Intanto fra Cornelio e il Visitatore, decisi a non lasciare la preda, ripigliarono lo svolgimento del loro processo unitamente col Vescovo di Gerace, che li secondò nel modo più sciagurato: ciò accadde il 13 ottobre, e si ebbe in tal modo il così detto processo di Gerace, fatto da costoro assistendo alle sedute e facendo sentire la loro influenza lo Spinelli, lo Xarava, diversi altri laici, co' metodi soliti ed anzi peggiorati; sicchè gli ordini di Roma, dettati dall'amore della verità e della giustizia, riuscirono del tutto infruttuosi. Era allora Vescovo di Gerace fra Vincenzo Bonardo romano, già Segretario della Congregazione dell'Indice e poi Maestro del Sacro Palazzo, uomo punto tiepido nella difesa de' dritti giurisdizionali ed anzi prepotente siccome abbiamo avuto opportunità di vedere altrove (pag. 121-122): ma dovè forse allora essere invaso anche lui dal terrore che lo Spinelli e lo Xarava aveano finito per incutere in quelle sventurate provincie, onde si annullò interamente innanzi a fra Cornelio e agli ufficiali Regii; nè sarebbe troppo arrischiato l'ammettere che lo Spinelli, sollecitamente informato dal Governo della deliberazione presa in Roma e nota fin dal 17 settembre, circa gli esami de' frati da farsi dal Visitatore e fra Cornelio insieme coi Vescovi locali, avesse lasciato Squillace e fatto tradurre tutti i prigioni a Gerace, precisamente per profittare della debolezza in cui era caduto il Vescovo di quel luogo. Certamente in Gerace gli ordini di Roma per lo meno non furono interpetrati a dovere. Lungi dal prendere altre informazioni con secretezza e diligenza laddove occorressero, si volle procedere all'esame non solo di diversi altri prigioni ma anche di quelli già esaminati scegliendo opportunamente gl'individui che sarebbero risultati in danno: così fu esaminato di nuovo Giulio Soldaniero senza rivelarne la condizione di guidato, fu esaminato il clerico Pisano che era stato già perfino torturato dallo Xarava e il clerico Caccìa che fu lasciato poco dopo torturare egualmente senza prenderne nota e senza farne alcuna rimostranza, ma non furono esaminati il clerico Contestabile e i frati Politi, Musso, Aquaro, Polistina, oltre fra Dionisio, verosimilmente perchè si sapeva dover risultare per lo meno negativi; e furono dal Vescovo e dal Visitatore commessi gl'interrogatorii a fra Cornelio «come bene informato di tutto il negozio», con la più grande condiscendenza verso gli ufficiali Regii, con una estesa pubblicità e col solito corredo delle suggestioni, delle minacce, de' terrori, senza farne mai parola ne' processi verbali. Allorchè gl'infelici prigioni vennero in Napoli, questi fatti si scovrirono mano mano, nè soltanto per opera degl'interessati ma anche per opera degli altri carcerati, come p. es. del Contestabile e del Di Francesco, che aveano vista o udita una parte di quegli scandali: lo Xarava medesimo disse ingenuamente al Vescovo di Termoli Giudice dell'eresia, che il Pizzoni non voleva confessare ma che alle insistenze di lui testificò, e il Vescovo non mancò di farlo sapere a Roma, togliendo così ogni dubbio possibile su' fatti asserti[462]. — I prigioni si trovavano nelle carceri del castello dette «la Marchesa». Fra Cornelio andava là a catechizzarli individualmente, manifestando sempre che «per sutterfugger lo giudicio temporale» bisognava deporre eresie: questo fece anche col Pizzoni eccitandolo a confermare l'esame primitivo, come attestò poi il Di Francesco che trovavasi nella medesima carcere; ma principalmente egli cercò di catechizzare coloro i quali non si erano esaminati ancora, e massime i due clerici, Cesare Pisano, che non ne avea bisogno essendosi già prestato, e Gio. Tommaso Caccìa, che dovea pur trovare qualche modo di scampare la vita, e poteva sperarlo solo dalla remissione al foro ecclesiastico. Qualche volta il Visitatore accompagnava fra Cornelio in tale ufficio, e se non trovavano arrendevolezza, minacciavano i riluttanti, giuravano che non sarebbero usciti dal castello che in pezzi, sputavano sul viso, come fecero p. es. col Petrolo, il quale non intendeva di confermare tutto l'esame di Squillace. Allorchè poi si teneva seduta, ci era il Vescovo, il Visitatore, fra Cornelio, il Mastrodatti della Curia Vescovile Biagio Perlongo, e qualche sacerdote come testimone, p. es. Curiale de' Curiali, Ferrante Guido, Gio. Antonio de Rinaldis, Antonio Lucissa; fra Cornelio, intitolandosi anche utriusque juris doctor, dirigeva gl'interrogatorii ed avea cura di mettersi sempre in mostra, ciò che si rivela ottimamente da' processi verbali. Ma ci era anche Carlo Spinelli, lo Xarava, ed inoltre il Capitano di campagna (il Ruffo) con un certo numero di birri, e fu notato che mentre fra Cornelio sedeva sopra uno sgabello con poca dignità, lo Spinelli e lo Xarava erano adagiati sopra sedie a modo di Giudici; nelle mani di costoro si lasciavano pure talvolta gl'imputati, ed essi li interrogavano egualmente circa