Come si vede, le prove testimoniali contro il Pizzoni si andavano attenuando in un modo sensibile. Il Petrolo e Valerio Bruno non attestavano quasi nulla, mentre il fatto della cifra, deposto e conformato dal Petrolo, poteva riguardare la congiura, non l'eresia, e quel tanto che in genere deponeva Valerio Bruno si fondeva nella deposizione del Soldaniero. Il Lauriana disimpegnavasi straordinariamente bene, con ogni probabilità guidato dallo stesso Pizzoni attenuando le cose già deposte. Il Soldaniero medesimo attestava meno del solito, e d'altronde, continuando a sostenere che il Pizzoni era stato presente in due giorni a' colloquii di fra Dionisio con lui e che egli era ricorso al Priore e al Lettore contro quei frati, cose, specialmente in riguardo al Pizzoni, già ben provate false, non poteva punto conciliarsi la fede de' Giudici. E si può dire che il peggior testimone rimasto a carico del Pizzoni era il Pizzoni medesimo, che con le sue tante rivelazioni contro il Campanella, e col fatto, già ben provato falso, dell'essere ricorso contro costui al P.e Generale e al P.e Visitatore, infondeva grave sospetto che veramente avesse trattato di eresie col Campanella, egli che n'era stato uno degli amici più intimi ed operosi; di tal che la furberia e doppiezza che gli erano naturali, eccitate dalle pressioni inique di fra Cornelio, mentre tanto nocquero al Campanella, nocquero non meno a lui medesimo.
Ci rimane a dire degli esami ripetitivi contro fra Dionisio. Essi si fecero il 26, 28 e 29 agosto, aggiungendovisi anche una ripetizione supplementare nell'ultima seduta. Furono esaminati il Bruno, il Soldaniero, il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo e fra Pietro di Stilo.—Valerio Bruno (26 agosto) disse di conoscere fra Dionisio da un anno, di non avere mai parlato con lui, e di crederlo un uomo dabbene e buon cristiano (singolare credenza mentre andava di nuovo a farlo dichiarare eretico). Attestò di avere solamente udito dal Soldaniero che avea detto «alcune cose contra Dio,... non so che per raggione di Stato, e contra li sette peccati mortali»; inoltre, nel corso degl'interrogatorii, disse di avere anche udito dal medesimo Soldaniero, quando due volte ricorse al Priore e al Lettore contro di lui e del Pizzoni, che avea parlato della Trinità, dell'abuso osceno dell'ostia, del disegno di predicare una nuova legge; per altro dichiarò pure che in que' giorni avea predicato in Soriano, «et li gentilhomini dicevano che predicava buono, mà io non sò quel che si dicesse, mà mi pareva che parlasse de le cose di missere Domine dio, è che parlasse bene». Aggiunse di aver veduto discorrere tra loro alla tavola fra Dionisio e il Soldaniero, ma discorrevano piano, e non sapeva quel che dicessero, nè sapeva «che tra di loro venessero a parole»; di poi dichiarò che fra Dionisio non avea mangiato carne, e avea detto al Soldaniero «Signore, cammarati, perchè non è peccato mangiare caso, ova, e latticini, e niente più occorse» (chiare contradizioni con le deposizioni precedenti). Dimandato d'ufficio se avesse veduto in Napoli il Soldaniero da che trovavasi in carcere, rispose di averlo veduto due volte e di averne solamente avuto conforto, con dire che stesse allegramente, e di averlo poi veduto anche dopo di essere stato esaminato ma senza parlargli. Infine, venendo agli articoli del fiscale, riaffermò le cose dette negl'interrogatorii, e di nuovo attestò di non sapere che fra Dionisio avesse detto esser lecito il mangiare carne ogni giorno indifferentemente.—Il Soldaniero (nella stessa seduta) confermò di aver veduto a Soriano per la prima volta in giugnetto, cioè in luglio, fra Dionisio che gli «fece de basciamano» e rimase a Soriano due giorni, aggiungendo di non averlo mai più veduto in sèguito se non carcerato, a Gerace, a Monteleone, sulle galere, e poi in Napoli, dove trovandosi lui ammalato a letto, esso Soldaniero lo avea guardato dalla porta, senza entrare nella camera. E ripetè ciascuno de' detti e fatti di fra Dionisio contro la fede, presente ed accettante il Pizzoni (poichè ciascuno interrogatorio gli dava modo di ricordarsene), e disse che que' frati aveano definito «impressioni di testa» i voti e le divozioni, come pure i miracoli, che aveano detto essere stati istituiti i Sacramenti dalla Chiesa «ad trahendum ad se»; del resto, nel ripetere ciascuno de' capi da lui deposti, per maggior cautela si riferì sempre al primo esame, dicendo anche una volta, «non