparteneva ad una famiglia di nobiltà notevole, ma non godeva una posizione finanziaria molto brillante. Teneva l'ufficio di Vice-Duca nello Stato del Duca di Monteleone Ettore Pignatelli, e si faceva raccomandare dalla Corte di Roma per mezzo del Nunzio, come era frequente e tristo vezzo di quella Corte, perchè il Vicerè gli favorisse qualche impiego; d'altra parte il Vicerè ebbe una volta ad ordinare un'Informazione contro di lui specialmente per contrabbandi ed anche per aggravii e delitti; questo ci risulta da documenti che abbiamo rinvenuti nel Carteggio del Nunzio e nell'Archivio di Stato[343]. Naturalmente non mancò di cogliere l'occasione che gli si offriva, per inaugurare il sistema d'ingrandirsi sulle sciagure del proprio paese; e vedremo che Carlo Spinelli cercò di favorirlo per ogni verso, anche con la menzogna, ed egli segnatamente verso i frati si mostrò un aguzzino de' più petulanti. — Ci rimane a dire di Gio. Geronimo Morano, che già abbiamo avuta occasione di nominare a proposito delle fazioni di Catanzaro. Era costui di nobile famiglia residente in Catanzaro ma proveniente da Stilo, donde emigrò il suo avo dello stesso nome Gio. Geronimo, come abbiamo rilevato da ricerche fatte nel Grande Archivio[344]; ed appunto nel territorio di Stilo la sua famiglia possedeva un gran feudo detto Burgli russi o Burgorusso sulla marina tra Stilo e Guardavalle, ereditato per via di donne da Francesca Connestavolo ossia Contestabile di Stilo, oltre la Baronia di Gagliato già del Principe di Squillace, acquistata da Carlo Alfonso Morano e da costui ceduta al fratello Gio. Geronimo seniore nel 1543[345]. Gio. Geronimo iuniore, di cui qui trattiamo, era secondogenito di Gio. Antonio, e quindi fratello di Gio. Battista Barone di Gagliato, il quale era morto nel 1594, lasciando una figliuola a nome Camilla e la vedova Anna Sances nata di Loise Sances fratello del Marchese di Grottola[346]; nè si creda questo un vano lusso di erudizione, mentre invece il Campanella medesimo ha rese indispensabili tali noiose ricerche, coll'aver messo innanzi, nella sua Narrazione, la parentela del Morano co' Sances, la figlia unica del Barone di Gagliato, il progetto di matrimonio di essa con un figlio del Morano ed anche il desiderio di un certo feudo, per ispiegare la persecuzione ed anzi la morte data a Maurizio de Rinaldis. Adunque la famiglia Morano era molto ricca, e lo stesso Gio. Geronimo trovavasi in buone condizioni, poichè oltre la così detta vita-milizia, cioè l'assegno di secondogenito, egli possedeva beni fideicommissati rimastigli dall'avo, ma si era già fatto notare per una colpevole avidità in beneficio della famiglia; se n'ha la prova in un documento rinvenuto nel Grande Archivio, dal quale si rileva che il Vicerè si era visto nell'obbligo di domandar conto alla R.a Audienza di Catanzaro del prezzo esorbitante pagato per una casa del Barone di Gagliato, che Gio. Geronimo, essendo Sindaco della città, aveva acquistato in nome di essa per provvedere di residenza il tribunale[347]. Conoscitore de' luoghi e delle persone di Stilo e suoi casali, vedremo che egli si pose a perseguitare i principali incolpati, e cavalcando giorno e notte ebbe il tristo merito di raggiungerli con molta soddisfazione dello Spinelli e del Vicerè.
Ma un aiuto ancor più rilevante trovò il Governo nel Visitatore fra Marco di Marcianise e nel compagno di lui fra Cornelio di Nizza, i quali istituirono contemporaneamente con lo Spinelli e Xarava una gravissima Inquisizione, com'era nel loro dritto ed anche nel loro dovere, se non che la istituirono con una compiacenza estrema verso gli ufficiali Regii e co' più iniqui maneggi suggeriti dagli odii frateschi, ciechi ed interessati, segnatamente contro fra Dionisio e di rimbalzo contro il Campanella. Abbracciando le cose di eresia ed anche le cose della congiura, essi formarono un processo terribile, e spinsero la compiacenza al punto da tollerarvi l'ingerenza illecita degli ufficiali Regii e da comunicar loro ogni cosa; basta dire che rilasciarono perfino una copia legale de' primi e più gravi atti di un processo d'Inquisizione, i quali per tal modo giunsero al Vicerè in Napoli, e da costui furono mandati al Re in Ispagna, dove ancora oggi possono leggersi tra le carte conservate in Simancas. Naturalmente riuscirono così favorite fuor di misura le investigazioni governative, agevolate le catture de' frati ritenuti colpevoli, ribadite le atroci accuse: laonde bene a ragione lo Spinelli ebbe a lodarsene grandemente, per quanto ebbe a lamentarsene il Campanella, che da questo lato può dirsi davvero non essersi lamentato abbastanza. Difatti, scagliandosi contro fra Cornelio, nell'Informazione egli disse che il Visitatore era «huomo buono ma ingannato... che stava tanquam idolum et pastor»; ma se è certo che lasciò fare anche troppo a fra Cornelio, è certo egualmente che non perciò si astenne dalle violenze, dalle improntitudini e dagl'inganni, servendo «per niente con zelo» come disse il medesimo Campanella nella Narrazione, ma «non sine scientia». — C'incombe qui il debito di parlare del processo formato da costoro, mettendo da parte per ora quello formato dallo Spinelli e Xarava; poichè entrambi i processi furono iniziati appena con un giorno d'intervallo, e menati innanzi parallelamente, ond'è che bisogna dar conto di entrambi al tempo medesimo.
