Nel giorno medesimo gl'Inquisitori interrogarono fra Domenico Petrolo, e costui, secondo la natura sua, si mostrò in tutt'altro modo. Non appena giunto al cospetto del Visitatore egli si gittò a terra e disse, «Padre, non son degno di esser chiamato figlio tuo, ho peccato verso Dio, chiedo misericordia, poichè ho offeso Dio gravemente»; pure, dopo di aver dichiarato come era stato preso col Campanella in abito secolare, essendo fuggito insieme da Stilo perchè fra Tommaso fidava molto in lui, non volle spiegare il motivo per lo quale il Campanella era fuggito; disse solo che la Corte era contro di lui e che fra Dionisio glie l'avea avvertito, ma negò di saperne il motivo. Ed allora gl'Inquisitori ordinarono, con la solita formola, che fosse ricondotto in carcere e custodito «più strettamente e più duramente»; ma egli li pregò che ripigliassero il suo esame, e subito ne venne fuori una deposizione la quale certamente conteneva un po' più di quello che egli poteva sapere[378]. Affermò che la Corte era contro il Campanella, perchè costui «era mal christiano et havea opinioni terribili et tentava rebellione». E poi enumerò le opinioni terribili: diceva parergli essere stato eletto da Dio per predicare la verità e togliere gli abusi della Chiesa di Dio, essere i Sacramenti per ragione di Stato, non trovarsi il corpo di Cristo nell'ostia consacrata, non doversi adorare il crocifisso, esser lecito il coito, non esser veri i miracoli di Cristo, come l'ecclissi al tempo della passione non che la resurrezione di Lazzaro, saper lui fare miracoli e volerli fare in conferma della propria dottrina quando predicherebbe; inoltre non esservi paradiso nè inferno, essere l'autorità del Papa usurpata, non esservi Dio e la natura aver avuto il nome di Dio, non esservi Trinità, non doversi osservare il precetto dell'astinenza dal mangiar carne ne' giorni proibiti. Disse di aver udite tali cose dalla bocca del Campanella, che ne parlava ancor più liberamente quando si trovava in compagnia sua, di fra Pietro e di fra Dionisio, e spesso ne parlava pure in presenza de' secolari, tra' quali i più intrinseci erano Tiberio e Scipione Marullo, Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace, Giulio Contestabile, Geronimo di Francesco, Giulio Presterà, Francesco Vono, Fabrizio e Paolo Campanella, inoltre fra Scipione Politi Conventuale. Affermò ancora di ritenere che fra Dionisio credesse a quelle opinioni per certe parole dette in dispregio dell'ostia, e di sospettare ancora di fra Pietro di Stilo, perchè una volta gli avea detto esser bene che ciascun frate pigliasse moglie, e lui sentirsi morire se non prendeva moglie. Quanto al Pizzoni, lo conosceva per amico intrinseco del Campanella, e sapeva che si scrivevano lettere in cifra le quali egli avea vedute, inoltre una volta que' due andarono insieme ad Arena, e per tutto ciò lo riteneva aderente alle opinioni del Campanella. Infine interrogato intorno alla mutazione di Stato che il Campanella procurava nella provincia, palesò la predica fatta da fra Tommaso intorno alle mutazioni da dover accadere nel 1600, e le profezie alle quali si appoggiava, e il disegno di mutare la provincia in repubblica servendosi della lingua e delle armi de' banditi e del Turco; aggiunse che non volea predicar solo, ma anche con altri, facendo gran capitale del Pizzoni, di fra Dionisio, di fra Pietro di Stilo, ed ancora di lui fra Domenico Petrolo! Aggiunse inoltre che avea mandato presso Morat Rais Maurizio, il quale avea trattato la venuta dell'armata ed avuti per questo albarani del Turco, siccome seppe allorchè stavano con fra Tommaso presso il Mesuraca; che fra Dionisio trattava di far ribellare Catanzaro e il Campanella Stilo con altri luoghi, e che non erano a sua conoscenza altri fuorusciti aderenti eccetto Maurizio, mentre de' frati sapeva che erano pure molto amici del Campanella fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Jatrinoli e fra Giuseppe Bitonto. Al solito, ebbe in ultimo a dichiarare di non aver deposto per timore del carcere «ma per zelo della fede e di Dio». — Fu questa la deposizione del Petrolo, la quale abbiamo voluto riportare con una certa larghezza, perchè associata alle precedenti del Pizzoni, del Soldaniero e del Lauriana, consolidò la base del processo ecclesiastico. Certamente è notevole la specchiata concordanza di tutte queste deposizioni; ma se da ciò si può inferire che la massa delle cose deposte dovè esser vera, si può anche inferire che vi dovè essere un solo suggeritore per tutti i deponenti. E qui si vede in modo non dubbio l'efficacia del suggeritore, poichè il Petrolo, avvilito, si lasciò condurre fino a nominare sè medesimo tra coloro i quali doveano predicare la libertà. Senza dubbio, specialmente dal lato dell'eresia, egli disse più di quanto conosceva: si seppe in sèguito che mentre era per rientrare in carcere dietro l'ordine dato dagl'Inquisitori, fra Cornelio lo ritirò da parte e gli lesse l'esame del Pizzoni, come pure che erano presenti al suo interrogatorio il Provinciale, l'Avvocato fiscale e il Capitano di campagna, e che non si scrisse precisamente così come egli rispose alle interrogazioni. Ma pur troppo l'esame da lui sottoscritto potè poi essere spiegato meglio in qualche punto, non già disdetto, anche perchè in questo caso s'incorreva nell'imputazione di falsa testimonianza; e per tal modo rimaneva ognuno illaqueato senza via d'uscita. Del rimanente il Petrolo si fece sempre a negare la sua partecipazione all'eresia, dicendo, «in altro son grandissimo peccatore, ma contro la fede non ho peccato»; e in che dunque egli era peccatore, e per quale peccato egli chiedeva spontaneamente perdono agl'Inquisitori fin dal principio del suo esame? Tolta di mezzo la faccenda dell'eresia, non rimane altro che la faccenda della congiura.
