Il Vicerè, con sue lettere del 4 e dell'8 ottobre, inviò subito a Madrid la relazione del Morano e quella dello Xarava[441]. — Nel partecipare la notizia dell'importante cattura di Maurizio e compagni «capi della congiura di Calabria», fece anche conoscere come fin dal 28 settembre era stato da lui ordinato allo Spinelli che, dopo giustiziati quattro de' più colpevoli, inviasse tutti gli altri in Napoli a buon ricapito, avendo voluto che fossero quivi tradotti a fine d'investigar bene le loro colpe e quivi gastigarli; e però nel giorno precedente avea scritto che, vagliata bene la causa di Maurizio de Rinaldis, facesse giustizia anche di lui, ed inviasse in Napoli gli altri con tutti i rimanenti incolpati. — Nel partecipare poi l'esecuzione già avvenuta de' due «trovati colpevoli nella congiura che andavano fomentando», inviò pure l'ultima dichiarazione di Cesare Pisano, e nel tempo medesimo la copia dell'Informazione presa dal Visitatore contro il Campanella (questa era rimasta in Napoli fin allora), per mostrare a S. M.tà ciò che essi andavano disseminando pel paese, e ripetè che aveva ordinato l'invio di tutti i carcerati, per investigare molto radicalmente tale negozio, e dare il gastigo che conveniva.
Si scrisse allora finalmente una lettera da Madrid, in risposta ad otto lettere Vicereali, cioè a dire in risposta a tutte le lettere che erano state mandate intorno alla congiura: ne abbiamo rinvenuta in Simancas la minuta senza data, ma questa si può facilmente desumere, leggendovisi che l'ultima lettera ricevuta era quella del 4 ottobre[442]. In essa S. M.tà si sbaglia sul nome del Campanella che chiama Matteo, ma con solenne gravità si compiace che la congiura sia stata scoverta, approva le misure prese, ringrazia la divina Provvidenza e rinforza gli ordini di rigore verso gli incolpati. «Ho gradito molto, egli dice, essere stata (la congiura) scoverta così a tempo, che voi abbiate potuto arrestare, come lo faceste, mercè la prevenzione e i così buoni rimedii, come li applicaste, i danni che poteano seguire dal rimanere celata più a lungo; a Dio si debbono grazie di tutto, e fu molto savio dar conto a S. S.tà del negozio e del trovarsi alcuni ecclesiastici colpevoli e indiziati in questi delitti, perchè con sua autorizzazione e commissione poteste procedere contro di loro, come lo faceste, e l'avere ordinato che si esegua la giustizia de' quattro più colpevoli in questo delitto, come lo sarà, e così ve ne dò incarico e comando, che ordiniate di procedersi contro gli altri i quali appariranno di esserlo, con un rigore che la gravezza de' loro delitti merita; ma con un certo intervallo, per dar tempo che si scovrano i rimanenti complici che in que' delitti si abbiano, e si sradichi ad un tempo questa mala semente di eresia e ribellione, procurando di sapere con particolarità se abbiano tenuto qualche intelligenza con Cicala, e se sieno compresi in essa quegl'individui che nel principio i carcerati nominavano, de' quali, e nemmeno di alcuno di loro, non si è visto finora che siasi proceduto all'arresto». Era dunque un disappunto per S. M.tà che qualche Vescovo o qualche Nobile di alto rango non si trovasse già nelle mani del fisco; d'altra parte non obbliava i denunzianti e conchiudeva: «A Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che avvisaste essere coloro i quali scovrirono la congiura di questa gente, darò ricompensa come voi glie la offriste per tale servizio, ed è giusto che si dimandi, e perchè si agisca più oculatamente, mi avviserete con brevità di ciò che si potrà fare per loro; e di mano in mano mi riferirete con particolarità ciò che si andrà facendo in questo negozio, che per essere della qualità che è, conviene saperlo». Dopo tutto ciò si potrà ancora gridare contro la crudeltà dello Xarava e dello Spinelli, ma si dovrà convenire che costoro interpetrarono perfettamente le intenzioni non solo del Vicerè ma anche del Re.
