[229]. Ved. la collez. degli Avvisi di Roma che si conserva nell'Arch. di Modena. Vi si legge, «A dì 30 di 7bre 1598. Per informattione del Cigala et suoi disegni, si manda copia delle infrascritte lettere portate da uno straordinario di Messina passato a Genova» (seguono le lettere al Vicerè di Sicilia ed alla madre, e la risposta del Vicerè). Ved. anche Gualtieri op. cit. p. 436; egli le trascrisse da un fascicolo di scritture appartenenti a Girolamo Stinca napoletano, ma non mostrò di conoscere la lettera del Cicala alla madre. Crediamo che piacerà a' nostri lettori averle sott'occhio insieme con le altre. — «1º Osservandis.ma et amantis.ma madre. Dopo di havervi salutato assai; non è per altro questa mia amorevole lettera, che come sapete già anni 30 in 40 che io sono partito da voi et più non vi hò visto, desidereria prima dela morte vedervi. Adesso hò scritto una lettera al V. Re di Sicilia acciò vi mandi, et per questo conto hò fatto franco un Christiano portator di queste. Et anco gli anni passati per vedervi era venuto in questo loco et non è potuto essere che io habbia havuto ventura di vedervi et mi fù detto che vi havevano posto in carcere et ferri, et questo fù causa che io havessi messo à fuogo, et sacco Rigio. Et se adesso vi manderanno acciò complisca secondo il gran desiderio che io tengo di vedervi, et che non resti in questo mondo privo della vista vostra, io vi prometto rimandarvi, si che si voi mi amate come io amo voi cercherete licentia di venirmi à vedere. Et anco voi sapete ben che al tempo di Pialì Bassà di buona memoria in questo luoco si sono alzate bandiere di fede et poi si facevano bazari et riscatavano schiavi, si che madre mia carissima altro desiderio non hò in questo mondo che vedervi con speranza in Dio che venirete. Alli miei SS.ri fratelli, et sorelle farete le mie raccomandationi. Et se vi manderanno, subito che vi haverò visto vè rimanderò senza danno nè male alcuno, et ritornerò al camino mio. Et queste bandiere di fede quando si alzavano, voi sapete che il S.ºr mio padre li mandava presenti, et per tutto dimani ne stò aspettando risposta. Il vostro figliolo Sinan Bassà Visir, et Capitanio.» — 2.º «Ill.mo et eccell.mo che dentro alli seguaci di Christo buono è stato eletto in la Isola di Sicilia Vicerè, in la fine Dio faccia il migliore. Questa non è per altro, se non per farvi intendere, come sapete, che costà si ritrova la povera vecchia di mia madre, la quale per ritrovarsi alla fine di sua vita, desidero vederla, e spero che arrivando questa mia lettera vi contenterete mandarmela in una barca di costì, perchè non tengo altro desiderio se non da vederla, senza voler far danno a nissuno, e da poi haverla vista, tornarla a mandare, come feci li giorni passati del Sig. mio fratello, il qual venne in Costantinopoli, e dopo che lo viddi, lo tornai a mandare. Il portator di questa è un Christiano il qual era schiavo, li ho dato la libertà, e lo mando per questo servitio. Resto con grandissimo desiderio aspettando il successo, e non pensi che lo mando per tenere nuove, per che sappiate che tanto voi costì, quanto noi altri, di quello che di nuovo (sic) in tutte parti, tenemo piena informatione, e buona. Con questo sto aspettando con vostra cortesia, che vi degnate mandarmela con una barca, ò se non, avvisarmi à che banda ordinate mandi un vascello e dopo a man salva tornarmelo à mandare, per tutto dimani aspetto risposta; e se in tempo d'altri capitani havendo venute in questo porto l'armate d'onde stiamo s'alzaro bandiere di fede, e si fè bazaro, e si ricattarono li schiavi, adesso per quello che tocca a mia parte si farà. A mia madre hò scritto una carta, vi contentarete mandare a darle ricapito, Di settembre a' 20 Domenica. Sinam Baxa Visir Capitan. (sotto) Al Sig. D. Pietro Capitan delle galere di sicilia me raccomando molto, sendo stato sempre il Sig. Padre di buona memoria amico del mio di buona memoria.» — 3.º Excel.mo et tenuto trà li Turchi Sinam Baxa Visir Capitan, Ricevi la vostra, e la lessi con molto gusto, e per veder dimanda tanto pietosa, ho rimesso la determinatione, che volea pigliare la Signora Lucretia, che per sua Christianità, et haver tenuto tanto honorato marito, et esser madre d'un capitano tanto valoroso mandarla con una galera di fanale accompagnata con suoi figli, e nipoti, e voi mandate qui con due galere di fanale il vostro figlio maggiore per pegno, che starà in poter del Capitan generale D. Pietro di Leva rispettato, et honorato conforme la sua qualità, et in sicurtà dò in pegno mia parola in nome di S. M., e nel ricatto potran venire, una, due, o tre galere, che alzando bandiera di sicuro s'attenderà al ricatto. D. Pietro di Leva ha ricevuto, e manda altre tanto, e dice se ricordi dell'amicitia delli due Padri. D. Berardino de Cardines.» (Si avverte che queste due ultime lettere sono state ricavate dal Gualtieri, che lesse Sinam invece di Sinan; la prima è ricavata dal Carteggio del Residente Veneto).