Dopo il 14 settembre gl'Inquisitori sospesero le loro operazioni e non interrogarono il Campanella. Ignoriamo il motivo di questo fatto: forse volevano avere in precedenza la deposizione di fra Pietro di Stilo e sperarono di averla da un giorno all'altro, ma inutilmente; forse lo Spinelli, malgrado la buona corrispondenza degl'Inquisitori, ottenuta la Dichiarazione scritta dal Campanella, temè che questa potesse da un esame verbale riuscire invalidata in qualche punto, e vedremo che si diè invece ad insistere presso il Vicerè perchè si venisse con lui a tortura senza perdita di tempo. Intanto il 17 settembre il Card.l di S.ta Severina inviava una lettera importantissima a fra Cornelio, con la quale, comunicandogli una deliberazione presa dalla Congregazione del S.to Officio dietro le lettere di lui intorno alle cose di Calabria, gli annunziava di avere scritto, per ordine di Sua Beatitudine, al Governatore della provincia ed a' Vescovi di Catanzaro e di Squillace, che procurassero con ogni diligenza la cattura del Campanella, di fra Dionisio ed altri suoi complici (s'ignorava in Roma a quel tempo trovarsi il Campanella già carcerato), con questa aggiunta, «et seguendo la carceratione del Campanella, la Santità Sua hà ordinato, che si faccia condurre in Napoli sicuramente in mano di Monsignor Nuntio, che poi appresso si deliberarà della persona sua». Gli significava inoltre che mandasse la copia delle informazioni prese circa le eresie, e che occorrendo di dover prendere altre informazioni lo facesse unitamente co' Vescovi de' luoghi ne' quali si aveva ad esaminare, con ogni «secretezza e diligenza»: Questa lettera insieme con due altre (sicuramente le lettere pe' due Vescovi) non giunse che il 2 ottobre a fra Cornelio, la cui residenza non era ben nota in Roma; con ogni probabilità giunse anche prima quella pel Governatore, e così lo Spinelli e fra Cornelio doverono conoscere la deliberazione di Roma avanti il 2 ottobre, restandone naturalmente ben poco contenti. Senza dubbio in Roma, dove si sapevano appieno gli odii feroci e le azioni delittuose de' frati Domenicani, massimamente di Calabria, non si era punto sicuri che tutto procedesse in regola, e si voleva una migliore guarentigia dell'onesto andamento delle Informazioni. Grande era difatti la cura che in ciò metteva il S.to Officio, almeno in Italia, dove le cose non procedevano come p. es. in Ispagna: possono ritenere il contrario soltanto coloro i quali non hanno alcuna conoscenza degli Atti di questo tribunale, che vuol'essere giudicato col confronto de' procedimenti de' tribunali laici in analoghe condizioni, vale a dire nel trattare de' delitti di lesa Maestà, mentre il concetto del S.to Officio era quello di trattare de' delitti di lesa Maestà Divina. Le lettere medesime scritte da fra Cornelio al P.e Generale e al Card.l di S.ta Severina doverono per la loro virulenza contribuire a mettere in sospetto la Sacra Congregazione; ed anche circa la faccenda della congiura si vide il Papa, mediante il Card.l Segretario di Stato Cinzio Aldobrandini, come già fin da principio (20 agosto), del pari e sempre più in sèguito (26 settembre), esigere che la causa dei frati e clerici imputati si facesse «per rispetti gravi più tosto in Napoli» con l'intervento del Nunzio, ricevendoli il Nunzio «come prigioni suoi»[379]. Ebbe dunque allora il Campanella un qualche aiuto dal S.to Officio e dalla Curia Romana: se non che fra Cornelio, solleticato pure dalla speranza d'ingrandirsi sulle miserie dei frati, non lasciò così facilmente la preda, ed attese al miglior modo di servirsi della licenza rimastagli di procedere ad altre Informazioni unitamente co' Vescovi. Non potè più interrogare il Campanella, il quale perciò non ebbe a trovarsi innanzi a Giudici se non quando venne condotto in Napoli; potè bensi travagliare ancora gli altri frati e perfino taluni clerici, aggravando sempre più le condizioni del Campanella e di fra Dionisio; ma dovè passare un po' di tempo, durante il quale vi fu una tregua nel processo ecclesiastico.
