Il 21 novembre, d'ordine de' Signori Giudici, il Prezioso riceveva in Castel nuovo la deposizione di fra Pietro Ponzio[226], il quale, con molte particolarità e citando i testimoni, espose la comunicazione fattagli dal Lauriana in Gerace nella carcere detta la Marchisa; l'inquietudine da lui mostrata perchè si trovava «in mano del diavolo» avendo deposto molte falsità in materia di S.to Officio contro fra Dionisio e il Campanella, ad istanza del Pizzoni e parimente del Visitatore e compagno dietro minacce e promesse; la determinazione del Lauriana di volersi ritrattare con la dimanda del come dovesse procedere, e il rifiuto fattogli da esso fra Pietro di volersene occupare, per non trovarsi intrigato in queste faccende dubitando di commettere errore; la consegna di una lettera scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio per dimandare a costui il consiglio rifiutatogli da esso fra Pietro, e l'invio di detta lettera al suo destino; la non avvenuta ritrattazione del Lauriana in Gerace per paura dello Spinelli e dello Sciarava, e la dimanda di perdono avuta da lui in tale occasione; la nuova comunicazione fattagli in Napoli di volersi ritrattare, con l'invio di un'altra lettera a Ferrante Ponzio, la quale ultima lettera era stata presentata nella causa della congiura, mentre la prima, passata nelle mani di fra Dionisio, era stata presentata nella causa dell'eresia.

Il 3 e 4 dicembre furono raccolte le deposizioni di due periti calligrafi su questa lettera dal Vicario napoletano Ercole Vaccari «congiudice» nella Curia Arcivescovile. Gio. Antonio Trentacapilli «scrittore» disse che «essendo prattico, et versato nel scrivere diverse sorte di lettere cossi cancellaresche, come tonde, et corsive, potria conoscere per qualche similitudine di tratti, e di sillabe et di ligature di sillabe, et conietturare si fussero scritte da una mano istessa»; e mostratagli la lettera del Lauriana in data di Gerace 10 ottobre 1599 ed alcune sottoscrizioni del Lauriana medesimo agli Atti processuali, disse: «fatta la comparatione da lettera à lettera, da sillaba à sillaba, da tratto à tratto, e da carattere à carattere della lettera, et sottoscrittioni di fra Silvestro da Lauriana, dico che la sudetta lettera è stata scritta con inchiostro bianco, et con penna accomodata sottile, et le sottoscrittioni... sono state scritte con inchiostro più negro, et con penna accomodata più grossa, et per tale differentia non si può conoscere chiaramente che siano scritte di una istessa mano, però come esperto et al mio giudicio giudico et dico che alcune lettere delle sottoscrittioni... hanno similitudine in parte colle lettere della sottoscrittione della lettera sudetta».—Di poi Alfonso Peres esercitato in tenere la scola di scrivere et di abbaco», interrogato, egualmente, col formulario medesimo conchiuse: «dico et confermo come esperto et prattico di diverse sorte di lettere scritte à mano, che tanto la sottoscrittione che stà in piedi di dette lettere... come anco le sottoscrittioni che dicono lo frà Silvestro de lauriana hò deposto ut supra sono state et sono scritte da una stessa mano». Così mentre uno de' periti rimaneva in dubbio, l'altro affermava che la lettera in quistione era veramente del Lauriana.