l'eresie, che anzi sappiamo essere stato presente anche il Principe di Scalèa in una di queste sedute straordinarie. Accadde inoltre talvolta, nelle sedute formali, che sorgessero contestazioni sulle cose scritte, non venendo trovate concordi con le cose dette, e s'interrompessero le sedute con scene di violenza, le quali aveano un sèguito entro le carceri, dove si finivano di redigere e firmare gli esami: intanto nulla di tutto ciò si rileva menomamente da' processi verbali. Tra le scene di violenza, meritano di essere ricordate quelle avvenute col Petrolo e con fra Pietro di Stilo. Il Petrolo dalla sala del tribunale fu bruscamente rimandato in carcere, e il Capitano di campagna gli tolse mantello e cappello per fargli sfregio, sicchè i suoi compagni di carcere lo videro rientrare in quella foggia «che pareva un pescatore»; ma dopo tre giorni venne fra Cornelio a fargli premura che firmasse il processo verbale, quindi fu chiamato al luogo della corda in presenza del Visitatore, dello Xarava e del Mastrodatti, e dicendogli fra Cornelio che il processo verbale era stato emendato, lo Xarava afferrandolo pel petto lo condusse alla banca e l'obbligò a firmare. Fra Pietro di Stilo poi, come già in Squillace così pure in Gerace, fu più volte interrogato senza che si scrivesse nulla, perchè rifiutava di dire ciò che si voleva; gli furono allora mostrati da fra Cornelio alcuni ferri, co' quali gli minacciava di fargli stringere il petto, e il Capitano di campagna, che era presente, faceva mostra di averne compassione; poi finalmente, dopo parecchi tentativi, si potè redigere il processo verbale del suo esame. Ora nella procedura ecclesiastica, e così anche nella procedura secolare pe' delitti comuni, il solo condurre l'imputato nel luogo de' tormenti equivaleva a un primo grado di tortura detto territio, e la tortura, in qualsivoglia grado, non poteva amministrarsi che dopo di avere compiti gli esami informativi e ripetitivi, e data all'imputato la copia degl'indizii raccolti contro di lui[463]. Gravissime dunque furono le irregolarità, con le quali si menarono innanzi gli Atti del processo di Gerace, e le circostanze suddette debbono servire ad essi di commento; passiamo ora a farne l'esposizione nel miglior modo che ci sarà possibile.

Primo fra tutti, il 13 ottobre, fu esaminato fra Pietro Ponzio[464]. Rispondendo a diverse interrogazioni, egli disse ingenuamente che credeva di essere stato carcerato perchè fratello di fra Dionisio, espose dove e come e perchè lo avea visto negli ultimi tempi, attestò l'amicizia di lui col Campanella da più di 14 anni avendo sempre continuato ad essere amici, dichiarò di aver saputo che era stato preso a Monopoli dicendosi comunemente che procurava una ribellione col Campanella ed altri frati e secolari, negò che fra Dionisio gli avesse mai parlato di tal cosa. Ed a fine di non fargli conoscere il modo di esame che era stato adottato, i Giudici decisero di non procedere oltre con lui. — Fu quindi esaminato fra Paolo Jannizzi della Grotteria[465]. Egli disse che credeva di essere stato carcerato per un fatto occorsogli a Filogasi (avea dato uno schiaffo al Baglivo di quella terra), ma che intese essere stato carcerato per le cose del Campanella; narrò che due volte sole avea visto il Campanella, la prima in Napoli sette o otto anni avanti, allorchè egli, fra Paolo, trovavasi in carcere e il Campanella passando per la via fu da lui pregato di far giungere una sua lettera al P.e Superiore, la seconda in Pizzoni, dove lo trovò verso la metà di luglio col fratello giovanetto e due altre persone a lui ignote, oltre i due figliuoli di Ferrante Crispo, il Caccìa e Giovanni di Filogasi, tutti armati di fucile e pistola, eccetto uno de' figli di Crispo. Disse di non sapere che costoro, in Pizzoni, avessero mangiato carne di venerdì, ma che fra Gio. Battista di Pizzoni, venendo da Monteleone a Gerace, gli avea detto di essere stato carcerato per questa causa; negò di aver parlato di altro col Campanella che di cose comuni, avendogli il Campanella, insieme con fra Gio. Battista, detto solamente che i letterati non erano premiati nè esaltati secondo il dovere; ma attestò che costoro «tutto il giorno parlavano con li banniti in secreto et a longo», e dietro interrogazione aggiunse che per le cose stategli dette e per quelle da lui viste teneva il Campanella «per homo tristo et per malissimo christiano, et il simile... di fra Gio. Battista di Pizzone». Si scusò intorno al libro di negromanzia, affermando non essere di suo carattere e non averlo nemmeno letto. Dietro altra interrogazione disse di aver conosciuto fra Dionisio e di averlo, negli ultimi tempi, visto in Pizzoni solamente per una notte di passaggio, nè avergli parlato per le antiche inimicizie che avea seco; ed aggiunse che era stato inquisito di aver voluto ammazzare fra Ponzio Provinciale, onde avea riportata la condanna di tre anni di galera ed avea scontato questa pena.