Aggiungiamo qui le notizie sulle cose di Calabria, che al momento cui siamo pervenuti l'Agente di Toscana, e il Residente Veneto trasmettevano a' loro Governi[443]. — L'Agente di Toscana, nel partecipare che due prigioni erano stati tanagliati e strozzati con titolo di ribellione, faceva anche sapere essere partite quattro galere per levare il Card.l Guevara[444], e quattro altre partire allora per Lipari e Calabria (10 ottobre), a fine di mutare le compagnie spagnuole; aggiungeva che forse con esse sarebbero venuti in Napoli i prigioni della congiura calabrese. Poco dopo annunziava essersi congratulato col Vicerè, da parte della Serenissima Casa di Toscana, per la scoverta e la repressione della congiura (12 ottobre), aggiungendo che il Vicerè gli avea dato conto dell'esecuzione fatta e del trovarsi carcerati più di cento, tra' quali otto frati col Campanella; inoltre faceva sapere il richiamo dello Spinelli, a suo avviso insieme co' prigioni, e la commissione di formare i processi da affidarsi a' dottori. — Il Residente Veneto, giusta il suo costume, partecipava le notizie raccolte da ogni maniera di fonte. Erano usciti in campagna circa 200 calabresi tra colpevoli e intimoriti, essendosi trovati molti disposti per la libertà di coscienza, con la quale il Campanella disegnava allettare gli animi. Un Maurizio de Rinaldis, dapprima uomo d'arme in servizio del Re, poi contumace per omicidii, favorevole alla ribellione ed anche all'eresia, insieme con un fra Dionisio Ponzio si era ritirato nelle montagne di Cosenza, mettendosi a capo de' fuorusciti, e si temeva che avrebbe potuto là mantenersi a lungo (29 settembre e 5 ottobre). Il Vicerè che avea già in animo di mandare suo figlio in Calabria, ne era dissuaso dal Consiglio per la poca età di lui e la gravità del negozio, e andrebbe il Presidente Montoya per le cose di giustizia e un D. Alonso Rosa per le cose di campagna (confusione di nomi e di fatti). Alcuni calabresi, mandati dalla Corte contro i fuorusciti, li avevano combattuti «con spararsi reciprocamente senza balla» (voci popolari). Intanto era venuta nuova certa che Maurizio e il Ponzio erano stati «ritenti in una filucca 16 miglia in mare per opera di loro particolari nemici a' quali furono promessi gran premii», onde gli animi si erano sollevati. S. S.tà avea fatto spedire un Breve al Nunzio, perchè i religiosi colpevoli potessero venire puniti anche nella vita in Napoli, ma formandosi i processi coll'assistenza de' ministri ecclesiastici. Tutti i prigioni sarebbero quanto prima tradotti in Napoli, ed intanto erano stati giustiziati alcuni laici in Catanzaro i quali avevano dichiarato Signori e cittadini napoletani essere partecipi di quella congiura «senza haver saputo però nominare alcuno, il che perturbò assai in generale questa città». Più tardi (12 ottobre), specificava i nomi de' due giustiziati, Crispo e Mileri, e il genere del loro supplizio, «perchè con Mauritio Rinaldo, anch'esso retento, mandarono un prete a Costantinopoli a trattar col Cigala» (voci popolari). Inoltre indicava il numero de' prigioni, riducendoli a 60, al di sotto del vero, «la maggior parte huomini di qualche conto, essendo anco fra essi alcuni baroni», con la voce che nella famosa fiera del 18 ottobre in Monteleone se ne sarebbero giustiziati alcuni, e gli altri, insieme con gli ecclesiastici, sarebbero venuti a Napoli. Infine annunziava che il Lauro e il Biblia, rivelanti della congiura, erano già in Napoli, «ricercando ricognitione tale che possano vivere sicuri delle insidie dei parenti numerosissimi degli imputati». — Come si vede, tra molte stramberie, non mancano qui notizie degne di nota: è facile scorgerle, ma sopra due di esse dobbiamo richiamare l'attenzione e fare qualche commento. In primo luogo dobbiamo notare che in Napoli, a' 5 di ottobre, gli animi erano perturbati a motivo dell'affermata partecipazione di Signori e cittadini napoletani nella congiura, senza che se ne sapessero i nomi: ciò mostra che il Vicerè non solo non avea seguito l'avviso dello Spinelli di carcerare alcuni di costoro, ma non avea neanche fatto trapelarne i nomi. In secondo luogo dobbiamo notare che il Vicerè volea mandare suo figlio in Calabria e poi ci mandò il Montoya siccome è attestato pure dal Residente in un'altra sua lettera anteriore[445], nella quale dice che il Vicerè volea mandare suo figlio con due de' Consiglieri primarii del Governo: forse intendeva mandarlo come Governatore in luogo del De Roxas, ma poi se ne astenne per riguardo a Carlo Spinelli; e quanto al Montoya, vedremo che egli andò difatti a Catanzaro per commissioni speciali, ma alquanto più tardi, segnatamente per l'omicidio di Marco Antonio Biblia fratello di Gio. Battista, pugnalato in odio di costui che aveva rivelata la congiura[446].
