Cesare Mileri[421] depose essergli stato detto da fra Dionisio che avea concertato con fra Tommaso e Maurizio una congiura per ribellare il Regno, che per questo aveano l'aiuto del Turco, che intendevano d'impadronirsi di molte terre, che «il capo di detta congiura era D. Lelio Ursino il quale si voleva impatronire di tutto il Regno», che a tale effetto aveano concertato di fare una massa di fuorusciti ed altre genti, ed in ogni terra tenevano molti congiurati «preparati pel momento in cui giungesse l'armata del Turco»; che fra Tommaso diceva dovere questo Regno nel 1600 mutare padrone e dovervi essere gran rivolture, che egli si offerse di stare in ordine con altri congiurati e di trovare altri compagni; che dopo andò a vedere Francesco Antonio Dell'Ioy amico suo e gli comunicò la congiura, e costui gli disse che stava in ordine poichè fra Dionisio già glie l'avea comunicata, e parimente Gio. Francesco di Nuzzi gli disse lo stesso. Aggiunse che tanto fra Dionisio quanto il Dell'Ioy dicevano essere in quel concerto molti fuorusciti ed altra gente di qualità di quella provincia, ed egli lo sapeva, perchè da giugno in poi, sino a che fra Dionisio si pose in fuga, egli l'accompagnò in alcune terre, in Catanzaro, in Girifalco, in Nicastro ed altre, nelle quali fra Dionisio parlava segretamente con diverse persone e poi gli diceva che quelle persone dovevano prender parte alla rivolta. Aggiunse ancora essergli stato detto da fra Dionisio, che egli medesimo e il Campanella avevano mandato in Turchia a trattare col Turco acciò fosse venuto in soccorso «volendogli dare molte fortellezze e terre in potere», e che a tale effetto nel mese di giugno era venuto Amurat Rais con le galere per conchiudere la ribellione, e su quelle galere era andato Maurizio de Rinaldis ed avea conchiuso che l'armata fosse venuta in settembre; che egli, il Mileri, con quelli da lui nominati «e tutti gli altri che erano concorsi», aveano concertato che alla venuta dell'armata turchesca sarebbero entrati nelle terre, avrebbero ammazzato tutti gli Ufficiali e coloro i quali ricusavano di aderire, e avrebbero dato aiuto all'armata turchesca «acciò fusse entrata dentro dette provintie et impatronitasi delle terre con fortellezze». Infine, interrogato sulla causa della ribellione, depose che «fra dionisio, quando li cominciò à ragionare di questa rebellione, li disse, che il Rè era uno tiranno et mandava tanti alloggiamenti, et li facea pagare pagamenti fiscali et non l'havea voluto mandare l'indulto, e li tenea cossì oppressati, e perciò li persuase si fusse rebellato perchè saria vissuto liberamente et senza tanti travagli, et esso deposante si contentò ribellarsi per vivere liberamente senza essere soggetto alla Corte, et aspettava la giornata che si havea da fare». Fu questa la deposizione del Mileri, ed essa mostra che questo giovane senza esperienza, il quale certamente non era stato fatto consapevole di molte particolarità sulla congiura, dovè non solo perdersi di animo, ma anche concepire grandi speranze di potersi salvare prestandosi alle più estese rivelazioni. Dopo che ebbe deposto, gli fu amministrata la tortura, durante la quale confermò ogni cosa, ma rettificò ciò che concerneva Gio. Francesco Nuzzi, dicendo che non era intervenuto nel trattato. È lecito credere che non dovè sottostare ad una grossa tortura, poichè evidentemente avea rivelato anche troppe cose, e in quanto a sè medesimo avea confessato nel più ampio modo: la tortura dovè essergli amministrata, come allora si diceva, «ad tollendam omnem maculam et ad afficiendos complices», e riesce senza dubbio notevolissimo che in essa egli ebbe piuttosto a diminuire le rivelazioni fatte. Circa poi il merito di queste rivelazioni, non può non colpire che mentre aveva accompagnato fra Dionisio per diverse terre e vistolo confabulare con parecchi, non fosse giunto a conoscere il nome di alcuno, neppure delle persone di Nicastro sua città natale, oltrechè, impegnatosi a trovar socii, in tanto tempo non avesse saputo trovare che il solo Dell'Ioy; e frattanto diceva essersi «concertato con tutti gli altri che erano concorsi» e con costoro dover fare la rivolta ed aiutare l'armata turca, per darle le terre e le fortezze, come ripeteva più volte. Si può facilmente qui vedere la sollecitazione dello Xarava, che con ogni probabilità dovè perfidamente lusingare l'ingenuo cospiratore, e co' suoi interrogatorii suggerirgli quanto volle che egli deponesse. Il Mileri avea ben potuto conoscere che c'era un progetto di rivolta e decidersi a prendervi parte; forse avea potuto anche udire da fra Dionisio le mutazioni previste dal Campanella, poniamo anche doversi avere l'aiuto del Turco, e perfino dover essere D. Lelio Orsini il futuro padrone del Regno, perocchè fra Dionisio si era già posto in via di dirne d'ogni specie per eccitare gli animi: ma difficilmente avea potuto sapere più di questo, onde si spiega il fatto che a suo tempo vedremo, dell'avere cioè anche lui, quando veniva barbaramente giustiziato, con altissime grida smentite le cose dette. Intanto rileviamo che egli era «confesso», e quindi spacciato.

