Ci rimane a dire qualche cosa delle condizioni nelle quali la Calabria si venne a trovare dopo la partenza dello Spinelli co' carcerati. Abbiamo già avuto altrove occasione di vedere che le quistioni giurisdizionali e le inimicizie private non ebbero alcuna tregua; naturalmente i fuorusciti medesimi, pel rigore eccessivo e le vessazioni spropositate, erano già cresciuti di numero, ed abbiamo un documento il quale ci mostra esserne stato lo Spinelli medesimo, avanti di partire, interpellato dal Vicerè[506]. I Governatori che successero nella Calabria ultra, D. Pietro di Borgia, e poi D. Garzia di Toledo sopra nominato, e poi D. Carlo de Cardines Marchese di Laino etc., come pure quelli della Calabria citra, D. Alonso de Lemos, D. Antonio Grisone, e poi D. Lelio Orsini l'amico del Campanella, rivestiti essi medesimi, più o meno, di poteri straordinarii, ed aiutati anche da Commissarii speciali, si affaticarono per più anni alla «extirpatione de' forasciti» senza mai venirne a capo. L'Audienza di Calabria ultra, rimasta priva dell'Avvocato fiscale e poi provvedutane in persona di Gio. Andrea Morra[507], fece conoscere al Vicerè il suo imbarazzo per «l'ordine di non intromettersi in le cose ha fatto il spettabile Carlo Spinelli», poichè si era preso un Carlo Logoteta di Reggio che da tre anni scorreva la campagna, e così due altri, e se ne trovavano ancora molti, tutti guidati dallo Spinelli: ma il Vicerè nemmeno credè opportuno di revocare l'ordine, e comandò d'inviare alla Vicaria i catturati ed a lui una nota particolare e distinta di tutti i guidati, che naturalmente l'Audienza non avea modo di conoscere[508]. La città di Catanzaro, già tanto conturbata dalle fazioni municipali, si risentì pel nuovo «reggimento» istituito dallo Spinelli, e l'Audienza fece sapere al Vicerè che la città pretendeva «di non essere stata intesa in la busciola et forma dell'electione fatta per il spettabile Carlo Spinello... e si era ordinato al Capitaneo et Sindico di detta Città che apresse la cascia dove stava tutto lo che si era fatto per raggione di detta busciola, la quale non si ha possuto aprire per star'in poter'del rettore del Jesu di detta Città con una delle chiave, al quale essendosi ciò notificato etiam in scriptis non l'ha voluto dare»; ma il Vicerè anche in tale occasione non volle scovrire lo Spinelli, diè ragione a' Gesuiti e comandò di «non far altra diligentia per aprire la sopradetta cascia» dovendosi solo «osservare la detta busciola che stava ordinata o pur farsi l'electione del Governo come si faceva per prima»[509]. E nominati più tardi gli Eletti deputati a far l'elezione del nuovo reggimento, si trovò affisso nella piazza pubblica un «cartello infamatorio» contro quegli Eletti; e si venne con poteri straordinarii alla cattura di un Marcantonio Paladino ritenuto autore di detto cartello, ed allora di notte fu rotto il carcere «di fora, con scarpelli et violentia grande» e fu fatto fuggire il Paladino con gli altri carcerati, onde si ebbero nuove Informazioni e nuove catture[510]. Ma un avvenimento ancor più notevole fu l'uccisione di Marcantonio Biblia, fratello di Gio. Battista denunziante della congiura, pugnalato verso la fine di novembre in Catanzaro. Abbiamo già avuta occasione di dire altrove che questo Marcantonio Biblia era credenziere della gabella della seta di Catanzaro fin dal 1595. L'Archivio di Stato ci offre più memoriali di Gio. Battista Biblia al Viceré, co' quali «fa intendere come per havere scoverto esso supplicante la congiura et rebellione tentata in disservitio d'Iddio et de sua M. da Marco Antonio giovino et altri... l'istesso Marco Antonio ha fatto occidere nella città di Catanzaro a pugnalate Marc'Antonio suo frate da Gio. et Scipione giovino fratelli del detto Marco Antonio», e ricordando altri omicidii già commessi da costui conchiude col ricorrere «alli piedi di V. E. che resti servita ordinare che il detto Marco Antonio sia afforcato come V. E. s'è degnato ordinare acciò l'altri non presumano fare l'istesso in persona d'esso supplicante et fratelli rimasti». E abbiamo, al sèguito di questi memoriali, le Commissioni speciali date dal Vicerè dapprima al Consigliere D. Giovanni Montoja de Cardona, poi al Giudice D. Giovanni Ruiz Valdevieto, quello stesso che troveremo assai più tardi membro del tribunale costituito in Napoli per giudicare il Campanella e gli altri frati intorno alla congiura. Nel suo sdegno il Vicerè cominciò col dare gli ordini più severi: «farreti sfrattare tutti li parenti di detti delinquenti sino al quarto grado dove à voi parirà più convenire, et confiscarrete et farrete confiscare li beni delli delinquenti predetti et deroccare le loro case, et procederreti contra d'essi, loro complici, et fautori à tutti l'altri atti che saranno de giustitia usque ad sententiam inclusive» etc.; ma poi, tornato a più miti consigli, dispensando il supplicante dalle spese per la Commissione, diede ordini meno brutali e prescrisse di procedere «usque ad sententiam exclusive»[511]. Ci manca finora ogni altra notizia sull'esito di queste Commissioni, ma vedremo che Gio. Battista Biblia ci guadagnò l'ufficio che già teneva il fratello, oltre il privilegio di nobiltà, come egualmente Fabio di Lauro ebbe altri favori e grazie in ricompensa della denunzia fatta.