Intanto lo Xarava, provvedutosi del nuovo Mastrodatti, ripigliava il corso del processo e delle torture in Gerace. Egli dovè dapprima far le confronte di Cesare Pisano col Gagliardo, Santacroce, Marrapodi, Adimari, e un po' più tardi col Conia, siccome trovasi disegnato nella citata sua relazione, e fino ad un certo punto può desumersi ancora dalla numerazione de' folii del processo, la quale al sèguito delle deposizioni sopra riferite mostra una grossa lacuna, appena occupata da un «nuovo esame» del Santacroce[447]. Questa lacuna si spiega assai bene col fatto che le confronte, i nuovi esami ed anche le torture non diedero risultamenti degni di nota. Certo è che Felice Gagliardo ebbe la tortura e «si vide in pericolo di morte a Jeraci», poi ebbe «una seconda corda a Napoli et hebbe a morire», e queste prime torture furono «crodelissime, con funicelle, acqua freda e bastonate, et non confessò»; in tal guisa si espresse egli medesimo innanzi a' Delegati del S.to Officio, sul punto di essere giustiziato, varii anni dopo[448]. Certo è pure che Gio. Angelo Marrapodi «hebbe la corda a hierace»; lo dichiarò nel processo di eresia in Napoli un suo figliuolo giovanetto, che lo seguì pe' diversi luoghi in cui stiè carcerato, vivendo col fare qualche servigio a taluni de' frati egualmente carcerati[449]. Infine è indubitato che Geronimo Conia fu sottoposto egli pure ad un nuovo esame e alla tortura, ma un po' più tardi, dopo l'esame e la tortura del Caccìa; e di costui sappiamo con sicurezza essere stato esaminato e torturato in Gerace, poichè, nel processo di eresia fatto in Napoli, si ha una deposizione del Petrolo, il quale esplicitamente attesta che il Caccìa «à Squillace non fù essaminato... et à hieraci hebbe la corda». Come dicevamo, nè da' nuovi esami nè dalle torture doverono ottenersi risultamenti degni di nota; e però di alcuni di questi Atti non si ebbe a fare alcuna menzione ne' Riassunti degl'indizii, di altri, come quelli del Santacroce e del Conia, si riportò un piccolo brano che in realtà non ci apprende nulla di nuovo[450].
Importante invece riuscì, se non l'esame, la confessione in tortura di Gio. Tommaso Caccìa, il quale comunque clerico ne' 4 ordini, al pari del Pisano, non fu risparmiato dallo Xarava. Egli era stato catturato da Giulio Soldaniero e condotto dapprima a Squillace, di poi a Gerace, e qui fu sottoposto agl'interrogatorii[451]. Nulla troviamo registrato intorno alla sua deposizione, ciò che autorizza a ritenere aver lui deposto negativamente; ma in tortura confessò con molta ampiezza, e narrò tutte le circostanze nelle quali si era impegnato per la ribellione. Recandosi un giorno con Marcantonio Contestabile e Gio. Francesco d'Alessandria a Stilo, prima di giungervi incontrarono fra Dionisio che andava con Cesare Pisano ed uno o due altri monaci, e fra Dionisio disse a Marcantonio che andava a Monasterace a trovare il Campanella, e così essi se n'andarono a Stilo, nel monastero, ove trovarono Giuseppe Grillo che disse di stare aspettando fra Dionisio; nella sera venne il Campanella con fra Dionisio, il Pisano e gli altri due monaci e mangiarono, quindi, partiti gli altri e rimasti soli col Campanella e fra Dionisio, nella sua cella fra Tommaso dichiarò la congiura e i preparativi di essa, e che «volea essere monarca del mondo e dare nova legge». E sempre diceva che «in quest'anno 1599 e 1600» dovevano accadere grandi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni, così