II. Nel dover parlare del processo ecclesiastico di Calabria, conviene cominciare dagli antecedenti di esso che si tennero segreti, per poi passare ad esporne gli Atti quali furono distesi, commentandoli con ciò che venne a sapersene in sèguito. Negli antecedenti, come è facile capire, figurano i due Polistina legati a fra Cornelio, concordi nell'odio contro fra Dionisio e gli amici suoi: de' due Polistina figura veramente molto più fra Domenico, ma solo perchè egli era il Procuratore di fra Gio. Battista, e fra Gio. Battista, avendo avuto quel lungo processo per l'assassinio del Provinciale P.e Pietro Ponzio, non poteva agire che copertamente; del resto troveremo anche lui abbastanza in mostra qualche volta. I procedimenti di costoro si rilevano non solo da quanto dissero poi in Napoli gl'infelici carcerati sottratti a' terrori di Calabria, ma anche da' Sommarii autentici di tutto il processo di eresia, compilati più tardi in Roma ed egualmente in Napoli, dove si trovano registrati i sunti delle lettere che fin dalla metà di agosto fra Cornelio scriveva al Generale dell'Ordine e poi al Card.l di S.ta Severina sommo Inquisitore in Roma, come pure i sunti delle dichiarazioni da lui fatte in sèguito al Vescovo di Termoli in Napoli, e delle deposizioni fatte in Roma quando il S.to Officio volle interrogarlo sul modo in cui era stato condotto il processo; ed ecco i particolari di questo importante momento. — Ricordiamo che fra Domenico di Polistina verso l'8 o il 9 agosto avea avuto un incontro col Campanella in Davoli, e di là, minacciato da' fuorusciti che si trovavano nel convento, s'era portato subito a Soriano presso il Soldaniero, il quale, secondo lui, impietosito per la paura a cui lo vedeva in preda, gli raccontò i maneggi di fra Dionisio, le eresie che costui professava e la ribellione che promoveva sotto gli auspicii del Campanella. Il Polistina si recò allora immediatamente presso fra Cornelio, che si trovava col Visitatore in Catanzaro, e gli raccontò ogni cosa. Senza perdita di tempo, il 14 agosto, fra Cornelio scrisse al Generale, vale a dire al P.e Ippolito Beccaria, di aver saputo «da un certo nobile» le eresie del Campanella, il quale si era fatto capo de' banditi in Stilo e diceva le cose de' Cristiani esser baie, che nel mese allora scorso, stando in compagnia di certi banditi, aveva indotto uno di loro a compiere un lurido fatto in dispregio dell'ostia consacrata, che diceva poter risuscitare morti, pigliar città, far comparire diavoli, che volea predicare nuova legge e già distribuiva le città e le signorie a que' suoi banditi, che due mesi prima avea mandato due di loro presso il Gran Turco per chiedere aiuto, e che parecchi erano complici in quel trattato, in ispecie fra Dionisio. Con altre lettere consecutive scrisse di aver udito che il Campanella predicava la libertà mescolando le cose della fede, e diceva che la vera fede non era stata ancora intesa, e sarebbe stata in breve predicata da lui, che infine tutta la città di Stilo era imbevuta de' suoi dogmi. Ma quando alcuni mesi dopo venne in Roma interrogato su ciò che avea scritto, confessò che fra Domenico da Polistina fu il primo a dargli notizia delle eresie del Campanella, narrando le escursioni fatte da quel frate a Davoli, poi a Soriano, e da ultimo a Catanzaro «tra il 10 e il 14 agosto»; confessò inoltre che alla data in cui scrisse la sua prima lettera, non avea veramente visto ancora quel nobile, il quale era Giulio Soldaniero, ma era stato assicurato da fra Domenico che di certo gli avrebbe parlato e gli avrebbe detto maggiori cose. E nel doversi recare a Roma, parlando in Napoli col Vescovo di Termoli, gli avea pure manifestato che il primo a rivelargli la faccenda della ribellione era stato un giovane a 20 anni, per nome Fabio di Lauro[348]: onde apparisce che egli dovè mettersi in relazione co' denunzianti della congiura, senza dubbio per mezzo del medesimo Polistina e dietro un colloquio con lo Xarava. Aggiungasi che scrisse pure al Card.l di S.ta Severina diverse lettere, per una delle quali è conosciuta la data del 2 settembre, ed in esse affermò che il Campanella sprezzava il crocifisso ed aborriva i sacramenti, che prometteva nuova legge e nuovo Stato, che Stilo, Stignano, Monasterace, Pizzoni, Arena etc. etc. erano «infette delle opinioni di questo scellerato» e che nella sua venuta a Roma egli avrebbe potuto dare a voce altre informazioni; ma poi in Roma non seppe dir nulla oltre ciò che il processo recava, e in somma confessò di aver tratto i capi di accusa che servirono di base al processo da quanto gli dissero in parte il Polistina, in parte il Soldaniero e poi il Vescovo di Catanzaro, e perfino i rivelanti e gli ufficiali Regii; laonde non fece rimanere soddisfatto il S.to Officio, che anzi lo lasciò persuaso di avere affermato solo per sua immaginazione che tanti paesi fossero infetti di eresia, come lasciò persuasi i Giudici di Napoli di avere presupposto molte cose per «animosità». Adunque è ufficialmente assicurato che nell'istituire il processo campeggiò l'odio, e che le notizie de' fatti criminosi provennero da' Polistina, dal Soldaniero, dal Lauro, dallo Xarava, dal Vescovo di Catanzaro; massime dal Soldaniero, che è detto «un certo nobile» rimanendone nascosta la vera condizione.
