Aggiungiamo che in un Cod. ms. della Bibl. nazionale di Napoli (X, C, 20) col titolo, «Desgratiato fine di alcune case Napoletane», essendone riconosciuto per autore Ferrante Bucca, si parla del «Marchese d'Anzi e Ppe di Bisignano» Francesco M.a Carafa sposo della «figlia del Marchese di S.to Lucido», ricchissimo, che fece omicidii (senza altra particolarità) onde fu forgiudicato, dovè spender molto per accomodare le sue faccende e infine le accomodò. Venuto in Napoli perdè la moglie con la quale avea fatto due figli, e ne prese un'altra di casa Brancia con la quale fece molti figli. Tiberio suo fratello 2.º genito gli lasciò il titolo di Ppe di Bisignano» etc. Poi stando in molta e gran privanza, come allora si diceva, col Conte di Lemos Vicerè (int. il Conte di Lemos figlio, 1610-1616) ebbe con lui alcuni disgusti (senza dir quali), onde fu posto nel peggior criminale del Castelnuovo e quindi dal Conte medesimo tradotto in Spagna acciò non fosse liberato dal successore; ivi fu condannato alla relegazione in vita in un'isola di Africa, ma giunse poi ad essere graziato, e tornato In Napoli prese moglie por la terza volta sposando la Duchessa di Cerce. Non istante le ricche doti che lo sorressero, finì nella miseria. Come si vede, le particolarità di questo racconto non brillano tutte per esattezza e tanto meno per chiarezza; ma è riconoscibile sufficientemente il Marchese di S.to Lucido della nostra narrazione, con gli omicidii in essa riferiti, pe' quali nel 1598 era «commossa e quasi divisa la città». Ne' Cedolarii ci è rimasto il ricordo che «il 28 marzo 1616, nella Sala Reale del Castello nuovo, extra carceres, con l'assistenza del R.º Consigliere Pomponio Salvo», Francesco Carafa dovè rinunziare al figlio primogenito Ottavio la terra d'Anzi unitamente al titolo di Marchese; la data del fatto mostra bene che esso avvenne poco prima che egli fosse trascinato in Ispagna. E in mezzo a tante vicende amò le buone lettere: già suo zio D. Ferrante Carafa di S.to Lucido era stato protettore dell'Accademia di Gio. Battista Rinaldi finita nel 1580; egli fondò più tardi l'Accademia degl'Infuriati (ved. Capaccio, il Forastiero, Nap. 1634 p. 10, e Camillo Minieri Riccio, Accademie fiorite nella città di Napoli, Arch. Storico delle Prov.e Nap.e an. 4.º 1879, p. 530).

[180]. Ved. nel Carteggio del Residente Veneto la lettera del 9 febb.º 1599.

[181]. Ved. per fra Pietro da Catanzaro il processo di eresia del Campanella, Doc. 332 b, pag. 288. Per fra Filippo Mandile il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, lett. da Nap. de' 30 marzo e 21 aprile 1600 (grazie fattegli). Per P.e Gio. Batt. da Polistina Ibid. let. da Roma de' 18 lugl. e 17 8bre 1597 (con suo memoriale autografo), 22 9bre 1597 e 2 gen. 1598; let. da Nap. de' 4 8bre 1596, 25 luglio, 29 agosto e 30 8bre 1597, 30 genn. 1598.

[182]. Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, varie let. da Napoli di 7bre 1594, 4 agosto 95 e 20 febb.º 98; e lett. da Roma del 17 luglio 1595, 31 agosto 96. Nell'Arch. di Napoli i Registri Curiae, vol. 38, fol. 53, lett. dell'ultimo di giugno 1596; fol. 126 e 128, lett. del 9 e 22 maggio 1598; fol. 150, lett. del 31 luglio 1598. Nell'Arch. Veneto lett. del 14 aprile 1598.

[183]. Ved. la nostra Copia ms. de' proc. eccles., tom. 1º, fol. 264.

[184]. Ved. il Carteggio del Residente Veneto, lett. de' 25 7bre, 6 8bre e 27 8bre 1598; e il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, lett. di Roma de' 9 maggio e 20 7bre 1598, e de' 2 genn.º e 16 marzo 1599.

[185]. Ved. dep. del Pizzoni e del Lauriana; Doc. 278, pag. 199, e 280,v pag. 208.