III. Facciamoci intanto a vedere le mosse ulteriori dello Spinelli[380]. Conosciuta la cattura di fra Tommaso, con una sua lunga lettera in data 8 settembre egli annunciava al Vicerè di aver avuto già questo «capo principale della sedizione e un altro compagno suo della sua fazione e setta», oltre all'essersi assicurato subito della maggior parte di quelli che fra Dionisio avea nominati e i due primi rivelanti aveano atteso a scovrire per ordine dell'Avvocato fiscale; nè era chiusa per anco la sua relazione, che poteva annunziare di più la consegna allora allora fattagli da Gio. Geronimo Morano di Claudio Crispo, in cui potere si erano trovate due lettere «che verificavano le altre tre avute da' primi rivelanti», con la speranza che gli confesserebbe molte cose essendo amico e compagno di Maurizio. Diceva essersi avuto fra Tommaso «per mezzo e diligenza» del Principe della Roccella «suo nipote» e di un vassallo di lui, al quale era stato promesso, secondochè pure avea promesso il detto Principe, il guiderdone per un servizio tanto segnalato. Ed essendosi raccolto che il Campanella non cercava di fuggirsene a Roma, mostravasi persuaso che nella congiura non c'era la volontà del Papa «come egli e fra Dionisio andavano pubblicando»; tuttavia affermava che se la congiura non fosse stata scoverta ed impedita in tempo, era per succederne molto danno. Mostrava anche di ritenere che S. E. avrebbe comandato di assicurarsi della persona di Mario del Tufo nominato dal Campanella, sebbene egli, lo Spinelli, non l'avesse «posto in iscritto», mentre pure gli veniva nominato da altra parte; e faceva inoltre notare che fra Dionisio aveva nominato a' rivelanti anche il Marchese di S.to Lucido, di cui Maurizio avrebbe avuto tre lettere. Quanto poi a' Vescovi non gli era riuscito di sapere nulla più di ciò che fra Dionisio aveva comunicato a' due rivelanti, eccetto alcune parole che il Vescovo di Mileto si era lasciato dire e che l'Avvocato fiscale avea già riferite a S. E. «non per anco poste in iscritto», ma da porsi «con molta brevità e in quella maniera» che S. E. avea ordinato (d'onde si vede che lo Xarava tenea del pari corrispondenza col Vicerè, e ne' punti più scabrosi procedevasi con grande riserva, prendendo parte il Vicerè medesimo alla formazione del processo); riferiva pure il braccio datogli dal Visitatore, e rivelava il merito di D. Carlo Ruffo suo «parente», che avea preso due frati della stessa setta (il Pizzoni e il Lauriana), e che aveva atteso ed attendeva a quel negozio con tanta diligenza ed accuratezza da sperare di raggiungere per mezzo suo buona parte dell'effetto di questo servizio, e per dargli più animo supplicava S. E. che restasse servita di scrivere tanto a lui quanto al Principe suo nipote, riconoscendo loro i servizii prestati (così questa volta egli cominciava senza ritardo a giustificare la qualità attribuitagli, in suos munificus). Faceva inoltre conoscere di aver inviato l'Avvocato fiscale per tradurre il Campanella da Castelvetere, e per assicurarsi, cammin facendo, de' parenti di lui e degli altri de' quali udirebbe il nome, avendo cominciato a dirli, «prima che se ne penta» (ciò che mostra lo Spinelli malizioso per lo meno quanto lo Xarava). Aggiungeva di aver fatto già trarre in arresto i denunzianti tardivi di Catanzaro e partecipava le buone speranze di avere nelle mani Maurizio e tutti gli altri, pe' molti provvedimenti e le molte intelligenze prese, manifestando che non si farebbe a promettere indulti, se non in caso di grande necessità e di segnalato servizio, quando non si potesse fare diversamente; ed offrendosi a dimandarli altri che non fossero inquisiti di tal delitto, per presentare quelli che lo fossero, lo concederebbe più facilmente «a fine di non indultare complici» (veggasi dunque se Maurizio poteva sperare un indulto). E dubitando che, dietro la cattura del Campanella, procurerebbero di mettersi in salvo molti che non si sapevano, «e potrebb'essere anche dei Vescovi stati nominati», avea posto nel mare di ponente due feluche, le quali scorrendo per quelle marine impedissero la fuga dei colpevoli (d'onde si vede che egli eccettuava appena il Papa, ma avrebbe voluto nelle sue mani tanto i Nobili che i Vescovi). Infine mandava a S. E. la lista di coloro che erano stati carcerati fino a quel momento. La lista comprendeva 34 persone d'ogni ceto; Nobili distinti, come il Barone di Cropani e Geronimo del Tufo; altri Nobili e particolari quasi tutti Catanzaresi, tra' quali due catturati in abito di pellegrini, quattro su' cinque denunzianti tardivi, compreso il Franza e con lui pure il Cordova, inoltre i due Moretti di Terranova (già studenti del Campanella) e Claudio Crispo fuoruscito; finalmente frati, il Pizzoni e il Lauriana carcerati in Monteleone, il Campanella e il Petrolo a quella data tuttora in Castelvetere. Evidentemente in circa dieci giorni si era fatto molto.
