Passiamo ora a narrare le ultime gesta dello Spinelli e dello Xarava in quelle sventurate provincie. Secondo gli ordini già dati dal Vicerè, essi dovevano far giustiziare quattro de' più colpevoli, ed inoltre anche Maurizio dopo di averne vagliata bene la causa, quindi tradurre tutti i rimanenti carcerati in Napoli. Ma, come il Vicerè medesimo fece sapere a Madrid con sua lettera del 20 ottobre[475], essendo i carcerati più di cento, e tra loro venticinque fuorusciti ed otto o dieci frati, a fine di risparmiare questo peso alle terre per le quali avrebbero dovuto passare, egli ordinò a D. Garzia di Toledo che con quattro galere, raccogliendo i soldati inviati a Lipari e ad altre parti, se ne venisse al Pizzo o a Scalèa e di là avvertisse lo Spinelli di recarsi con tutti i carcerati ad uno di que' posti, per imbarcarsi con loro nelle galere e tornarsene in Napoli; quivi giunti, egli diceva, «se ne vedranno le colpe e si procederà con loro come meglio convenga, procurando di esaminare radicalmente il fatto di questo negozio e quelli che vi si troveranno colpevoli». Sappiamo che le galere erano partite da Napoli il 10 8bre (ved. pag. 330), ma l'adempimento della loro commissione a Lipari e poi il mare procelloso furono cagione di tanto ritardo, che gli ordini del Vicerè si poterono eseguire solamente ai primi di novembre. Da' folii del processo finora noti non apparisce che in tutto questo tempo si fossero fatti altri esami di qualche importanza: ma bisogna sempre ricordarsi che la massa de' sunti a noi pervenuti è solo quella che direttamente o indirettamente riguarda gl'inquisiti ecclesiastici, e mentre da una parte si trova ancora in que' sunti qualche cosa di siffatto genere, d'altra parte sappiamo che vi furono perfino altri laici «convinti e confessi» e poi giustiziati nel porto di Napoli; riesce quindi manifesto che fino all'ultimo momento la persecuzione continuò e il tribunale non cessò mai di funzionare. Noi abbiamo cercato di raccogliere in un elenco i nomi di tutti coloro i quali si trovano citati in ogni maniera di documenti, e massime ne' processi, come carcerati o perseguitati per la causa del Campanella: i lettori lo troveranno in una delle Illustrazioni annesse a' Documenti e potranno prender conoscenza di questi nomi[476]. Qui ne menzioneremo appena taluni, che non abbiamo ancora avuta occasione di citare e che poi vedremo emergere nel corso degli avvenimenti; p. es. Francesco Antonio di Oliviero di Nicastro, che il Campanella nelle carceri di Napoli segretamente ebbe a compiangere perchè del tutto estraneo a que' maneggi[477]; Marco Antonio Giovino (corrottamente Ingioino) di Catanzaro, a' cui fratelli venne poi imputata l'uccisione del fratello del Biblia per vendetta[478]. Ma principalmente dobbiamo menzionare taluni catturati da Giulio Soldaniero e Valerio Bruno, i quali, dopo di aver consegnato Gio. Tommaso Caccìa, continuarono in siffatti servizii e si meritarono poi l'indulto consegnando «in Gerace» Gio. Battista Bonazza alias Cosentino di Nicastro, Fabio Furci, Scipio lo Jacono, Cola Politi, Conte Jannello, Marcello Barberi, tutti di Tropea, ed Orazio Paparotta (o forse meglio Paparatto) di Nicotera. I nomi di costoro con la qualità di «forasciti et rebelli» si leggono appunto nell'indulto concesso dallo Spinelli al Soldaniero e al Bruno, ed i primi tre, il Bonazza, il Furci e il Lo Jacono son detti «confessati in tortura et condennati a morte», gli altri son detti «carcerati in questo tribunale per tormentarli»[479]. Sul Bonazza noi abbiamo rinvenuto nel Grande Archivio documenti i quali mostrano essere stato già prima del 1599 catturato e condannato a morte e poi mandato alle galere per omicidio[480]; bisogna perciò dire che in quest'anno fosse evaso ed ascritto tra' congiurati siccome anche il Pizzoni attestò; per fermo le parole dell'indulto non lasciano dubbio circa la nuova imputazione fatta a lui ed a' suoi compagni e dànno il modo d'interpetrare i nomi e la condizione di almeno tre su' quattro individui che vennero più tardi impiccati sulle galere in vista di Napoli come ribelli, senza essersene saputo mai altro. I processi ecclesiastici fanno anche conoscere per incidente come e dove il Bonazza e i suoi compagni furono presi: essi erano rifugiati nel convento di S. Francesco di Paola di Tropea e vennero assediati dal Soldaniero con la sua comitiva, ed anche da un Camillo di Fiore con un'altra comitiva; costoro promisero che catturando que' rifugiati li avrebbero consegnati nelle carceri Vescovili, ed invece, burlando il Vicario, li tradussero a Monteleone e poi a Gerace nelle mani dello Spinelli, onde il Vescovo di Tropea ebbe a scomunicarli[481].