In una 2.a seduta, il 16 ottobre, furono esaminati molti altri, e ne' processi verbali trovasi notato che l'interrogatorio fu commesso a fra Cornelio. Comparve dapprima fra Pietro di Stilo[466], del quale gioverà ricordare che in Squillace era stato interrotto l'esame non appena cominciato. Egli continuando quell'esame, dietro interrogazioni, disse avere udito dal Campanella che il Papa e il Re si accordavano a' latrocinii, che l'elezione del Papa non era canonica contando per una sola le molte voci de' pensionati del Re, che il vivere della Corte Romana era biasimevole, che il Papa facea molte cose contro il dovere, i Cardinali erano tiranni e lussuriosi della peggiore specie; inoltre che si burlava del peccato della carne, senza ritenerlo veramente lecito, e soltanto per detto del Petrolo egli sapeva che una volta avea manifestato non esservi nell'ostia consacrata il corpo di Cristo. Dietro altre interrogazioni speciali disse che il Campanella si burlava de' miracoli, affermando che egli pure ne farebbe «in comprobatione della sua scientia et delle sue opere, et che i miracoli non erano altro che una applicatione de intentione di quello alla cui persona si faceva il miracolo, et ch'ognuno potea far miracoli in questo modo»; che mai gli era occorso di averlo udito chiamarsi Messia nè Profeta, bensì Monarca, avendo detto anche «in presentia di Gio. Gregorio Presinacio nella camera sua... che tutti gl'altri homini che di niente erano venuti a qualche dignità o imperio haveano havuti solamente tre pianeti ascendenti favorevoli, ma che esso n'havea setti, et che per questo aspettava la Monarchia del mondo come anco li fu detto da un valentuomo astrologo delle parti di Germania che si trovava nell'inquisitione». Circa all'averlo udito discorrere di mutazioni di Stato, disse che in Arena, nel palazzo del Marchese, gli avea detto che era stato scritto contro di lui da quelli di Stilo al Nunzio ed al Papa che avesse amicizia co' banditi, e che per scienza e per profezie di S.ta Brigida e del Savonarola egli provava «ch'in quest'anno seranno gran revolutioni et mutationi di stato... et questi stati muteranno regni et si faranno republiche et sarà bono in questi tempi per chi si troverà armato et che haverà arme assai di difender se stesso», soggiungendo che non sapeva «si volesse dire di se stesso ma havea molti amici et adherenti». Specificando poi questi amici disse che i principali erano Giulio Contestabile, Fulvio Bua e sopra gli altri Gio. Gregorio Presinacio; tra' monaci poi fra Dionisio e M.º Scipione Politi Conventuale. Per detto del Petrolo affermò, sempre dietro interrogazioni, che il Contestabile avea calpestato il ritratto del Re Filippo, e prescelto quello del Gran Turco. Circa fra Dionisio, tre volte costui era venuto a Stilo da che egli era Vicario nel convento; nulla avea detto mai contro la fede, se non che parlava pubblicamente del peccato di carne della più brutta specie e perfino se ne gloriava. Circa Giulio Soldaniero, lo conosceva per avergli una volta portata una lettera del Campanella, e pregatolo da parte di fra Tommaso che si recasse da lui ma senza discorrere di altro. Tutto ciò non parve ai Giudici conforme a verità, e fu deciso di rimandarlo nelle carceri per poi continuare l'esame, e frattanto gli si domandò se avesse mai detto di volere prender moglie, e subito fra Pietro accettò di averlo detto spesso e in molti luoghi ma per burla.