Dopo di lui venne la volta del Gagliardo e compagni, i quali intendevano sempre di rappresentare la parte di rivelanti, esponendo le cose dette loro da Cesare Pisano, mentre il tribunale pretendeva che fossero complici. Ma parrebbe che gli esami di costoro fossero stati fatti in Castelvetere, e poi ripetuti anche con la tortura in Gerace: quest'ultima circostanza è sicura, come vedremo più oltre; la prima trovasi attestata dal Gagliardo medesimo, ma in una sua confessione posteriore di varii anni, avutasi quando, per altri delitti, stava per essere giustiziato[422].

Felice Gagliardo fece un'amplissima deposizione[423]. Narrò che già prima della venuta di Cesare nelle carceri, fra Giuseppe Bitonto avea detto che tratterebbe le cose di lui in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo «che vederà succedere cose che li saranno di grandissima utilità». Narrò poi la visita fatta al Pisano dal Campanella, da fra Dionisio e dal Bitonto, nelle carceri di Castelvetere verso il 1º luglio, con ragionamenti segreti e la presentazione che il Pisano fece di lui al Campanella, siccome uomo che potea «servire et movere genti», e le parole dettegli da fra Tommaso, «dati credito a quello che vi dirà et raggionerà Cesare, per che quanto ve dirà depende da me» (le quali proposizioni servirono pur esse in sèguito come gravissimo capo di accusa contro il Campanella); inoltre narrò le parole dettegli da fra Dionisio, «attendetivi à disbrigare, perchè fra Gioseppo vicario de Condeianne vi procurarà la remessione delle parti, et come sareti fore, raggionaremo di meglio garbo, fra tanto Cesare Pisano vi raggionarà a luongo, datili credito»! Narrò di avere udito da detto Cesare e da' frati che erano venuti ad oggetto di trattare col Principe della Roccella per fare liberar Cesare, il quale di poi comunicò così a lui come al Marrapodi e al Conia, che il Bitonto in S. Giorgio gli avea detto essere Campanella il primo uomo del mondo, ed essere andato molto tempo in giro trattando con molti potenti e particolarmente col Turco mediante lettere, «per far sollevare questo Regno, et levarlo dalla suggezione di Rè di Spagna et metterlo in libertà, et che per tale effetto havea uniti li fuorusciti dell'una et l'altra provintia di Calabria al numero di 800, et che pensavano un giorno di questo mese di Settembre fare detta sollevatione, et che volesse esso Cesare entrare in detta congiura, et che convocasse quanti amici et parenti potesse, al che esso Cesare s'offerse». Aggiunse di aver udito parimente da Cesare che alla congiura partecipava il Vice-Conte di Oppido fratello di fra Dionisio, e che stando in Oppido in compagnia di detti frati e del Vice-Conte, il Campanella scrisse una lettera e la mandò per lui a' fratelli Moretti, i quali vennero allora in Oppido e si riunirono in segreto soli, e presero concerti per la rivolta. Aggiunse pure di avere udito dallo stesso Cesare che «il Campanella havea stabilito alli congiurati nova sorte di vestiti, cioè una tabanella bianca fino alle ginocchie con maniche lunghe, et un coppolicchio (intend. berrettino) ligato à modo di turbante di Turcho, et che havea da mutare linguaggio, et che voleano uccidere tutti li Preiti, et Monaci che non voleano adherire, et che voleano brusciare tutti li libri et fare nuovo statuto, et che voleano liberare tutte le Monache dalli monasterij, et voleano fare il crescite etc. e gridare à tempo del sollevamento, viva la libertà et mora Rè di Spagna, et che voleano tagliare à pezzi lo Governatore, et auditori et tutti quelli che non erano della loro parte, et così fare voleano à Stilo et altre terre, et uccidere tutti li Signori della Provincia, quali chiamavano tiranni, et nel Castello di Stilo s'havea da gridare, viva la libertà, et mora il Rè, et volevano fare Stilo Repubblica et chiamare il detto Castello Mons pinguis, et che fra Tomase si havea da chiamare il Messia venturo, come già detto Cesare lo chiamava, et fatta detta sollevatione, haveano d'andare per ogni terra li