Così menavasi innanzi il processo ecclesiastico, e pur troppo il metodo non fu mai cambiato per tutto il tempo in cui esso si svolse nella Calabria: invano si cercò di apprestarvi qualche rimedio, e continuò sempre, anzi in modo anche più grave, l'impiego delle minacce e maltrattamenti non che delle lusinghe e false promesse, l'uso di non scrivere ne' processi verbali se non quello che piaceva a' Giudici, l'intervento degli Ufficiali Regii nelle sedute del tribunale, e poi la comunicazione scritta, a loro richiesta, delle cose che vi si raccoglievano, fino a quando la causa non venne tratta a Napoli e commessa a Giudici molto più degni. Da' precedenti è manifesto che non si creavano accuse essenzialmente false, e questo c'interessa molto che rimanga ben fermato: non si creavano accuse essenzialmente false, poichè è indubitato che le cose le quali si raccoglievano, così dal lato religioso come dal lato politico, erano state nella loro massima parte ventilate tra gl'inquisiti; ma è indubitato del pari che si esageravano nel peggior modo, si accumulavano interamente sul capo di ciascuno inquisito senza distinzioni, e sopratutto con le arti più inique si facevano testimoniare anche da coloro i quali ne sapevano poco o nulla, per ribadirle in guisa da chiudere ogni via di scampo agl'incolpati. E già con le sole tre deposizioni finora esposte si era pervenuto a risultamenti della più grande importanza, ed è certo che più tardi lo Xarava ottenne di vederle e di averne copia. Si trovano infatti nel processo segni ed appunti marginali sulle cose della ribellione vergati da una mano differente da quella solita a far lo stesso sulle cose di eresia, e non è per nulla arrischiato l'ammettere che que' segni ed appunti sieno stati vergati dallo Xarava: inoltre si trova ancora in Simancas la copia di queste deposizioni tutte intere, estratta, collazionata e firmata da fra Cornelio per ordine del Visitatore in data del 12 settembre, con la speciosa clausola «praevia protestatione in forma et citra poenam sanguinis et ad evitandum poenas irregularitatis», mentre le prescrizioni categoriche della procedura ecclesiastica lo vietavano assolutamente[361]. — Possiamo frattanto ritornare allo Spinelli e allo Xarava, e vedere i progressi che costoro fecero nella persecuzione e cattura degl'incolpati, come pure nella compilazione del processo al quale attendevano.

La più importante cattura di que' giorni fu quella del Campanella in compagnia di fra Domenico Petrolo, avvenuta nella sera del 6 settembre; dopo di essa va registrata quella di Claudio Crispo, avvenuta l'8 settembre. La cattura del Campanella merita naturalmente di essere narrata in tutti i suoi più minuti particolari, e ce li forniscono assai bene sopratutto le deposizioni che il Petrolo fece in più volte nel tribunale per l'eresia ed anche nel tribunale per la congiura, poichè nel processo di eresia si trovano fortunatamente anche le deposizioni da lui fatte intorno alla congiura, trasmesse in copia da un tribunale all'altro; del resto il Campanella medesimo ne scrisse parecchie circostanze nella sua Dichiarazione e poi nelle sue Difese, nelle sue Poesie e da ultimo nella sua Narrazione, e questa volta le notizie di entrambi i fonti concordano ne' punti essenziali. Lasciammo il Campanella, verso il 27 agosto, allontanatosi da Stilo dietro l'avviso e la sollecitazione di fra Dionisio, ridottosi a Stignano e là denunziato dall'ospite suo D. Marco Petrolo, denunziato anche dal suo amico e discepolo Giulio Contestabile, e nascostosi in qualche altra casa pur sempre a Stignano. Maurizio, con ogni probabilità avvertito del pari da fra Dionisio, corse pur egli a Stilo per abboccarsi con lui, e non trovandolo, gli scrisse due volte di tornare a Stilo «chè esso lo salvava»; ma il Campanella si rifiutò egualmente di unirsi con lui, mentre il padre suo piangendo diceva volerlo «meglio morto che uscito in campagna», e si ricoverò sulla collina presso Stignano in un convento di Francescani detto di S. Maria di Titi[362]. Maurizio corse ancora su quel convento, e il Campanella, che stava col Petrolo a pranzo, se ne fuggì, e fu seguito da Maurizio per sette miglia senza farsi raggiungere, sino a che, presso la Roccella, trovò un contadino a nome Antonio Mesuraca, il quale, avendo qualche obbligazione verso il padre di lui, lo accolse insieme col Petrolo con promessa di trovar loro un imbarco, li tenne seco tre giorni, ma poi li tradì[363]. Questo ci lasciò scritto il Campanella, ma fra Domenico Petrolo aggiunse molte altre particolarità. Secondo il Petrolo, essendo in Stilo, ed avendo udito da fra Dionisio le voci che correvano contro di lui, il Campanella gli disse, «fra Dominico, si come quando io sono stato a piacere tu mi sei stato bono amico et hai imparato da me, mi par ragionevole che ancora m'habbi da seguire in questi travagli et non abbandonarme, ma esserme fidele amico», e così fuggirono insieme. Maurizio allora in più lettere invitò il Campanella a tornare a Stilo, dicendogli che andasse a tre ore di notte ed escludesse ogni altro dalla sua compagnia eccetto fra Dionisio, ma egli, il Petrolo, dissuase il Campanella dal farlo, perchè non si accreditasse sempre più la voce de' suoi disegni di