conoscendo per scienza, astrologia e profezie, e però beato chi in questo tempo si trovasse con forza d'armi, ed ognuno dovea stare preparato e procurare di cercare amici, aggiungendo, così fra Tommaso come fra Dionisio, che Maurizio De Rinaldi e un altro di Reggio, di Casaspano, aveano preparata una quantità di fuorusciti tenendoli pronti per quella giornata. Allora insieme con Marcantonio Contestabile e Gio. Francesco d'Alessandria, ad istanza del Campanella e di fra Dionisio, concertarono di ribellarsi, e i detti frati dicevano esservi molti altri congiurati per fare la Calabria repubblica e ribellarsi dalla soggezione del Re e degli ufficiali, con l'aiuto del Turco e di altri Signori che aveano a loro divozione. Inoltre, tornato di poi a Belforte, fra Dionisio venne a chiamarlo da parte di Claudio Crispo che avea da parlargli in Pizzoni, ed egli vi si recò insieme con fra Dionisio: l'indomani, vedutisi col Crispo, con fra Dionisio e fra Gio. Battista di Pizzoni, si parlò di nuovo della congiura, e il Crispo diceva di avere apparecchiati molti fuorusciti per la giornata della ribellione. Aggiunse pure che mentre era nel monastero di Stilo, vennero più volte a parlare segretamente col Campanella Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace, Tiberio Marullo, Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, ed egli non udì di che parlassero ma giudicò che dovessero trovarsi in detta ribellione. Questa sua confessione egli poi ratificò, e nella ratifica disse pure che a Stilo Giulio Contestabile un giorno, dopo di avere parlato segretamente al Campanella, dimandò a Marcantonio cosa gli paresse di quanto il Campanella diceva e se lo ritenesse per vero, e Marcantonio rispose che troppo era vero e presto lo vedrebbe. — Adunque il Caccìa rivelò tanto il convegno di Stilo quanto il convegno di Pizzoni; ma specialmente intorno a quest'ultimo non rivelò tutto, e disse pure diverse cose che per lo meno non avea potuto udire in Stilo, come p. es. l'aiuto del Turco e l'aiuto de' Signori, de' quali aiuti sappiamo che in Stilo non si era parlato ancora. Queste ed altrettali circostanze gli furono probabilmente estorte dallo Xarava con l'atrocità de' tormenti, giacchè i tormenti dati al Caccìa non solo furono atrocissimi, ma ancora furono dati mentre egli avea la febbre. Molti l'attestarono in sèguito nel processo di eresia, e basta citare fra Pietro di Stilo e Geronimo di Francesco, il quale disse che a tale proposito fu consultato il medico, e costui per timore affermò che il tormento si poteva dare. Così non recherà sorpresa che egli pure, al momento di essere giustiziato, abbia avuto a fare ritrattazioni: ma in fondo, sul punto essenziale della quistione, egli era «confesso», e quindi non poteva aspettarsi altro che una condanna di morte.
Dopo il Caccìa, come abbiamo già avuta occasione di dire, fu esaminato e torturato il Conia, il quale, nella confessione in tortura, giusta il sunto molto arruffato datone dal Mastrodatti, affermò che c'era stato concerto di ribellione tra il Campanella, fra Dionisio ed altri nel modo più volte ripetuto, da porsi ad effetto alla venuta dell'armata turca che essi aspettavano[452]. — Successivamente furono compilati gli Atti relativi alla cattura di fra Dionisio; ma la sua condizione di ecclesiastico non permetteva di fare altro intorno a lui, e si proseguirono gl'interrogatorii de' laici, vale a dire di Maurizio, del Vitale, e con ogni probabilità anche del Todesco.