predicatori à predicare la libertà, et che saria venuta l'armata del Turco à darli aggiuto». — Per verità non si può non riconoscere che avessero dovuto realmente esservi stati discorsi molto spinti non solo sulla congiura ma anche su' disegni delle riforme le quali si sarebbero attuate nella futura repubblica, sia tra il Bitonto e il Pisano, sia, come è pure assai credibile, tra il Bitonto e lo stesso Gagliardo prima della carcerazione di costui: lo mostrano le notizie perfino su' nuovi abiti da doversi indossare, alludendo senza dubbio a' cittadini del nuovo Stato, e su' libri da doversi bruciare, alludendo senza dubbio a' libri latini in materia di fede e di pratiche religiose; le quali notizie furono anche accertate da fonti abbastanza sicuri, ma venendo in processo molto tempo dopo e senza alcun rapporto con la deposizione del Gagliardo. Si direbbe pure che sempre nuove notizie avessero dovuto di tempo in tempo giungere a' detenuti nelle carceri di Castelvetere, poichè essi sapevano perfino il tempo della venuta dell'armata turca, la quale notizia non poteva conoscersi ancora allorchè furono rinchiusi nel carcere: ma qui probabilmente influì la voce che già se n'era diffusa, ovvero anche la studiata maniera d'interrogare dello Xarava facilmente compresa dal Gagliardo, il quale per certo non era uomo da farsi scrupolo per le menzogne. Quanto poi all'essersi i Moretti concertati col Campanella, con gli altri frati e con Ferrante Ponzio in Oppido, dietro una lettera scritta loro da fra Tommaso e portata da Cesare Pisano, è possibile che costui l'abbia detto tra' compagni di carcere, per vantare l'opera sua ed anche per accrescere l'importanza della congiura con nomi di persone molto riputate; ma da nessun'altra parte emerse mai alcun cenno di una escursione del Campanella in Oppido, e del resto vedremo che il Pisano medesimo sul punto di morte si disdisse esplicitamente intorno a' Moretti.

Seguì l'esame di Geronimo Conia[424]. Egli fece una deposizione non dissimile da quella del Gagliardo, dicendo ancora di avere udito da Cesare Pisano, che gli piacevano i pensieri del Campanella comunicatigli da fra Dionisio, che più volte avea condotto Eusebio Soldaniero a Stilo presso il Campanella, che costui e fra Dionisio aveano trattato co' Vescovi di Mileto e di Oppido i quali gli offersero aiuto, e il Vescovo di Mileto avea favorito i fuorusciti della sua diocesi per tenerli ad ogni sua richiesta o devozione, ed aveva anche scritto al Vescovo di Gerace ed al Principe della Roccella per far liberare Cesare. Aggiunse che Cesare era andato col Campanella, con fra Dionisio, col Bitonto e col Jatrinoli, alla Grotteria presso fra Paolo, e quivi mandato a chiamare Notar Domenico Spasari, il Campanella e fra Paolo cercarono persuaderlo di consentire alla congiura, come uomo potente che egli era, perchè confidavano potersi la Grotteria guardare con cento uomini; ma lo Spasari disse di non poter dare altro aiuto che di danaro, e fra Paolo disse che se ne sarebbe poi parlato, e il Campanella disse che non v'era bisogno di danaro ma si contentava di ciò che avrebbe trattato con fra Paolo. Aggiunse infine, sempre a detto di Cesare, che di questa congiura si era cominciato a parlare fin da quaresima scorsa, al tempo in cui il Campanella leggeva filosofia a' fratelli Moretti, ma nel maggio propriamente si era cominciata ad ordire. — Tale fu la deposizione del Conia. Essa non ci dà, come quella del Gagliardo, indizii d'intelligenze anteriori tra il Conia ed i frati, ma pure vi si può notare la rivelazione delle intelligenze corse tra il Campanella ed alcuni Vescovi, ciò che mostrerebbe perfino avere fra Dionisio già messo innanzi i Vescovi prima della sua andata a Catanzaro; in fondo poi essa riusciva ad aggravare di molto le condizioni di fra Paolo, ed esprimeva sempre le vanterie di Cesare Pisano, il quale in realtà parrebbe che avesse voluto mostrare ai suoi compagni di carcere non esservi alcuno più di lui informato delle cose della congiura.