Tornando al Campanella, notiamo che con questo di Squillace si chiuse la serie de' processi di Calabria, e ricordiamo che ve ne furono non meno di quattro. Vi fu un processo propriamente pei laici formato dallo Spinelli e Xarava, appena iniziato in Catanzaro, proseguito in Squillace, finito per una piccola parte in Gerace: in esso si trattò della congiura, ed oltrechè vennero giudicati e condannati alcuni clerici, non fu risparmiato il Campanella, essendosi avuta da lui, come anche dal Pizzoni, una Dichiarazione d'importanza grandissima. Vi furono tre processi per gli ecclesiastici e propriamente pe' frati, uno formato da fra Marco e fra Cornelio in Monteleone e per una piccola parte in Squillace, un altro formato dagli stessi Giudici unitamente col Vescovo di Gerace in Gerace, un altro formato dal Vescovo di Squillace con la sua Corte ordinaria in Squillace: nel primo si trattò dell'eresia e della congiura ad un tempo, nel secondo della sola eresia, e in entrambi si ebbero di mira tutti i frati incriminati, e si fece sentire l'influenza della malvagità fratesca e della ferocia degli ufficiali Regii; nell'ultimo si trattò della sola eresia, si ebbe di mira esclusivamente il Campanella e non si fece sentire alcuna perniciosa influenza almeno in un modo diretto. Il Campanella non fu mai chiamato innanzi a' Giudici durante tutti questi processi, ma fuori ogni dubbio entrambe le sue cause peggiorarono costantemente.

[ INDICE DEL VOL. I.]

Prefazione [pag. v-lii]

Cap. I. — Primi anni del Campanella e sue peregrinazioni
(1568-1598) » [1]

[I.] Nascita del Campanella in Stilo; la sua famiglia; i suoi primi studii (1). Veste l'abito di clerico; emigra con la famiglia a Stignano; suoi studii ulteriori ([5]). Entra nell'ordine Domenicano in Placanica; va novizio a S. Giorgio; passa studente a Nicastro ove fa conoscenza co' Ponzii e con fra Gio. Battista di Pizzoni ([8]). È mandato a Cosenza ove non giunge a conoscere il Telesio, poco dopo ad Altomonte; sua intimità con un astrologo ebreo e persecuzione avutane dai superiori; sua partenza per Napoli in compagnia dell'ebreo con molto scandalo ([12]).

[II.] Arrivo del Campanella in Napoli nella casa del Marchese di Lavello presso il figliuolo di lui Mario del Tufo ([22]). La sua disputa in S.ta M.a la nuova; i Domenicani di Napoli ([23]). I Signori Del Tufo amici e protettori del Campanella ([28]). Altre conoscenze fatte in Napoli; il Sangro, l'Orsini, i fratelli Della Porta ([32]). Malattie sofferte e curate dal Campanella in Napoli; il P.e Aquario e il P.e Serafino di Nocera ([37]). Opere da lui composte fin allora e suo privato insegnamento ([39]). La Biblioteca di S. Domenico e lo Studio pubblico di Napoli; parole dette dal Campanella in dispregio della scomunica; sua cattura per ordine del Nunzio e suo primo processo ([42]).

[III.] Trasferimento del Campanella prigione a Roma; condanna all'abiura come veementemente sospetto di eresia ([50]). Uscita dal carcere; opere composte in Roma in tale periodo ([52]). D. Lelio Orsini e l'Abate Persio in Roma ([53]). Andata del Campanella a Firenze; sua visita al Gran Duca, ed informazioni date dal Battaglino Agente di Toscana in Napoli, ad occasione di una cattedra che gli si voleva concedere in Pisa ([57]). Visita della Biblioteca Palatina; parere di Baccio Valori sul filosofo; disputa di lui con Ferrante De Rossi e il P.e Medici; informazioni date sul suo conto dal P.e Generale Beccaria ([59]). Partenza per Padova; fermata in Bologna, ove gli sono tolte tutte le opere e sono inviate al S.to Officio di Roma ([62]). Arrivo a Padova; dimora nel convento di S. Agostino e nuovo processo per gravissima violenza patita dal P.e Generale ([63]). Liberazione; altre opere composte in Padova e suo privato insegnamento in questa città ([64]). Due nuovi processi per varii capi di accusa; il processo per non rivelazione di un giudaizzante va a terminare in Roma; importanza di questo 3º processo; sua influenza sulle opere allora composte ([67]).

[IV.] Nuovo trasferimento del Campanella prigione a Roma e termine del suo processo; sua difesa dalle diverse imputazioni ([72]). È liberato non senza commendatizie anche dell'Imperatore e dell'Arciduca Massimiliano procurate da Gio. Battista Clario; va nel convento di S.ta Sabina ([75]). Opere da lui composte in Roma dentro del carcere; suoi compagni di prigionia, Gio. Battista Clario, due Ascolani e probabilmente anche Colantonio Stigliola; poesie da lui scritte in tale periodo ([76]). Opere composte in S.ta Sabina; impegno di acquistarsi la protezione di alcuni Cardinali; ultima poesia scritta in Roma ([85]). Ritorno in Napoli; ciò che quivi compose; suo insegnamento e suoi scolari ([90]). Discorsi sulle future mutazioni col Cortese, Vernalione e Stigliola; notizie circa costoro ([92]). Consola con l'annunzio delle mutazioni il P.pe di Bisignano prigione nel Castel nuovo; notizie circa costui ([96]). Parte per la Calabria; stato di Napoli in quel tempo; dissenso de' Nobili col Vicerè e tra di loro; carcerazione del Sangro Duca di Vietri e forgiudica del Carafa Marchese di S.to Lucido; notizie circa costoro ([101]).

Cap. II. — Ritorno del Campanella in Calabria e sua congiura
(1598-1599) [pag. 110]