Dopo tutto ciò non sapremmo dire quale fosse stata, intorno a' meriti della causa, l'opinione formatasi dal Vicario Arcivescovile e dall'Auditore del Nunzio, mentre della persona stessa del Nunzio, tenutasi così a lungo lontana, non accade dover parlare per ora; ma in quanto al Vescovo di Termoli sappiamo benissimo che rimase sempre più perplesso e dubbioso, nè soltanto sull'eresia, ma di rimbalzo anche, e maggiormente, sulla congiura; lo sappiamo da' cenni della sua corrispondenza con Roma, inserti negli ultimi Sommarii del processo compilati in Napoli, e parimente da un brano di lettera del Nunzio scritta più tardi. Il Nunzio, in una circostanza in cui ebbe a parlare di fra Marco Visitatore, disse di sapere che costui «era mal sodisfatto del Vescovo di Termoli... per l'opinione che teneva, et se ne lasciava intendere, che l'essamine fatte da lui et da fra Cornelio in Calabria fussero state fatte più per sodisfattione de Ministri Regii che per la verità»[227]; e realmente anche più di questo troviamo ne' cenni delle lettere scritte dal Vescovo a Roma, de' quali è tempo oramai di tener parola. Abbiamo già avuta altrove (vedi pag. 126) occasione di dire che il Vescovo diede continuamente ragguagli al Card.l di S.ta Severina di ciò che veniva rilevando negli esami de' frati, e di ciò che gli riusciva di sapere anche per vie estragiudiziarie: così il 19 maggio, due giorni dopo che il Campanella erasi nell'esame mostrato pazzo, diè ragguagli su questa pazzia, sulle ragioni che l'aveano fatta nascere, su' motivi che c'erano per crederla simulata, sulla necessità di adoperare la tortura. Egualmente intorno al Pizzoni, mostratosi con la spalla lesa, fece conoscere che era rimasto storpio per la tortura avuta nell'altro tribunale; intorno a fra Dionisio, mostratosi anche impossibilitato a sottoscrivere i processi verbali, fece sapere in qual modo atroce fosse stato tormentato. Nè mancò poi di scrivere, «non sembra verosimile che fra Dionisio, senza grande familiarità col Soldaniero giovane a 22 anni, avesse voluto comunicargli tante eresie»; e d'altra parte, «Aloisi spagnolo già Fiscale in Calabria (lo Sciarava) mi hà detto, che fra Gio. Battista da Pizzone non voleva confessare contro il Campanella avanti il visitatore, ma che esso li disse non hai tu detto la tale, è tale cosa d'heresia? et che all'hora testificò». Ancora non mancò di far sapere che «quando Cesare Pisano fu esaminato, il 19 ottobre 1599, già il Campanella era carcerato». E circa il processo di Calabria scrisse senza esitazione: «questo mi pare malissimamente fondato, et primo per quel che spetta à tutto il processo non si vede fondamento alcuno, et quella scrittura, che è stata posta inanzi al processo (l'elenco delle 36 proposizioni ereticali), è un compendio fatto di tutto il processo dopo che è stato finito, come mi hà detto à bocca frà Cornelio e dalla scrittura istessa appare». Circa poi la congiura fece sapere avergli fra Cornelio detto «che Fabio di Lauro di anni 20 fu il primo che gli rivelò il capitolo della ribellione, il quale Fabio riferì ad esso Vescovo medesimo avergli fra Dionisio manifestato che il Papa voleva il Regno di Napoli e molte altre cose inverosimili, dalle quali si desume essere il primo fondamento di tale Ribellione molto tenue anzi falso». Non mancò nemmeno di far rilevare la nessuna delicatezza de' primi Giudici scrivendo: «si fecero dar molti denari per provedere à questi carcerati et non gli è stato provisto, mà frà Cornelio li ha spesi in venir à Roma, et si come intendo ne diede conto alli superiori in Calabria»[228]. Passando al processo di Napoli e toccando i fatti accaduti prima del suo arrivo, fece conoscere che le due lettere scritte dal Lauriana a fra Dionisio circa l'esame fatto in Calabria, e sorprese da' carcerieri, non si trovavano nel processo della congiura, e che «D. Pietro De Vera gli riferì che erano state forse perdute giacchè erano state portate al Vicerè»; e così pure che il Breviario in cui si conteneva la corrispondenza del Pizzoni col Campanella nemmeno si trovava, come «gli riferì il notaro della causa», aggiungendo che del pari «D. Pietro De Vera gli disse che il detto Breviario era stato perduto, giacchè dato al Vicerè ed all'Arcivescovo di Taranto» (fratello confidente del Vicerè); le quali ultime notizie su' danari di Calabria, sulle lettere e sul Breviario, in fondo venivano a mostrare tutta l'incuria del Nunzio, al quale, e come Nunzio e come Giudice della causa della congiura, incombeva l'obbligo di guardare alle cose de' frati con ogni diligenza. La conclusione del Vescovo presso il Card.l di S.ta Severina fu questa: «i frati carcerati debbono essere tradotti alle carceri del S. Officio in Roma per cavarne la verità»; e su tale conclusione insistè anche con altre lettere, scrivendo: «questi rei non furono ben difesi, perchè furono perdute due lettere e il Breviario di cui diè notizia fra Dionisio Ponzio, e perchè non fu trovato