Nel medesimo giorno, quantunque dal processo verbale dell'esame di fra Pietro di Stilo si rilevi che era già tardi, furono esaminati il Bitonto e tutti i rimanenti frati. — Il Bitonto[467] dovè prima di tutto dar conto del come e perchè si trovasse senza abito monastico, senza chierica e con lunga barba; e rispose che fu preso mentre dormiva e non gli fu dato tempo di vestirsi, che s'avea tolta la corona per certe infermità e la barba gli era cresciuta! E narrò che si era rifugiato in una vigna, poichè gli fu detto dovere esser preso come amico del Campanella. Quindi narrò la sua antica conoscenza col Campanella, la visita fattagli in giugno con fra Dionisio, fra Jatrinoli, il Pisano e il Grillo, trattando cose di frati, e la fermata a Stignano in casa Grillo, dove il Petrolo e il padre del Campanella gli aveano donato qualche vivanda e fra Dionisio avea detto certi concetti predicabili; ma i Giudici non ne furono contenti. Dietro altre interrogazioni, disse di conoscere Cesare Pisano suo parente e di essere andato con lui a Bagnara e a Messina; negò di aver mai consacrate più particole fuor di bisogno, negò di aver mai saputo un abuso osceno dell'ostia consacrata. Circa fra Dionisio, disse di averlo conosciuto da molto tempo, di essere stato con lui e col Pisano in Oppido, in Bagnara dove predicò, ed in Messina dove egli comperò materasse e fra Dionisio libri, zafferano e pepe; aggiunse di averlo visto poi un'altra volta ed essere andato allora con lui e col Pisano presso il Campanella per pregarlo che gli procurasse qualche predica, tornando poi per Castelvetere dove trovò carcerato il Gagliardo; aggiunse ancora di averlo visto una terza volta quando con lui e col Campanella andarono a Castelvetere, dove visitò il Pisano carcerato ed ebbe occasione di incontrarsi ancora col Gagliardo, dicendogli soltanto che stesse di buon animo. I Giudici non furono contenti, e l'avvertirono che continuerebbero l'esame «etiam rigorose». — Venne quindi chiamato il Pizzoni, e rilettogli l'esame primitivo, egli lo confermò e ratificò in tutto e per tutto. Lo stesso fece il Lauriana e si giunse finalmente al Petrolo. Il Petrolo[468] confermò del pari il suo esame primitivo ma volle emendate due cose; la prima, che il Campanella avesse comunicate le sue opinioni a' gentiluomini da lui nominati, ciò che era stato detto per errore; la seconda, che egli avesse lasciato l'abito per timore di esser preso ed ucciso dalla Corte, mentre dovea dirsi per timore di essere ucciso da Maurizio de Rinaldis, avendo lui, Petrolo, sconsigliato il Campanella di recarsi presso Maurizio.

Il 18 ottobre, fu esaminato Giulio Soldaniero[469], il quale egualmente confermò e ratificò l'esame primitivo. Due cose pertanto si fanno notare nel processo verbale del suo nuovo esame; la prima, che il Visitatore neanche questa volta vi fu presente; la seconda, che fra Cornelio gli suggerì «che avverta aver detto queste cose per zelo della fede e della religione, come pure della fedeltà che deve al Serenissimo Re, e non per odio ne passione alcuna», e il Soldaniero rispose, «io l'ho detto per zelo della fede et per fideltà ch'ho portato et porto a Re Filippo nostro Signore et non per odio ne passione alcuna»!

Il giorno seguente, 19 ottobre, furono esaminati il Pisano e il Caccìa, ed anche per costoro fu dato a fra Cornelio l'incarico di esaminare, quasi che fossero semplici testimoni e non già principali. Il Pisano fu, al solito, loquace oltre misura[470]. Disse trovarsi carcerato «per conto della rebellione procurata in questi Stati», e dietro successive interrogazioni rispose, che andando lui carcerato in Castelvetere, il Bitonto gli disse di stare allegramente perchè avrebbe nelle carceri trovato il Gagliardo molto amico suo, ed andatovi, il Gagliardo gli si presentò come amico del Bitonto, il quale era stato una volta col Jatrinoli a visitarlo in quelle carceri; e così egli, il Pisano, cominciò allora a parlare al Gagliardo della ribellione. Ma qui i Giudici gl'imposero silenzio, volendo che trattasse solo delle cose della fede. Ed egli disse che cominciò a parlargli del Campanella nuovo Messia, il quale volea fare nuova legge; e ripetè le solite proposizioni da lui manifestate contro Cristo, contro la Trinità, ammettendo «un solo Dio o sia spirito che governa il tutto et move gli cieli», contro i miracoli di Cristo e la sacra scrittura, che era stata dettata dagli amici di Cristo: ma negò di avere intorno a Maria detto altro, se non che fosse moglie di S. Giuseppe e nera, appoggiandosi al nigra sum; confessò di aver parlato delle cattive relazioni tra Gesù e S. Giovanni, comunque non vi avesse creduto, ed attestò che giammai fu redarguito intorno a ciò nè dal Gagliardo nè da alcun altro. Aggiunse aver negato il purgatorio, l'inferno e il paradiso, negato anche il Sacramento dell'altare, raccontando che nella cena di Stignano fra Dionisio l'avea predicato con gli esempi di pugnalate date all'ostia, del pugno datole da un inglese in Roma e di qualche altro fatto osceno; non accettò che questo fosse stato commesso da lui, e nemmeno dal Bitonto. Proseguì la storia delle proposizioni da lui dette al Gagliardo contro il Papa e i Cardinali, contro l'istituzione monastica, contro Cristo, contro i