Ma ciò non è tutto. Per istituire il processo occorreva a questi frati almeno un rivelante, e l'unico rivelante possibile appariva il Soldaniero, mentre il Polistina e gli altri frati della loro fazione erano troppo notoriamente nemici di fra Dionisio, e quindi, secondo la giurisprudenza del S.to Officio, non potevano testificare contro di lui, o meglio, testificando, le loro affermazioni non avrebbero avuta alcuna efficacia[349]. Importava dunque poter disporre del Soldaniero; ma costui, sebbene rivelante de' frati congiurati a fra Domenico da Polistina, e poi anche a fra Gio. Battista da Polistina come egli medesimo affermò in sèguito, non voleva aderire a rappresentare questa parte pubblicamente, sicchè fu necessario di obbligarvelo. Come venne poi affermato nel processo da varii carcerati, a tempo delle loro difese, e come ripetè pure il Campanella nella sua Narrazione, fra Cornelio e fra Domenico da Polistina con molti soldati e birri circondarono il convento di Soriano e posero al Soldaniero l'alternativa, o di rivelare contro fra Dionisio e il Campanella, o di lasciarsi consegnare alla Corte dalla quale non poteva mancare di essere appiccato pe' suoi delitti: che anzi egli medesimo avrebbe confidato a qualcuno tali cose per iscusarsi, allorchè venne nelle carceri di Napoli ad istanza de' Giudici dell'eresia, aggiungendo che fra Cornelio fu in quella manovra assistito da Gio. Francesco Alemanno fiscale della Corte di Monteleone con 40 persone armate (onde comincia fin d'ora ad apparire l'azione di D. Carlo Ruffo), e i due frati da Polistina col Priore del convento lo persuasero a farsi rivelante, e fra Cornelio gli ottenne una promessa d'indulto da Carlo Spinelli coll'obbligo di perseguitare e consegnare i complici; avrebbe pure detto altre volte che l'indulto gli era costato tre mila ducati e la perdita dell'anima, e che i suddetti frati l'avevano ridotto in mano del diavolo. Forse egli, che veramente per quanto ne sappiamo ci risulta assai sollecitato ma non del tutto deciso a prender parte alla congiura, penò ben poco a resistere alle insistenze di fra Cornelio; forse pure, deciso da Maurizio negli ultimi tempi a partecipare alla congiura, e poi vedutala scoperta, richiese egli medesimo l'indulto, sborsando per esso danari e più ancora sciupandone nella persecuzione de' fuorusciti, ma non tanto quanto esageratamente affermò, siccome suole accadere allorchè si parla di danaro perduto; sicuramente poi egli rivelò più di quel che sapeva e si prestò a dire tutto ciò che fra Cornelio avea raccolto dalle tante diverse vie e perfino dagli ufficiali Regii, onde in sèguito si mostrò di poco buona memoria su quanto avea rivelato, e si potè realmente sentire oppresso da' rimorsi. Ma vera o finta che sia stata quella manovra di fra Cornelio, certo è che costui richiese ed ottenne un guidatico, che equivaleva ad una promessa d'indulto non solo per Giulio Soldaniero ma anche pel servitore e compagno di lui Valerio Bruno: questo si rileva dalla copia legalizzata dell'indulto, che fu poi presentata da fra Dionisio nelle sue difese, e che giova conoscere anche per intendere appieno la procedura in corso relativamente agl'indulti, la qual cosa riuscirà a chiarire qualche altro punto oscuro nel sèguito di questa narrazione. Con una maniera di scrivere che non fa onore al Severino Segretario di Carlo Spinelli, vi si dice: a «dì 3 de 9bre 1599 nel pizzo, per quanto li mesi passati frà cornelio del monte secretario del padre visitatore... scrisse a noi alcune lettere dicendone che dovessimo guidare à Giulio Soldaniero et valerio Bruno che haverebbeno fatto alcuni servitij nella materia della sedutione de popoli ch'haveano incominciato à fare fra Thomase Campanella de stilo fra Dionisio ponso de necastro et mauritio de Rinaldis de guarda valle avisandoci de più detto fra cornelio che il detto Giulio et valerio come pratthichi del paese haveriano fatto assai onde ngi parse guidarli per alcuni giorni nelli quali ngi portorno carcerati... etc. et havendono continuato al servitio non sparagnando cosa che da noi li è stata commessa, per li quali servitii ngi habbiamo fatta provisione de indultu sincome con la presente li induldamo et per induldati li dichiaramo et agratiamo de tutti li lloro delitti per la potestà che tenemo..» etc.[350]. Furono dunque costoro, per opera di fra Cornelio, dapprima guidati e più tardi indultati da Carlo Spinelli. Fra Marco e fra Cornelio, nella qualità d'Inquisitori non avrebbero potuto farlo: avrebbero potuto soltanto nominare Commissionati dopo di avere richiesto ed ottenuto l'aiuto del braccio secolare; e difatti il Visitatore ne nominò alcuni; come un Carlo di Paola amico di Gio. Tommaso Caccìa, e un Ottavio Gagliardo Castellano di Monteleone, che vedremo or ora nell'esercizio del loro mestiere. Pertanto, non appena ingaggiato un testimone opportuno, fra Cornelio pose rapidamente mano al processo, e di questo andiamo oramai a dar conto, esponendone gli atti così come furono compilati, ma accompagnandoli co' debiti commenti.