esca da queste carceri se quanto ho detto nel mio esamine non è vero». E confermò di averne avvertito il Priore ed il Lettore, ma dovè non di meno attestare che fra Dionisio, ad istanza di un Rutilio di Pucci, predicò, e a lui parve che predicasse dottrine cattoliche (non era stato dunque cacciato a sua istanza dal convento). Non mancarono poi i Giudici di rivolgergli gl'interrogatorii dati espressamente per lui, se cioè avesse visitato, assistito, cibato con le mani sue e fornito di danaro a prestito fra Dionisio, mentre costui trovavasi infermo, per riconciliarsi con lui: il Soldaniero rispose negativamente su tutto. Infine, su ciascuno articolo, non occorre dire che ripetè quanto negl'interrogatorii avea dichiarato.—Il Pizzoni (28 agosto) disse di aver conosciuto fra Dionisio fin da che era studente del Fiorentino, e di essere poi stato suddito di lui nel convento di Nicastro: aggiunse che gli era divenuto nemico da che esso Pizzoni ne avea riconosciute le eresie, onde ne avea avute mille minacce. Confermò quindi avergli fra Dionisio in Pizzoni manifestate quelle medesime eresie, che tre o quattro giorni dopo anche il Campanella gli manifestò, e che esso Pizzoni poi espose al Visitatore e scrisse al Generale, servendosi del Lauriana, il quale così venne egli pure ad averne notizia. Addusse taluni degli argomenti co' quali combattè fra Dionisio, affermando che per quelle così dette verità, mentre erano eresie, non si poteva dir savio il Campanella, dal quale fra Dionisio le faceva derivare; narrò come costui finì per dargli dell'asino, ed egli lo scacciò dal convento, ricordando una quantità di circostanze, di tempo, di luogo, d'occasione (che poteva bene citare a modo suo poichè non c'era stato presente alcun altro). Venne così confermando ciascun capo di accusa a misura che gl'interrogatorii li riducevano alla sua memoria; e sugl'interrogatorii dati espressamente per lui rispose, che veramente fra Dionisio aveva persi alcuni scritti sull'Apocalisse e gliene aveva chiesto conto, mentre egli non ne sapeva niente, che non aveva fatto fuggire fra Gio. Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava di farlo carcerare, che costui mentiva quando diceva essere lui stato espulso da un convento per delitti e furti, che nel luglio 99 erano andati insieme ad Arena e quindi avevano di necessità dovuto conversare tra loro, che in Stilo fra Dionisio e il Campanella aveano perfino dormito insieme e quindi erano intrinseci amici. Sugli articoli del fiscale si riferì a quanto avea detto sugl'interrogatorii, talvolta anche a quanto avea detto negli esami precedenti, ripudiando ciò che non aveva udito o visto (come p. es. il fatto del pugno dato al crocifisso, del quale veramente avea parlato il Soldaniero) e tornando a ripetere che l'esame di Calabria era stato falsificato dal Visitatore e da fra Cornelio, i quali aveano preso anche danari dal Pisano e dal Caccia e gli aveano fatti rimanere ingannati, come costoro dicevano in Monteleone alla presenza di molti frati e secolari mentre stavano tutti in una carcere. Conchiuse col dire che egli aveva inteso di sgravare la sua coscienza, e non di gravare quella degli altri indebitamente.—Il Lauriana (nella seduta medesima) disse di aver conosciuto fra Dionisio da quattro anni, perchè era stato suddito di lui in Nicastro, e di esserne rimasto in Pizzoni scandalizzato per una proposizione da lui detta contro l'Eucaristia; ma ostinatamente disse di non ricordarsi di tale proposizione, e se ne riferì al primo esame, come fece anche per tutta la serie degl'interrogatorii senza che i Giudici avessero mai potuto cavarne alcuna spiegazione. Dietro dimanda d'ufficio, disse che il Pizzoni gli aveva fatto scrivere al P.e Generale una lettera in cui gli pareva «più presto de sì che altramente» che si fosse fatta menzione di fra Dionisio, parlandosi di ribellione e di cose di S.to Officio. Sugl'interrogatorii speciali per lui, disse che il Pizzoni lo aveva una volta mandato a vendere per sei ducati un libro di prediche a fra Vincenzo Perugino, il quale non lo volle, ed egli non ricordava che fra Vincenzo avesse detto che erano prediche di fra Dionisio; che egli aveva una volta avuto penitenze da fra Dionisio; che nel convento di Pizzoni, per salire alla cucina, si doveva passare per la cella del Vicario; sul resto si riferì al primo esame. Finalmente sugli articoli del fiscale si riferì del pari al primo esame, poichè non ricordava alcuna cosa.