In sèguito, il 13 settembre, tradotto il Campanella col Petrolo a Squillace, ed avuta conoscenza della sua Dichiarazione scritta, egli cercò subito di sapere qualche altra cosa da lui; ma non vi riuscì, ed anzi ebbe a sentirsi negare che avesse nominato Mario del Tufo quale aderente alla congiura. Mandò allora al Vicerè, in data del 14, un'altra sua lettera, unendovi una copia della Dichiarazione del Campanella, e in pari tempo una 2.a copia dell'Informazione presa dal Visitatore e da fra Cornelio, per la quale risultava non solo comprovata la congiura, ma anche posta in luce la eresia; nè si rimase dal profittare di quest'ultima circostanza, per tentare di far accrescere l'ingerenza del Governo contro i frati, che già erano quasi tutti in suo potere[381]. Difatti, nella sua lettera, dopo di avere informato il Vicerè dell'arrivo del Campanella a Squillace, e dell'intento che avea di seminare e introdurre eresie, provato coll'Informazione presa dal Visitatore, «mercè il cui aiuto e buona corrispondenza si erano carcerati e si andavano carcerando gli altri frati compagni ed intrinseci del Campanella» (vale a dire fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio), egli subito esprimeva la sua opinione, che contro di loro «sarebbe molto necessario potersi qui procedere a tortura, perchè senza di essa non si potrà chiarire nè provare il danno che il detto Campanella ha prodotto nelle genti di queste parti, persuadendo ed insegnando loro cose ed opinioni tanto abominevoli, secondo che egli credeva e cercava d'insinuare; e stando in quel concetto in cui i popoli lo tenevano, con tanto grande applauso e sèguito, si può per questo credere che abbia fatto qualche danno con la sua falsa dottrina, avendo in sì poco tempo ridotto tanti a sua devozione». Sottometteva quindi a S. E., che «si potrebbe procurare il braccio di Sua Santità o Inquisizione, per procedere qui come alcuni anni dietro si è fatto in Reggio e S.ta Agata, dove, essendo stata scoverta una certa setta di eresia, s'inviò il Dottor Panza, il quale coll'intervento di un Commissario Apostolico procedè all'estirpazione e gastigo degli eretici». Poi annunziava le altre catture fatte e le ulteriori notizie raccolte anche co' tormenti cominciati a darsi, i provvedimenti adottati in particolare contro Maurizio fuggiasco e qualche altro provvedimento da potersi adottare, ed oltracciò la comparsa de' primi legni turchi e poi di tutta l'armata nemica. — Le cose, come ben si vede, s'intralciano sempre più, in modo da non poterle narrare che partitamente, e serbando per quanto si può l'ordine dato ad esse dallo Spinelli nel riferirle.