digiuni, contro l'immortalità dell'anima; negò qualunque altra cosa appostagli, e specialmente di aver detto che nè per Cristo nè pe' paternostri si sarebbe mai fuori di carcere ma solo co' danari. Circa il Campanella disse di aver manifestato che era nuovo Messia, farebbe miracoli come Cristo, predicherebbe la libertà, ed avrebbe più seguaci ed acquisterebbe più Stati, perchè avrebbe la virtù unita con l'armi. Negò poi di professare i detti errori e disse di averli manifestati a que' compagni di carcere «per indurli o confirmarli alla rebellione temporale», attribuendo a fra Dionisio l'averglieli insegnati in que' viaggi ad Oppido, Bagnara e Messina, e poi a Stignano ed a Stilo, nei quali l'accompagnò insieme col Bitonto. E qui fece un'altra volta la noiosa ripetizione di tutte le cose dette, nel modo in cui le aveva espresse fra Dionisio, dal quale solamente affermò di averle udite, mentre gli altri frati plaudivano. Circa i suoi compagni di carcere in Castelvetere, manifestò l'opinione che Felice Gagliardo non solo professasse quegli errori ma anche ne sapesse più di lui, essendone stato istruito dal Bitonto, e così pure Orazio Santacroce «al quale aveano confidata ogni cosa» e dal quale udì che gli piaceva la ribellione progettata da' frati perchè volea vendicarsi del Vescovo di Gerace ed ammazzarlo con le sue mani! Finì dunque per accusare anche il Bitonto, mostrandosi, da parte sua, pentito di aver manifestato quegli errori. Da ultimo interrogato se avesse conosciuto il Campanella e se gli avesse mai parlato, disse di averlo veduto soltanto per dodici ore, quando da Monasterace lo accompagnò a Stilo insieme co' frati, i quali lo presentarono a fra Tommaso come uno degli amici, e fra Tommaso, perchè erano a cavallo, si volse a lui e disse «bene, bene», e non iscambiarono altre parole.

Si passò quindi all'esame di Caccìa[471]. Costui disse egualmente trovarsi carcerato «per causa della rebellione procurata in questi Stati»; ma i Giudici gli vietarono di proseguire e gli ordinarono di rispondere alle interrogazioni, ed egli disse di credere che veniva esaminato «per conto delle cose di fra Thomaso Campanella et di fra Dionisio Pontio et di fra Gio. Battista di Pizzoni per conto delle sue heresie et opinioni». Narrò che avea conosciuto il Campanella una volta in Stilo, quando vi andò col Contestabile verso la fine del maggio, rimanendovi per otto giorni, un'altra volta parimente in Stilo rimanendovi tre giorni, ed una terza volta in Arena. Avea conosciuto pure fra Dionisio le due prime volte che era stato presso il Campanella, e poi una terza volta quando l'accompagnò a Pizzoni, di dove fra Dionisio subito fuggì per timore di Carlo di Paola venuto a carcerare fra Gio. Battista e il Lauriana. Aveva inoltre conosciuto il Pizzoni nel convento in cui era Vicario, ed era stato quattro volte presso di lui. Disse di ritenerli tutti e tre «per homini tristissimi et pessimi et per mali Christiani» per alcune cose scandalose che aveva udite da loro. E cominciando dal Campanella narrò, che avendogli dimandato se conoscesse arte magica, il Campanella gli disse «o chiotto, e tu credi che ci siano diavoli?... pezzo di chiotto, non cè ne diavoli ne inferno»; ed altra volta disse di volere «far nova legge, et che quando cominciasse a predicare che allora si sentirebbe la verità et la legge che esso volea fare, la quale sarà la vera legge di vivere et meglio di questa delli Christiani», soggiungendo: «non me communicò il particulare della legge o della verità che pretendia di predicare, si bene intesi da esso proprio nel sudetto loco che volea far mutar il modo di vestire da quello che s'usa adesso et volea che si portasse una giobba longa o sia veste, ma non sò come o di che colore». Venendo a fra Dionisio disse che una volta, lui presente, volendo andare a Messa, egli se ne burlò, chiamandola una bagattella; nè altro udì mai da lui contro la fede. Infine, venendo al Pizzoni, disse che una volta, avendogli detto di sgridare il nipote Fabio già frate che da poco tempo avea deposto l'abito monastico e si facea chiamar Lucio, perchè avea mangiato carne nella sera della vigilia di S. Bartolomeo, non lo volle fare, burlandolo col dire che vigilia s'intendeva il dì e non la notte; e un'altra volta, nel leggere lui, il Caccìa, un tratto di Plinio in cui si parlava della natura, dimandato al Pizzoni cosa fosse questa natura di cui parlava Plinio, egli rispose che la natura era ciò che noi chiamiamo Dio, e che non v'era altro Dio che la natura. Dichiarò di non conoscere altri frati, e di ritenere che que' tre credessero realmente a quelle opinioni, mentre egli non vi avea mai creduto e si era sempre allontanato da loro quando le aveva udite. Ma era venuto a conoscenza de' Giudici che nel convento degli Agostiniani di Belforte, dove egli soleva dimorare, una volta, avendo lui trovato su di un tavolo un Gesù crocifisso lo avea gettato a terra, e si volle sopra di ciò interrogarlo; ed egli rispose che si trattava solo di una testa di crocifisso, la quale non avea nemmeno riconosciuta, e facendogli ingombro, l'avea gettata a terra. Notiamo poi che la qualità di clerico fu ammessa da' Giudici tanto pel Caccìa quanto pel Pisano, e trovasi debitamente registrata nei processi verbali.