Continuarono il 29 agosto gli esami ripetitivi contro fra Dionisio.—E dapprima il Petrolo disse di avere, fin da quando era novizio, conosciuto fra Dionisio, ed averlo poi veduto due volte in Stilo di passaggio, oltrechè in Stignano, l'ottava del Corpo di Cristo, quando fece una predica sul SS.mo Sacramento che non si poteva sentire più bella «et tutti la laudorno» (la predica egli menzionava, il pranzo in casa Grillo no). Disse di non aver mai udito eresie dalla bocca di lui, ma solamente udito da fra Pietro di Stilo che egli, fra Dionisio, aveva dette al Lauriana alcune parole contro il SS.mo Sacramento, oltrechè aveva commesso qualche peccato di carne della peggiore specie. Rispose quindi su tutti gli interrogatorii negativamente: e dietro dimande d'ufficio disse che fra Dionisio era veramente amico del Campanella, ma egli non sapeva che il Campanella gli avesse comunicato eresie, nè aveva mai detto che il Campanella discorresse di eresie alla scoperta, mentre invece ne discorreva in modo che solamente qualcuno poteva intenderle. Sugli articoli del fiscale rispose del pari negativamente.—Fra Pietro di Stilo disse di aver conosciuto fra Dionisio ed averlo veduto tre volte in Calabria, due volte in Stilo ed una volta in Briatico quando andava contro fra Gio. Battista di Polistina; e dichiarò di averlo ritenuto sempre un ciarliero e vendicativo, ma non cattivo nelle cose di fede. Dimandato di ufficio se avesse almeno udito dire qualche cosa contro di lui in materia di fede, rispose che una volta il Lauriana gli cominciò a dire qualche cosa contro di lui, «ma non finì»; ed avvertito di non dir bugie, rispose che non aveva potuto comprenderlo (oramai fra Pietro era in vena di difender tutti, anche tirandola un po' troppo). Insomma non ebbe nulla a dire contro fra Dionisio, eccetto che era «scaccione, ciò e chiacchiarone», e riuscì negativo su tutti gl'interrogatorii e così pure sugli articoli: segnatamente sull'ultimo articolo, che diceva avere fra Dionisio creduto, insegnato o cercato d'insegnare tutte le opinioni eretiche del Campanella, egli rispose di non aver mai udito dire tali cose contro la fede da niuno di loro. Ed aggiunse, spontaneamente, che stando in Pizzoni ed avendo udito frati e secolari sparlare di fra Dionisio pe' suoi discorsi di cose lascive, avendogli anzi Claudio Crispo detto che pure nel discorrere la prima volta col Soldaniero si era comportato egualmente e costui n'era rimasto scandalizzato, egli nel passare per Soriano andando ad Arena, poichè il Soldaniero l'interrogò circa il Campanella e gli disse che fra Dionisio era un cervellino, lo pregò di tacere quanto fra Dionisio gli aveva detto, essendo nella natura di lui il ciarlare con tutti, ed intese di alludere a' discorsi di cose lascive; (così volle sopprimere la circostanza dell'aver lui portato una lettera del Campanella al Soldaniero, e veramente la tirò un po' troppo).—Da ultimo il Soldaniero, e successivamente Valerio Bruno, vennero entrambi interrogati in via supplementare sul fatto dell'espulsione di fra Dionisio e del Pizzoni dal convento di Soriano per parte del Priore e del Lettore. Il Soldaniero confermò che nel secondo giorno in cui que' frati gli aveano parlato di eresie, il Priore, dietro il suo reclamo, li cacciò entrambi, e poi gli disse, «che ti pare, non te l'ho fatti sfrattare?» ed egli rispose, «havete fatto bene». Valerio Bruno confermò egli pure che que' frati furono cacciati nel secondo giorno in cui il Soldaniero avea parlato al Priore ed al Lettore, ed aggiunse che gli aveva veduti partire; (ma oltrechè il Priore e il Lettore lo negavano, era stato pure da entrambi questi testimoni affermato che fra Dionisio aveva fatta una predica in Soriano, e ciò non si accordava coll'espulsione).