Abbiamo visto che già agli 8 settembre vi erano 34 carcerati, e, fra essi, quattro su' cinque denunzianti tardivi; in sèguito fu preso anche l'altro. Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza furono i primi ad essere catturati e vennero tradotti a Squillace con gli altri; Mario Flaccavento fu preso in Catanzaro, e così pure Gio. Battista Sanseverino, che stava già confinato in casa con pleggeria d'ordine dell'Audienza per altra causa; infine fu preso ancora Gio. Tommaso Striveri che si era nascosto, ma fu preso più tardi, dopo Gio. Paolo di Cordova, e può ritenersi per certo che tutti costoro furono tradotti del pari a Squillace. Come si legge nella relazione mandata dallo Spinelli il 14, fin allora si era assicurato degl'individui sospetti e nominati «così da fra Dionisio come dal Campanella», e tra essi aveva avuti quattro fuorusciti di quelli che andavano in compagnia loro e trattavano coi detti frati di far la massa di gente», a uno de' quali, trovato con lettere del Campanella, si era data la corda nella notte passata ed avea confessato. Questo tale si capisce facilmente che era Claudio Crispo; gli altri, come è manifesto dalla qualità indicata di accompagnatori de' frati, ed anche dall'ordine con cui si trovano nominati ne' folii del processo, dovevano essere: Cesare Mileri, che non sappiamo da chi fosse stato preso, Cesare Pisano, che non era veramente fuoruscito ma già colpito da cattura per reato comune, e che dovè perciò passare dalle carceri del Principe della Roccella a quelle del Governo, infine Gio. Tommaso Caccìa, che sappiamo essere stato preso da Giulio Soldaniero, il quale inaugurò con lui l'adempimento dell'obbligo assunto di presentare i congiurati per meritarsi l'indulto. Dippiù, come annunziava del pari lo Spinelli, erano stati carcerati tutti i parenti e gli amici stretti di Maurizio, perchè, col timore della dimostrazione che si facea, si potesse avere qualche lume intorno a lui e prenderlo; si era per altro ricorso anche a' provvedimenti straordinarii di citarlo a comparire col termine di quattro giorni, entro i quali non presentandosi sarebbe stato dichiarato forgiudicato, traditore e ribelle a S. M.tà, e si sarebbe proceduto alla confisca de' beni, mentre al tempo stesso si era pubblicato Bando, che niuno gli desse ricetto ed aiuto, e tenendone notizia si dovesse farne rivelazione, imponendosi pena di morte naturale e confisca di beni a' contravventori. Per finirla intorno a' provvedimenti riputati opportuni, bisogna pure aggiungere che lo Spinelli faceva conoscere al Vicerè, avere D. Carlo Ruffo «scoverto da un frate carcerato nel Castello di Monteleone» che D. Lelio Orsini aveva inviato e teneva nella provincia di Basilicata un fra Gregorio di Nicastro, della stessa Religione e del partito e pratica del Campanella, che andava facendo l'ufficio medesimo dell'adunar gente in quella provincia, e per averlo nelle mani proponeva una Commissione contro fuorusciti al detto D. Carlo. Ma ricordiamo che il fatto si trova affermato nella Dichiarazione scritta dal Pizzoni, sicchè non fu scoverto da D. Carlo; è chiaro quindi che lo Spinelli voleva ad ogni modo, questa volta anche con la menzogna, procurare al suo parente un ufficio non di lieve importanza; e per quanto sappiamo il Vicerè non ne fece nulla, anche perchè, come riferì il Residente di Venezia, avrebbe voluto dare una larga Commissione al proprio figliuolo D. Francesco de Castro[382].
Intanto il processo contro i laici già presi menavasi innanzi con la massima alacrità. Dicemmo che si ebbero dapprima, il 31 agosto, le deposizioni di Lauro e Biblia. Come è facile intendere, essi confermarono quanto aveano attestato nella denunzia, ma vi aggiunsero qualche altra notizia raccolta posteriormente[383]. — Fabio di Lauro espose le cose dettegli da fra Dionisio, la riuscita dell'affare a motivo delle rivoluzioni e mutazioni previste dal Campanella pel 1600, onde tenevano castelli e fortezze a loro divozione, e i capi aveano dato al Campanella l'incarico di persuadere i popoli; e che il Campanella teneva tutte le lettere de' congiurati maggiori, e fra Dionisio mostrò la cifra con la quale si scriveano, come pure una lettera firmata da Maurizio e dal Campanella, con la quale gli dicevano di recarsi subito a Davoli, ove in fatti fra Dionisio si recò insieme con Cesare Mileri, come seppe dal vetturino che ricondusse i cavalli. Che inoltre Orazio Rania, fattosi intimo di lui e di Biblia, comunicò loro essere andato a Davoli col Franza e col Cordova per concertare la ribellione e poi a Stilo presso il Campanella, e che a' «5 del presente mese di agosto» Matteo Famareda, amico particolare di Maurizio e che l'avea tenuto in casa sua molti giorni, gli avea detto che