Maurizio, chiamato a fare la sua deposizione, non rivelò nulla[453]. Disse che si era allontanato, avendo udito che Carlo Spinelli catturava coloro i quali aveano parlato col Campanella e fra Dionisio; che avea parlato col Campanella una volta in casa di D. Gio. Jacopo Sabinis, ed un'altra volta a Davoli, nel monastero, verso la metà di luglio, stando allora in casa di D. Marco Antonio Pittella, ma aveano trattato della loro «natività». Gli furono quindi amministrate torture atrocissime, ed egli egualmente non rivelò mai nulla, ond'è che ne' Riassunti degl'indizii non se ne trova fatta menzione. Ma è indubitato che ebbe torture enormi, alle quali se ne aggiunsero poi altre non meno atroci, rimanendone una nozione abbastanza confusa. Nella sua ultima rivelazione fatta in Napoli innanzi a' Delegati del S.to Officio, sul punto di essere giustiziato, egli disse puramente e semplicemente di avere avuto «più volte la corda», senza aver mai voluto manifestare cosa alcuna contro i frati; il Residente Veneto, in una sua lettera della quale si parlerà più oltre, scrisse che avea «sofferto in tre mesi quaranta hore di corda et altri tormenti... senza haver mai confessato alcuna cosa»; ma Mons.r Mandina, che fu giudice per l'eresia e potè saperlo in modo autentico, lo disse «per septuaginta horas tortus et nihil confessus»[454], e tutto induce a credere che egli parlasse propriamente delle torture avute in Napoli, non già di quelle di Calabria, che doverono essere certamente più atroci. Ed intanto questa prova di maravigliosa fortezza non recava alcun vantaggio alla sua causa: con la protesta di applicare la tortura «non pro veritate habenda sed pro praecisa responsione habenda et citra praejudicium probatorum» il fisco soleva annullare i benefici effetti di una risposta negativa in tortura; e Maurizio, se non risultava confesso, pur troppo risultava «convinto» dalle concordi testimonianze avverse, a capo delle quali la Dichiarazione del Campanella, oltrechè dalle stesse sue lettere venute nelle mani della giustizia. E però la sorte sua non poteva esser dubbia.
Quanto a Gio. Battista Vitale, egli avrebbe voluto imitare Maurizio ma non ci riuscì[455]. Nella deposizione disse, che essendosi scoverto un trattato fatto da fra Dionisio e dal Campanella di ribellarsi e far venire i turchi «et si dicea che Mauritio era andato in torchia per questo effetto», e vedendosi che si carceravano tutti gli amici che aveano conversato co' predetti, Maurizio risolvè che se ne fossero andati a Venezia e a S.ta Maria di Loreto, sino a che passasse la furia e si scoprisse la verità; e così partirono da Davoli, dove stavano già da nove mesi in casa di D. Marco Antonio Pittella. Si venne quindi alla tortura, ed egli non resse allo strazio: ecco qui raccolti e disposti alla meglio i brani sparsi della sua lunga confessione. Narrò che da nove mesi erano assenti da Guardavalle insieme con Maurizio «per certe pugnalate», ricoverati a Davoli in casa del Pittella, e con costui Maurizio diceva avergli il Campanella manifestato che «quest'anno» doveano esservi grandi guerre e rivoluzioni e il Regno dovea mutare padrone, e che insieme col Campanella aveano concertato di far gente e far ribellare quelle provincie. Che dopo alcuni giorni Maurizio era andato a trovare il Campanella, e quindi avea detto che con lui e fra Dionisio si era concluso di effettuare detta ribellione, e per facilitarla «volevano invocare l'aggiuto et favore del turco che li mandasse l'armata, con la quale e con l'aggiuto de' Popoli haveriano levato questo regno dal dominio del Rè di Spagna e fattolo republica, et che esso fra Thomase haveria fatto nova legge, et ridotto ogni huomo à libertà naturale, et mandato molti predicatori predicando la libertà, et che haveano parlato à questo effetto a molti di Stilo parenti del detto Mauritio di Casa Carnevale e Sabinis come di casa Condestabile, et altri loro parenti et amici; alli quali fra Tomase con fra Dionisio haveano parlato, et procuravano far pacificare li Carnevali con li Conestabili, per che si haveano da trovare in detta rebellione per quanto diceva detto Mauritio». E dietro interrogazione, specificando meglio le persone, aggiunse, «che Mauritio li disse, quando tornò da Stilo, che li parenti suoi et altri, che s'haveano da trovare a detta rebellione, erano Gio. Paolo e Fabio Carnevale, Ottavio Sabinis, Gio. Jacovo Sabinis, Marc'Antonio Conestabile, Giulio