Evidentemente anche per fra Dionisio le prove testimoniali riuscivano sempre meno gravi in questi esami ripetitivi. Fra Pietro di Stilo deponeva a favore di lui, e il Petrolo non l'accusava menomamente. L'accusava bensì il Lauriana, ma costui, che non sapeva più dar conto di nulla, era stato già dichiarato testimone falso dal Pizzoni medesimo che ne aveva diretto i passi. Non rimanevano dunque contro fra Dionisio che il Pizzoni e Giulio Soldaniero con Valerio Bruno: tuttavia il Pizzoni si andava scovrendo di una morale assai disputabile, ed intento solo ad accusare gli altri per iscusare sè medesimo; il Soldaniero poi non poteva riuscire ad accreditarsi, mentre sosteneva essergli state fatte tante confidenze in materia di eresie durante una prima visita di fra Dionisio (bisognava conoscere a fondo il modo di agire di costui per ammetterlo), ed oltracciò confessava di aver prima confabulato co' Polistina nemici capitali di fra Dionisio, continuava a deporre fatti indubitatamente falsi come l'espulsione di fra Dionisio e del Pizzoni dal convento, e mostrava abbastanza chiaramente di avere indettato il suo fido Valerio Bruno (come il Pizzoni avea fatto col Lauriana) e spintolo a deporre ciò che ad esso Valerio non constava, per far risultare più credibili le proprie deposizioni. Nè occorre dire che la condotta iniqua de' primi processanti, entrambi devoti alla fazione de' Polistina, accertata anche dal Pizzoni testimone del maggior peso contro fra Dionisio, faceva apparire per lo meno esagerata la colpabilità di costui e di tutti gli altri inquisiti.
Siffatti apprezzamenti, che sorgono spontanei nell'animo di chiunque sia fornito di una dose anche discreta di equanimità, non potevano non sorgere nell'animo del Vescovo di Termoli, che al rigore di un vecchio Commissario del S.to Officio sapeva accoppiare un senso squisitissimo di giustizia. E ci è rimasto di lui un documento che lo dimostra abbastanza bene, rivelandoci ciò che l'agitava a questo periodo della causa: poichè precisamente alla fine del volume che comprende il processo offensivo e ripetitivo, in uno de' folii esuberanti rimasti in bianco, troviamo un quadro di note ed appunti che egli redigeva intorno alla colpabilità di ciascuno inquisito, note ed appunti incompleti e in qualche tratto vergati con parole tanto abbreviate da rendersi poco intelligibili, ma in somma esprimenti le diverse contradizioni, inverosimiglianze, falsità, ed accuse rimaste infondate, che emergevano dalle deposizioni raccolte. I lettori troveranno questo quadro tra' Documenti [189]: d'altronde vedremo in sèguito, dopo il processo difensivo, ciò che il Vescovo scriveva a Roma intorno alla causa, e il concetto che in ultima analisi se n'era formato.