Come pe' laici, egualmente per gli ecclesiastici continuarono le catture e si prese anche qualche Informazione, ma sempre d'ordine dello Spinelli; e da questo lato abbiamo notizie incomparabilmente più complete, fornendole gli Atti esistenti in Firenze ed inoltre i Preliminari del processo di eresia fatto in Napoli. Mentre il tribunale ecclesiastico funzionava in Gerace, il 13 ottobre fu catturato fra Francesco di Tiriolo Domenicano, essendogli stata trovata una licenza per andare in Candia e Venezia, una carta scritta in turco e certe lettere nelle quali si diceva dover lui andare in Turchia per fare un riscatto; lo prese il Capitano Manfusio nel convento di Cutro[482]. Verso il 18 ottobre fu catturato D. Gio. Battista Cortese clerico del Casale di Pimeni in casa di Gio. Vincenzo Camarda, ed inoltre D. Gio. Andrea Milano sacerdote di Filogasi, mentre si ritirava nella sua abitazione; si ricorderà che entrambi erano stati nominati nella lettera scritta dal Crispo a Geronimo Camarda e caduta nelle mani del fisco[483]. Il 20 ottobre fu catturato anche D. Marco Petrolo di Stignano, quel buon sacerdote che dopo aver dato ricetto al Campanella lo denunziò; un Ferrante de Sanctis napoletano lo prese di notte in casa del cognato[484]. Verso il 23 ottobre fu catturato D. Colafrancesco Santaguida di S.ta Caterina sacerdote, mentre assisteva a certe lezioni; lo prese Gio. Battista Carlino Commissionato dello Spinelli, perchè quattro testimoni deposero esser lui andato in giugno sulle galere turche e statovi circa un'ora in compagnia di diversi altri, fra' quali i due clerici Giovanni Ursetta e Valentino Samà della stessa terra, e costoro furono egualmente catturati[485]. E fino all'ultimo momento, quando i prigioni erano sul punto d'imbarcarsi al Pizzo, fu ricordato D. Domenico Pulerà che abbiamo visto altrove denunziante di fra Pietro Musso: era sacerdote di Pimeni e stava a Filogasi presso il Vescovo di Mileto; lo Spinelli credè bene di chiamarlo al Pizzo e farlo imbarcare egualmente[486]. Aggiungeremo che fu unito agli altri anche un Giulio di Arena, clerico coniugato di Maierato, il quale fu preso dal Governatore del Pizzo e condotto sulle galere, onde si trovò poi nella lista degli ecclesiastici prigioni, senza che apparisca alcun altro provvedimento per lui[487]: le nostre ricerche nell'Archivio di Stato ci hanno fatto trovare un documento, il quale mostra che questo clerico veniva richiesto da Napoli per altri delitti[488]. Aggiungeremo ancora che il 31 ottobre, se pure non è uno sbaglio del Mastrodatti nella indicazione del mese, fu presa una Informazione a Stilo dall'Auditore De Lega intorno alle relazioni tra Giulio Contestabile, il Campanella ed altri[489]: dodici testimoni, tra' quali due donne, attestarono più o meno l'amicizia del Campanella con Giulio e col Di Francesco, con Marcantonio Contestabile, col Caccìa ed altri fuorusciti, col Vua e col Prestinace che si erano assentati; taluno affermò pure che il Di Francesco una volta avea dimandato uno spirito familiare al Campanella e costui rispose che non ne sapeva niente; altri affermarono di più che il Di Francesco e il Campanella avevano insieme mangiato carne in giorni proibiti! Ciò mostra che oramai tra le popolazioni le notizie dell'ordine temporale e dello spirituale correvano congiunte in guisa, che pure i Giudici laici avevano a raccogliere da persone indifferenti fatti dell'una e dell'altra categoria.