È questo, in succinto, il processo di Gerace, che per la presenza del Vescovo nella compilazione di esso riuscì tanto più grave, non avendo il Vescovo in realtà fatto altro che covrire e lasciar passare la malvagità de' frati Inquisitori e la prepotenza degli ufficiali Regii. Ma dobbiamo ancora vedere il valore delle deposizioni raccolte. E cominciando da quella di fra Pietro Ponzio, possiamo dire che essa non aggiunse nulla, e servì solo a mostrare che veramente fra Pietro non era stato fatto consapevole di queste faccende. La deposizione poi di fra Paolo della Grotteria aggravò certamente le condizioni del Campanella e di fra Gio. Battista, massime dal lato della congiura, quantunque non avesse fornito che semplici indizii ed apprezzamenti degni di un ex-galeotto, il quale non si faceva scrupolo di calcare la mano su' compagni nell'impresa, credendo di propiziarsi i Giudici in questa guisa. Ma grave riusciva sopra tutte le altre la deposizione di fra Pietro di Stilo: egli rivelava finalmente parecchie e non lievi cose tanto circa l'eresia quanto circa la congiura, ed evidentemente dovea saperne molte di più, giacché, e per l'amicizia che lo legava al Campanella, e per la sua posizione di Vicario del convento che lo costituiva responsabile di aver tollerato cose simili, avea tutto l'interesse di celare quanto più poteva. Senza dubbio, dopo tante rivelazioni fatte dal Pizzoni e dal Petrolo, dopo tante rivelazioni fatte anche da' laici, le quali aveano già condotto alla morte il Crispo e il Mileri, negare ulteriormente era di grandissimo pericolo per lui, di niun vantaggio alla causa: adunque non trattavasi più solamente di dir cose di eresia per sottrarsi alla Corte temporale, ma anche di lasciare la parte dell'ingenuo che oramai non poteva più persuadere alcuno, badando tuttavia a rivelare il meno possibile. E rivelò le cose certamente più comuni e più frequenti a trovarsi in bocca al Campanella, e parlò soltanto delle opinioni di lui sul Re, sul Papa e sulla elezione Papale, sulla poca importanza de' peccati di carne e la nessuna importanza de' miracoli, e se non tacque l'opinione sul Sacramento dell'altare, ciò accadde perchè essa era nota al Petrolo ed egli era in grado di capire che costui non avea dovuto tacerla. Così, con la stessa altissima probabilità con la quale si è detto che il Pizzoni, seguìto poi dal Petrolo, rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, può dirsi che fra Pietro di Stilo rivelò molto meno di quanto conosceva: e naturalmente deve dirsi, che l'avere taluni abbondato nelle rivelazioni delle cose di eresia, con la speranza di sfuggire in tal modo la Corte temporale, va inteso non già nel senso di avere inventate le eresie, ma nel senso di non averle nascoste. Per farsi un giusto concetto della causa, interessa grandemente che tutto ciò sia ben fermato. Le violenze, usate da fra Cornelio poterono esser dirette a pretendere che fra Pietro facesse altre e più gravi rivelazioni, ma quelle che fra Pietro fece non vennero strappate a forza: difatti vedremo in sèguito dichiarato da lui che «fra Cornelio scriveva troppo diffusamente», ridotta così l'asprezza ma non negata la qualità delle sue rivelazioni; e veramente è naturale ammettere che tanto la parola «sceleratissimo» usata verso il Campanella nel primo esame, quanto diverse altre parole aggravanti usate nel secondo esame, non sieno state le precise parole di fra Pietro, ma, attenuate pure convenientemente queste parole, il fondo delle cose non riusciva sostanzialmente modificato. Lo stesso deve dirsi delle rivelazioni di fra Pietro circa la congiura. È superfluo notare quanto sia grave il fatto deposto che il Campanella riteneva dover essere monarca del mondo in virtù di sette pianeti favorevoli, ciò che era suggellato anche coll'autorità di un astrologo germanico; nella premura di scolparlo dell'essersi lasciata dare la qualità di Messia e di Profeta, fra Pietro non dovè calcolare l'importanza della sua rivelazione. Del resto si sforzò di dire che il Campanella, dietro i presagi e le profezie di future repubbliche, raccomandava di avere molte armi per difendere sè stesso, ma non potè nascondere che avea molti amici e aderenti, la qual cosa doveva essere un fatto più che notorio. E fra essi nominò Giulio Contestabile, senza dubbio pel risentimento eccitato dalla sua mala condotta, e più ancora per la necessità di dover dire la faccenda