Non appena esaurite le ripetizioni, nello stesso giorno 29 agosto 1600 i Giudici deliberarono di devenire alla spedizione della causa e al processo difensivo: pertanto disposero che fosse subito inviato al S.to Officio di Roma una copia del processo tanto informativo che ripetitivo; e sappiamo che l'8 settembre questa copia fu mandata al Nunzio dal Vescovo di Termoli insieme con una sua lettera, e che nella stessa data il Nunzio la trasmise al Card.l di S.ta Severina, accompagnandola con un'altra lettera sua, in cui partecipava le sollecitazioni che spesso riceveva da' ministri Regii desiderosi di potere spedire la causa della ribellione[190]. Diremo ora anche qui, innanzi tutto, in che modo si procedeva nelle difese. Un decreto fermava che ciascuno inquisito avesse una copia del processo (copia repertorum), ma senza nome e cognome di coloro i quali aveano deposto, «secondo lo stile del S.to Officio»; che inoltre fosse avvertito aver facoltà di scegliersi un Avvocato e procuratore a suo piacere, bensì persona cognita ed approvata dalla Curia, fornita de' requisiti necessarii, e con ciò un termine di tanti giorni per fare ogni e qualunque difesa, se intendesse e volesse farne: questo decreto era da' Giudici medesimi partecipato di persona a ciascuno inquisito, che facevano tradurre al loro cospetto separatamente. Scelto l'Avvocato, o dall'inquisito, o in mancanza dai Giudici, d'ufficio, costui recavasi nella casa di qualcuno de' Giudici a prestare il giuramento nelle mani di lui, inginocchiato, toccando i Santi Evangeli e promettendo di fare «le giuste difese» del tal di tale secondo lo stile del S.to Officio. Il Notaro e Mastrodatti consegnava allora al più presto le copie de' reperti a ciascuno inquisito, e redigeva sempre un atto di questa consegna e del seguìto ricevimento in presenza di quattro testimoni (i soliti carcerieri e carcerati) decorrendo dalla data di quest'atto il termine per le difese: talvolta pure, sia d'ordine de' Giudici, sia dietro spontanea deliberazione dell'inquisito, redigeva o autenticava una dichiarazione, in cui l'inquisito manifestava di volersi difendere, ovvero di non volersi difendere riposando nella giustizia e pietà dei Giudici, ed avendo per rato, fermo e valido quanto essi ordinerebbero, ciò che poteva farsi anche durante lo svolgimento delle difese. Mettendosi d'accordo coll'Avvocato, allorchè voleva difendersi, l'inquisito redigeva e presentava una serie di così dette eccezioni ossia articoli, in ciascuno de' quali eccepiva, poneva e voleva provare un dato fatto in sua discolpa, affermando per solito ogni volta che esso era vero, verissimo, come constava a coloro che lo sapevano o l'avevano udito: e quasi sempre cominciando dai fatti della sua buona vita fin dalla tenera età, passava, mano mano, a' fatti delle inimicizie che aveva incontrate, alla mala condotta e speciale odiosità de' testimoni che intendeva o supponeva aver deposto a suo carico[191], alla falsità ed erroneità delle imputazioni fattegli, a tutti gl'incidenti che spesso si verificavano durante i processi. Oltracciò dava una lista di testimoni a difesa, indicandone anche la residenza, i quali dovevano essere esaminati sopra tutti o sopra alcuni determinati articoli. Dal canto suo il fiscale, sugli articoli presentati, faceva ed esibiva i suoi interrogatorii, ed istantemente chiedeva che i testimoni fossero esaminati prima sopra di essi e poi sugli articoli: gl'interrogatorii erano preceduti dalle solite ammonizioni, ed esigevano le solite informazioni sulla persona del testimone, e poi le informazioni su' fatti posti negli articoli con tutte le relative circostanze, terminando con un appello alla diligenza de' Signori Giudici. In somma si teneva la via medesima del processo ripetitivo ma all'inversa: gli articoli erano presentati dall'inquisito assistito dal suo Avvocato, e gl'interrogatorii erano presentati dal fiscale; e però questi ultimi erano sempre redatti senza tante sottigliezze e con molto maggiore concisione. Dobbiamo anche dire che i Giudici talvolta cassavano qualche articolo contenente fatti già enunciati in altri articoli, e il processo presente ce n'offre un esempio; inoltre non accoglievano mai tutti i testimoni dati se erano assai numerosi, come sovente accadeva, ma ne sceglievano un certo numero a loro piacere. S'intende poi che l'Avvocato non assisteva alle sedute del tribunale, ma poteva all'occorrenza fare una comparsa e più tardi presentare una vera e propria Difesa scritta, come ne conosciamo in gran numero pervenute sino a noi[192]. Figurava poi sempre quando esauriti gli esami testimoniali e consegnatane una copia all'inquisito, costui era citato «ad dicendum», e neanche nel tribunale ma nella casa di abitazione di uno de' Giudici. Quest'ultima circostanza mostra sempre più chiaramente che non l'inquisito ma il suo Avvocato presentavasi allora in nome di lui, era interrogato se dovesse dire altro e potea forse presentare anche una Replica scritta; ma non apparisce che fossero ammesse le arringhe.