ribellione, e poi una persona venne da Stilo e disse che fra Pietro l'avvertiva di stare all'erta dubitando di Maurizio: arrivava intanto a Stignano gente armata, e il Petrolo, travestitosi da ortolano, e munito di una zappa, racconciando i canali lungo la via per non essere riconosciuto, si diresse verso S. Maria di Titi, e il Campanella lo raggiunse, e ricoveratisi nel convento mandarono un frate ad informarsi dello stato delle cose; il frate tornò dicendo che in Stignano non c'era gente, ma in Stilo c'era, e mentre pranzavano, nella sera seguente, venne un corriere spedito da fra Pietro di Stilo che li avvertiva di fuggire perchè Maurizio li voleva ammazzare. Giunse infatti Maurizio, e non trovandoli, li seguitò per più di dodici miglia a fine di ammazzarli ed indultarsi (!); essi fuggirono verso la Motta Placanica, ma per via il Campanella mutò parere e disse che era meglio andare verso la Roccella, e così facendo, nella notte, incontrarono Gio. Antonio Mesuraca amico di fra Tommaso, il quale li condusse fuori la terra in una casa in campagna, e là rimasero tutto il sabato, la domenica e il lunedì, e nella sera di tale giorno furono tratti in arresto. Guardando le date, si ha che la fuga da Stilo dovè accadere tra il 27 e il 28 agosto, quella da Stignano il 2 settembre, quella da S. Maria di Titi la sera del 3, la permanenza presso la Roccella il 4, il 5 e 6 settembre; ma ecco ancora alcune notizie su' fatti di questi ultimi tre giorni, come le rivelò il Petrolo. Non appena giunti nella casa di Mesuraca, costui fece travestire anche il Campanella da secolare[364], ed almeno per qualche tempo i due fuggiaschi si tennero insieme nascosti nella paglia al di fuori della casa; quivi il Campanella avrebbe detto al Petrolo che si era trattato l'aiuto del Turco e c'era un albarano avuto da Maurizio, che da 13 anni tenea sullo stomaco que' pensieri di ribellione insieme con fra Dionisio, che costui era stato da lui mandato alla piana (piana di Terranova) per tenere in ordine le genti e i fuorusciti di quel posto, ed avendo alcune scritture in cifra, e domandato dal Petrolo cosa significassero, avrebbe detto che quelle erano lettere del Pizzoni scritte in un modo inteso solo tra loro; ma è evidente che siffatti discorsi rappresentavano per lo meno la continuazione di discorsi anteriori e non trattavano già quegli argomenti per la prima volta, come si proponeva di far credere il Petrolo quando li rivelò[365]. Inoltre allora appunto, nel mangiare alcuni fichi, il Petrolo avrebbe dimandato al Campanella se quelle erano le frutta per le quali peccò Adamo, e il Campanella avrebbe risposto con uno scherzo e detto che quelle erano baie. Ancora il Campanella avrebbe parlato al Mesuraca dell'aver mandato Maurizio al Turco, dell'aspettativa in cui si era delle galere del Turco, dell'aver lui procurato che queste venissero, e dimandatogli se venivano ed avuto per risposta che ne venivano trenta, avrebbe detto, «queste vengono per me, per che Mauritio hà parlato ali turchi, però trovati modo di mettermivi di sopra che vi farò grand'homo»; la qual cosa non ci pare affatto inverosimile, giacchè, pur non essendo vero che Maurizio fosse stato mandato proprio da lui, importava in quel momento il farlo credere per dare animo a tutti e tenere il Mesuraca in fede. Ma come il tempo passava, gli animi si abbattevano e il Mesuraca faceva i suoi conti. Il Petrolo pregò il Mesuraca che volesse porlo in disparte dal Campanella, non avendo il coraggio di andarsene per la quantità di gente armata che era sparsa in quella regione e che al vedere la sua corona l'avrebbe preso in iscambio del Campanella; d'altra parte il Campanella, essendo solo col Petrolo, lo pregò che volesse radergli la corona, ma il Petrolo si rifiutò, ed egli fattosi malinconico diceva, «Dio te lo perdoni, che non me lasciasti pigliare da Turchi questi giorni passati, quando vennero sotto la torre di Badolato», mostrandosi persuaso che non l'avrebbero fatto schiavo perchè amico di Maurizio. Infine la sera del 6 settembre, venne uno stuolo di armati, e i due miseri traditi, aspramente legati, furono condotti a Castelvetere. Dalle notizie che fornisce il Carteggio del Vicerè si ha che il Mesuraca avea rivelata la faccenda al Principe della Roccella, e costui gli avea promesso un buon guiderdone. Dalle notizie che forniscono gli Atti giudiziarii esistenti in Firenze si ha che, al momento della cattura, il Campanella disse, «io vengo volentieri, et dirò quanto si voleva fare et dimostrarò con che ragione si voleva fare», aggiungendo al Mesuraca che «fussero raccomandati li parenti suoi, per che esso andava a morire in potere della Giustitia»; ma il Petrolo a sua volta disse, «ammazzatime, non me levati vivo». Dolevasi pure molto il Campanella de' Contestabili di Stilo, dicendo che essi l'aveano fatto carcerare: da parte sua il Mesuraca si scusava dicendo che avea dovuto agire a quel modo, per timore del Principe di cui era vassallo, e soggiungeva al Campanella che subito sarebbe morto «e che venea per questo Xarava el Baron della Bagnara el Baron di Gagliato con più di 200 persone, li quali venuti li dissero che dovea morire e che F. G. Battista di Pizzoni havea detto tante heresie con la ribellione»[366].