Successivamente si ebbero le deposizioni di Gio. Angelo Marrapodi, di Orazio Santacroce e Camillo Adimari[425]. Costoro, come si espresse il Mastrodatti nelle scritture che possediamo, deposero nel modo medesimo del Gagliardo: solamente il Marrapodi aggiunse di non aver voluto condiscendere, e di aver avuto dal Pisano la raccomandazione che almeno non dicesse nulla; l'Adimari, dal canto suo, aggiunse che non l'aveano rivelato prima perchè non gli diedero credito, e quando udirono essere stato carcerato il Campanella, tennero quelle cose per vere e le rivelarono al Principe. Tutto per verità induce a credere che costoro, compreso il Conia, non avessero condisceso in modo formale alle premure del Pisano, il quale, come vedremo a suo tempo, sul punto di morire li scusò interamente, nominandoli ad uno ad uno e tralasciando solo il nome del Gagliardo.

Veniamo all'esame di Cesare Pisano[426]. Intorno a costui sappiamo che fece la sua deposizione, ebbe il tormento, ratificò la confessione fatta in tormento e nello stesso giorno fu sottoposto a un nuovo esame che porta la data di Squillace 24 settembre: abbiamo dunque una data certa che ristabilisce la cronologia precisa del nostro racconto. Nella deposizione il Pisano cercò di vendicarsi del Gagliardo. Disse che non conosceva il Campanella nè fra Dionisio, ma solo il Bitonto, il quale gli era cugino; che col Bitonto erano venuti alle carceri di Castelvetere due altri frati, uno de' quali seppe dal Gagliardo essere il Campanella, e vide que' frati e il Gagliardo parlare un pezzo segretamente, e quindi Felice gli disse che aveano parlato di negromanzia lodandogli il Campanella come un grande uomo. Negò il fatto della congiura, ma attestò che il Gagliardo, dopo di aver conferito co' frati disse, «questi Monaci parlano di gran cose, non per Dio posso credere che loro ne possano uscire». Fu allora posto alla corda, malgrado la sua qualità di clerico; e la corda dovè essere terribile, o dovè fargli un terribile effetto, poichè in essa rivelò tutta la congiura. Narrò che nel maggio scorso era andato a Bagnara e Messina col Bitonto e fra Dionisio, e che il Bitonto, prima d'imbarcarsi gli disse, «stà di buon animo, che voglio che te trovi ad una fattione che volimo fare, che sarà l'esaltatione tua», aggiungendo che era cosa di grande importanza, che vi bisognavano uomini di valore e che al ritorno glie la dichiarerebbe; come infatti, al ritorno, incontrati i detti frati con fra Giuseppe Jatrinoli e il bastardo di Alfonso Grillo di Oppido, gli dissero di andare con loro a Stilo per vedere il Campanella, ed avendo la sera pranzato in Stignano, quivi fra Dionisio e il Bitonto gli comunicarono che col Campanella avrebbero presa risoluzione di ribellare il Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, avendo con loro molti fuorusciti e molti gentiluomini e Signori, tra' quali nominarono il Marchese di Arena. Giunti a Monasterace dove trovavasi il Marchese, fra Dionisio e il Bitonto parlarono un pezzo segretamente col Campanella, ed insieme si recarono presso il Marchese, quindi i tre frati col resto della compagnia se n'andarono a Stilo: nel convento di Stilo trovarono parecchi fuorusciti, e l'indomani i frati negoziarono a lungo col Campanella, e di poi costui, nel licenziarsi dal Bitonto e dal Jatrinoli, poichè fra Dionisio rimase con lui, disse che andassero con cautela e segretezza. Aggiunse che, incontrato un gentiluomo di casa Prestinace, i detti frati Bitonto e Jatrinoli parlarono strettamente con costui, e poi gli comunicarono essere anche costui de' congiurati. Aggiunse che il Bitonto gli disse inoltre avere fra Dionisio predicato in Terranova, ed avere quivi concertata la ribellione col proprio fratello, e con altri. — Questo sunto della confessione del Pisano certamente non è completo: sappiamo infatti dalla sua «esculpatione» in punto di morte, che disdisse quanto avea detto «alla corda che ebbe in Squillace» circa Orazio Santacroce e il fratello di lui, come pure circa Geronimo Conia[427]; ciò serva una volta di più a fare avvertire che ci rimane sempre a conoscere non poco intorno a' laici involti in questa causa. Pertanto la confessione fu da lui ratificata, come per regola si