Il processo che diremo ecclesiastico, perchè fatto da ecclesiastici, e concernente non la sola eresia ma anche la congiura, cominciò con la data del 1.º settembre 1599[351]. Gli si diede il titolo «Inquisitionis acta contra Patres Fratres Thomam Campanellam, Dionisium de Neocastro, Jo. Baptistam de Pizzone et alios Inquisitos, Squillacensis» (intend. Squillacensis dioecesis), con la sottoscrizione «Marcianese Visitatore, Nizza». Percorrendo questo processo, il Visitatore fra Marco di Marcianise vi si trova sempre come protagonista, ma si rileva dalle prime carte fino alle ultime, ed anche da ciò che seguì, ogni cosa essere stata manipolata da fra Cornelio di Nizza, nella qualità espressa in più modi, di Socio della Visita, Segretario, Scriba e cancellario, Notario, talvolta anche coll'aureola di «dottore dell'una e dell'altra legge». Nell'esordio, in nome di Dio e della Beata Vergine, il Visitatore dice che per voce pubblica, non di malevoli ma d'individui degni di fede più illustri e religiosi, i suddetti frati hanno macchinato contro la Maestà Divina ed umana; enumera 36 capi di eresia e di ribellione che, il Campanella come settario, e gli altri come capi principali, fautori e complici, affermavano, comunicavano tra loro ed erano anche preparati a far credere agli altri; enuncia la deliberazione di procedere tanto per proprio ufficio, quanto per richiesta di D. Alonso il Governatore, di Carlo Spinelli Cavaliere e Consigliere di Stato, di tutti gli Ufficiali del Re e del molto Illustre e Rev.do Vescovo di Catanzaro. Come si vede, fu adottata la maniera di procedere per pubblica voce e fama, mentre c'era un accusatore (il Polistina) o almeno un denunziante (il Soldaniero), e sarebbe stato più conforme a verità l'adottare altra maniera di procedere, ricevendo da uno di costoro una scritta o una deposizione in presenza di testimoni e servendosi di essa come base secondo la giurisprudenza[352]. Continua il Visitatore dicendo che, per prendere e tenere in carcere i colpevoli, ha mandato nel medesimo giorno fra Cornelio a Catanzaro a fine di implorare l'aiuto del braccio Regio, ottenuto il quale assai volentieri dal Governatore e dallo Spinelli, ha rilasciato le lettere di cattura procedendo senza ritardo in una causa così grave, fino a che non sia provveduto meglio dal Papa e dal S.to Officio; delle lettere di cattura riporta poi anche la formola. In sèguito sono allegate solamente due lettere originali, una del Vescovo di Catanzaro e l'altra di D. Alonso di Roxas[353]. Nella prima, del 25 agosto, il Vescovo dice che si è trattato un negozio di molta importanza, il quale laddove seguisse, recherebbe «gran danno e disriputatione» alla Religione Domenicana, che egli «ha remediato quanto ha potuto», ma vorrebbe che il Visitatore o qualche suo fidato venisse a Catanzaro per potergli liberamente parlare; e il Visitatore aggiunge che, arrivata questa lettera il 28, egli nel giorno seguente mandò fra Cornelio rivestito di tutta la sua autorità; ma, come ben si vede, in questa lettera, nella quale pare che copertamente si accenni all'aver fatto fuggire fra Dionisio, non è punto espressa la richiesta di procedere contro i frati, che anzi trasparisce un pensiero del tutto diverso. Nella seconda lettera, di difficilissima lezione, che è di D. Alonso il Governatore, si ha una risposta a fra Cornelio del 2 settembre, in cui D. Alonso chiaramente dice di aver «ricevuta la relazione del negozio» dalla Paternità sua, e spera che la Paternità sua abbia subito nelle mani qualcuno de' pretesi rei, e almeno fra Gio. Battista di Pizzone e il suo compagno (vale a dire il Lauriana): laonde nemmeno si trova qui la richiesta di procedere da parte di D. Alonso, il quale, per sua disgrazia, era sempre l'ultimo a sapere ciò che accadeva, ed anche questa volta, invece di dirlo lui al Visitatore, lo seppe da fra Cornelio. Infine si ha la Commissione data dal Visitatore il 3 settembre a Carlo di Paola di carcerare i frati suddetti, comandando a' Superiori di non fare ostacolo sotto pena della scomunica ed anche della galera per 10 anni; poi la presentazione fatta al Visitatore il 4 settembre da D. Carlo Ruffo, nel castello di Monteleone, de' due frati carcerati da Carlo di Paola, con la preghiera del Visitatore a D. Carlo di tenerli nelle carceri Ducali a nome del Papa e del Generale; da ultimo la formola del precetto adottato per gli esami da istituirsi. Dopo questi atti iniziali vengono i processi verbali delle deposizioni, cominciando da quelle del Pizzoni, del Soldaniero e del Lauriana.