Ma come mai il Campanella si era mostrato così restio ai consigli di fra Dionisio e poi agl'inviti ripetuti di Maurizio, e si era spinto ad una fuga disordinata innanzi a costui? La cosa più naturale è certamente il ritenere che ognuno avesse agito secondo gli dettavano le proprie qualità dell'animo. Fra Dionisio, coraggioso e bollente, dovè pensare che il meglio possibile fosse il cadere da forti sul campo, e cominciò in tal guisa a spiegare quella sua condotta, che vedremo ammirevole nella fortuna avversa. Maurizio, coraggiosissimo ma prudente, dovè scorgere impossibile anche l'uscita in campagna quando si era già raccolto un così gran numero di milizie, e d'altra parte era già cominciata a manifestarsi la demoralizzazione de' congiurati; non ignorante delle arti di guerra, dovè giudicare non impossibile uno scampo, malgrado la presenza di tanti nemici, e difatti mostrò bene di saperlo trovare fino a che si trattò di schermirsi da loro, e vedremo che ebbe a soccombere solo per gli elementi avversi; dovè quindi realmente avere in animo di salvare il Campanella, salvarlo malgrado la renitenza di lui, onde fece quella corsa, prova del suo coraggio, da Guardavalle a Stilo e poi a Stignano e poi sulla via di Placanica, mentre quei posti già venivano occupati dalle milizie. Ma non si può menomamente ammettere che egli avesse avuto in animo di uccidere il Campanella e il Petrolo per indultarsi; tale concetto è respinto da quanto sappiamo della vita di Maurizio e delle condizioni stesse occorrenti per avere un indulto. Abbiamo visto che l'indulto bisognava pattuirlo coll'autorità mercè una convenzione od almeno una promessa antecedente, ed era lecito a Maurizio, uno de' capi, compromesso quanto il Campanella e forse più, sperare un indulto, e sperarlo senza patti espressi ed al momento al quale si era giunti? E se lo avesse sperato, gli sarebbe convenuto di esigere che il Campanella si fosse recato presso di lui egli solo e non già insieme col Petrolo, mentre così avrebbe potuto presentare due compromessi invece di uno? Nè poi si capisce perchè avrebbe dovuto ucciderli, mentre si sa che acquistavasi maggior merito presentando vivi quelli che erano fortemente ricercati dalla giustizia. Fra Pietro di Stilo, tenerissimo del Campanella e trepidante per lui, potè per un momento pensare che le calde insistenze di Maurizio nascondessero un agguato a fine d'indultarsi, tanto più che avea sotto gli occhi esempi di perfidia incredibile, capaci anche troppo di far vacillare la sua ordinaria avvedutezza e serenità di giudizio. D'altra parte il Petrolo, timidissimo ed avvilito fuor di misura, come lo rivelano le parole che pronunziò quando fu catturato e poi quelle che gli vedremo pronunziare quando si trovò al cospetto degl'Inquisitori, potè scorgere un grave pericolo nell'unirsi a Maurizio e in sèguito un pericolo ancora più grave nel possibile risentimento di Maurizio per aver consigliato di non unirsi con lui. Ma non si può facilmente sostenere che tanto da parte del Petrolo, quanto da parte del Campanella, fosse stato accolto il pensiero di fra Pietro di Stilo, e che la loro fuga innanzi a Maurizio fosse stata motivata dalla credenza che costui volesse ucciderli a fine d'indultarsi, mentre veramente un tale motivo della persecuzione di Maurizio fu da loro addotto abbastanza tardi e per convenienza della loro causa. Infatti il Petrolo da principio disse che Maurizio voleva ucciderlo perchè egli avea dissuaso il Campanella dal recarsi presso di lui, la qual cosa evidentemente non avea potuto nemmeno giungere all'orecchio di Maurizio: il Campanella poi da principio, nella Dichiarazione che scrisse ne' primi giorni della sua prigionia, parlò della persecuzione di Maurizio nel senso che costui volea salvarlo ed egli si rifiutò di associarvisi essendone disgustato; più tardi, nella Difesa, scrisse che Maurizio voleva ucciderlo perchè temeva che egli rivelasse l'accordo da lui preso col Turco, e perchè era sdegnato dell'aver fatto salvare Giulio Contestabile da' furori di lui; assai più tardi, scorsi già parecchi anni, nella Narrazione, scrisse che Maurizio voleva ucciderlo ed indultarsi[367]. A noi sembra che il Campanella, potentissimo in cognizioni ed in astuzie, dovè credere più pericoloso per lui il trovarsi armato di un fucile in campagna, che armato di sottigliezze nel foro, quantunque non ignorasse che nel foro avrebbe incontrato manigoldi piuttosto che giudici; dovè quindi sembrargli suo primo bisogno distaccarsi appunto da fra Dionisio e da Maurizio, che aveano rappresentato una parte attiva più appariscente, e dopo ciò tentare ancora uno scampo in mare presso il Turco mediante una persona che avea motivo di ritenere fidata, quale il Mesuraca, mentre in terra vedeva perfino taluni de' più accesi nella faccenda della congiura voltargli brutalmente le spalle ed agire a suo danno.

Proseguiamo intanto la narrazione de' fatti del Campanella dopo la sua cattura. Abbiamo visto che molti accorsero quando fu preso, in particolare i più grossi Commissionati, il Morano ed il Ruffo co' loro armigeri, e può intendersene facilmente il motivo: ognuno volea farsi bello di questa cattura, la quale in realtà fu eseguita dagli armigeri del Principe della Roccella, onde a costui venne poi attribuita, quantunque egli non avesse fatto altro che spedire i suoi bravi e promettere in nome del Re un buon guiderdone al Mesuraca che gli diè l'avviso, non risultando che siasi recato egli medesimo sopra luogo, siccome da taluni Storici fu detto. Così quel gran numero di armati servì solo ad accompagnare il Campanella e il Petrolo fino a Castelvetere; ma doverono forse esser pure condotti con costoro tredici altri individui catturati in quelle vicinanze, che lo Spinelli, nel riferire in fretta al Vicerè l'importante avvenimento, annunziò essere stati trovati in compagnia de' due frati vestiti da secolari, i quali volevano imbarcarsi ed andare in cerca delle galere toscane o di qualche legno inglese o dirigersi in Turchia, mentre sappiamo da parecchie testimonianze che veramente i due frati erano stati essi soli in mano del Mesuraca. Quegli aguzzini contristavano per via l'animo del Campanella, annunziandogli che dovea morire e manifestandogli che il Pizzoni