dovea sempre fare scorse 24 ore. E nello stesso giorno si volle interrogarlo sulla nuova legge che il Campanella intendeva di pubblicare, e qui il Mastrodatti che fece il Riassunto degl'indizii scrive di omettere le eresie nefandissime e detestabilissime dette dal Pisano «propter earum turpitudinem»: ma avendo la copia del processo verbale, che fu poi in Napoli trasmessa al tribunale per l'eresia, possiamo dare un piccolo saggio almeno dei tratti principali, massime in rapporto alle cose del nuovo Stato da fondarsi ed alla partecipazione de' voluti complici[428]. Disse dunque che a Stignano, in casa del Grillo, oltre i frati suddetti era venuto anche fra Domenico Petrolo, e si era parlato del Campanella affermando che «era lo primo homo del mondo, et il vero legislatore et vero Messia che havea da reducere li huomini alla libertà naturale con la vera raggione, poi che Christo con dudici poveri huomini s'haveano impatronito del mondo, et esso campanella voleva monstrare come era tutto falso, et che con la sua predica et dottrina, et con il valore de tanti che lo sequitavano con le arme haveria levato la fede de cristo, et impatronitosi esso del mondo dicendo che il Papa, et l'Ecclesia non erano vere, ma era autorità usurpata, et che se l'haveano pigliata per dominar' il mondo, et che li monasterii di monaci et moneche l'haveano fatti acciò non se creassero homini, et che il Papa et Cardinali, Arcevescovi, et altri prelati erano tutti tirandi et sodomiti, et che Cristo era un pover'homo, et che s'havea pigliato per apostuli dudici peczienti, et che li miraculi che havea fatto tanto Cristo, quanto li santi non era vero, ma erano stati scritti dalli detti apostuli soi parenti, et che li miraculi fatti da san' Francesco de paula non erano miraculi, ma che l'havea fatti in virtù dell'herbe perche era girugico; et che non era vera la santiss.a Trinità, mà che era un solo Idio, et che la madonna santiss.a era moglie di san'Gioseppe, et che non nce era inferno, ne purgatorio, ne diavoli, ne angeli, et che l'anime tanto di turchi, quanto di Cristiani quando passavano da questa vita tutte andavano à Dio». E qui una serie di goffe ed immonde scempiaggini contro gli Apostoli, contro i Sacramenti, in ispecie contro il sacrificio della Messa, e poi «che il campanella era il vero messia che havea da redurre il mondo in libertà et levarlo da tirannia della setta che steva, et che ogniuno potria essere signore che s'haveriano spartuto bonamente tutte le cose tra loro in comune se goderiano li signore (forse si godevano li Signori) alli quali chiamavano tiranni del mondo, et che Dio non fece ecceptione di nullo, et tutte le robbe le creò per servitio de tutti, le quali cose havendo inteso esso deposante, si bene non le credeva in tutto, concorreva con lloro che li dicevano; questo è pensiero deli litterati, et predicaturi di farlo conoscere al mondo, che delli populi non voleano altro eccetto le arme, et cossì esso deposante nce concorreva de buon'animo à detta rebellione». Dietro altre interrogazioni disse che ciò era accaduto in giugno, dieci o dodici giorni prima della sua carcerazione, che nelle carceri di Castelvetere avea comunicato tutte queste cose a Felice Gagliardo, il quale «li respose che esso le sapeva più prima, poi che nce l'haveano detto li predetti fra Gioseppe bitonti et frà Gioseppe Jatrinoli che ad altri esso deponente non l'hà detto, mà tutti li predetti monaci erano di detta openione che alla loro persuasione esso deposante nci concorreva più per la libertà della rebellione che per altro». — È inutile ora fermarsi sul valore di queste rivelazioni del Pisano: si dissero poi molte cose almeno per attenuarle, ma vedremo che sul punto di morte egli le smentì appena in piccola parte e ne aggiunse alcune altre, affermando di averle omesse «ad instigatione et prighiere di fra Thomase Campanella» quando erano carcerati «in la città di Squillaci». Intanto egli era confesso sull'accusa di aver consentito alla ribellione, e quindi non doveva aspettarsi che una condanna capitale: ma occorreva ancora fare una confronta tra lui ed altri che si trovavano in Gerace, e quindi fu riserbato ad ulteriori esami ed ulteriori strazii in quella città.