I carcerati riuniti per essere tradotti a Napoli furono al numero di 156, come risultò appunto nel loro arrivo e troveremo accertato da diversi fonti. Ognuno avrà visto che erano stati messi insieme tanto quelli ritenuti veramente colpevoli quanto i semplici sospetti, gl'imputati e parecchi testimoni: basta ricordare che a lato di fra Tommaso trovavasi carcerato non solo il fratello Gio. Pietro, ma anche il vecchio padre Geronimo, a lato di fra Dionisio trovavasi fra Pietro Ponzio suo fratello etc. Ma ognuno avrà visto pure che molti, e non di lieve importanza, erano riusciti a tenersi nascosti; abbiamo altrove citati parecchi di costoro e potremmo citarne ancora diversi altri, come p. es. Ottavio Sabinis, Paolo e Fabrizio Campanella, Geronimo Ranieri etc. E però, tenuto conto anco dei fuggiaschi e perseguitati, il numero de' compromessi risulta sempre ragguardevole; nè si deve passare sotto silenzio che dietro quella mostruosa denunzia di Lauro e Biblia il numero de' carcerati dovè essere dapprima molto più grande e dovè poi mano mano assottigliarsi, certamente per una parte assai insignificante in via di pura e semplice giustizia; la qual cosa ci conduce a parlare anche, da una parte, dell'accanimento e ferocia dimostrata dal volgo verso il Campanella e i suoi aderenti veri o supposti, e, d'altra parte, delle iniquità e ruberie commesse da' Giudici laici in tale occasione. Il Campanella in più luoghi de' suoi scritti diè chiare prove del suo profondo disgusto verso que' di Stilo in particolare, e le popolazioni in generale, per l'accanita persecuzione che n'ebbe, e il concetto del «popolo», che egli, repubblicano, ebbe a farsi dietro la persecuzione sofferta, merita di essere rilevato: si può vederlo nelle sue Poesie, dove segnatamente egli l'espresse con più calore[490]. In altri suoi scritti poi affermò esservi stato un numero grandissimo di carcerati, ben superiore a quello che conosciamo tradotto in Napoli dallo Spinelli, e un numero ragguardevole di «riscatti» e di «composte», nominando perfino gl'individui che vi furono soggetti, oltre le cupidige e le promesse di titoli e di ricompense a' rivelanti e persecutori. Nelle Lettere che scrisse il 1606-07 al Papa, a' Cardinali etc. egli spesso accennò a questi fatti; nella 3a lettera al Papa, da noi pubblicata, scrisse, che «fingendo di salvarla (la Calabria) la spopolaro, la sacchiaro, la compostaro». Nella Narrazione poi naturalmente si espresse con molto maggiore larghezza. «Seguio Spinelli e Xarava a carcerar quasi due mila persone in tutte le terre, dove era stato Campanella e F. Dionisio, et alcuni Baroni... Quelli che non preveniro d'accusare e fur accusati, si sforzaro riscattarsi con denari e chi pagava mille, chi due mila, chi tre mila, chi cento, chi cinquecento docati per non andar carcerati alli Commissarii et à Xarava e Spinelli. Pagaro assai quelli che già eran carcerati e subito eran liberati... Colui che nominava più gente, et dicea il tale, el tale ponno esser complici quello era più stimato da Spinelli e Xarava, e chi volea dir una parola in difesa loro era carcerato per ribelle, e se pagava era liberato, se no era afflitto miserabilmente, come anche quelli che murmuravano delle composte si facevano alle terre oltre della paga che dava loro il Rè e faceano ciò che lor piacea non solo impunemente, ma premiati, e travagliando li contradicenti alle composte loro». E nell'Informazione, accennate anche le promesse di titoli di Conti e Marchesi fatte ad ognuno che rivelasse, scendendo a' particolari de' riscatti soggiunse: «Si compostaro assai gente in danari, dicendosi, che dovean morire jure belli, et ognuno volea perder più presto la robba, che la vita, però davano quanto teneano, et io sò che G. Francesco Branca di Castrovillari pagò docati mille. G. Francesco Suppa di S. Caterina col figlio docati mille. Cicco Vono col nepote di Stignano 2500 libre di seta, Giulio Saldaneri pigliato nel convento di Suriano per opera di F. Cornelio, e del Polistena, indultato perchè dicesse heresia, e ribellione, docati 3000, et la propria anima come esso stesso solea dire, come appar in processo del S. Officio. Gio. Thomaso di Franza tallaroni 200, li Moretti M. Antonio (volea dire Ferrante) et Jacopo fratelli, furo compostati 7000 docati in Jeraci, e perchè poi non li volsero pagare, furo condotti in Napoli con gli altri, che non si volsero ritrattare: ci son altri più compostati; oltre le terre e casali per dove passavano, come salvatori della provincia, qual hanno ruinata e disertata con le scorrerie che faceano». In verità il numero di due mila carcerati non corrisponde menomamente alle notizie su' progressi delle catture, quali risultano dalle relazioni dello Spinelli al Vicerè e da quelle degli Agenti di Firenze e di Venezia a' loro Governi; ma noi non rifuggiamo punto dal credere che la lista di carcerati e le altre indicazioni datene dallo Spinelli rappresentarono solo quella parte di essi che non