Ecco pertanto in che modo furono presi il Pizzoni ed il Lauriana[354]. Essi dimoravano nel loro convento di Pizzoni, e nella notte del venerdì 3 settembre, due ore innanzi l'alba, Carlo di Paola ed una mano di soldati con le micce accese giunsero sotto il convento. Poco prima di costoro, nella medesima notte, era quivi giunto anche fra Dionisio accompagnato da Gio. Tommaso Caccìa, sicuramente per abboccarsi col Pizzoni come già più sopra si è detto[355]. Secondo il Pizzoni, egli e il Lauriana pensavano che potessero essere ricercati dalla giustizia per una sella, o una giumenta di un tale, che «tenevano presa» nel convento; ma poichè avea già parlato con fra Dionisio, avea dovuto capire perfettamente di che si trattasse, e infatti, secondo il Lauriana, avendo lui dimandato cosa pensasse della venuta di quella gente armata, il Pizzoni rispose, «sta a vedere che saremo presi per le cose del Campanella». Gio. Tommaso Caccìa cominciò a dire «olà, che gente sete, state largo», e quelli di sotto risposero che erano gente del Battaglione e che venivano da Squillace o andavano a Squillace; allora fra Dionisio e il Lauriana si diedero a sonare le campane all'arme, accorsero i terrazzani di Pizzoni, e seppero dagli armati che volevano riposarsi un poco e udir la Messa, per poi proseguire il loro viaggio; fu quindi aperto il convento, e saputosi che Carlo di Paola comandava quella gente, Gio. Tommaso Caccìa che lo conosceva gli andò incontro per riceverlo. Fra Dionisio, non appena intese che era gente di Monteleone, si travestì da secolare e profittando della folla, che verosimilmente avea fatta raccogliere a bella posta, se ne andò via senza essere conosciuto; il Pizzoni disse la Messa, può immaginarsi con quale animo, e Carlo di Paola con la sua gente l'udì; finita la Messa, fu presentata la Commissione del Visitatore, ed entrambi i frati furono condotti a Monteleone.
Nello stesso giorno 4 settembre, dopo che D. Carlo Ruffo ebbe presentato i due carcerati al Visitatore e gli ebbe da lui ricevuti in consegna, il Visitatore e fra Cornelio cominciarono ad esaminare il Pizzoni[356]; ed ecco i risultamenti dell'esame, che non possiamo dispensarci dal riferire con una certa larghezza quantunque assai ci pesi l'entrare in molte particolarità, giacchè sopra di esso e degli altri seguenti si fondò quel famoso processo, che durò più anni e diè materia a 4 volumi di scritture. Interrogato sul modo e sul motivo presumibile della sua cattura, il Pizzoni ne espose le principali circostanze, ma tacque la presenza di fra Dionisio nel convento, e subito dichiarò essersi immaginato che dovesse venire interrogato «come testimone» sulle cose del Campanella e fra Dionisio, i quali erano stati in Pizzoni nel luglio scorso; di poi, dietro analoghe interrogazioni, esposte le relazioni precedenti avute con loro, li qualificò «uomini tristi», affermando che in Pizzoni il Campanella gli avea detto di volerlo «far homo», poichè aveva profezie di gran rumori e ribellioni le quali profezie erano per lui, che bisognava trovarsi armati, che si collegasse a lui ed avendo aderenze con fuorusciti glie li mettesse a sua devozione; ma egli rifiutò ogni sua proposta, e il Campanella sdegnato disse che giustamente fra Gio. Battista (di Polistina) glie l'aveva dichiarato un traditore. Soggiunse che il Campanella avea detto pure sembrargli che Iddio l'avesse proprio eletto ad insegnare la verità e togliere gli abusi della Chiesa, che i Sacramenti erano per ragione di Stato, che il canto in Chiesa era cosa frivola. Ma gl'Inquisitori non si contentarono di queste poche rivelazioni, e sebbene egli accennasse a voler dire qualche altra cosa, decisero di riporlo in carcere per atterrirlo: ed egli «atterrito» pregò di voler parlare, ed espose una quantità di eresie dettegli dal Campanella circa l'Eucaristia, i Sacramenti in generale, il crocifisso, la verginità di Maria, gli atti carnali, la verità de' detti degli Apostoli, i miracoli, i demonii, il Papa, la Trinità, eresie che affermò avere udite dalla bocca del Campanella, in piccola parte in Stilo e poi in Pizzoni; dietro interrogazioni aggiunse che pure fra Dionisio gli avea già prima palesate le medesime opinioni dicendo che le teneva per vere, che gli aveva inoltre raccontato il fatto osceno di un tale verso l'ostia consacrata, ed egli, il Pizzoni, sospettò che quel tale fosse stato fra Tommaso! Dietro altre interrogazioni rivelò che in Stilo il Campanella gli avea detto essere Maurizio stato sulle galere di Amurat, e fra Dionisio gli avea parlato degli albarani fatti tra loro; che entrambi volevano far la repubblica con l'aiuto di molti potentati, e dapprima con la lingua e con le armi