Dopo il Pisano potè forse essere esaminato qualche altro testimone di nessuna importanza, come un Domenico Messina, ed ancora Giuseppe Grillo, il quale fece del pari una deposizione insignificante[429]; poichè disse solo aver conosciuto fra Dionisio in Oppido, quando vi andò a vedere suo fratello Ferrante, e poi averlo accompagnato, due giorni dopo, a Condeianni, di dove, unitamente col Bitonto, col Jatrinoli e col Pisano, venne ad alloggiare per una sera in una casa di Gio. Alfonso suo padre, e l'indomani se ne partirono e non li vide più. Ma per certo le confronte del Pisano con altri, e gl'importanti esami di Gio. Tommaso Caccìa, che dalla numerazione de' folii del processo risultano al sèguito di quelli finora narrati, non si fecero in Squillace: lo attestò più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, fra Domenico Petrolo, il quale disse che il Caccìa «in Squillaci non fù essaminato... et in hieraci hebbe la corda»[430]; ciò che del resto si spiega con l'incidente della mancanza del Mastrodatti, e con l'ordine dello Spinelli che si cominciasse a far giustizia e che il tribunale si trasferisse a Gerace. Vi fu dunque una temporanea sospensione dello svolgimento del processo, durante la quale si ebbe l'esecuzione di Claudio Crispo e Cesare Mileri, che conosciamo mercè una relazione dello Xarava, ed ancora la tanto aspettata cattura di fra Dionisio, di Maurizio, di Gio. Battista Vitale ed un altro, che conosciamo mercè una lettera di Gio. Geronimo Morano; questi due documenti, da noi rinvenuti in Simancas, ci pongono in grado di esporre i fatti anzidetti in tutti i loro particolari. — Lo Xarava, ottenuta dal Pisano quella deposizione infarcita di eresia, ebbe cura d'inviarne copia al Vicerè per trarre profitto di tale circostanza, come già altra volta lo Spinelli avea fatto: esagerando ogni cosa fuor di misura, egli voleva indurre il Vicerè ad ottenere senz'altro da Roma la licenza di proseguire in Calabria il processo contro gli ecclesiastici, ed è notevole l'accanimento che in tale occasione mostrava contro il Campanella[431]. «Tra gli altri, egli scriveva, che hanno confessato il trattato e congiura di ribellarsi contro il Re nostro Signore, uno che si chiama Cesare Pisano, gentiluomo della terra di S. Giorgio, ha deposto le eresie che V. E. potrà comandare di vedere con la copia del capitolo della sua confessione che va con questa; il quale capitolo mi è sembrato d'inviare a V. E. perchè possa considerare il danno che questo maledetto eresiarca del Campanella deve aver fatto in queste provincie, avendo contaminata la maggior parte della gente di esse con la sua abominevole e falsa dottrina, che secondo confidava di trarre ad esecuzione il suo dannato intento, come già avea concertato con la venuta dell'armata, è segno certo che tenea molti a sua devozione i quali seguivano la sua falsa setta, perchè essendo uomo di tanto pellegrina intelligenza, siccome mostra, non può immaginarsi che si mettesse a tentare un'impresa tanto ardua senza sufficiente fondamento di aiuto, e tale da potergli assicurare il successo che si prometteva e dava ad intendere a tutti; e per potere scovrire queste cose e sradicare e gastigare coloro che sono incorsi in simili errori contro Dio e S. M., non potendosi farlo interamente senza il braccio di S. S., per esservi in mezzo tanti ecclesiastici che sono gli autori da' quali si debbono sapere gli altri, potrà V. E. comandare che si prenda l'espediente che meglio le sembrerà convenire». Ma S. E. avea preso l'espediente, fin da che lo Spinelli glie ne avea scritto altra volta, e non avea potuto ottenere da Roma quanto si desiderava.