potè liberarsi co' riscatti, tale essendo stato pur troppo il costume di quei tempi, favorito da' poteri enormi che ne' casi straordinarii solevano concedersi anche per la sola persecuzione de' fuorusciti, ed aggravato dalla necessità di servirsi di tanti Commissionati avidi e ladri, onde le regioni sottoposte a simili flagelli rimanevano veramente disertate[491]. È naturalissimo che lo Spinelli abbia seguito anche in Calabria il sistema scellerato di quell'età, e si può ritenere per certo che i suoi Commissionati ne abbiano fatte d'ogni genere, non essendo neanche quelli di ordine più elevato rimasti paghi alle ricompense di nobiltà, alle quali ci è pervenuta notizia che aspiravano; poichè, come del Visitatore e di fra Cornelio si disse che attendevano Vescovati, parimente si disse di D. Carlo Ruffo che pretendeva essere Principe di Stilo, di Gio. Geronimo Morano che pretendeva un Marchesato, di Ottavio Gagliardo che pretendeva una Baronia[492]. Ma i profitti non doverono essere tanto grandi in persona dello Spinelli, sapendosi, come abbiamo già avuta occasione di notare altrove, che egli rimase pur sempre nelle strettezze (ved. pag. 237): tuttavia un documento rinvenuto nell'Archivio di Stato ci mostra che lo Spinelli dovè ottenere dal Vicerè anche prima di partire dalla Calabria, in data del 31 ottobre, una sanatoria straordinaria, mediante ordine all'Audienza di Calabria ultra di «non intromettersi nelli negotii da lui fatti nella predetta provincia, etiam per la sua absentia»[493]. Ciò comproverebbe che le affermazioni del Campanella non furono del tutto infondate, e che i carcerati messi insieme per essere tradotti in Napoli rappresentarono realmente la parte residuale di un più gran numero, il quale forse andò diminuendo al punto, da dover essere negli ultimi tempi rinforzato anche con individui a' quali fin allora non si era data importanza; la qualità degli ecclesiastici, che abbiamo visto carcerati negli ultimi tempi, menerebbe perfino a una simile conclusione. Ripetiamo poi che vi doverono essere molti fuggiaschi, e la Turchia dovè offrire anche questa volta il luogo di rifugio agli esuli: se dovessimo credere alle voci corse allora, fino a tre mesi dopo la partenza de' carcerati continuava ancora l'emigrazione in Turchia, ed aveva raggiunta una cifra esorbitante[494]. Queste voci erano senza dubbio esagerate; ma vedremo nelle Allegazioni del fisco in Napoli posti a carico del Campanella, oltre gl'infelici giustiziati, i «molti altri contumaci che erano fuggiti e che aveano perduto i beni e la patria»!

Alla fine di ottobre D. Garzia di Toledo, Consigliere del Collaterale anche lui come lo Spinelli, Castellano di S. Elmo in Napoli, Comandante le Regie galere per quegli anni, era già con quattro galere a Tropea «per imbarcare i prigioni Calavresi»; questo ci mostra il carteggio del Residente di Venezia, con la notizia di una lettera a lui scritta da D. Garzia da quel luogo e in quella data, a proposito di certi schiavi e cannoni che egli avea comperati da un capitano veneziano[495]. D'altro lato lo Spinelli, che avea dovuto recarsi a Catanzaro per presedere alla nuova elezione del «reggimento» della città, il 3 novembre giungeva al Pizzo, come si rileva dal luogo e dalla data dell'indulto concesso al Soldaniero ed al Bruno: con lui trovavasi la massa de' carcerati, la quale fu fatta fermare propriamente in Bivona, borgata oggi diruta, posta sulla spiaggia al sud del Pizzo, ed ecco quanto sappiamo intorno al viaggio fatto da quegl'infelici. Da Gerace i carcerati furono condotti in lunga catena a coppie, percorrendo un buon tratto di paese e dando uno spettacolo straordinario alle città e terre per le quali passavano. Massime i più gravemente incolpati si facevano notare per la loro età giovanile: poichè de' frati, il Campanella non avea che 31 anno, fra Pietro Ponzio 30, fra Dionisio probabilmente 32 o poco meno, fra Pietro di Stilo 27, il Petrolo 26, il Lauriana 28, il Bitonto 32, il Pizzoni 35, fra Paolo 38; de' laici e clerici poi Maurizio non avea che 27 anni, il Caccìa e il Pisano 25, Giulio Contestabile 32, Geronimo di Francesco 26, Felice Gagliardo 22, Geronimo Conia 21, Giuseppe Grillo 19 etc. etc. Per ogni verso essi avrebbero dovuto destare una profonda pietà; non di meno dalle rivelazioni avute in Napoli col processo di eresia conosciamo che il volgo, cioè a dire l'immensa maggioranza, li chiamava «inimici di Dio e del Re». L'avere essi trattato co' turchi, l'aver voluto dare la provincia a' turchi, l'essersi imbevuti di eresia, l'essersi proposti di far la vita dissoluta, come n'erano corse le voci, avea certamente eccitato ognuno contro di loro, senza contare l'odio e il disprezzo che suole accompagnare chi non riesce in altrettali imprese: il Campanella, già prima tanto esaltato, venne allora mostrato a dito con gioia feroce dalle moltitudini, che esalavano la loro ignoranza e i loro istinti di brutale malvagità, invano negati dagli adulatori del popolo ancora più spregevoli degli adulatori de' Principi; dovè quindi convincersi appieno che