de' fuorusciti, come Maurizio, il D'Alessandria, il Cosentino, i figli di Jacobo grasso e Giulio Soldaniero, il quale «dovea sapere il tutto di questo fatto che gli fu pienamente narrato et comunicato dal Pontio»; che avevano aderenti in Stilo, in Catanzaro e in Davoli, e il favore di D. Lelio Orsini, del Bassà Cicala e perfino de' Veneziani, pensando lui che in Padova, dove il Campanella era stato, si avea fatto amici Veneziani e glie l'avea comunicato! Aggiunse che il Barone di Cropani era pure fautore come gli avea detto fra Dionisio, che si doveva ammazzare il Governatore e gli Ufficiali e poi gridar repubblica, che tra' frati erano complici il Petrolo, il Bitonto, il Jatrinoli e fra Paolo della Grotteria, e dietro interrogazione dichiarò di aver parlato non per timore del carcere ma spontaneamente! — Come ben si scorge, il Pizzoni rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, solo pensando a salvare la sua persona e non avvedendosi che in tal modo la comprometteva maggiormente. Vedremo che, secondo il carattere suo versipelle, egli pensò poi di far credere a fra Tommaso aver parlato dell'eresia per sottrarsi alla furia secolare, e non aver parlato propriamente di ribellione, o almeno di quella ribellione che si diceva; ma il fatto è che parlò dell'una e dell'altra cosa ampiamente, senza far figurare il Papa nella congiura sol perchè non sapeva che fra Dionisio avesse propagata una simile frottola in Catanzaro, e si può ben credere che questo non dovè dispiacere agl'Inquisitori[357]. Vedremo pure che egli in ultima analisi non smentì mai queste sue deposizioni, pur troppo ostili al Campanella più che a fra Dionisio, ma solo si dolse che fra Cornelio avea scritto nel processo verbale frati «complici» mentre si era parlato di frati «familiari» del Campanella, ed oltracciò avea scritto essersi da lui deposto che il Soldaniero conosceva tutto, omettendo di leggerlo prima della sottoscrizione per non incontrare una smentita: giunse veramente a dare per sospetto tanto fra Cornelio quanto il Visitatore, e disse falso tutto il processo per le male arti usate nel far deporre dagl'inquisiti e per le estorsioni fatte, ma ciò a fine d'invalidare le cose emerse in sèguito contro di lui, senza ritrattare quelle da lui deposte contro gli altri. Certamente più cose recano maraviglia in quel processo verbale, ma sopratutto il trovarvi da lui dichiarato di aver deposto non per timore del carcere bensì spontaneamente, mentre pure, come vi si legge, durante l'esame fu ordinata la riconduzione dell'inquisito nel carcere «ad terrorem» ed egli pregò che si continuasse l'esame «terrore ductus», la qual cosa non era neanche conforme alla procedura ecclesiastica[358]. Ma ben altro venne a sapersi in sèguito, e non dal solo Pizzoni, sibbene anche da parecchi altri suoi compagni di sventura, e giova parlarne una volta per sempre, poichè fu quello un metodo tenuto con tutti gli altri frati via via che vennero presi ed interrogati. Si esaminò con una lista di notizie tra mano (evidentemente la lista de' capi di accusa crescente a misura che si raccoglievano anche le deposizioni) «rinfrescando la memoria» di colui che era esaminato; s'insinuò doversi «dare qualche satisfatione a' Giudici secolari, e che poi passata quella furia sarebbero tutti andati in Roma al S.to Officio e là si saria accomodata ogni cosa»; si volle che fosse deposto il più gran numero di eresie, dicendo che si farebbe cosa grata al Generale, e che in tal modo ne succederebbe la remissione al S.to Officio; si promise una sollecita scarcerazione se le deposizioni corrispondessero a quanto si pretendeva, e nel caso contrario si fecero minacce di consegna a' Giudici secolari; si permise a D. Carlo Ruffo, il quale spaventava ed ingannava i carcerati con false notizie, che assistesse agli esami d'Inquisizione, mentre la procedura ecclesiastica, fondata tutta sul più stretto segreto, non consentiva la presenza di estranei, salvo due testimoni in qualche caso, da doversi notare nel processo verbale. Fin da principio la deposizione del Pizzoni fu fatta servire di norma agli altri, leggendola loro in privato, e si annunziò falsamente che il Pizzoni era stato scarcerato dopo di aver deposto in quella guisa, e si progredì nelle minacce e maltrattamenti, nello scrivere in un modo e leggere in un altro, non facendo mai processi verbali delle sedute cominciate e non proseguite, come talora accadde anche ripetutamente per un solo interrogato, tacendo sempre i molteplici incidenti sorti per le resistenze degli esaminati ad attestare quelle cose che personalmente ad essi non costavano. Ma intorno a ciò occorrerà tenere un conto speciale de' fatti in ciascun caso.