avea rivelato grandi cose di eresia e di ribellione (ciò che realmente era noto a D. Carlo Ruffo stato presente agl'interrogatorii); inoltre s'ingegnavano di sapere da lui i complici, e raccolsero infatti diversi nomi, segnatamente quello di Mario del Tufo, che uno di loro affermò essere stato pronunziato dal Campanella in tale occasione; ma il Campanella ebbe poi a negarlo assolutamente, spiegando la cosa col dire, che avea manifestato doversi Mario del Tufo, e tutti coloro che erano amici suoi, guardare di non esser presi, perchè li sarebbero andati carcerando. E in questo mentre, riflettendo alla condotta del Pizzoni, egli «pensò subito che questa fu arte del Pizzoni per fuggir la furia secolare, et avvisò... a F. Domenico di Stignano ch'era seco carcerato, che pur dicesse heresie»: così ci fece sapere egli medesimo nella sua Narrazione, e vedremo infatti che fra Domenico finì per rivelarlo, senza per altro scagionare il Campanella come eretico; solo non può accettarsi che egli avesse pur allora artificiosamente manifestato essersi «più presto negotiato con Turchi e non col Papa, ma per hereticare, e che però Mauritio era andato sopra le galere di Amurat Rais» etc. e che «così piacque poi allo Xarava che ci entrassero i Turchi» e lo fece deporre a' primi rivelanti. Di questi rivelanti abbiamo la denunzia autentica scritta fin dal 13 agosto, nella quale aveano già parlato de' turchi e dell'andata di Maurizio; rimane quindi vero solamente che piacque alle Autorità il raccogliere, bene o male, che egli non tenesse intelligenze col Papa, essendo stato trovato in via di fuggirsene in tutt'altra direzione che in quella di Roma; vedremo infatti che così scrisse lo Spinelli al Vicerè, il quale lo accettò immediatamente, senza dubbio perchè riusciva soddisfacentissimo il non aversi ad occupare di un soggetto così scabroso qual'era il Papa, e il poter mettere sempre più in luce soggetti tanto odiosi quali erano i turchi. — Venne poi, qualche giorno dopo, nelle prigioni di Castelvetere anche lo Xarava, non accorso col Morano e col Ruffo al momento della cattura, come potrebbe credersi leggendo la Narrazione, ma inviato subito dallo Spinelli «perchè procurasse di aver chiarimenti dalla bocca di lui sulla congiura della quale era imputato, prima che egli trattasse con alcuno», ed anche «perchè venisse sicuro» da Castelvetere a Squillace, come rilevasi dal Carteggio Vicereale. Probabilmente lo Xarava si comportò col Campanella in un modo affatto diverso da quello usato dal Morano e dal Ruffo, dandogli buone parole, condolendosi e lusingandolo, per mantenerlo ben disposto a largheggiare in una «Dichiarazione che volle fare di sua mano» innanzi a lui. La scrisse difatti molto larga e con qualche condiscendenza, siccome si rileva specialmente verso la fine di essa, là dove si trovano due periodi, in uno de' quali sono registrati certi nomi di fuorusciti, e in un altro, più chiaramente aggiunto, è registrato il nome del Rania, di cui egli non si era ricordato prima e da ultimo si ricordò dietro suggerimento dello Xarava: siffatta circostanza, e poi il suo silenzio costante su questa Dichiarazione scritta, e il suo odio mortale verso lo Xarava manifestato sempre con gli epiteti più atroci in prosa ed anche in versi[368], ci menano a credere non aver lui mai più potuto rammentare senza vivissimo sdegno che, sebbene maestro in astuzie, si fosse lasciato trarre in inganno da quest'uomo di «volpino pelo», mentre solamente più tardi, dopo ottenuta la Dichiarazione, lo Xarava dovè scovrirsi nel senso di sostenere che questi frati avessero a morire jure belli, inconsulto Pontifice.

La Dichiarazione del Campanella merita di essere ben ponderata. Abbiamo già dovuto riportare sparsamente, durante tutta questa narrazione, le notizie che vi si contengono, ma non possiamo dispensarci dal darne qui uno schizzo, per vederla nel suo complesso e farvi qualche commento[369]. In essa, accennati i suoi studii di profezia, i prossimi mutamenti da lui aspettati «nel Regno de Napoli che fu sempre de revolutione», i pareri analoghi anche di varii uomini insigni napoletani e stranieri, le cose prodigiose apparse in quell'anno, la sua predica intorno a questi fatti, la pace tentata tra' Contestabili e i Carnevali, il Campanella rivela diffusamente i desiderii d'indipendenza dal Governo spagnuolo che gli manifestarono Geronimo di Francesco e Giulio Contestabile, l'odio di Giulio verso gli Ufficiali spagnuoli, l'oltraggio da lui fatto ad un'immagine del Re Filippo in presenza anche del Petrolo, la fiducia di lui in Marcantonio e ne' numerosi amici e parenti e perfino ne' turchi. Poi cita altri individui di Stilo co' quali ha parlato della prossima mutazione, e dice che col Pizzoni e fra Dionisio ne parlavano sovente, ed essi mostravano di gradirla. In sèguito viene a Maurizio e racconta che costui lo interrogò sulle mutazioni, mostrandosene lieto, e aggiungendo che se così fosse stato avrebbero avuto molti amici, e che egli, il Campanella, gli disse che chi tiene molti amici può diventar grande, adducendo molti esempi di uomini divenuti grandi ed animandolo al bene. Poi parla dell'andata ad Arena ed a Pizzoni, dove vide il Crispo, e dice che discorrendosi delle mutazioni, costui si vantò di avere amici se vi fosse bisogno di far guerra, ed egli approvò che ne avesse molti. Ma da una lettera di Giulio Contestabile seppe che Maurizio era andato sulle galere di Amurat, e recatosi quindi a Davoli presso il Pittella, seppe da Maurizio che realmente vi era stato ed avea trattato che venisse l'armata turca, giacchè volea pigliare Catanzaro e la provincia, ed avea «capitolato» che i turchi non avrebbero dovuto tenere dominio a lungo ma solo assistere nel mare, contentandosi poi del traffico nel Regno, e gli mostrò una scrittura in lingua turchesca, ed egli si lamentò di quest'atto, facendogli notare che i turchi non osservano fede, e volea rompere ogni relazione con lui. Vide allora il Franza, il Cordova ed un altro, chiamati da Maurizio a Davoli, e pregato di parlare delle mutazioni non potè non confermarle; fu anche invitato a volere esser capo e predicare, ma si negò e si partì per disgusto. Intanto fra Dionisio, perseguitato dal Visitatore, andò a Catanzaro a