Maurizio e il Campanella voleano riformare il mondo, e che Maurizio era andato sulle galere di Amurat Rais. — Gio. Battista Biblia espose egualmente le cose dette da fra Dionisio, i preparativi degli animi delle genti alla sollevazione affidati al Campanella e ad altri predicatori; dippiù le cose raccontategli dal Rania, l'andata di lui col Franza e col Cordova presso il Campanella per parlare di detto negozio, la precedente andata di Maurizio al Cicala sopra le galere di Amurat Rais, il salvacondotto ottenuto dal Cicala per Maurizio e il Campanella, la promessa di venire da quelle parti con 60 vele; infine ciò che fra Dionisio gli aveva ultimamente detto, l'andata di Francescantonio dell'Ioy con altri di Squillace, insieme con Maurizio, presso il Campanella. — L'uno e l'altro poi indicarono sempre fra Dionisio come colui che promulgava i pronostici e gli eccitamenti del Campanella, sollecitava a prendere le armi contro il Re per far la provincia repubblica, dava per certo il concorso di Signori e genti principali, e concludeva doversi in un giorno di settembre gridare libertà, perchè sarebbero entrati in Catanzaro 200 fuorusciti, i quali avrebbero ammazzato gli Ufficiali del Re, scassinate le carceri, liberati i prigioni, armatili della munizione della Corte etc. etc. Sicuramente essi deposero molte altre cose, poichè a noi è pervenuto soltanto ciò che riusciva a carico del Campanella, di fra Dionisio e delle persone ecclesiastiche, circostanza che non si deve mai dimenticare, così per queste come per tutte le altre deposizioni. Sappiamo infatti, dal Carteggio Vicereale, che essi aveano raccolte e consegnate «tre lettere», sulle quali senza dubbio diedero spiegazioni; queste lettere doveano provenire da Maurizio, e il Campanella nella sua Narrazione non mancò di ricordarle, riducendole a due[384]. Ma in fondo ben si vede che, all'infuori delle importanti notizie sul convegno di Davoli, le quali spargevano luce anche sull'uccisione del Rania, questi due rivelanti non aggiunsero molte cose, e scemarono enormemente le notizie esageratissime rivelate con la denunzia: basta dire che affermarono appena 200 uomini dover entrare in Catanzaro, mentre dapprima aveano rivelato che Maurizio ne comandava 2,000, nè fecero più alcun cenno del Papa e de' Vescovi. Quest'ultima variante è molto notevole. Essa può spiegarsi con ciò che disse il Campanella nella Narrazione e poi nell'Informazione, che cioè «non poteano far verisimile il primo processo contro il Papa e i Prelati» (o, più propriamente, la prima dichiarazione contro il Papa e i Prelati), e che a' denunzianti lo Xarava «faceva mutare ogni giorno l'esamina a suo gusto»; ma può spiegarsi anche con ciò che trovasi accennato nel Carteggio Vicereale, che cioè tra le istruzioni date vi era quella di «notare a parte» o «non porre in scritto» nel processo quanto concerneva il Papa, i Vescovi e i Nobili napoletani di alto bordo.
Seguirono le deposizioni de' denunzianti tardivi, de' quali parrebbe essere stati esaminati soltanto Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza, e dopo qualche giorno anche Gio. Tommaso Striveri. Tutti costoro, al pari di Lauro e Biblia, deposero di aver conosciuto per mezzo di fra Dionisio la sapienza, i pronostici e l'influenza del Campanella, e i progetti di lui e di Maurizio, come pure di essere stati sollecitati da fra Dionisio a prendervi parte[385]; ma ciascuno aggiunse qualche cosa di più. — Francesco Striveri[386] affermò che fra Dionisio gli avea mostrata una lista di Catanzaresi di valore, formata da Maurizio e dal Campanella e «ne nominò molti» (ma evidentemente il Campanella era qui messo innanzi a torto); inoltre affermò di aver saputo dal Franza l'andata di costui col Cordova e col Rania a Davoli, per vedere Maurizio e il Campanella; il quale disse loro volergli confidare un negozio di molta qualità ed importanza, e che avrebbe poi mandato fra Dionisio a chiarire ogni cosa, si fermò a ragionare a lungo col Rania, come fece anche Maurizio, e poi disse che Iddio li avea mandati là, dovendo confidargli un gran negozio come avrebbe loro manifestato fra Dionisio. Evidentemente costui si era messo d'accordo col Franza, il quale avea capito di non poter più nascondere l'andata a Davoli, dopo di averlo assolutamente taciuto nella denunzia; e ben si vede che raccontando le cose a quel modo, tutto si rovesciava sul Rania, il quale era morto, e si cercava mostrare che a Davoli non si era parlato di ribellione, essendo stato questo discorso riservato a fra Dionisio; ma chi vorrà credere che il Campanella, mentre faceva perfino intervenire Iddio nell'andata di quelle tre persone a Davoli, poichè dovea confidar loro un grave negozio, si rimetteva poi a farlo conoscere per