Come dicevamo, il 29 agosto i Giudici deliberarono che si procedesse alle difese; nello stesso giorno fecero tradurre alla loro presenza, l'uno dopo l'altro, il Petrolo, fra Pietro di Stilo, il Pizzoni, il Lauriana, il Bitonto, fra Paolo della Grotteria, e a ciascuno di essi separatamente parteciparono la loro deliberazione, assegnando per le difese il termine di otto giorni; poi si recarono alla carcere di fra Dionisio, che trovavasi ammalato a quel tempo, e parteciparono anche a lui la loro deliberazione e il termine stabilito di otto giorni. Sappiamo infatti che fra Dionisio fu ammalato una prima volta nell'agosto del 1600: ce lo mostra un conto di spese che vedremo più tardi fatte pe' frati inquisiti, e che contiene la nota delle medicine fornite a fra Dionisio dallo Speziale del Castello Ottavio Cesarano, con l'indicazione de' giorni in cui esse vennero fornite; e fu in questo frattempo che il Soldaniero vide fra Dionisio, gli prestò qualche assistenza e forse anche gli chiese perdono pe' travagli procuratigli coll'opera sua, come fra Dionisio asserì e il Soldaniero negò negli esami ripetitivi. Dobbiamo intanto notare che pel Campanella non fu tenuto lo stesso procedimento, senza dubbio a motivo della sua pazzia, ma ebbe in sèguito un Avvocato: per fra Pietro Ponzio poi non vi fu provvedimento alcuno, giacchè davvero in questa causa, come in quella della congiura, nulla gli si potè addebitare, all'infuori dell'intima amicizia col Campanella, provata specialmente con la scoperta delle conversazioni notturne tenute tra loro.
Il 5 settembre nel convento di S. Luigi il Vescovo di Termoli, presente anche l'Auditore del Nunzio Antonio Peri, ricevè il giuramento del dot.r Carlo Grimaldi Avvocato del Pizzoni; il 15 settembre ricevè ancora, egli solo, quello di Gio. Filippo Montella Avvocato del Petrolo, di fra Pietro di Stilo, del Lauriana, di fra Paolo e del Bitonto; il Montella nello stesso giorno prestò giuramento anche nelle mani del Vicario Arcivescovile, ma, non si saprebbe dire perchè, venne più tardi sostituito dal Rev.do dot.r Scipione Stinca, il quale prestò giuramento il 13 ottobre, e trovasi qualificato «avvocato deputato» per la difesa de' frati suddetti. Alla mancanza del Montella, seguita dalla deputazione dello Stinca, si deve forse riferire un memoriale de' frati al Vescovo di Termoli per dimandare un Avvocato, memoriale senza data, ed inserto nel processo un po' a caso, dopo le difese di fra Dionisio[193]. Nessuno Avvocato si trova nominato per fra Dionisio, comunque in una lettera, da lui scritta nell'inviare taluni articoli a' Giudici, si legga che non avea «potuto accapar dal suo Avocato la compilatione di tutti gli articoli... per la lunghezza del processo et occupationi d'infiniti altri negotii di detto suo Avocato». Il 17 settembre fu consegnata a fra Dionisio la copia de' reperti della sua causa secondo lo stile del S.to Officio, e il giorno seguente una copia analoga fu consegnata al Pizzoni; di poi (15 e 18 ottobre) fu consegnata allo Stinca la copia de' reperti della causa de' diversi frati che egli doveva difendere. Aggiungiamo che ancora più tardi (31 ottobre) fu prestato il giuramento dal dottore di leggi Gio. Battista dello Grugno in qualità di Avvocato difensore del Campanella, certamente «Avvocato deputato» anche lui, comunque di una simile qualificazione non si trovi alcun ricordo[194]. Dobbiamo dire che l'opera di questi Avvocati nel presente processo apparisce anche meno del solito. Vedremo mancanti del nome dell'Avvocato non solo gli articoli di fra Dionisio, che forse li compilò da sè, ma anche quelli del Pizzoni, ne' quali per altro la mano dell'Avvocato si rivela da qualche errore materiale circa le persone, errore che l'inquisito non avrebbe certamente commesso; pel Campanella poi vedremo una comparsa del procuratore rimasto anonimo, ma vedremo anche qualche altro atto in cui il nome dell'Avvocato non manca; infine per gli altri frati vedremo che non ci fu occasione di comparsa dell'Avvocato, perchè non si fece nulla.