predicare ribellione secondo la profezia di lui, e per avere molti aderenti disse che nella congiura c'era il Papa, il Card.l S. Giorgio, il Vescovo di Mileto etc. D. Lelio Orsini, i Signori del Tufo e tutti coloro che s'immaginò essere amici di lui e suoi; ma egli giura di non aver mai parlato di tali cose, nè pensato che per mezzo di loro frati si avessero a muovere. Poi fra Dionisio andò a sollecitarlo perchè uscisse in campagna, ma egli non volle e riparò a Stignano; in sèguito Maurizio gli mandò a dire di ritornare perchè l'avrebbe salvato, ma egli pure si rifiutò andandosene a S. Maria di Titi, e Maurizio cercò di raggiungerlo ed egli fuggì, dandosi nelle mani di Mesuraca, il quale promise di salvarlo in mare, lo nutrì per tre giorni e poi lo consegnò alla giustizia. Infine, ricordando che del pari in Roma e in Napoli si prevedevano mutazioni, dice voler rendere conto a S. M. di quello che Dio manda al mondo per il bene comune, che egli guarda alla salute comune e per essa vuole morire. Dichiara che a fra Dionisio spetta dire il resto, avendo lui trattato il negozio con fatti, mentre egli, il Campanella, l'ha trattato solo con parole. In sèguito aggiunge varii nomi di fuorusciti co' quali Maurizio diceva voler pigliare Catanzaro, e manifesta che l'altra persona, la quale venne col Franza e col Cordova in Davoli, era il Rania, ricordandolo dietro le parole dello Xarava. — Come ben si vede, in questa Dichiarazione la congiura non è menomamente negata, che anzi è esposta in tutti i suoi più minuti particolari, e perfino chiarita in quel suo lato che riusciva ancora oscuro e confuso alle Autorità, vale a dire la partecipazione del Papa, dei Vescovi e de' Nobili, insieme co' turchi; soltanto essa è attribuita ad altri, e il Campanella vi figura appena come colui che vi ha dato innocentemente occasione, col parlare delle profezie e de' presagi di mutazioni prossime, ed un poco anche col consigliare a trovarsi armati e in buon numero coloro i quali vi si mostravano propensi. Era il meno che egli potesse dichiarare sul conto proprio, e bisogna riconoscere che, quantunque avesse scritto in un momento di suprema angoscia, seppe dichiararlo con la solita abilità ed anche con molta unzione, mostrandosi quasi indifferente alle mutazioni, le quali sarebbero avvenute come Dio avrebbe voluto; nè fuor di proposito egli giurava di non aver mai predicato ribellione, e parlato di tali cose, e pensato che per mezzo di loro frati avessero a muoversi, riferendosi a' maneggi fatti in Catanzaro, e alla partecipazione del Papa, de' Vescovi e de' Nobili. Intanto nominava parecchi, anche troppi, i quali avrebbero dovuto rispondere della congiura. In primo luogo nominava i Contestabili col Di Francesco, e massime Giulio, citandone detti e fatti assai gravi, ciò che si spiega col suo vivissimo risentimento verso di loro; inoltre il Pizzoni ed anche il Crispo, citando appena il nome del primo ed aggravando la mano sul secondo, ciò che si spiega coll'essergli noto che il Pizzoni avea già deposto in materia di eresia e di ribellione, senza per altro sospettare che avesse deposto tanto; sopra tutti poi nominava fra Dionisio e Maurizio, citandone azioni gravissime e tali da renderli i soli veramente responsabili di tutto, ciò che può spiegarsi unicamente coll'ammettere che egli credeva essersi costoro già posti in salvo, mentre sapeva che Maurizio vi avea pensato da alcuni giorni. Rimaneva alle Autorità il decifrare come potessero trovarsi insieme i Contestabili e Maurizio inimici, senza un certo tratto di unione, e se il Campanella potesse veramente ritenersi estraneo a questi maneggi: disgraziatamente la cosa riusciva molto facile ad intendersi, ed anzi era già conosciuta molto bene a quell'ora; nè occorre far notare che dopo siffatta Dichiarazione ci volle in sèguito molta disinvoltura da parte del Campanella, per dire che la congiura era stata un'invenzione dello Xarava, de' denunzianti e del Governo! Certamente egli non potè trovarsi contento di aver rilasciata quella Dichiarazione. Quando ebbe a vedere fra Dionisio e Maurizio in carcere, dovè rimanerne confuso, e si conosce che più tardi, anche per conto suo, cercò d'impugnare il contenuto della Dichiarazione, ma, naturalmente, invano[370]. All'opposto lo Xarava dovè rimanerne soddisfattissimo; e si può argomentarlo dal fatto che, invogliato dalla felice riuscita della sua pratica, corse immediatamente a far lo stesso col Pizzoni.

A questo tempo, verso l'11 settembre, si deve con tutta probabilità riferire l'andata dello Xarava a Monteleone, per avere anche dal Pizzoni una Dichiarazione scritta, e dare un'occhiata al processo che il Visitatore e fra Cornelio aveano iniziato: ciò può desumersi dalla data della copia degli Atti di tale processo a lui rilasciata, che è il 12 settembre, e dalla data del trasporto da lui fatto del Campanella e del Petrolo da Castelvetere a Squillace, che una relazione dello Spinelli ci mostra essere avvenuto il 14 settembre. Tenendo presenti queste date, si può calcolare che verso l'11 settembre lo Xarava, ottenuta la Dichiarazione scritta dal Campanella, ne andò a chiedere un'altra al Pizzoni; e in tale circostanza vide il processo ecclesiastico e vi fece al margine que' segni e quegli appunti di cui si è parlato altrove, e scorgendo che le tre prime deposizioni avevano un'importanza grandissima, se ne fece subito estrarre la copia. Quanto alla Dichiarazione scritta dal Pizzoni, ne conosciamo l'esistenza ed anche il contenuto dagli Atti che si conservano nell'Archivio di Firenze[371], con quest'altro particolare, che ad essa andava unito un «Alfabeto in cifra del Pizzoni col Campanella». Nella Dichiarazione, secondo il sunto fattone dal Mastrodatti, il Pizzoni scrisse che «fra Tomase Campanella, et fra Dionisio Ponsio havendosi scoverto di volere introdurre nove leggi, et nuovo modo di vivere, introducendo la libertà con il favore di alcune profetie, et delli Cieli, per Astrologia, andavano procurando amicitia di banniti per dar principio à tal impresa, et havendolo ripreso di queste male prattiche, pensieri, et false profetie, che non sono cose di riuscire, loro risposero che era codardo, e da poco, et che loro non sono tanto impotenti quanto esso fra Gio. Battista