dell'oltraggio fatto all'immagine del Re, essendo ciò conosciuto anche dal Petrolo; nominò il Vua e il Presinacio, certamente perchè li sapeva nascosti ed al sicuro dalle unghie del fisco; ma non nominò Maurizio e con lui quanti altri egli dovea aver visti e conosciuti nella sua posizione di Vicario del convento di Stilo. Dei frati poi nominò appena fra Dionisio per la ragione che era un aderente manifesto anche troppo, e fra Scipione Politi per una ragione rimasta ignota ma che ci dovè essere, poichè questo frate, sebbene nominato da tante e così gravi testimonianze e già carcerato, non fu menomamente travagliato. Da ultimo non potè nascondere che conosceva il Soldaniero e gli avea portata una lettera del Campanella, essendosi probabilmente persuaso che il Soldaniero, nel suo voltafaccia, avea dovuto rivelare e forse anche presentare questa lettera. Come ben si vede, egualmente da siffatto lato la deposizione di fra Pietro venne ad aggravare la condizione del Campanella, sebbene fosse stata condotta con una discrezione notevolissima. I Giudici non poterono essere soddisfatti, perchè si aspettavano da lui molto più, e manifestamente non a torto. Anche per noi, attese le qualità di fra Pietro, questa deposizione non può non avere una importanza grande, nè solo per quello che dice, ma anche per quello che non dice e lascia trasparire sufficientemente. Il Campanella aveva presagi di vicine mutazioni ed anche presagi grandiosi per la persona sua, insinuava l'utilità di armarsi, aveva molti aderenti e scriveva a fuorusciti per chiamarli a sè: questi grandi tratti bastano a chiarire la causa, e nella farragine di deposizioni d'ogni risma, trovandone taluna come questa, non sospetta, sopra di essa conviene fondarsi per avere una guida meno fallace nella intralciata quistione.

Poco ci tratterrà il giudizio sul valore delle rimanenti deposizioni. Il Bitonto, negativo in tutto, trovò una scusa per ogni interrogazione, ma una scusa tale da sfidare qualche volta la pazienza de' Giudici, e per tal modo non recò alcun vantaggio a sè nè agli altri. Il Pizzoni poi giunse solo a confermare quanto avea deposto, mentre pure sappiamo che voleva per lo meno emendate alcune cose e non vi riuscì; questo ci comprova che nella prima deposizione avea rivelato più del vero. Lo stesso va detto pel Petrolo, le cui emendazioni non mutarono sostanzialmente le cose, dovendosi tuttavia notare, che quella introdotta per ispiegare meglio la sua fuga venne troppo tardi per potere veramente scusar lui denigrando Maurizio. Del Lauriana poi, come del Soldaniero, è inutile occuparsi: con ogni probabilità essi non avrebbero nemmeno saputo ripetere tutte lo cose dette nella loro prima deposizione, laddove a qualche Giudice, e p. es. al Vescovo, fosse venuto in mente di esigerlo; intanto tutti costoro ribadivano le accuse, e le cause del Campanella riuscivano sempre peggiorate. Quanto al Pisano, egli, poco più o poco meno, ripetè sempre le solite cose, come lo abbiamo visto innanzi al Delegato del Vescovo di Gerace e poi innanzi allo Xarava, e come lo vedremo sul punto di essere giustiziato; tuttavia questa volta si mostrò risentito e vendicativo più del solito verso coloro i quali riteneva essere stati rivelatori delle cose sue, specialmente verso il Santacroce, oltre il Gagliardo. Tale sua costanza nelle deposizioni, mentre addimostrava che egli diceva il vero, riusciva aggravante massime per fra Dionisio e gli altri frati compreso il Campanella, sebbene anche questa volta egli avesse dichiarato un po' meno del vero le brevi relazioni avute direttamente con lui. Infine quanto al Caccìa, costui veramente aggiunse cose di eresia ed aggravò sempre più le condizioni del Campanella, di fra Dionisio e del Pizzoni: non ne conosceva molte, e ciò prova da una parte che non glie ne furono artificiosamente suggerite da alcuno quando trovavasi nelle carceri, e d'altra parte che in realtà non v'era ne' frati il proposito di seminare eresie, come fra Cornelio e i Giudici laici pretendevano; invece quelle poche che dichiarò, e il modo in cui disse di averle sapute, provano che se fra Dionisio ne parlava, ciò avveniva realmente perchè voleva, a modo suo, spiriti forti i soldati della futura ribellione, e se ne parlava il Campanella, ciò avveniva o perchè vi era condotto dalla necessità dietro certe dimande, o perchè alludeva a' principii religiosi che avrebbero avuto impero nel futuro Stato.