—Ci crediamo pertanto nel dovere di dare qualche notizia intorno a' suddetti Avvocati. Carlo Grimaldi era un dottore non ispregevole; pervenne all'ufficio di Giudice della Gran Corte della Vicaria nel 1622-23, come è attestato anche dal Toppi[195]. Il dot.r Scipione Stinca è stato da noi già incontrato una volta nel corso di questa narrazione, sotto le forche preparate pel povero Maurizio, che egli ebbe ad assistere nell'estremo momento. Apparteneva ad una famiglia illustre per magistrati, nella quale figurava tuttora il dot.r Ottavio Stinca, che abbiamo pure avuta occasione di nominare qual difensore del Duca di Vietri, ed avremo occasione di nominare ulteriormente a proposito di qualche altra singolare persona la quale verrà in iscena più tardi. Era Avvocato e sacerdote, come tanto spesso accadeva a quei tempi: nel processo è detto «Presbyter Neapolitanus» e possiamo aggiungere che era ascritto all'ordine de' Cappellani Regii, poichè abbiamo trovato il suo nome nell'elenco di que' Cappellani, ripetuto dal 1595 al 1603, nelle scritture della Cappellania maggiore esistenti nel Grande Archivio[196]. Quanto al dot.r Gio. Battista dello Grugno Avvocato del Campanella, egli era un uomo ancor più distinto. Nominato lettore delle Instituta e glose nel pubblico studio di Napoli, in sèguito dell'ingresso di Giulio Berlingieri nella Congregazione de' Gerolamini (31 8bre 1598), fu poi promosso alla lettura De Actionibus, vacata per morte di Gio. Maria Cossa, con provvisione raddoppiata in omaggio alla sua persona (ult.o di febbr. 1601); ed in tale qualità morì verso la fine del 1604, avendo a successore Ottavio Limatola, come ci risulta da' documenti sparsi nelle medesime Scritture della Cappellania maggiore[197]. Bisogna dunque riconoscere che le difese de' frati, e massime del Campanella, non si trovavano affidate a dottori di poco conto; solo si può dire che la ricerca di essi fu laboriosa, poichè durò circa due mesi, e forse, oltre il Montella, parecchi altri rifiutarono il carico di queste difese; d'altronde occorre anche vedere se vi attesero con diligenza, e su questo punto li giudicheremo all'opera.
Il 30 settembre si diè principio agli esami difensivi per fra Dionisio, co' quali si aprì il 3o volume del processo dell'eresia. Egli aveva scritto a' Giudici di non aver potuto ancora ottenere dall'Avvocato la compilazione di tutti gli articoli a sua difesa, e di averne intanto formato da sè un certo numero, pregando che sopra di questi venissero esaminati «alcuni carcerati, quali per essere stati habilitati facilmente partiranno per la Calabria»; ed è superfluo dire quanto sia per noi degna di nota siffatta circostanza, poichè ci rivela lo stato del processo della congiura pe' laici a quel tempo, e il destino di taluni tra loro, i cui nomi si leggono nella lista de' testimoni dati da fra Dionisio contemporaneamente a' suoi articoli. Appena sette furono gli articoli allora presentati da fra Dionisio, e con essi poneva e voleva provare la falsità delle deposizioni del Lauriana, e così pure del Soldaniero e di Valerio Bruno. Intorno al Lauriana, egli affermava, che costui avea già detto nelle carceri di Squillace e poi in quelle di Gerace, presenti molti, di essersi esaminato contro fra Dionisio ed altri, deponendo falsamente in materia di eresia e di ribellione persuaso dal Pizzoni, e di volersi ritrattare per scrupolo di coscienza; che poi nelle carceri di Napoli si era consigliato circa tale ritrattazione con un dot.r Domenico Monaco egualmente carcerato, il quale gli avea detto che ritrattandosi avrebbe avuta la corda e sarebbe stato mandato in galera; che quando in Napoli ratificò il primo esame, rimproverato da molti a' quali avea detto di essersi esaminato falsamente, avea risposto, «che sempre c'era tempo per accomodar la conscientia, ma non sempre c'era tempo d'evitar la corda, et la Galera, et che più facilmente si potea accomodar con Dio, che con gl'huomini, et officiali»; che dopo ciò, quando nelle litanie si giungeva al verso a falsis testibus libera nos Domine, tutti guardavano in faccia al Lauriana e ridevano, ed egli arrossiva, e quando toccava a lui dir le litanie, ometteva quel verso con grandissimo riso di tutti; che infine avea negli ultimi giorni cercato perdono ad esso fra Dionisio, facendosi più volte chiudere per questo nella stessa carcere con lui dal carceriere. Intorno al Soldaniero e Valerio Bruno affermava, che