«Il popolo è una bestia varia e grossa»

come di poi cantò. In Monteleone vi fu una fermata della carovana, e Padri Gesuiti confortarono a ben morire alcuni de' carcerati, che avrebbero dovuto essere «quattro de' più colpevoli» aggiuntovi poi «benanco Maurizio de Rinaldis», secondo gli ordini dati dal Vicerè fin da' primi di ottobre: ma effettivamente sappiamo solo i nomi di Maurizio e di Gio. Battista Vitale, che sarebbero stati confortati, e sappiamo che il Vitale non volle dare ascolto alle esortazioni de' Padri Gesuiti, ripetendo le eresie insinuategli da fra Dionisio[496]. Ma presto la carovana si rimise in via e poggiò a Bivona, dove la raggiunsero fra Cornelio e fra Gio. Battista di Polistina, i quali con la loro presenza e la loro unione contristarono ancora gli infelici frati prigionieri. Secondo il Pizzoni, che trovavasi legato a mano a mano con fra Paolo della Grotteria in un magazzino di sali, il Campanella, mediante un soldato del Capitano Figueroa, l'avrebbe quivi minacciato di porlo in più grave intrigo laddove non attendesse a ritrattarsi: secondo fra Pietro di Stilo ed anche secondo il Petrolo, fra Gio. Battista di Polistina avrebbe detto a ciascuno di loro che badassero bene a deporre contro fra Dionisio, aggiungendo a queste raccomandazioni lusinghe e minacce, come vedremo nel processo di eresia svoltosi in Napoli. Che era intanto avvenuto, perchè in Monteleone non si facessero più le esecuzioni capitali prescritte? Ce lo dice il Carteggio Vicereale e quello del Residente di Venezia, il quale ultimo ci fornisce a tale proposito notevoli particolari. Secondo il Residente, «haveva d.to Spinelli sentenciato Mauritio Rinaldi, Capo secolare della congiura, di essere à Monteleone segato vivo à traverso, ma non havendo per tempi fortunevoli potuto le galee prender porto in quella parte, hà riservato così fatto spettacolo da farsi in questa città a beneplacito del Vicerè»[497]. Anche in un'altra lettera posteriore, scritta con più di un mese e mezzo di intervallo, il Residente tornò a menzionare l'atroce ed insolita condanna di Maurizio «di esser segato vivo tra due tavole», e ciò dà motivo di ritenere che non sia stata questa una delle ordinarie frottole in corso per la città; quanto poi al motivo per cui la condanna non fu eseguita, bisogna dire che le galere non poterono tenersi al sicuro ed aspettare impunemente qualche giorno. Infatti una lettera Vicereale, scritta quando i carcerati vennero in Napoli, ci dice che «si aveano da giustiziare in Monteleone sei che erano convinti e confessi, e per non far trattenere le galere, li condussero con gli altri», ciò che spiega pure quanto sappiamo de' conforti a ben morire prestati ad alcuni da' Gesuiti in Monteleone. Vi fu dunque una semplice mancanza di tempo, avendo dato verosimilmente fretta il mare procelloso in un posto di poco sicuro ancoraggio. Ma alfine i carcerati s'imbarcarono, e con loro, oltre lo Spinelli e lo Xarava, anche fra Cornelio e il Visitatore; e si imbarcarono dippiù taluni di quelli che si erano distinti nella repressione della congiura. Certamente s'imbarcò sulla capitana di D. Garzia il Principe della Roccella accompagnato da molti dei suoi servitori «con l'occasione dell'anno santo», vale a dire del Giubileo che era stato indetto, come abbiamo rilevato da un'altra Informazione di S.to Officio; e ben s'intende che costui, al pari degli altri suoi socii in benemerenza, andava a riceversi i sorrisi, le lodi e i favori, che il Vicerè si sarebbe benignato di accordargli.

Lasciamo ora che gl'infelici prigioni arrivino in Napoli, ove ripiglieremo la cronaca de' loro strazii, e fermiamoci ancora a vedere ciò che accadde in Calabria durante e dopo la loro partenza, sempre in rapporto al nostro argomento.

Il fatto più importante per noi fu la novella Informazione, che il Vescovo di Squillace ebbe a prendere sulle cose del Campanella, per commissione di Roma. Avuta la copia dell'Informazione presa dal Vescovo di Gerace, la Sacra Congregazione Romana evidentemente non poteva rimanerne soddisfatta: per lo meno, essendo stato affermato così da fra Cornelio come dal Vicerè che Stilo con le sue vicinanze fosse tutto imbevuto delle eresie del Campanella, la cosa non risultava menomamente chiarita; sorgeva dunque l'assoluto bisogno di una ulteriore Informazione, e questa fu subito commessa al Vescovo di Squillace, nella cui diocesi erano comprese la città di Stilo e le altre terre delle quali volea conoscersi la condizione vera. Il testo dell'Informazione o «Processo di Squillace» non ci è pervenuto, ma ce ne sono pervenuti i Sommarii molto precisi, redatti in Roma e mandati a' Giudici dell'eresia in Napoli, e ci è pervenuto anche tutto intero un Supplimento alla detta Informazione commesso da uno di cotesti Giudici, il Vescovo di Termoli. Tra le deposizioni, che fanno parte del Supplimento, ve