si crede, per che adesso li bastano questi pochi banniti à dar principio à tal impresa, et che dopoi alcuni mesi scorsa la nova haveriano havuto soccorso da Venetiani, et da Turchi, et altri Principi, et particolare da D. Lelio Ursino, il quale diceva esser andato à Sua Maestà in spagna, per ottenere, di venire protettore, et poi soccedere nel Principato di Bisignano et ottenere di tenere Compagnia di gente armata, sotto pretesto di guardare il Stato, ma poi dato principio a tale rivoltare, li darà in suo favore la gente predetta armata, et il Stato ancora, et che lui tiene nelle sue terre un fra Gregorio di Nicastro che và explorando le genti sotto habito di Merciaro, et venditore di figure». In somma il Pizzoni non scrisse diversamente da quanto avea deposto innanzi al Visitatore e a fra Cornelio riguardo alla congiura, ed anzi rivelò qualche cosa di meno, aumentando solo l'importanza della parte che avrebbe dovuto rappresentare D. Lelio Orsini: se non che scrisse tutto di suo pugno, in modo da non poter più poi sostenere che talune cose fossero state falsamente aggiunte, siccome fece per la deposizione redatta da fra Cornelio; e sappiamo che lo Xarava questa volta ebbe cura di corredarla di una fede del Mastrodatti e della testimonianza di due persone, che certificarono la Dichiarazione essere stata scritta dal Pizzoni in presenza dello Xarava, e da lui consegnata al medesimo. Ma l'Alfabeto in cifra fu scritto veramente dal Pizzoni e comunicato in parte dallo Xarava a fra Cornelio, il quale poi l'allegò nel processo suo senza citarne il fonte, ovvero fu inventato da fra Cornelio e comunicato da lui allo Xarava, il quale senza citarne del pari il fonte, lo pose a capo della Dichiarazione del Pizzoni? Questo rimane dubbio; bensì non vedendo fatta alcuna parola dell'Alfabeto nella Dichiarazione scritta, e sapendo che il Pizzoni lo negò sempre in sèguito, bisogna piuttosto dire che fra Cornelio, nella sua nequizia, dovè sbizzarrirsi ad inventarlo dietro il cenno dato da' primi rivelanti e poi fatto confermare dal Petrolo innanzi a lui qualche giorno dopo. Si può intanto vederlo tra' documenti che pubblichiamo, ridotto alle firme del Campanella e del Pizzoni, così come fra Cornelio l'allegò nel processo suo[372].

Non prima del 14 settembre il Campanella fu tradotto dalle carceri di Castelvetere a quelle di Squillace; ma non avea per anco lasciato le carceri di Castelvetere, che vi accadeva un fatto importante, del quale dobbiamo ancora dar conto. Ricordiamo che là si trovavano rinchiusi Felice Gagliardo, Orazio Santacroce, Geronimo Conia, Gio. Angelo Marrapodi, Camillo Adimari, ed inoltre Cesare Pisano, il quale vi era stato visitato dal Campanella con fra Dionisio e fra Giuseppe Bitonto ne' primi giorni di luglio, ed era stato anche da lui raccomandato al Principe della Roccella; ricordiamo che Cesare Pisano fin d'allora cercò sempre d'indurre o di raffermare nella ribellione tutti costoro (giacchè taluni, come il Gagliardo ed il Conia, sembra certo che vi fossero stati già iniziati dal Bitonto e dal Jatrinoli), magnificando i disegni del Campanella e predicando eresie in quantità. Non appena seppero che il Campanella ed il Petrolo venivano rinchiusi in quelle medesime carceri e che la congiura era stata scoperta, con tutti i particolari che se ne andavano diffondendo, que' cinque scellerati, per farsi merito e provvedere alla loro salvezza, pregarono il Castellano di rappresentare al Principe della Roccella che Cesare Pisano, fin da quando venne carcerato, si era sempre sforzato d'indurli a prender parte a questa congiura, ed oltracciò denunziarono lo stesso Pisano al Vescovo di Gerace per le eresie che andava loro persuadendo; nè trovarono difficile il giustificarsi per non aver rivelato prima di allora, adducendo che ritennero lungamente essere il Pisano un matto, ma poi, udita la carcerazione del Campanella, doverono ritenere queste cose per vere e quindi subito le rivelarono. Ciò risulta tanto dagli Atti esistenti in Firenze, quanto dal processo ecclesiastico. Il Principe della Roccella, ricordatosi che fra Tommaso gli avea raccomandato il Pisano, scrisse una lettera a Carlo Spinelli, avvisandolo dell'intercessione del Campanella per Pisano, al quale avea parlato della congiura e naturalmente dovè partecipare ancora quanto gli era stato rivelato da' cinque prigionieri[373]; ed accadde che costoro, al contrario di quanto si aspettavano, finirono dietro questa lettera per venire, unitamente col Pisano, sotto la giurisdizione dello Spinelli e Xarava, rimanendo a lungo, in qualità di presunti complici, carcerati ed anche straziati, come rilevasi dalle loro deposizioni e confessioni in tortura riferite negli Atti esistenti in Firenze. D'altro lato il Vescovo di Gerace, secondo lo stile del S.to Officio, non tardò un solo momento ad occuparsi della denunzia, inviando qual suo Delegato l'Abate Curiale de Curiali per prendere Informazione del fatto nelle carceri di Castelvetere: questa Informazione, composta degli esami di tutti e cinque i denunzianti, trovasi integralmente inserta nel 1.º volume del processo ecclesiastico ed è in data del 13 settembre, non mancando nemmeno nel suo esordio la notizia, in verità molto confusamente e scioccamente espressa, del trovarsi allora «preso del pari, fermamente carcerato e detenuto in detto castello, fra Tommaso Campanella». Non staremo a ripetere le eresie, in gran parte goffe, che si rivelarono in quella circostanza, tanto più che ne abbiamo dato qualche cenno a suo tempo, nel narrare la carcerazione del Pisano e i varii discorsi da lui tenuti nel carcere, e dovremo parlarne ancora a proposito degli ulteriori esami a' quali fu sottoposto nell'uno e nell'altro tribunale, dove ogni volta le ripetè; d'altronde un saggio de' principali esami dell'Informazione trovasi anche ne' Documenti che pubblichiamo[374]. C'importa soltanto notare che in ispecie Felice Gagliardo depose avere il Pisano affermato che tutte quelle eresie gli erano state insegnate da fra Tommaso Campanella, dal Bitonto ed altri monaci, ed il resto de' denunzianti depose, insieme col Gagliardo, che il Messia Campanella, con armi, danari e gente molta, doveva assaltare il Regno, pigliare Stati e far nuove leggi.