Pertanto una copia di questo processo, come veniva certamente spedita a Roma, così veniva anche rilasciata agli ufficiali Regii. Gli Atti esistenti in Firenze mostrano indubitabilmente tale compiacenza de' Giudici ecclesiastici, e fanno rilevare che questa copia rimase come allegato di tutto il processo di tentata ribellione, mentre la copia dell'Informazione presa da fra Cornelio e dal Visitatore era stata inserta nel 1.º volume de' processi medesimi[472]. Il Vescovo di Gerace verosimilmente chiuse gli occhi sopra una simile infrazione delle norme assolute del S.to Officio e degli ordini formali di Roma, che intimavano diligenza e segretezza, come li chiuse certamente sopra gli esami fatti e le torture inflitte da' Giudici laici al Pisano e al Caccìa, mentre venivano riconosciuti clerici ne' quattro ordini sacri. Del resto avea chiusi gli occhi anche sulla mancanza di segretezza durante gli esami, per l'intervento degli ufficiali Regii e della loro gente armata, la qual cosa si fece sentire in modo non lieve a carico de' poveri inquisiti; giacchè non solo divennero sempre più diffuse le voci di congiura e di eresia, ma ne andarono per le piazze le più minute particolarità, e così in qualche altra Informazione, che si ebbe a prendere posteriormente, si trovarono generalizzate assai più di quanto era legittimamente imputabile agl'inquisiti. Vedremo tra poco che in una nuova Informazione commessa da Roma al Vescovo di Squillace, e presa in novembre e dicembre di questo stesso anno, si raccolsero molte e molte cose specialmente «de fama publica, de auditu incerto post carcerationem», e non si potrebbe dire con precisione quante ne avessero disseminate gl'inquisiti e quante i Giudici. Ma a' Giudici medesimi, segnatamente a quelli ecclesiastici, nocque non poco la loro sciagurata maniera di procedere: lo zelo eccessivo di fra Cornelio, secondato per lo meno dalla notevole acquiescenza del Visitatore, al contrario di ciò che costoro si attendevano, come ingenerò sospetto in Roma, così ingenerò disgusto e sospetto nel pubblico; il processo di eresia fatto in Napoli venne poi a rivelare le voci corse sul proposito, e gioverà qui riferirle. «Comunemente fra Cornelio e il Visitatore si tenevano Vescovi»; di fra Cornelio «dicevasi che lo volevano fare sin fino Arcivescovo di Toledo»! Era questa senza dubbio una caricatura, ma da essa si desume l'impressione che i procedimenti di fra Cornelio aveano destata: nè vale il dire che tali voci vennero messe innanzi dagl'inquisiti che aveano interesse di farlo, come fra Pietro di Stilo, il Petrolo, ed anche il Bitonto, il quale disse perfino di avere udito l'Avvocato fiscale assicurare fra Cornelio «che se li saria procurato un Vescovato»[473]; vedremo più tardi fra Cornelio, deluso e malcontento, recarsi da Napoli in Ispagna, ed il Nunzio risentirsene con vivacità, la qual cosa non potrebbe spiegarsi senza ritenere che le voci corse avessero davvero un fondamento. D'altra parte dicevano «alcuni preti in Hieraci, che fra Cornelio havea preso de li dinari da Misuracha acciò che andasse contra li monaci e facesse tutto il possibile contra di essi e questo per havere la taglia»; molti attestarono ancora avere udito dal padre del Pisano, ed egualmente dal Caccìa, che entrambi aveano dato danaro ed altre robe a fra Cornelio dietro promessa di farli rimettere al foro ecclesiastico, ed egli li avea traditi. Il Campanella medesimo raccolse poi queste voci e le addusse nelle sue Difese; ma per verità almeno quanto al Mesuraca, non occorreva l'opera di fra Cornelio e non era stata neanche bandita una taglia o premio per la cattura del Campanella; quanto poi al Pisano ed al Caccìa, la cosa potè esser vera, essendo avvenuto pure qualche altro fatto che pose in evidenza lo spirito di profitto di quel tristo frate. Il fatto fu questo. Allorchè l'opera sua era compiuta, e rimaneva soltanto che gl'inquisiti fossero tradotti a Napoli, egli cercò danaro da' conventi di Calabria sotto pretesto di sovvenire gl'inquisiti; il danaro fu sborsato, ma non giunse a coloro pe' quali era stato raccolto, e il Visitatore anche questa volta per lo meno lasciò fare. Il Vescovo di Termoli, Giudice dell'eresia in Napoli, volle poi informarsi di tale faccenda e scrisse a Roma intorno al Visitatore e a fra Cornelio in questi sensi: «la verità è che si fecero dar molti denari per provedere a questi carcerati, et non gli è stato provisto, mà frà Cornelio li hà spesi in venir à Roma, et si come intendo ne diede conto alli superiori in Calabria»[474].