ne sono due che ricordano le deposizioni anteriori del 5 novembre e del 19 dicembre 1599[498], le quali date servono a mostrare quella del processo di cui parliamo, cominciato anche un po' prima che il Campanella e socii partissero dalla Calabria, proseguito per due mesi e verosimilmente anche più, atteso il gran numero di coloro che furono chiamati a deporre: il Supplimento stesso ci mostra che presedè alla formazione del processo il Vescovo in persona, Tommaso Sirleto, insigne uomo appartenente all'insigne famiglia de' Sirleti di Guardavalle patria di Maurizio, assistito dal suo Vicario generale Agazio Mantegna[499]. Furono chiamati a deporre tutti i frati dei conventi di Stilo e di quelli delle terre vicine, p. es. di quelli di S.ta Caterina, come ne diè notizia una delle deposizioni raccolte nel processo di eresia fatto in Napoli[500]; ma furono chiamati anche molti ecclesiastici secolari e molti laici delle migliori famiglie di Stilo e luoghi vicini, come si rileva da' nomi che si leggono a capo di ciascuna deposizione. Gioverà ricordare quelli che sono stati già citati finora, e qualche altro che si dovrà ancora citare nel corso di questa narrazione, segnatamente quelli che si fanno notare per qualche condizione speciale; poichè ricordarli tutti sarebbe perfino inutile, mentre si possono rilevare da' Sommarii del processo[501]. Furono dunque tra coloro che deposero, naturalmente a carico, dei Contestabili Paolo e Fabio, che sappiamo essere l'uno padre e l'altro fratello di Giulio e di Marcantonio; de' Carnevali poi Gio. Francesco e Fabrizio, che abbiamo veduto altrove essere ecclesiastici, l'uno zio e l'altro fratello di Gio. Paolo, dippiù Fabio altro fratello, Prospero padre e Minico (Domenico) altro zio. Vi fu ancora Giulio Presterà, che sappiamo giovane e medico, amico del Campanella, Gio. Jacovo Prestinace che ci risulta cugino di Gio. Gregorio l'intrinseco del Campanella, Francesco Plutino il capitano nominato dal Campanella nella sua Dichiarazione, Francesco Vono che abbiamo visto del pari amico del Campanella, che vedremo nominato da lui nella sua pazzia e che sappiamo essersi liberato dalle persecuzioni per la congiura mercè molte libbre di seta[502]. Potremmo citare altri nomi degni di menzione, come uno Scipione Presterà, un Gio. Maria Gregoraci, diversi Jeracitano, qualcuno de' Crea, Vigliarolo, Principato etc. tutti di Stilo, e parecchi che ci risultano di Guardavalle, di Stignano, di S.ta Caterina, di Riaci, di Camini, di Girifalco. Ci limiteremo ad aggiungere che vi fu pure quel Tiberio Lamberti che presentò la denunzia di D. Marco Petrolo, vi furono due donne (Francesca Scivara e Caterina di Francesco), infine anche un Marcello Salinitri e un Carlo Licandro, i quali, deponendo contro il Campanella, non nascosero di essergli nemici, senza che ne apparisca il motivo[503]. E noteremo che il non esservi stati taluni altri conosciuti come stretti amici del Campanella, p. es. Tiberio e Scipione Marullo, i fratelli D. Gio. Jacobo e Ottavio Sabinis, rende sempre più credibile che costoro si tenessero nascosti; la qual cosa può dirsi con fondamento anche maggiore per quelli egualmente conosciuti come parenti di fra Tommaso, p. es. Paolo e Fabrizio Campanella, de' quali si deposero alcune proposizioni già manifestate dal Campanella e commentate da loro, senza vederli interrogati e senza saperli carcerati e partiti per Napoli.

Assai ci pesa il dover dare un cenno di ciò che emerse da questo processo di Squillace, poichè da una parte riesce impossibile esporre tutta la colluvie di cose che si raccolse, e d'altra parte esponendo con un po' d'ordine le cose principali riesce inevitabile una riproduzione di quanto si è detto a proposito delle opinioni manifestate dal Campanella nel periodo della congiura. Ma gioverà conoscere testualmente le cose principali co' nomi di coloro che le rivelarono, e apprezzarne il valore e l'importanza. Cominciando dalle cose riferibili al nuovo Stato, si affermò che il Campanella «volea fondare una nuova setta per vivere liberamente et fare il crescite» (test. Fabrizio Carnevale, Marcello Salinitri, Gio. Consueva), che «voleva far mutare habito et vestimenti et dire che ci era libertà di coscienza» (Gio. Jacobo Prestinace), che nella «nuova setta di libertà» s'indosserebbero «certi habitelli et copulini» (Ottavio Buccina), che gli uomini si abbiglierebbero «con veste bianche sino al ginocchio, con una tovaglia alla testa che pendi à dietro, et con un capellino in testa» (Gio. Jacobo di Reggio), ed era con altri salito sul monte di Stilo, dove mangiarono ed intitolarono quel monte «monte pingue e di libertà» (Scipione Presterà, Francesco Bartolo etc.); che era Profeta, che volea farsi chiamare il Messia di Dio della verità etc. (Gio. Andrea Crea, Geronimo Jeracitano, Gio. Francesco Carnevale, Giuseppe Ranieri ed altri). Venendo alle cose riferibili alla Religione ed alla Chiesa, bisogna notare che in questo processo