Per tal modo le condizioni giuridiche del Campanella divenivano rapidamente assai tristi: gli Atti del processo ecclesiastico, la Dichiarazione scritta del Pizzoni, e quasi contemporaneamente le deposizioni unanimi de' compagni di carcere del Pisano, confutavano del tutto la Dichiarazione sua in quanto all'esser lui rimasto estraneo a' maneggi di congiura; del resto essa era stata già confutata in precedenza, e molto più seriamente, da alcune lettere trovate sulla persona di Claudio Crispo catturato appena qualche giorno dopo di lui. — Propriamente l'8 settembre il Crispo fu catturato da Gio. Geronimo Morano; non sappiamo nè dove nè come, ma sappiamo che al momento della cattura tentò di lacerare due lettere, e che il Morano se ne impossessò. Questo risulta da una relazione dello Spinelli al Vicerè trovata in Simancas, come pure dalle notizie riportate negli Atti esistenti in Firenze[375]. Le lettere erano quelle delle quali abbiamo già tenuto conto parlando delle trattative di congiura, l'una di Maurizio, in data del 25 luglio, che diceva al Crispo essere lui, Maurizio, «l'istessa persona con fra Tomase», e l'altra del Campanella medesimo, in data degli 8 agosto, che gli diceva di «venire con qualche amico et particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria». Vedremo tra poco che un'altra lettera del Campanella al Crispo fu trovata in potere di fra Paolo della Grotteria quando costui fu preso, ed essa era ancor più compromettente; onde si scorge che la non partecipazione alla congiura, dichiarata dal Campanella, veniva giorno per giorno smentita anche da documenti autentici. Il Crispo fu tratto direttamente alle carceri di Squillace, e le lettere furono inserte nel processo.

Ma è necessario tornare al Visitatore e a fra Cornelio. Essi avevano proseguito a far carcerare frati, dando lettere di cattura a D. Carlo Ruffo ed agli altri Commissionati. Fin dal mese antecedente fra Cornelio avea fatta una perquisizione delle carte e corrispondenze epistolari di tutti que' frati che si sapeva essere conoscenti ed amici di fra Dionisio e del Campanella; in sèguito di tale perquisizione fu preso fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, Vicario di Tropea e zio di Cesare Pisano, essendosi trovata presso di lui una lettera di fra Dionisio del 21 luglio, con la quale gli raccomandava un frate, annunziandogli pure la presenza del Visitatore nella provincia e la liberazione di Cesare già avvenuta, come egli credeva, dietro le raccomandazioni sue e del Campanella; inoltre fu preso anche fra Alessandro di S. Giorgio lettore di Tropea, senza che risultino veramente chiari i motivi della sua cattura. Questi due frati vennero esaminati dopo il Pizzoni e il Lauriana, l'8 settembre; ma le loro relazioni con fra Dionisio, e più ancora col Campanella, erano tanto lontane, che appena poterono dar conto della opinione che essi ne avevano, e fu deliberato di non procedere oltre negli esami, «acciò non venissero a conoscere il modo d'interrogare in quella causa»; il giorno dopo furono quindi rilasciati entrambi, non senza però l'obbligo di presentarsi ad ogni richiesta, dando una idonea cauzione da prestarsi nelle mani del Vice-Duca di Monteleone, ossia D. Carlo Ruffo. Il Campanella disse poi, nella sua Difesa, che fra Cornelio ricevè per la liberazione di questi due frati D.i cento; è possibile che questa somma abbia rappresentata la cauzione, la quale forse non venne mai più restituita. — Ma furono presi ancora altri frati di molto maggiore importanza, i cui nomi erano stati profferti da' primi esaminati o da' primi rivelanti, cioè a dire fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio, fra Giuseppe Bitonto; il solo fra Giuseppe Jatrinoli non fu preso, forse neanche cercato, e gli stessi Giudici che vennero dopo ne ignorarono sempre il motivo. Prima di tutti, fra Pietro di Stilo, come egli medesimo raccontò, fu preso il 7 settembre nel suo convento; lo stesso Carlo di Paola, che prese il Pizzoni e il Lauriana, unitamente con un Donato Antonio Mottola carcerò fra Pietro, come risulta dagli Atti esistenti in Firenze; e fra Pietro narrò pure di essere stato condotto dapprima alla Motta, poi alla Roccella e a Castelvetere, quindi a Monteleone, da ultimo a Squillace. Giunse a Squillace qualche giorno prima del Campanella; vedremo infatti che fu quivi esaminato dal Visitatore e fra Cornelio il giorno 13, poco prima che vi giungesse il Campanella col Petrolo, e venne rinchiuso nelle carceri dette «il Carbone», delle quali si fa parola anche in qualche documento esistente nel Grande Archivio[376]. Non conosciamo propriamente perchè fu condotto da Monteleone a Squillace; ma forse dovè esservi un ordine dello Spinelli in questo senso sia per tenere tutti i frati, ed anzi tutti gli ecclesiastici, meglio custoditi, sia per tenerli tutti riuniti e pronti ad essere inviati a Napoli, secondochè il Vicerè avea comandato. Quanto a fra Paolo della Grotteria, egli fu preso un po' più tardi nel suo convento di Grotteria da Ottavio Gagliardo, con questa particolarità importantissima, che sulla sua persona fu trovata una lettera del Campanella a Claudio Crispo, ed inoltre un libercolo manoscritto di segreti e «più cose di forfanterie, e tra le altre ci era per andare invisibile, et un altro capitolo per sciogliere l'huomeni e donne ligate», come pure per non confessare alla corda[377]. La lettera del Campanella parrebbe che fosse appunto quella scritta a' primi di agosto, nella quale egli diceva che avrebbe desiderato parlare con gli amici e che per questo avrebbe voluto recarsi a Pizzoni, ma perchè non gli era stato scritto che quelli erano venuti, se ne asteneva, e vi si sarebbe recato l'indomani laddove avesse saputo che fossero venuti, non convenendo mutare