[186]. Ved. nell'Arch. di Stato, Registri Curiae, vol. 38, an. 1595-99 fol. 123; e vol. 45, an. 1596-601, fol. 97, lett. Vicereale all'Auditor di Lega in data 23 luglio 1598.

[187]. Su questi diaconi selvaggi sono numerosissimi i cenni sparsi ne' Registri Curiae; ma una notizia abbastanza precisa, bensì di data posteriore di molto, può leggersi ne' Registri Notamentorum Collateralis Consilii an. 1626, vol. 9, fol. 69. Essi furono dapprima nominati da' Sindaci per spazzare le Chiese e prestarvi i più bassi servigi, venendo scelti tra le persone che non possedevano nulla in bonis: ma secondo lo stile ecclesiastico, che in fondo è stato sempre quello del riccio, i Vescovi s'impossessarono del dritto di nomina, ne usarono ed abusarono a loro talento, e non occorre dire che vennero subito appoggiati dalla Curia Romana in tali abusi.

[188]. Ecco uno de' documenti del tempo di cui trattiamo, intorno alla faccenda del Capito, alla quale tanto alluse il Campanella nella sua Narrazione. Registri Curiae, vol. 38, fol. 116 t.º «All'Audientia di Calabria ultra. Philippus etc. Spectabiles et magn.er viri, Deve ricordarsi la R.a Audientia la pretendenza che hà tenuta et tiene lo R.do Vescovo di Mileto de voler conoscere de la causa de Marc'Antonio capitò diacono selvaggio inquisito de le bastonate date ad un monaco dell'ordine de san basilio, et le hortatorie che per noi li sono state scritte che desista da questa sua pretendenza, la quale non può militare poi che decti diaconi selvaggi non hanno mai goduto nè godono in questo Regno exentione alcuna di foro temporale nè altre prerogative, ma sempre sono stati trattati et si trattano come tutti li altri laici, et retrovandose al presente d.to capite (sic) carcerato nel Castello della terra del pizzo per detta causa, in nome di quessa R.a audientia et de la Gran Corte de la Vicaria, mandò d.to Rev.do Vescovo il suo fratello carnale nomine placido del tufo laico in d.to Castello, il quale sotto la sua parola fè uscire d.to carcerato per una stanza libero, et poi la notte per maneggio dato da lui et de duoi criati di detto Rev.do Vescovo lo fe fuggire per una corda, et al presento se ne sta in casa del predetto Rev.do Vescovo, et non convenendo che simili eccessi cossì fatti, et machinati in dispreggio dela giustitia et de la real Jurisditione dela M.tà sua habbino da passare cossì impuniti, ci è parso farvi la presente per la quale vi dicimo et ordinamo che con il più maggior secreto che sarà possibile, et che in voi et da voi si può confidare et sperare, dobbiate con ogni exquisita et exactissima diligenza havere nelle mani et carcerare nelle carceri di quessa regia Audientia lo d.to placito del tufo fratello di d.to Rev.do Vescovo de Mileto una insieme con detti duoi criati d'esso Rev.do Vescovo che hanno fatto fuggire detto carcerato dal Castello predetto, Et carcerati che li haverete ce ne debiate subbito dar particolare aviso con vostre lettere con insertione de la presente, acciò ve si possa per noi ordinare quel che haverete intorno a ciò da exequire. Et non farete lo contrario si havete cara la gratia et servitio de la pred.ta M.tà Datum Neap. die 28 mens. februarii 1598. El Conde de Olivares. Vidit Gorostiola, V.t de Castellet....» etc. — La sorte di Placido del Tufo ci risulta da' Registri Sigillorum, vol. 37, an. 1600: «6 de giugno; Lettera alla Vicaria, per la quale se fa gratia à Placido de lo tufo d'ogni pena incorsa per causa de la fugita de marcantonio capito dal castello del pizzo». — Intorno alle hortatorie notificate per bando, ved. Curiae vol. 38, fol. 160 t.º, let. del 20 agosto 1598; e vol. 40, fol. 205 t.º, let. del 15 8bre 1598. — Daremo più in là le lettere dei tempi successivi, risguardanti la nuova cattura del Capito poichè il Vescovo non l'avea punito, l'effrazione delle carceri da parte de' preti con la liberazione del catturato, la terza cattura seguita dalla liberazione e riposizione nella Chiesa dalla quale era stato dapprima estratto, col contento di S. S.tà, che accorda l'assoluzione dalla scomunica al Principe di Scilla, al Poerio e allo Xarava dietro dimanda del Vicerè.