non vi fu alcuna deposizione intorno all'opinione della non esistenza di Dio attribuita al Campanella pei processi anteriori, ma intorno a Gesù, alla sua resurrezione, a' miracoli, non che intorno al Crocifisso, si depose avere il Campanella detto, che Gesù «non è stato figliolo di Dio» (Gio. Andrea Crea), che «fu bravo huomo e capo di sette» (Marcello Salinitri a detto di Giulio Contestabile, Francesco Plutino etc.), che nella predica avea dichiarato essere il precetto quod tibi non vis alteri ne feceris stato detto da un filosofo gentile prima di Cristo (Tiberio Vigliarolo), che «non bisognava si adorasse il Crocifisso perchè era un pezzo di legno» (Paolo Contestabile e Fabio Contestabile a detto di Marco Antonio che l'aveva udito dal Caccìa), che «non si doveva credere ad un appiccato» (Giulio Presterà, Luzio Paparo, Lorenzo Politi, Desiderio Lucane), che «Cristo avea potuto fare che ci fosse un altro in croce e che esso non fosse morto» (fra Scipione Barili a detto di fra Scipione Politi), che «le cose che si dice haver fatto Moisè tutte sono state per ingannare li popoli» (fra Francesco Merlino), che «bravo huomo era stato Mosè e Maumetto e Christo, e che se bene Martino Lutero haveva acquistato 26 o 27 Provincie non haveva fatto nulla» (Francesco Plutino). Quanto alla Trinità, a' Sacramenti, all'Eucaristia, all'inferno, purgatorio e paradiso, si depose avere il Campanella detto, «che tutte le cose della nostra fede si possono passare eccetto che questa cosa della Trinità, che vi sieno tre persone in una» (Gio. Gregorio Argiro), che era stato udito Paolo Campanella parlare al fratello Fabrizio di proposizioni di fra Tommaso intorno alla Trinità ed ai Sacramenti, dicendo che «non credeva si consacri hostia», e soggiungendo «havrei pagato cinquanta ducati a non intendere queste cose» (Gio. Domenico Pilegi), che il Campanella medesimo avea detto a Fabrizio «provarsi che il sacramento non era sacramento» (Gio. Jacobo Vigliarolo), che «aveva uno spirito nell'unghia» (fra Berardino), che non credeva esservi il diavolo, chiamandolo babao per far temere le genti (Carlo Licandro), che avea detto a Fabio Contestabile «si pigliasse spassi e piaceri... che del resto è pensiero di chi è» (Fabio Contestabile), ritenendo non esservi inferno (Fabio Carnevale, Desiderio Lucane ed altri). Quanto ad orazioni, che il Campanella avea cancellato da un libro di preghiere, appartenente alla Congregazione del Rosario e presentato allora al Vescovo, alcune invocazioni a Maria, a S. Domenico, a S. Giacinto, a S.ta Caterina, per ottener grazia, «che non voleva si dicessero» (Gio. Francesco Carnevale), ed era stato direttamente veduto quando le cancellava (Fabio Carnevale, Fabio Contestabile). Ed ancora avea detto «la fornicazione non essere peccato,... essere cose naturali» (fra Gio. Battista di Placanica); e una volta «con altri nella propria cella fece il crescite con una certa Giulia» (Gio. Maria Gregoraci). Ed avea mangiato carne in giorni proibiti (molti), anche in casa di Geronimo di Francesco e del suo zio Domenico Campanella (Fabrizio Carnevale, Fabio Contestabile), adducendo la regola Apostolica comedite quod appositum est vobis (Gio. M.a Gregoraci); e una volta chiese chi avesse prescritto tali proibizioni e gli fu risposto, la Chiesa, e il Campanella soggiunse «chi è la Chiesa? li fu detto che sono il Papa, Cardinali et altri Prelati, et il Campanella rispose, il Papa e Cardinali chi sono? li fu detto che sono huomini, il Campanella rispose, io ancora sono huomo» (Prospero Vitale). E la sua scienza era «una Cabala che imparò da un Armeno» (Gio. Jeracitano), ed «havea promesso a Geronimo di Francesco uno spirito familiare per vincere al giuoco» (Gio. M.a Gregoraci). Che nel predicare a Stilo «metteva comparatione sopra gl'idoli», e riteneva «che i figliuoletti de' Turchi morendo non vanno all'inferno, perchè crescendo potriano conoscere la fede e si fariano Christiani», oltracciò che «Dio ha altro modo di salvar l'homini che per il battesmo» (diversi). Che non credeva alla scomunica, che nelle prediche «essaltava più del dovere li filosofi et scrittori Gentili» e ne' discorsi diceva che «S. Thomasso fù huomo et che alla dottrina sua si può aggiungere, et che era cavata da altri Dottori antichi et particolarmente da Lattantio firmiano, al quale havea gran credito»; nè era vero che il Crocifisso avesse detto a S. Tommaso bene scripsisti de me Thoma (Tiberio Vigliarolo, Gio. Antonio Primerano, Lorenzo Consueva). Nemmeno credeva che gli Atti degli Apostoli facessero fede, «perchè quello che trattano lo trattano per traditione di S. Paolo» (Gio. Battista Rinaldo). Che infine non mostrava di gradire tante diverse Fraterie (fra Gio. Battista di Placanica), non credeva che bisognasse «dire Paternostri che erano cose perse» (Paolo e Fabio Contestabile a detto di Marcantonio), nè credeva giovare a' defunti la Messa detta o fatta dire da chi si trovava in peccato mortale (diversi).

