[480] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 50.
[481] Riportiamo qui il brano suddetto perchè i lettori possano valutarlo: «Primum ab Archiduce Maximiliano, cum totos XI dies cum maxima mea molestia neque minimis impensis Oeniponti desedissem, literas ad Proregem impetravi, et quidem adnitente D. Georgio nostro. Deinde ut ipse Georgius hominem ei rei allegaret perfeci: ita tamen ut stipulanti promitterem, curaturum me ut secum prius toto anno esses quam quaquam discederes; tum etiam nullius me alterius principis auxilia imploraturum, quamdin spes aliqua sit suam tibi operam profuturam... Et tamen, bona cum ipsius pace, ut te Serenissimus Patronus meus Ferdinandus Archidux ex praescripto meo Proregi commendaret perfeci». Così nell'ultima delle tre lettere pubblicate dal Berti, che a noi pare debba mettersi in primo luogo.
[482] Ved. Il Codice delle lettere, pag. 46 e 68.
[483] Ved. Il Codice delle lettere, pag. 42. Dobbiamo fare avvertire che in questa lettera il Campanella dice dippiù esservi disgusto fra Abacuc e il Tutore: oggi, sapendosi dall'Epistolario romano che fin dall'ottobre 1607 era stato dal Fugger mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, per far evadere il Campanella, potrebbe lo Stefano esser ritenuto per Abacuc, disgustatosi col Tutore ossia fra Serafino.
[484] Abbiamo cercato di vedere con la maggiore attenzione se nell'Archivio di Stato in Napoli fosse rimasta qualche traccia di questo Carteggio dell'Arciduca Ferdinando ed anche dell'Arciduca Massimiliano intorno al Campanella. Ci pare che le tre seguenti Lettere Regie vi si riferiscano: ma il mistero col quale sono scritte vieta di ritenerlo in modo assoluto. E però le mettiamo qui per lasciarne giudici i lettori, pregandoli di ricordarsi che primo a scrivere fu Massimiliano, che pochi giorni dopo scrisse Ferdinando, nel gen.o 1608 (lettere giunte con ritardo), e che Ferdinando scrisse ancora in sèguito, il 3 8bre 1608 e il 10 maggio 1609.—1.o «El rey. III.o Conte de Venavente Primo mi Visso Rey, lugar teniente y Capitan general del Reyno de Napoles. He visto vuestras cartas de los 23 de mayo y 30 de iunio con los papeles que acusan tocante a mejorar el presidio y poblaçion de puerto Ercules, y sobre el socorro que pide el Archiduque Massimiliano Ernesto, y agradezco os mucho el cuydado que teneys de lo primero, en lo qual quedo mirando para proveer lo que convenga, y en lo que toca a lo que os escrivio el dicho Archiduque no se offrece que dezir, sino que fue açertado lo que le respondistes y lo sera que siempre vays con la misma consideracion no resolviendo nada sin avisarmelo, porque ay mucho que mirar en la forma de hazer aquellas ayudas. De Valladolid a 10 de setiembre 1608. Yo el Rey».—2.o «III.o Conde etc. Las cosas de la Religion Catolica en Alemana se van poniendo en tan mal estado que obliga a atender a su reparo con summo cuydado, y haviendo entendido el en que se hallan los Ser.mos Archiduques ferdinando y leopoldo mis hermanos por lo que toca a sus estados, He acordado de engargaros y mandaros, como lo hago, les asestays y ayudeys en lo que pudieredes de esse Reyno, y demas desto procureys que por todas vias se entienda que yo de acudir a la defensa de la causa Catolica y al empaxo de la cassa (sic) de Austria en qualquier evento, como debo, para que con esto se reprima el atrevimiento de los hereges, y avisareysme de lo que hizieredes, y se os ofreçiere açerca desta materia. De Segovia a 13 de agosto 1609. Yo el Rey».—3.o «.... queda entendido lo que el Archiduque ferdinando mi Hermano os ha embiado a pedir con el Conde fu.o efforça de Porçia, y que os le aveys respondido y ya se os ha avisado lo que es mi Voluntad, se haya por agora ensto, a quen no se offreze que anadir, sino que aquellas cosas me dan el cuydado que es razon y se va mirando en lo que se deve hazer.... De Segovia a 22 de Agosto 1609. Yo el Rey». (Da' Reg.i Litterarum S. M.tiz vol. 12, fol. 878, 1053, 1703).