Dopo il Pizzoni, nel giorno seguente, fu esaminato il Soldaniero[359]. A tale scopo il Visitatore, «essendogli stato rivelato potersi da un certo Giulio Soldaniero dimorante nel convento di Soriano avere una fida testimonianza in questa faccenda», commise a fra Cornelio di recarsi a Soriano per riceverla; e fra Cornelio vi si recò immediatamente, e dispose che il Priore e il Lettore del convento fossero presenti all'esame quali testimoni. Il Soldaniero disse aver lui mandato a Monteleone, non potendovi andare personalmente, ad avvertire che volea comunicare qualche cosa; essersi in luglio presentato a lui fra Dionisio da parte del Campanella che stava in Arena ed egli non conosceva, per dirgli «hora sete homo» (sempre la medesima storia con le medesime parole); che facendo quanto diceva il Campanella sarebbe stato poco a divenire lui Principe e fra Dionisio Cardinale; che il Campanella aveva inviato lettere al Gran Turco con le galere di Amurat, volendogli «dare questo Regno in mano», perchè gli mandasse aiuto per mare mentre egli avrebbe fatta la ribellione; che voleva adoperare due mezzi, cioè la lingua e le armi. Aggiunse che il Campanella aveva molte opinioni terribili, e venendo a specificarle disse che volea predicare la libertà e contro la tirannide del Re Filippo, degli Ufficiali e dei Numeratori, che Cristo non era Dio, che le lettere I N R I significavano una pessima ingiuria, che fra Dionisio comunicandogli queste cose diè un pugno ad un crocifisso dipinto sul muro del dormitorio; che il Campanella e fra Dionisio professavano i Sacramenti essere per ragione di Stato e il Sacramento dell'altare essere una bagattella, che fra Dionisio avea commesso un fatto osceno contro l'ostia consacrata portandola «per sei ad otto giorni» in certe parti vergognose del corpo, che gli raccontò avere un inglese in Roma dato un pugno al Sacramento; e poi che il Campanella credeva non esservi Dio, non esservi nè paradiso nè inferno nè diavoli, non esservi miracoli, e che fra Dionisio assicurava «veri miracoli poter fare solo il Campanella e non altri» e ne avrebbe fatti al tempo della predicazione, oltracciò essere invulnerabile. Del rimanente dichiarò di non aver mai veduto il Campanella, di essere stato dissuaso da fra Dionisio intorno all'astinenza dal mangiar carne nei giorni pe' quali avea fatto voto e ne' giorni proibiti dalla Chiesa, di aver udito tutte le cose suddette anche da fra Gio. Battista di Pizzoni venuto egualmente a parlargli da parte del Campanella, di averle udite del pari da fra Pietro di Stilo venuto a sollecitarlo perchè si recasse presso il Campanella, ed a pregarlo che almeno non volesse palesar nulla di questo fatto, di aver saputo da fra Dionisio e fra Gio. Battista che la setta si faceva in Stilo e che si preparavano prediche in scriptis e si davano a' complici. Sviluppando la faccenda della ribellione, dichiarò di aver saputo da' suddetti due frati che si era deciso di liberare il Regno dalla tirannide del Re Filippo e «darlo al turco sotto tributo» riducendo la provincia in repubblica, che il Turco avrebbe fornito aiuto per mare ed a tale scopo aveano mandato presso il Cicala un gentiluomo e ne aveano ricevuto polizini: dietro interrogazioni aggiunse che non gli aveano parlato dell'aiuto de' Veneziani, ma del favore di sette Principi, nominandogli solamente Lelio Orsini che dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e potea dare più di mille soldati; che di particolari gli aveano nominato Gio. Tommaso Caccìa, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Gio. Battista Cosentino, Eusebio Soldaniero ed altri, essendo stati più di 35 capi allorchè si riunirono in Pizzoni, e de' frati che doveano predicare, oltre il Campanella, fra Dionisio e fra Gio. Battista, gli aveano nominato fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria e fra Silvestro di Lauriana. Infine dichiarò che gli aveano detto doversi cominciare dal far ribellare Catanzaro ammazzando il Governatore, il Vescovo e gli Ufficiali, di poi si sarebbe ribellato Stilo e i luoghi vicini: dietro interrogazione disse che non sapeva dove si trovavano il Campanella e fra Dionisio, ma che gli avevano detto essere stati carcerati il Pizzoni e il Lauriana, e conchiuse aver rivelato tutto ciò per solo riguardo alla fede, pel servizio di Sua M.tà e per l'estirpazione dell'eresia. — Tale fu la deposizione del Soldaniero, e riescono senza dubbio sorprendenti le parole con le quali venne conchiusa, mentre vi erano state promesse di un guidatico e di un indulto già convenute appena qualche giorno innanzi; del resto si comprende che essa fu composta in famiglia, mettendo in carta quanto si era precedentemente deciso che egli dovesse rivelare, massime riguardo al Campanella e agli altri frati, perchè riguardo a fra Dionisio, senza dubbio costui dovè dirgli una gran parte delle cose che il Soldaniero affermò, essendosi sempre comportato in questa guisa nel far proseliti per la ribellione prima della sua andata a Catanzaro: intorno alle cose dette da fra Dionisio dovè radunarsi tutto ciò che si era potuto conoscere da altri fonti, specialmente su' particolari della ribellione, che non potevano mai essere stati comunicati con larghezza al Soldaniero, e tanto meno in un primo colloquio, ond'è che si veggono rivelati così goffamente; ma anche una notevole quantità di eresie dovè essere aggiunta, e però in sèguito si vide il Soldaniero molto impacciato innanzi a' Giudici, ricordando abbastanza male ciò che avea rivelato. Pertanto, oltre il gran disordine di redazione e la trivialissima dicitura con circostanze scioccamente esagerate, vi si nota la molta cura di non far apparire il Soldaniero complice o socius criminis: da parte di lui si trova nominato tra' ribelli Eusebio Soldaniero, che sappiamo suo capitale nemico e rifiutatosi ad intervenire a' colloquii per la ribellione, e non nominato Maurizio de Rinaldis, che sappiamo suo conoscente ed amico e adoperatosi perchè egli aderisse alla ribellione; oltracciò vi si trova taciuta la circostanza della lettera inviatagli dal Campanella per mezzo di fra Pietro di Stilo e da lui non rifiutata, ciò che conoscevasi pure dal Priore del convento il quale assisteva alla deposizione, tanto che egli stesso lo rivelò in sèguito, allorchè fu chiamato in Napoli per essere udito in questa causa. In somma tutto fu concertato per guisa da far risultare il Soldaniero un testimone inoppugnabile, quantunque nei casi di lesa Maestà, come in quelli di eresia, i socii nel delitto fossero testimoni pienamente validi.