il Soldaniero, egualmente per ottenere il perdono delle falsità deposte contro di lui, gli avea fatto visite, servigi, regali e prestito di danaro; che inoltre teneva continuamente presso di sè Valerio Bruno suo servitore, e poteva presumersi avergli fatto deporre il falso, essendosi da entrambi dichiarato ne' rispettivi costituti che non aveano mai parlato tra loro, mentre a tutti era noto il contrario. Sopra siffatti articoli dava per testimoni, variamente sopra ciascuno di essi, oltre fra Pietro di Stilo e fra Paolo, Geronimo Marra, Francesco Salerno, Nardo Rampano, Cesare Bianco e tutti gli altri carcerati di Catanzaro, Giuseppe Grillo di Oppido, Domenico Monaco il dottore, Aquilio Marrapodi suo servitore e il carceriere. D'altra parte il fiscale (sempre D. Andrea Sebastiano) presentava i suoi interrogatorii al n.o di 18, preceduti dalle solite ammonizioni, e contenenti le informazioni di rutina e le informazioni su' fatti asserti negli articoli[198].—I Giudici si limitarono ad esaminare Geronimo Marra, Francesco Paterno (o forse Salerno) e un Minico Mandarino, tutti giovani sarti di Catanzaro carcerati per la congiura; e li udirono su tutti gl'interrogatorii e tutti gli articoli indifferentemente, impiegandovi la sola seduta del 30 settembre. Le deposizioni di costoro non diedero alcun risultamento serio. Nessuno sapeva nulla; nessuno avea veduto nulla. Il solo Geronimo Marra dichiarò di avere udito in Napoli il Lauriana, dopo di essere stato esaminato, dire ad alcuni carcerati, «quando uscirò, Dio provederà all'anima», ma senza aver capito a quale scopo avesse dette tali parole[199]. Perfino intorno a Valerio Bruno rimase assodato che stava in una camera diversa da quella del Soldaniero, ma non si giunse a sapere nemmeno se facesse l'ufficio di servitore presso di lui (i guai sofferti aveano resi quei testimoni più che riservati).
Una lunga interruzione si verificò dopo questa seduta, la qual cosa reca un po' di meraviglia, mentre non si può negare che fino allora si era proceduto con la più grande celerità, e se molto tempo si era impiegato nello svolgimento del processo, ciò era accaduto unicamente per l'intrinseca qualità della procedura, che nelle cause di S.to Officio era sempre scrupolosamente osservata. Bisogna dire che i Giudici ebbero a persuadersi non poter convenire questi esami sopra articoli in numero ridotto, dopo i quali si era costretti a fare nuovi esami sopra articoli in numero completo. E in tal guisa riesce di spiegarsi che il Notaro e Mastrodatti Prezioso, d'ordine del Vescovo di Termoli, il 6 ottobre si recò presso fra Dionisio, gli chiese formalmente se volesse o no difendersi, ed innanzi a testimoni rogò un atto in cui fra Dionisio dichiarò che voleva ed effettivamente intendeva fare le sue difese, e si sottoscrisse confermando tale sua volontà[200]. Ma senza dubbio non potè presentare le sue eccezioni od articoli se non a' primi del mese consecutivo, poichè si venne agli esami sopra di essi soltanto il 6 novembre. Verosimilmente fu sollecitato anche il Pizzoni a voler presentare i suoi articoli, essendo scorso da un pezzo il termine assegnato di otto giorni, ciò che era sempre tollerato dal S.to Officio, ma non poteva poi durare indefinitamente; così, mentre si menavano innanzi gli esami difensivi per fra Dionisio, si fecero ancora quelli pel Pizzoni. E certamente l'Avvocato del Campanella, non appena prestato il suo giuramento il 31 ottobre, dovè essere sollecitato del pari; giacchè poco dopo fu presentata al tribunale una comparsa, con la quale si diceva essere il Campanella pazzo, non potersene fare le difese, chiedersi un termine per provare la pazzia; e nello stesso giorno 6 novembre, quando cominciarono gli esami difensivi per fra Dionisio, cominciarono pure gli esami informativi sulla pazzia del Campanella. Sicchè dal 6 al 16 del mese venne simultaneamente esaurito tutto ciò che rifletteva la difesa degl'inquisiti principali: ma per procedere ordinatamente, sarà bene narrare prima gli esami difensivi per fra Dionisio, che erano stati già in parte iniziati, poi gli esami difensivi pel Pizzoni, che rappresentano il contrapposto degli anzidetti, infine gli esami informativi sulla pazzia del Campanella.