[230]. Ved. nel Carteggio di Costantinopoli (Arch. di Venezia) segnatamente le lettere del 13 9bre 1598, 12 giugno 1599 e 13 marzo 1602.

[231]. Ved. P.e Fiore, Calabria illustrata vol. 1º, p. 183. Il convento divenne Priorato assai più tardi, dietro la grossa eredità avuta dal dot.r Prospero Carnevale. Fin da' tempi del Campanella si trattava d'ingrandire almeno la Chiesetta, e vedremo che il Campanella medesimo se ne occupò: ma più tardi veramente la Chiesa fu ingrandita e detta di S. Domenico, rimanendovi una semplice cappella di S. M.a di Gesù, come oggi si vede.

[232]. Vogliamo dire fin d'ora che il Campanella nutrì sempre per fra Pietro altrettanto affetto e molta gratitudine. Di lui parlò nell'opera De sensu rerum in due luoghi, nel libro 2º cap. 20 e lib. 3º cap. 10 come segue: 1º «E Pietro mio di cocentissima natura ha senso sagacissimo, che di poco argomenta assaissimo, ma pochissima memoria.» — 2º «Ma pietro mio è picciola testa di calore cocentissimo, et antivede sagacemente ogni cosa, ma poi non se ne ricorda perchè lo spirito esala et non comunica le passioni allo spirito vegnente et hà fuligini, che le si interrompe il discorso, et troppo mesto quando sta solitario, il che appetisce quando è digiuno che lo spirito combatte con le fuligini del sangue al fin'arso essalante, et quando è allegro è soverchio allegro che si diletta di Boffonerie, perchè gode lo spirito di non combattere con le fuligini et perchè è sottile assai si dilata troppo in allegrezza senza retegno e si diffonde che non può frenarsi, et tali malinconici buffoni vidi io molti; ma pietro mio è di tal sagacità che subbito interpreta quello che se pensa l'altro, et quando un amico è tradito d'altri egli subito lo pensa, et li mali dell'amici, come venatico, odora et prevede, et una volta andò a pigliare acqua del fonte lontano cento cinquanta passi per un amico commune, et questo non vuolle aspettare et quello tornò con l'acqua, et ne disse s'è partito ne? io sentii uno che mi disse proprio quando pigliavo l'acqua dal canale, di à presterà buon giorno che non posso aspettare, et molti simili esempii in lui ho visto di sagacità, quando l'aria è tranquilla, talch'è vero il senso dell'aria, et la communicanza comune.» Gioverà tener presenti siffatte qualità di fra Pietro, per apprezzarne gli atti; ed aggiungiamo che nell'Archivio di Stato non manca qualche notizia di fra Pietro e del padre suo Vittorio Presterà, originario di Riaci casale di Stilo; ved. Reg. Partium vol. 1220, an. 1592, e vol. 1238, an. 1593.

[233]. Si può intorno a questo periodo della vita del Campanella consultare almeno la deposizione processuale di fra Gio. Battista di Placanica, e così pure quella di fra Francesco Merlino, individui abbastanza indifferenti ed ingenui. Ved. Doc. 351 a 354, pag. 329 a 335.

[234]. Ved. Doc. 401 p. 479, e 402 p. 500; cfr. Capialbi, Documenti inediti, nota 2.a p. 65.

[235]. Quanto alle Difese ved. Doc. 401, p. 479, 482 e 498; quanto alla Lettera, ved. Archivio Storico italiano an. 1866, p. 74; quanto alla Narrazione ed Informazione, ved. Capialbi p. 50-51 e 21; quanto al Syntagma, ved. ediz. del Crenius, Lugd. Bat. 1696 pag. 176. Quivi si legge: «Mox in Calabriam reversus in patriae meae stylo (sic), composui Tragoediam Mariae Scotorum Reginae, secundum poeticam nostram non spernendam. Item scripsi de Auxiliis contra Molinam pro Thomistis et diversa opuscula in gratiam amicorum.»