Il 6 settembre si venne all'esame del Lauriana in Monteleone[360]. Come già il Pizzoni, egli fu interrogato dal Visitatore e da fra Cornelio sul modo e sul motivo presumibile della sua cattura; ed espose tutte le circostanze, non esclusa quella della presenza di fra Dionisio e del Caccìa giunti in convento poco tempo prima, e del travestimento e della fuga di fra Dionisio non appena riconosciuta la qualità della gente armata (con che già la condizione del Pizzoni rimanea vulnerata); inoltre dichiarò subito che il Pizzoni medesimo gli avea detto, «sta a vedere che saremo presi per le cose del Campanella». Dietro interrogazioni, venne ad esporre le sue relazioni antecedenti col Campanella e fra Dionisio, li dichiarò del pari «homini tristi» da che vennero a Pizzoni nel luglio scorso (sempre secondo la solita dicitura), ed espose le relazioni avute col Pizzoni che qualificò uomo da bene. Dipoi rivelò che stando il Campanella in Pizzoni con fra Gio. Battista e fra Dionisio, nel dopo pranzo, disse una quantità di eresie: non esservi Dio ma alla natura aver noi messo nome Dio, non esservi nè paradiso nè inferno nè diavoli, i Sacramenti essere per ragione di Stato; e poi contro il Sacramento dell'Eucaristia, contro i miracoli e che il Campanella «avea fatti e volea fare miracoli», contro la verità de' detti degli Apostoli, contro la proibizione degli atti carnali, e che il Campanella volea fare nuova legge. Dietro altre interrogazioni soggiunse che egli non aderì mai a queste cose, che forse fra Dionisio aderiva poichè una volta, presente il Campanella, gli avea detto qualche parola in dispregio dell'ostia, ed anche non essere peccato ciò che rimane occulto! Ma interrogato se il Pizzoni aderiva, disse di non saperne niente, e qui cominciarono le minacce degl'Inquisitori: gli fu intimato di dire la verità sotto la pena della galera accresciuta di altri sei anni, e frattanto che ritornasse in carcere; ed egli, ripensandoci alquanto, pregò che continuassero l'esame. Dichiarò allora che il Pizzoni aderiva, poichè lo aveva esortato a credere in quelle cose, aggiungendo che non aveva mai udito il Campanella e fra Dionisio predicarle in pubblico, bensì aveva udito esprimere da loro il voto che venisse presto quel giorno in cui potessero predicarle pubblicamente, e che sospettava trovarsi pure fra Pietro di Stilo tra' settarii «per essere intrinseco del Campanella»! Interrogato poi sulla congiura disse che stando il Campanella in camera con fra Dionisio, il Pizzoni, lui, e «mastro Gio. Pietro di Stilo fratello del Campanella» parlò delle rivoluzioni di Stati e di tre gran terremoti da dover accadere in un giorno nel 1600, del voler essere apparecchiato a ribellar la provincia e farla repubblica, dell'aiuto de' fuorusciti per opera di Maurizio e dell'aiuto del Turco dalla via di mare, onde «si pigliarebbe Reggio et poi a poco a poco le altre terre»; e dietro successive interrogazioni aggiunse di sapere che Maurizio avea trattato col Turco, che non avea notizie di altri potentati salvo il Turco, nè di altri Principi e particolari «salvo il Maurizio e il fratello del Campanella, e de' frati fra Domenico di Stignano e fra Pietro di Stilo, perchè attendeva allhora a far la cucina per loro». Infine, dietro apposita interrogazione, disse di aver rivelato liberamente, e di non aver «deviato nè per carcere nè per cosa nessuna». — Anche qui è sorprendente la conchiusione di non aver avuto paura del carcere, dopo tutto ciò che è registrato nel processo verbale. Ma non occorre fermarci troppo su questo esame, in cui si vede chiaro lo stampo degli altri esami precedenti. Solo accade di notarvi che nella faccenda della ribellione, parlando de' congiurati non claustrali, il Lauriana tacque i nomi del Crispo, del Morabito, del Caccìa, del Contestabile, di quanti altri avea dovuto vedere in Pizzoni nel tempo al quale il suo esame si riferiva, essendosi limitato a nominare appena il fratello del Campanella e Maurizio de Rinaldis: ma si può ritenere che que' nomi non furono da lui pronunziati perchè non gli vennero suggeriti, riuscendo difficile potergli accordare un certo grado di accorgimento, quando non mostrò neanche quello di tacere la presenza di fra Dionisio nel convento allorchè si era proceduto alla cattura sua e del Pizzoni. Tutto ciò che depose dovè essergli suggerito, poichè realmente egli era così dappoco, da non potersi ammettere che gli fossero stati fatti tanti discorsi e tante confidenze; conoscendo egli medesimo il suo valore, si era facilmente adattato a' più umili servigi presso il Pizzoni e a «fare la cucina», sicchè potè forse prestare qualche opera materiale ed anche udire qualche cosa alla sfuggita, ma non più di questo. E vedremo ad esuberanza più tardi che in fondo non sapea nulla, e fu prima lusingato e poi intimidito dagl'Inquisitori, non escluso D. Carlo Ruffo, il quale presenziò del pari l'esame di lui; onde accadde che in sèguito si mostrò tentennante e vario nel peggior modo, non ricordando più una parola sola di ciò che gli si era fatto deporre; e tra l'incubo del rimorso e il terrore del poter essere incriminato qual falso testimone, finì per accumularne tante, che lo stesso Pizzoni, il quale avea procurato di servirsene per appoggio nelle cose sue, dovè dichiararlo testimone falso e contribuire a renderlo il ludibrio di tutti i compagni di carcere.