Conestabile, Fabio Conestabile, et Geronimo di Francesco che tutti si erano offerti a detta rebellione». Aggiunse ancora che dapprima intese dire da tutti quelli di Davoli che nel monastero di S. Maria del Trono di detta terra erano venuti Gio. Paolo di Cordova ed Orazio Rania ed aveano parlato col Campanella «et fra Dionisio»; e poi, passando per la casa del Pittella, costui gli disse «come Oratio Rania, Gio. Paolo di Cordova, et Gio. Tomase di Franza erano venuti à trovare Mauritio et fra Tomase Campanella, et haveano trattato detta rebellione dentro lo monastero di S.ta Maria del Truono». Aggiunse che Maurizio «ogni hora dava animo ad esso deposante et a Donno Marco Antonio Pittella», che dopo essere sceso dalle galere de' turchi raccontò al Pittella l'appuntamento preso con Amurat Rais, che in giugno con Geronimo Baldaya fuoruscito si era partito per raccogliere gente, e Geronimo diceva «lassa fare a me ch'io busco gente assai che staranno in ordine per la giornata che vene l'armata del Turco, et allhora daremo dentro»; che il Pittella diceva esservi in Catanzaro molti gentilhuomini ed altri i quali partecipavano alla congiura, e che venivano spesso lettere da Catanzaro a Maurizio e i corrieri dicevano mandarle il Rania; che Maurizio «con questo pretendea farsi gran homo per che saria stato padrone di molte terre... et persuadeva lo Donno Marco Antonio et esso deposante se voleano concorrere con esso et ritrovarsi à questa fattione che li saria stato gran utile; lo Donno Marco Antonio si offerse a questo, et esso deposante disse, io vengo dove vai tu, per che a me me tieni alla maneca» (intend. affibiato a te). — La tortura data al Vitale fu del pari straordinaria: da un brano della Difesa de' Cordova si ha che fu perfino trascinato alla coda di un cavallo (ad caudam equi raptatus). Ciò spiega sempre più la rivelazione da lui fatta di tanti nomi e di tanti particolari, che per lo meno non poteva conoscere, mentre da molti indizii apparisce che i capi della congiura conducevano le cose con cautela, e non mettevano ogni cosa a conoscenza di tutti: basterebbe la sola deposizione del Caccìa a mostrarlo, e d'altronde vedremo p. es. lo stesso Maurizio, nella sua ultima rivelazione, smentire la partecipazione del Pittella, che il Vitale nominava con tanta larghezza. Facciamo queste avvertenze, perchè non rechi poi meraviglia il vedere questo disgraziato, nel suo estremo supplizio, dichiarare che tutto gli era stato estorto dallo Xarava per forza di tormenti. Egli pertanto era «confesso» e quindi votato alla morte.
Come dicevamo, forse anche Gio. Ludovico Todesco fu esaminato dopo costoro. A lui si poteva per lo meno imputare che avesse aiutato Maurizio nella fuga, onde a' termini del Bando dello Spinelli era reo di morte: e il vedere dalla numerazione de' folii del processo l'inserzione di quel Bando al sèguito degli Atti relativi al Vitale darebbe motivo di credere che per l'appunto il Todesco dovè essere inquisito e forse condannato in virtù del suddetto Bando. Ma non ce n'è notizia ne' Riassunti degl'indizii a noi pervenuti con gli Atti esistenti in Firenze; e ciò vorrebbe dire non aver lui avuto nulla a rivelare intorno agli ecclesiastici, che sono contemplati in que' Riassunti. Dicasi lo stesso di tanti e tanti altri carcerati già fin da' primordii della repressione della congiura. Per lo meno i principali tra loro, come Geronimo del Tufo, il Barone di Cropani, Ferrante Ponzio, i due Moretti etc. etc., difficilmente si può credere che non sieno stati esaminati in Calabria; e così pure Geronimo di Francesco che fu preso in compagnia di Giulio Contestabile, con tanta prevenzione e tanto sdegno dello Spinelli. Il Contestabile, per la sua qualità di clerico ne' quattro ordini sacri, dovè esser lasciato al foro ecclesiastico, siccome già lo Spinelli si proponeva (ved. pag. 316); se non si procedè con lui come col Pisano e col Caccìa, questo verosimilmente accadde perchè egli vestiva tuttora l'abito clericale, mentre il Pisano e il Caccìa l'aveano deposto da un pezzo; risulta infatti da una numerosa quantità di documenti conservati nell'Archivio di Stato che era teorica del Governo, combattuta continuamente da' Vescovi, non doversi ritener clerici coloro i quali da un pezzo ne aveano deposto l'abito. Ma pel Di Francesco ci pare impossibile che non siasi proceduto ad interrogatorii d'ogni maniera; probabilmente egli dovè essere negativo in tutto.