[236]. Nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc. Nap. 1881) a p. 91-93 abbiamo ricordato le parecchie copie della Monarchia di Spagna, che conosciamo trovarsi tuttora manoscritte in varie biblioteche italiane e straniere, ed abbiamo notato che tra quelle esistenti in Napoli due copie recano nel Proemio l'indirizzo del libro al sig. Regg.te Marthos Gorostiola che l'avea richiesto, l'invio di esso dal conventino di Stilo, la data del 10bre 1598, mentre una terza copia al pari di un'altra che si conserva in Parigi (ms. ital. num. nuov. 875), reca la data dell'anno «1598 che fu 30º dell'età dell'autore», e si mostra indirizzata semplicemente a un «signor D. Alonso» dal «conventino di Stilo», invece di dire dalla «celletta» come altre copie recano senza alcuna data. Naturalmente due ipotesi riescono possibili: o le copie col semplice indirizzo a D. Alonso, e coll'invio sia dalla celletta, sia dal conventino di Stilo senza data, rappresentano la primitiva lezione dell'opera rifatta in Napoli il 1601, nel qual caso il nome del Reg.te Marthos con la menzione di tutte le altre parecchie circostanze sarebbe un'interpolazione posteriore; o invece queste circostanze appartengono alla primitiva lezione suddetta, nel qual caso vi sarebbe stata una soppressione o meglio diminuzione posteriore. Non ci sembra dubbio che la prima delle due ipotesi debba essere preferita; e tanto più che vedremo D. Alonso De Roxas «amico per lettera» del Campanella in Calabria, e d'altro lato non si comprende perchè il Marthos, il quale potè forse in Napoli sollecitare il Campanella che scrivesse un libro simile, non avrebbe dovuto essere menzionato appunto nella Difesa, dove sarebbe riuscito un testimone di grandissimo peso; invece lo si trova menzionato con insistenza in varii altri documenti posteriori, nella Lettera del 1606 al Card.le S. Giorgio pubblicata dal Centofanti, nel Memoriale del 1611 al Papa pubblicato dal Baldacchini, nell'Informazione del 1620 pubblicata dal Capialbi. Intanto, per una erronea interpetrazione di alcune parole che leggonsi nella versione latina stampata ed anche negli esemplari italiani manoscritti più noti, è prevalsa l'idea che il libro sia stato composto scorsi dieci anni della prigionia; e c'interessa molto il dimostrare che ciò non sussiste. Notiamo dapprima che quanto all'indirizzo e alla provenienza del libro, ne' detti esemplari italiani è citato «D. Alonso» e nella versione latina è citato un «N. N.», con l'invio senza data dalla «celletta» latinamente detta «tuguriolo». Ora le parole che hanno fatto verificare l'erronea interpetrazione sarebbero quelle dell'ultimo brano del libro, «Ho detto assai, sebbene per essere stato dieci anni in travaglio, non posso avere le relazioni ed altre scritture e non ho libri, neanco la Bibbia, e sono ammalato»; ciò che nell'edizione latina fu tradotto, «Satis disseruisse mihi videor..., licet decennali miseria detentus et aegrotus, nec relationibus instrui nec libris aut scientiis ullis adiuvari potui, quin et ipsa S. S. biblia mihi adempta fuerunt». Ermanno Conringio tra gli altri, avendo sott'occhio la sola traduzione latina, si fece a dire: «Scripsit hoc opus decennali miseria in paedore carceris et aegrotus» etc. Ma le parole sopradette hanno un riscontro nelle altre che si leggono nel Proemio, «Secondo che V. S. mi ha richiesto sig. D. Alonso, uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, e senza libri, ricoverato in questa celletta brevemente dirolle» etc.; ciò che fu tradotto, «Cum mihi proposuerim disserere id quod Excell. vestra, domine N. N. à me flagitavit, liberatus infirmitate et decennali calamitate, etiam destitutus libris in hoc angusto meo tuguriolo, brevi stylo, succintèque... exponam». La celletta o il tuguriolo, e l'essere uscito o liberato da dieci anni di travagli, escludono evidentemente il carcere. D'altronde dieci anni di carcere rimanderebbero la composizione del libro al 1609; e più documenti, come la lettera allo Scioppio del 1607 pubblicata dallo Struvio, quella al Card. S. Giorgio del 1606 pubblicata dal Centofanti, mostrano che il libro era stato scritto molto prima. I dieci anni di travaglio sarebbero quelli patiti dal 1588, dapprima in Calabria e poi vagando fuori di Calabria, con varie persecuzioni e prigionie donde l'infermità. L'autore quindi accenna sempre all'avere scritta l'opera il 1598 nel convento di Stilo.

[237]. Vedi su questa Emilia gli Art. profetali, Doc. 401, p. 497. Essa vi è chiamata semplicemente sorella, ma in Calabria le cugine si chiamavano anche sorelle e sorelle in 2a, e nel processo non ne mancano esempi: nel processo (Doc. 402, p. 500) il Campanella medesimo la dice figlia dello zio e la cita in primo luogo tra le altre, aggiungendo che egli la maritò. Ne scrisse poi anche nella ricomposizione dell'opera De Sensu rerum (v. lib. 3.º cap. 11), ma con qualche piccola variante. Cfr. qui la pag. 3 del presente libro.

[238]. Questi autori, e i precedenti, sono i soli che si trovano citati negli Art. profetali, ma da una lettera allo Scioppio pubblicata dal Centofanti (Arch. Storico 1866, p. 85) si rileva quale massa enorme di autori, d'ogni età, d'ogni regione e d'ogni fede, egli aveva consultata, rilevandone le osservanze citate pure nella Narrazione.