Il 27 settembre si fecero le prime esecuzioni capitali in persona di Claudio Crispo e Cesare Mileri, e per dare l'esempio in più largo teatro, si fecero in Catanzaro. La relazione medesima dello Xarava, scritta il giorno dopo, ne dà le notizie autentiche, e solamente tace i nomi de' giustiziati: ma oltrechè non ci sarebbero altri cui poter riferire quelle esecuzioni, i nomi suddetti emergono anche da testimonianze raccolte nel processo di eresia; d'altronde li cita con tutta esattezza una lettera del Residente Veneto[432], la quale fornisce anche particolari molto precisi comunque incompiuti, mentre due lettere dell'Agente di Toscana accennano il fatto senza nomi e senza troppi particolari[433]. «Si è cominciato, scriveva lo Xarava il 28, a far giustizia di questi carcerati con la dimostrazione che il delitto richiede, essendosi ieri mandato a eseguire quella di due in Catanzaro: furono condannati ad essere arrotati, tanagliati e strozzati in mezzo alla piazza, e ad esser quivi appiccati per un piede, a dopo 24 ore a essere fatti in quarti e poste le loro teste in una gabbia sopra la porta principale della città col titolo de' loro nomi e del delitto, inoltre ad avere diroccate le loro case e confiscati i loro beni». Tutte queste circostanze ed in ispecie le ultime sono degne di nota. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse che «nullo fu condannato per ribello veramente, non confiscandosi beni, nè spianandosi le case loro», ma pur troppo non fu così: scrisse inoltre, nella Narrazione, che «dui morti in Catanzaro da Xarava si ritrattaro» e da questo lato, senza parlare della contradizione coll'altro asserto, dobbiamo dire che vi fu realmente qualche cosa di simile, difatti più tardi in Napoli, nel processo dì eresia, il Barone di Cropani e il Di Francesco attestarono che que' disgraziati, con altissime grida, dicevano aver confessato la ribellione per forza di tormento e persuasione dello Xarava[434]. Noi abbiamo a suo tempo fatto osservare che ciascuno di loro avea dovuto confessare più cose che non gli costavano, l'uno pe' tormenti, l'altro per le persuasioni dell'interrogante, e però potea bene spiegarsi una loro consecutiva ritrattazione, bensì parziale: ma del resto l'orribile strazio che si fece di loro dovè farli gridare pur troppo, e forse dire di non sentirsi colpevoli di ribellione, non potendo nemmeno capacitarsi che un disegno delittuoso si dovesse punire come un delitto consumato. Intanto essi morivano entrambi nel modo più atroce, mentre c'era anche una sensibile differenza nel grado della loro colpa. Il Crispo lasciava un fratello giovanetto ed il padre, Ferrante; il Mileri lasciava due sorelle fanciulle senza alcuno appoggio, e nell'Archivio di Stato abbiamo rinvenuto un documento che ne attesta la misera fine[435].

IV. Compiute le due prime esecuzioni, il tribunale venne trasferito a Gerace, dove lo Spinelli avea determinato di far residenza per ragioni che tra poco ci saranno chiare, ingiungendo allo Xarava che vi si recasse. Il giorno 29 lo Xarava partì per quella città «con tutti i carcerati», tra' quali Cesare Pisano che dovea confrontarsi con altri detenuti appunto in Gerace; ma quivi occorse pure aspettare l'arrivo di un altro Mastrodatti capace di servire all'ufficio, che lo Xarava avea mandato a chiamare. Vi fu dunque un trasporto di tutti i carcerati, durante il quale i frati poterono vedersi ma non mettersi in relazione tra loro, e si ebbe in sèguito dal Petrolo, nel tribunale per l'eresia, la notizia di un fatto del Campanella avvenuto in tale occasione. Solevano i prigioni tradursi a coppie, «ligati a mano a mano con una corda» formando una catena: una squadra di armati li accompagnava, e il capo di squadra era allora uno spagnuolo. Costui marciando a cavallo dovè dirigere al Campanella qualche parola discorrendogli di morte: il Campanella filosoficamente gli disse che non v'era morte, ma mutazione di essere; il Petrolo, che veniva dietro di lui, udì quelle parole e poi le ripetè, confessando di non saper bene «come lui l'accomodasse»[436].