Furono queste le cose essenziali rilevate col processo di Squillace, in materia di eresia più che in materia politica, attesa la qualità della Commissione data al Vescovo, e, come si vede, esse venivano a colpire propriamente il Campanella e non altri; appena qualche volta, da uno o due testimoni, fu nominato con lui fra Dionisio, segnatamente ad occasione del voler fondare la nuova setta e del doversi disprezzare il crocifisso. Invece fu da qualcuno tratto in iscena il povero vecchio Geronimo padre del Campanella, come testimone ed anche come principale. Si depose aver lui detto che richiedendo al figlio di voler predicare a Stilo, il figlio rispose che non volea «fare l'officio di Canta in banco» (Marcello Fonte), che inoltre «gli avea preconizzato tanto il bene quanto il male da dover accadere a' suoi figliuoli» (Callisto Jeracitano), che infine avea composto quel tale libro che superava quelli degli Apostoli (Scipione Ciordo). Ne abbiamo già parlato abbastanza altrove e non occorre insistervi ulteriormente. — Quale intanto deve dirsi il valore e l'importanza di siffatto processo? In verità fa molta impressione il vedere che la massima parte delle cose deposte si sia avuta con le clausole «de fama publica, de auditu incerto», e non di rado pure, ciò che è sempre più notevole, con la clausola «post carcerationem»; questo dà fondato motivo di ritenere che le opinioni incriminabili poterono anche esser diffuse in molta parte per colpa de' Giudici de' processi anteriori, che ne fecero correre le voci per le piazze, dalle quali taluni testimoni specificatamente affermarono di averle raccolte. Ma mettendo pure da parte tutti i testimoni che deposero per voce pubblica, ne rimangono sempre alcuni che deposero cose udite o viste direttamente, ovvero cose udite o viste da persone state molto dappresso al Campanella, e per la loro condizione speciale riescono a dare alle loro deposizioni una gravità notevole. Basta dire che più d'uno affermò di avere udito quanti deponeva da fra Scipione Politi conosciutissimo amico del Campanella, e, a quel che pare, solito a mantenere vive le sue conversazioni col riferire le opinioni delle quali il Campanella gli avea tenuto discorso; qualche altro affermò di avere udito quanto deponeva da D. Marco Petrolo, da D. Marco Antonio Pittella, da Paolo e Fabrizio Campanella, da Giulio Contestabile, da Marcantonio Contestabile; nè deve sfuggire che deposero i Carnevali malgrado avessero Gio. Paolo e Tiberio carcerati, deposero i Contestabili malgrado avessero Giulio carcerato e Marcantonio perseguitato, depose Desiderio Lucane che sappiamo avere anche lui un figlio carcerato[504]. Adunque, per un certo numero di cose raccolte con questo processo, non si può sconoscerne menomamente la provenienza dal Campanella, essendovi anche una concordanza significante tra esse e quelle che da altri fonti ci risultano appartenenti senza dubbio a lui; nè deve sfuggire che molti, p. es. Giulio Presterà, Francesco Vono, il capitano Plutino, i quali certamente ebbero relazioni col Campanella, e così pure tanti altri, poterono deporre per voce pubblica ciò che aveano saputo direttamente, non convenendo loro di dire che l'aveano saputo direttamente da lui, perchè sarebbero divenuti responsabili del non averlo denunziato. In conclusione poteva dirsi una calunnia l'avere il Campanella imbevuto di eresie la città di Stilo e luoghi circonvicini, ma non già l'avere di tempo in tempo enunciati principii punto ortodossi. E risultava grandemente notevole la raccolta fatta di simiglianti principii, perocchè di tutta la massa delle accuse, che vedesi ridotta a 34 capi nel Sommario complessivo dell'ultimo processo di eresia, 8 o 9 capi soltanto non riuscivano nè confermati nè smentiti dalle deposizioni di Squillace, ma 13 ne riuscivano confermati, e 9 altri ne sorgevano interamente nuovi. Oltracciò si avevano elementi tali da mostrare il giusto valore della scusa che già si meditava, che cioè i frati inquisiti di congiura avessero rivelato e fatto rivelare cose di eresia a fine di scansare la Corte temporale. È superfluo dire quanto le condizioni del Campanella ne divenissero aggravate, e non è arrischiato l'ammettere che segnatamente per questo processo di Squillace egli abbia dovuto rimanere tanto dolente di «Stilo ingrato» che egli onorava; di Stilo infatti, e amici suoi per giunta, erano principalmente coloro i quali avevano questa volta dato materia a «fabbricare processi con processi» come egli cantò nelle sue Poesie[505].