mezzo di fra Dionisio? — Gio. Tommaso di Franza[387] espose molto minutamente i particolari dell'andata a Davoli, ed importa anche a noi conoscerli bene, essendo stato questo uno dei principali argomenti su cui si fondò l'accusa contro il Campanella. Egli disse avergli fra Dionisio fatto sapere che il Campanella lo supplicava di dare ascolto a quanto mandava pregando e di rispondere maturamente, trattandosi di un negozio molto grande che dapprima gli sembrerebbe un poco agro, ed egli rispose «che si era cosa honorata e da farsi, l'haveria fatta»: ed allora fra Dionisio cominciò a parlare delle future guerre e romori del 1600, che il Campanella avea previsto per astrologia, aggiungendo questa volta le previsioni fatte nello stesso senso dal Marchese di Vigliena, «homo sapiente in le scientie sopranaturali»[388]. Egli quindi si recò a Davoli col Cordova e col Rania, e trovò nel monastero, presso Maurizio, il Campanella; il quale gli prese la mano e gli dimandò come se la passasse con le inimicizie di Catanzaro, ed egli rispose che stava travagliatissimo. «E fra Tomase cominciò ad essagerare, e dire: queste inimicitie forriano finite, si dal principio si fosse posto mano all'armi, et non se havesse proceso con la penna; e li domandò ancora che faceva il Governatore de la Provintia, et s'attendeva come l'altri ministri del Re à mal trattare li Popoli, et havendoli risposto, che per tutto era un paese, detto fra Tomase disse, queste cose dureranno molto poco, per che lo hò conosciuto per via d'Astrologia, e revelatione, che presto hanno da essere in questo Regno revolutioni infinite, e guerre, et circa di questo Io vi voglio comunicare un negotio di molta qualità et molto utile che pare che Iddio vi habbia portato cquà, perchè per quando vi serà rivelato lo possiate fare, et da cquà à poco tempo per fra Dionisio vi mandarò a confidare il secreto dal quale cavarete grand'utile, e Mauritio de Rinaldo diceva ad esso deponente che volessero attendere alle parole del Padre fra Tomase, per che era negotio di gran qualità et servitio di Dio; et dopò fra Tomase si pigliò Oratio Rania et raggionaro più di due hore strettamente, e tra lo raggionare lo fra Tomase più volte abbracciò lo detto Oratio, mostrandoli grande amorevolezza, et à tempo si licentiaro, fra Tomase, et Mauritio l'incaricò molto, che facessero quello, che frà Dionisio l'havria detto». Fu questa la deposizione del Franza, ed abbiamo già manifestato il nostro giudizio sopra di essa, giudicando quella di Francesco Striveri.
Venne in sèguito la deposizione di Gio. Paolo di Cordova, e dopo di essa quella di Gio. Tommaso Striveri, il quale non si era potuto carcerare così presto. Il Cordova fu preso col suo fratello Muzio, e la sua deposizione non riuscì dissimile dalle precedenti[389]. Egli disse che era andato a Davoli presso Maurizio, il quale gli era parente dal lato di sua madre: quivi il Campanella se lo chiamò da parte insieme col Franza, e cominciò a dire: «Iddio v'ha portati cquà perchè intendiati da me un negotio ch'importa molto», ed esposte le previsioni sue pel 1600, e detto che «molti savii antichi hanno desiderato veder quest'anno», conchiuse che avrebbe loro mandato in Catanzaro fra Dionisio, il quale gli avrebbe dichiarato ogni cosa. Aggiunse inoltre il Cordova che dopo un 15 giorni (vale a dire il 23 agosto, circostanza probabilmente falsata) recatisi presso fra Dionisio, costui «li raccontò la congiura, dicendoli, che in detta congiura c'interveneva ancora lo Prencipe di Bisignano, lo Marchese di S.to Lucito, Geronimo dello Tufo, che havea promesso dare lo Castello di Squillace in potere delli congiurati, et che lo Turco, et altri potentati haveriano aggiutato, et che quando li parlò fra Tomase Campanella nè esso deposante disse niente à lo Mauritio nè lo Mauritio ne trattò con esso». Nemmeno qui ripeteremo il nostro giudizio su tale racconto: solo faremo avvertire che non vi si trova più citato il Rania, e ne vedremo tra poco la ragione; faremo avvertire inoltre, che costoro son tutti unanimi nell'affermare la profonda convinzione del Campanella intorno a' futuri mutamenti, e l'energica azione sua perchè se ne traesse profitto. Intanto lo Spinelli e lo Xarava sottoposero il Cordova alla tortura, e così il Cordova fu il primo ad inaugurare la serie de' tormentati; ciò si desume da' medesimi Atti che si conservano in Firenze, e sino ad un certo punto anche dalla lettera dello Spinelli in data dei 14[390]. Nè finirono qui le miserie del Cordova. Tra le altre cose ebbe a domandarglisi conto anche dell'uccisione del Rania: ma questo accadde un po' più tardi, quando, come si legge nella lettera dello Spinelli, si ebbe la testimonianza di una persona andata da parte di due imputati