Aggiungiamo qui che il Pittella, indiziato per tante vie e poi così fortemente compromesso dal Vitale, fu catturato da un Gio. Andrea Spina, ma mentre era tradotto in carcere a cavallo, riuscì a fuggire: lungamente ricercato dalla giustizia vedremo che fu poi catturato di nuovo, ma molto più tardi, nel 1601, e quindi lo troveremo in Napoli[456]. Di tutti gli altri nominati dal Vitale abbiamo solamente notizia che fu catturato Gio. Paolo Carnevale e con lui Tiberio Carnevale[457], ma non Fabio Carnevale nè Fabio Contestabile, che troveremo in qualità di testimoni in un'altra Informazione ecclesiastica presa dal Vescovo di Squillace nel novembre e dicembre di questo stesso anno 1599. Quanto poi a Marcantonio Contestabile, egli rimase sempre contumace, e vedremo che dal tribunale di Napoli fu dichiarato forgiudicato, con Gio. Francesco d'Alessandria, Alessandro Tranfo, Matteo Famareda, Francesc'Antonio dell'Ioy, e Tulibio dello Doce (o Dolce), come del pari Gio. Geronimo Prestinace e forse anche Fulvio Vua, che sappiamo essersi entrambi nascosti[458]; inoltre Geronimo Baldaya, che fu certamente preso ed interrogato circa una lettera di Maurizio a Gio. Francesco Ferrayma trovata chiusa presso di lui[459], dovè essere rilasciato e poi ricercato di nuovo, probabilmente dietro le confessioni del Vitale, e vedremo anche lui dichiarato forgiudicato, ma presentatosi e processato in Napoli, liberato e poi ricercato ulteriormente, come si dirà a suo tempo. Aggiungiamo ancora che delle altre persone ecclesiastiche nominate o sospettate come aderenti alla congiura fu successivamente preso un certo numero, all'infuori del Jatrinoli e di Gio. Jacovo Sabinis, i quali doverono rimanere fuggiaschi, non essendoci pervenuta alcuna notizia di Atti giudiziarii concernenti le loro persone. Fin dal 23 settembre era stato già preso fra Scipione Politi Francescano, conosciuto come amico intimo del Campanella; l'Auditore Gio. Lorenzo Martire andò a carcerarlo nel convento medesimo di Stilo dove egli dimorava[460]. Fu poi preso l'8 ottobre fra Pietro Musso di Monteleone Domenicano, che il barricello di Monteleone carcerò sotto il castello di quella città: un fra Leonardo suddito di fra Pietro, mentre costui volea farlo carcerare, lo denunziò come amico del Campanella, e un D. Domenico Pulerà di Pimeni presentò allo Xarava due lettere dirette a fra Pietro e rinvenute fin da luglio in un libro di lui durante una visita che gli fece, una di fra Dionisio del 10 giugno e l'altra del Pizzoni del 25 luglio, nelle quali si parlava di congregazione di fuorusciti e di armi; inoltre un nipote di questo fra Pietro andò caritatevolmente a deporre che il Pizzoni era stato in luglio a visitare suo zio nel convento di Maierato e gli portò due pistole ed un fucile, ed egli stesso, fra Pietro, si procurò un'altra pistola e con queste armi se ne andò, soggiungendo che nell'udire la cattura del Campanella e di fra Dionisio avea detto che gli dispiaceva[461]. Inoltre fu preso un fra Vittorio d'Aquaro sacerdote Agostiniano, il 9 ottobre, sulla via di Mamola, mentre tornava dalla Sicilia in Calabria: fu preso un fra Giuseppe da Polistina, terziario Domenicano, in Reggio, mentre di là s'imbarcava per Messina, ad oggetto di ricuperare certe robe lasciate in eredità al suo convento. E furono presi alcuni altri, ma ancora più tardi, e li vedremo a suo tempo.