[485] Ved. Gabr. Naudaei Epistolae, Genevae 1667. Ep. 82, pag. 614.
[486] Il Berti, nella Vita del Campanella stampata nella Nuova Antologia (luglio 1878, p. 615), parlando del carcere di Napoli dice che il Campanella «ricevette pure nel carcere la visita del celebre Gerolamo Vecchietti, di cui prese a difendere talune opinioni che erano state allora giudicate eretiche»; e in una nota aggiunge, «coteste opinioni si riferiscono alla cronologia sacra nella riforma del Calendario Giuliano». Ma in un Avviso di Roma della Collezione esistente nella Bibl. Corsiniana (cod. 1768) abbiamo trovato in data del 30 aprile 1633: «Il Vecchietti fiorentino dopo esser stato sett'anni prigione all'Inquisitione questa settimana n'è uscito». Era dunque prigione fin dal 1626, e quindi compagno del Campanella; e le Lettere Inedite del Campanella dateci dallo stesso Berti ci mostrano quale sia stata veramente l'opinione eretica, per la quale passò pericolo di essere dannato al fuoco da 18 Teologi d'accordo, l'aver negato che Cristo avesse mangiato l'agnello (ved. le Lett. da Aix 2 9bre 1634, da Parigi 4 10bre 1634, da Parigi 22 7bre 1636).
[487] Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 131 e seguenti.
[488] Ved. le Poesie, ediz. D'Ancona pag. 151.
[489] Di testimonianze relative a tale notizia non conosciamo finora altra più antica di quella del Bulifon, cronista della fine del 1600 e principio del 1700; ed essa viene a luce oggi per la prima volta, comunicataci dal chiarmo Scipione Volpicella. Si sa che il Bulifon, libraio, registrava notizie di ogni sorte per compilare il suo così detto Cronicamerone; ma essendo stato saccheggiato il suo negozio e il suo domicilio il 1707, i manoscritti andarono perduti con tutto il resto, e poi se n'è venuto ricuperando qualche volume più tardi. Due di essi stanno nella Biblioteca Nazionale (X, F, 51-52), altri in mano di particolari, ed uno di questi ultimi reca: «La notte che divide l'anno 1679 dal 1680 morì in Roma quasi in miseria il celebre matematico Giovanni Alfonso Borelli d'anni 72. Egli nacque spurio, come dicono, nel Castello Nuovo di Napoli da un officiale spagnolo, sebbene v'è chi dica dal Padre Tommaso Campanella ivi carcerato. Ma restò tanto odioso di quella nazione che si assunse il cognome della madre. Questo nelle sue opere stampate e ristampate in più luoghi diede saggio della profondità di sua dottrina, con la quale gareggiò con li primi ingegni dell'Europa. Non si deve tacere che la maggior parte delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento in Firenze sono del nostro Borelli in quella aggregato. Le opere da lui stampate sono De vi....... (sic), De motibus a gravitate pendentibus, De motionibus animalium, Dell'incendio del Vesuvio, e Euclide restituito».—Ognuno apprezzerà, come merita, la notevolissima ragione del cambiamento di nome del Borrelli addotta dal Bulifon, tanto più che da' posteriori è stata variamente e meno acconciamente interpetrata. Noi pertanto abbiamo raccolto e discusso in una speciale Illustrazione quelle poche cose che finora ci è riuscito di trovare su tale argomento ne' libri parrocchiali del Castel nuovo e nell'Archivio di Stato. Ved. Illustraz. V, pag. 646.