stanza senza certo disegno perchè il mondo non pensi a male etc. (se n'è parlato a pag. 203-204): era una lettera che destava legittimi sospetti, e verosimilmente fra Paolo, cui si era dato l'incarico di recarla da Stilo a Pizzoni, non si curò o non potè aver modo di farla capitare al suo destino e non provvide nemmeno a farla scomparire; essa fu data allo Xarava ed inserta nel processo della congiura. Il libercolo manoscritto, contenendo cose superstiziose, fu mandato a D. Carlo Ruffo e da costui passato a fra Cornelio, il quale l'allegò al processo di eresia; fu molto notato in sèguito da taluni il trovarvisi un segreto per non confessare alla corda, ma non c'era da farne molto caso, mentre rappresenta una piccola parte di molte altre goffaggini, e la corda doveva allora temersi da chiunque, non dai soli frati nè per la sola causa della congiura. Veniamo a fra Pietro Ponzio. Egli fu preso in Oppido, insieme col fratello Ferrante che sappiamo in ufficio di Vice-Conte o governatore di Oppido, per mano di Scipione e Marcello Silvestro e Pietro Paolo Salerno mandati da D. Carlo Ruffo, il quale poi gli disse essere stato catturato perchè fratello di fra Dionisio; e veramente egli non aveva altre colpe che questa parentela ed un'affettuosa amicizia pel Campanella, ed intanto era stato fin da principio denunziato come uno de' tre frati che menavano innanzi la congiura. Inoltre fu preso anche fra Giuseppe Bitonto, e costui in circostanze degne di nota. Fuggito dal convento di Condeianni dove avea l'ufficio di Vicario, e portatosi in una vigna di Gio. Tommaso Campo suo zio, nelle vicinanze di S. Giorgio, egli si era nascosto in un pagliaio, vestito da secolare, fattasi radere la corona e crescere la barba, ed armatosi di fucile e di pugnale. Ottavio Gagliardo, con Muzio Barone e Gio. Domenico Rodino, lo presero in quel pagliaio, «armato di scoppettuolo di tre palmi et un pugnale, et a tempo lo volsero pigliare, volse rancare il pugnale», come si legge negli Atti esistenti in Firenze. Vedremo più in là i particolari anche degli abiti così del Bitonto, come del Campanella e del Petrolo, che furono i tre frati fin qui presi in veste secolare; vedremo dippiù essere stati presi pure alcuni altri frati, nè soltanto Domenicani, ma questi furono di secondaria importanza, in numero anche più ristretto, e presi più tardi, sicchè non occorre parlarne in questo momento.

Ecco ora il sèguito delle deposizioni che il Visitatore e fra Cornelio raccolsero da taluni de' suddetti frati, giacchè non poterono esaminarli tutti. — Il 14 settembre, recatisi a Squillace, interrogarono dapprima fra Pietro di Stilo. Fra Pietro disse essere stato avvertito da molti secolari che avrebbe sofferto grandi travagli per causa del Campanella, ma non aver voluto fuggire perchè sentivasi netto in coscienza, e dopo di avere esposte le sue antiche relazioni col Campanella, quanto all'opinione che ne avea, rispose di tenerlo «in alcune cose per bono et in alcune cose sceleratissimo» per quello che avea «sentito dire». Ma qui si mossero a sdegno gli Inquisitori: volevano che fra Pietro dichiarasse di aver udito dalla bocca del Campanella le cose che doveva esporre (senza ancora sapere quali esse fossero), e in fretta e furia ordinarono che venisse rinchiuso in un carcere criminale «più strettamente e più duramente». Si seppe in sèguito, quando egli venne in Napoli, che fu tenuto dieci giorni in una «fossa» o «trapasso» come allora si diceva, e di là fu fatto poi risalire di sopra «al Carbone»; si seppe pure che fin da' giorni precedenti, mentre era nella carcere della Motta e poi di Monteleone, gli erano state fatte minacce e lusinghe da D. Carlo Ruffo e dal Castellano Ottavio Gagliardo, come pure da fra Cornelio e dal Visitatore, il quale «pareva che dependesse da fra Cornelio», e segnatamente a Squillace costui lo facea condurre innanzi a' Giudici secolari e diceva loro «ve lo consegno per tre ore, fate di lui quel che vi piace», e poi lo lusingavano con la promessa di una immediata liberazione se avesse rivelato ciò che volevano, e gli assicuravano che il Pizzoni era stato già liberato perchè avea parlato, e gli consigliavano di confessarsi perchè l'indomani avrebbe avuto la ruota, e il Visitatore lo eccitava a deporre liberamente cose di S.to Officio perchè a questo modo si poteva avere la remissione al foro ecclesiastico. Fu quindi più volte richiamato ed inutilmente interrogato tra le lusinghe e le minacce, senza che se ne fosse redatto il processo verbale. Ma come mai fra Pietro potè qualificare così prontamente il Campanella «in alcune cose sceleratissimo»? Passiamo sopra alla parola, che potè essere adoperata da fra Cornelio invece di qualche altra meno grave che fra Pietro ebbe a pronunziare; quanto alla sostanza, si venne poi a conoscere che nelle carceri di Monteleone egli ebbe modo di sapere qualche cosa dal Pizzoni, il quale gli dovè certamente dire di aver rivelato molte cose di eresia, giusta le sollecitazioni del Visitatore, per poter uscire dalle mani de' giudici secolari; egli dunque si metteva parimente in siffatta via (ma vedremo con quanta discrezione), se non che non poteva dichiarare di aver udito cose di eresia dalla bocca del Campanella, senza incorrere nella responsabilità di non averle rivelate alle Autorità competenti, tanto più che trovavasi Vicario del convento in cui il Campanella avea stanza. Ad ogni modo fra Pietro, il meno acceso, il più quieto tra tutti, seppe dare egli solo un certo esempio di fortezza, della quale si può intendere la misura considerando il terrore e la demoralizzazione generale: fino all'ultimo fra Cornelio ebbe a dirgli, «tu solo non puoi portare il carro, et si tu solo sarai pertinace, tu solo morirai», ed egli seppe resistere a tante pressioni.