Scorsi pochi giorni, venne la notizia che fra Dionisio, Maurizio e Gio. Battista Vitale, erano stati presi: il 30 settembre Gio. Geronimo Morano, con una sua lettera da Monopoli, l'annunziava al Vicerè in Napoli e naturalmente anche allo Spinelli in Calabria[437]. Il Morano scriveva che partitosi di Cosenza in traccia di Maurizio e del cognato di lui con due altri compagni, caminando giorno e notte e tenendo sempre nuove fresche, avea preso fra Dionisio in Monopoli[438]; poi, continuando sempre sulla traccia di Maurizio, avea preso in Nardò un Gio. Ludovico Todesco, ed avea quivi saputo che Maurizio si era imbarcato a Brindisi sopra una Marsigliana comandata da Francesco Maresca per recarsi a Venezia; avendolo seguìto per terra ed avendo saputo che la Marsigliana dovea caricare olio a Monopoli, erasi quivi diretto ed avea trovata la nave ancorata a due miglia dalla città, non permettendo il mare procelloso nè che la nave si potesse avvicinare, nè che la gente potesse montare a bordo. Il 30, calmatosi il mare, il Governatore di Nardò Agostino di Guardisciola ed il Giudice Stefano Garonfalo, con due feluche, si spinsero verso la Marsigliana, presero Maurizio e il Vitale e li consegnarono al Morano. Costui, il giorno dopo, traduceva tutti que' prigioni in Calabria a Carlo Spinelli. Dandone l'annunzio al Vicerè, egli scrivea: «riceva V. E. l'animo con che l'ho servito, et non haria sparagnato la vita per condurre infine questo servigio, come farò in ogni altra occasione del servitio di sua Maestà et di V. E.». — Adunque Maurizio avea saputo sfuggire a' suoi persecutori, traversando nientemeno che le provincie di Basilicata, Bari e terra d'Otranto, in compagnia di fra Dionisio, Gio. Battista Vitale e un Gio. Ludovico Todesco, il quale ultimo vedesi soltanto qui nominato, e mostra bene esserci rimasto ignoto un certo numero di congiurati anche d'importanza; se il braccio del Governo, aiutato anche dalla fortuna di mare, finì per raggiungerlo, ciò non toglie nulla alla destrezza che egli seppe mostrare. D'altra parte tutto ciò conferma abbastanza aver lui veramente avuto in animo di salvare il Campanella, quando si diede a corrergli dietro fin oltre Stignano; poichè se si fosse proposto di guadagnare l'indulto col sacrificio di un complice, potea bene sacrificare fra Dionisio, che agli occhi del Governo avea quasi lo stesso valore del Campanella. Si vede pertanto come erri il Giannone nell'affermare che «alcuni spensierati furono presi senza contrasto, fra' quali fu Maurizio di Rinaldo»; non saprebbe dirsi per quale fatalità la nobile figura di Maurizio abbia dovuto rimanere falsata da tutti i lati. Conosciamo poi che fra Dionisio era vestito da secolare, avendo fin dalla notte del 3 settembre, nel fuggire da Pizzoni, deposta la tonaca fratesca; ma gli Atti conservati in Firenze fanno sapere di più, che avea preso il nome di D. Pietro Antonio Grasso e si era munito di una fede di sanità della città di Lecce[439]; quest'ultima circostanza mostrerebbe che i fuggiaschi avessero dovuto percorrere tutta la terra d'Otranto per trovare un imbarco. Aggiungiamo che i principali armigeri di Gio. Geronimo Morano, nella persecuzione e cattura di que' fuggiaschi, doverono essere Aurelio Biase e Giuseppe Pascalone, giacchè essi vennero poi a deporre col Morano segnatamente sulla cattura di fra Dionisio. Aggiungiamo ancora un altro fatto avvenuto a fra Dionisio nel suo arrivo in Calabria, siccome egli medesimo ebbe poi a narrarlo in Napoli nel tribunale per l'eresia: mentre veniva tradotto a Gerace, passando per Cosenza, il Governatore, che era in quel tempo D. Francesco de Regina Conte di Macchia, ebbe curiosità di vederlo e di dimandargli se era della setta del Campanella e se credeva che la fornicazione fosse peccato, giacchè il Campanella riteneva che non lo fosse; ed egli si fece a smentire così l'esistenza della setta, come la credenza falsamente attribuita al Campanella[440].