ad avvertire il Rania che fuggisse, con la circostanza poi verificatasi che il Rania si trovò morto non lungi da una possessione di costoro; e senza dubbio, in Catanzaro, solamente il Cordova ed il Franza potevano avere interesse di far tacere per sempre il Rania, che già avea parlato anche troppo col Biblia, ma probabilmente i due imputati furono i fratelli Cordova, Gio. Paolo e Muzio. Per Gio. Paolo c'è sicuramente in processo la deposizione di un Agazio Cormasio, il quale attestò di avere udito che Gio. Paolo, «dubitandosi che Oratio non l'havesse scoverto, procurò di farlo fuggire et ammazzare»[391]. A lui dunque si deve riferire ciò che lo Spinelli diceva, cioè che egli, prima della deposizione di questo testimone, avea avuta la corda pel negozio principale e non era stato confesso, e col detto del testimone e con altri ammennicoli che si andavano accumulando gli si tornerebbe a ripeterla. Così il Cordova nel negozio principale non era stato confesso, vale a dire che col tormento non avea dichiarato nulla di quanto gli s'imputava, ma avea persistito nella sua deposizione, secondochè ci risulta dagli Atti che si conservano in Firenze. Bisogna pure aggiungere che la corda gli fu data senza parsimonia, poichè da una deposizione del Di Francesco fatta più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, risulterebbe che gli fu data per non meno di sette ore: ma l'Avvocato che lo difese la disse di cinque ore, sebbene fosse stato scritto solamente di un'ora e mezzo, e ci fece pure sapere che il fratello Muzio fu egualmente «tormentato senza causa con cinque ore di corda et acqua» vale a dire acqua fredda sul corpo già prima sospeso e da sospendersi di nuovo alla corda[392].
Quanto a Gio. Tommaso Striveri[393], costui depose che il 22 agosto, essendo andato insieme col suo fratello Francesco e col Franza al monastero de' Domenicani per udir la Messa, trovarono là un monaco che gli cominciò a lodare grandemente il Campanella, e poi si pose a parlare in disparte dapprima col Franza e poco dopo con Francesco suo fratello; il quale in sèguito gli disse che quel monaco (fra Dionisio) gli avea parlato delle predizioni e profezie del Campanella, della prossima ribellione in tutti i suoi particolari; del trattato col Turco, e di tutti coloro che v'intervenivano, mostrando una lista di que' di Catanzaro. Evidentemente Gio. Tommaso si era messo d'accordo col fratello Gio. Francesco, e deponeva in tal guisa, per dar forza alla deposizione di lui e tirare indietro la persona propria: come mai, per una semplice notizia avuta dal fratello, egli si era compiaciuto di sottoscrivere la denunzia, la quale rivelava una sollecitazione diretta, e poi avea finito per nascondersi e sottrarsi ad ogni ricerca? — Dobbiamo qui notare che i documenti finoggi conosciuti ci dànno notizia delle deposizioni de' tre soli denunzianti tardivi soprannominati, e non mostrano punto che alcuno di loro sia stato sottoposto a tortura: si potrebbe dire che fossero stati tutti risparmiati, sapendosi da un lato che lo Spinelli gli avea perfino da principio lasciati liberi, e d'altro lato che non erano stati neanche tutti esaminati in Calabria secondochè affermò il Campanella nella sua Narrazione. Ma il Capialbi, in una nota a questo punto della Narrazione, asserì, che il Franza, il Flaccavento e Tommaso Striveri, ebbero la tortura; forse lo rilevò dalla Difesa del Cordova rimastaci ancora ignota, e se così accadde, bisogna riconoscere che, giuridicamente parlando, pel Franza e Gio. Tommaso Striveri la tortura sarebbe stata di piena regola.
È probabile che dopo queste sieno venute le deposizioni di Giulio Soldaniero, e quindi le altre di testimoni di minore importanza, secondochè si può argomentare dall'ordine di successione del numero de' folii processuali. Comunque sia, le deposizioni del Soldaniero si fanno notare per una grandissima parsimonia, mentre furono così abbondanti in Soriano alla presenza di fra Cornelio, e vedremo che tornarono ad essere abbondanti più tardi in Gerace, innanzi allo stesso fra Cornelio ed altri, di tal che si direbbe aver avuta solamente questo frate la virtù di svegliarne i ricordi. Egli non depose altro se non l'avere udito pubblicamente in Soriano, che Gio. Tommaso Caccìa con Francesco d'Alessandria, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Claudio Crispo, il Campanella, fra Dionisio, fra Pietro di Stilo ed altri che non ricordava, verso la metà di luglio (i calabresi dicevano e dicono ancora «giugnetto») in numero di oltre 25 si erano riuniti nel convento di Pizzoni per concertare tra loro il modo di effettuare la rivolta. Il Mastrodatti non mancò di ricordare che, al momento di deporre, egli era «guidato» dal Sig. Carlo Spinelli[394].