un Dottore che avesse voluto scrivere in dritto a favor loro, e credo che in questa causa i testimoni habbiano deposto per isfuggire il foro secolare, per li essempi quotidiani che havevano avanti all'occhi, il qual timore si vede che persevera in essi mentre sono nelle forze de i ministri Regii, ma tengo per cosa certa che se fussero fatti venire à Roma si scopriria la pura verità dei negocii passati, et parmi apunto che questo negocio sia simile a quello di bitonto»[229]. Aggiungiamo che il Vescovo trasmise pure a Roma un memoriale di fra Dionisio intorno alla causa della congiura, concepito negli stessi sensi. Il memoriale, di cui ci dànno notizia egualmente i Sommarii de' processi, era diretto a S. S., e fra Dionisio vi diceva essere innocentissimo tanto per l'eresia quanto per la ribellione, credere di averlo abbastanza provato per l'eresia, ma dubitare di poterlo pienamente provare per la ribellione, allegando le molte ingiustizie patite da parte de' Ministri Regii, a' quali importava grandemente che non si scovrisse la sua innocenza, e il non aver potuto trovare un procuratore che non gli fosse sospetto. Faceva conoscere che molti condannati all'ultimo supplizio aveano disdette le cose deposte contro gli altri tanto in materia di ribellione che di fede, ma i Ministri Regii aveano proibito che si mettesse in iscritto qualche cosa intorno a ciò; esponeva la crudelissima tortura avuta e le inumanità sofferte in sèguito; conchiudeva supplicando il SS.mo si degnasse comandare che gli fosse data opportuna facoltà di potersi legittimamente difendere, che fosse rimosso dalle carceri secolari e tradotto nelle ecclesiastiche poichè in tal modo avrebbe potuto difendersi, che la causa della ribellione non fosse spedita sul processo sin'allora fatto come nullo ed invalido, appellandosi al SS.mo e protestando della nullità di tutta la causa e di qualsivoglia Atto di essa.

Senza alcun dubbio i frati non avrebbero potuto avere un Giudice più del Vescovo di Termoli benigno verso di loro, pur essendo ad un tempo severo applicatore della giurisprudenza inquisitoriale. La sua benignità emerge da tutti gli esami fatti e rifatti con tanta diligenza, e massime dalle diverse sue dimande d'ufficio rivolte agl'inquisiti; ma rifulge straordinariamente nel giudizio che si permise di enunciare intorno alla congiura, e nella conclusione alla quale si dichiarò pervenuto intorno a tutta la causa. Egli giudicò il primo fondamento, su cui era stata poggiata la faccenda della congiura, «molto tenue, anzi falso», ciò che per altro disse unicamente a riguardo delle ciarle che Fabio di Lauro riferiva essergli state manifestate da fra Dionisio, e ci preme assai che non rimangano equivoci su tale punto; ma il vedere quel fatto messo in rilievo da lui, che non aveva l'obbligo di occuparsene, mostra bene qual fosse l'animo suo verso gl'inquisiti. E sempre meglio ancora lo mostra la conclusione da lui palesata, che cioè i rei dovessero essere tradotti nelle carceri di Roma, sottratti al terrore delle forze de' Ministri Regii, «che se fossero fatti venire a Roma si scopriria la pura verità de i negocii passati»; con la quale conclusione egli non disse già que' frati innocenti, degni di essere liberati, ed anche qui ci preme che non rimangano equivoci, ma accolse appieno i desiderii loro, i desiderii adombrati da fra Dionisio nel suo memoriale e abbastanza apertamente espressi anche dal Campanella, che nella sua pazzia e durante la tortura gridava «al Papa al Papa, quà bisogna che venga il Papa». Senza dubbio il Vescovo di Termoli, ignaro de' riguardi e delle transazioni abituali tra le due Corti, onde talora giungevasi fino a conculcare la giustizia e a sacrificare gl'innocenti, non teneva conto delle difficoltà che si opponevano all'adempimento della sua conclusione; dovea quindi di necessità trovarsi in un ordine d'idee ben diverso da quello del Nunzio, che già abbiamo visto esclusivamente tenero della buona amicizia tra il Papa e il Vicerè, condiscendente alle richieste Vicereali purchè si salvasse l'apparenza, incurante non solo degl'interessi degl'imputati ma perfino del buono andamento della giustizia verso di loro, e, come vedremo in sèguito, censore singolarissimo dell'opera del suo collega, ciò che per certo rappresenta il migliore elogio di costui. Animato dal puro e semplice amore per la verità, il Vescovo di Termoli dovea sentirsi imbarazzato vedendo quante circostanze aveano concorso ad ottenebrarla, la prepotenza ed immanità de' Giudici Regii, la nequizia de' primi Giudici ecclesiastici, la ferocia degli odii frateschi, lo spirito di profitto da una parte, la sete di vendetta dall'altra, il terrore incusso agl'inquisiti da tutti i lati; e dovea soffrirne pure non poco, amiamo crederlo, per quel sentimento di affetto che il Campanella avea saputo da lungo tempo ispirargli, e che se non giunse mai a farlo deviare un solo momento da' suoi doveri d'Inquisitore, lo rese certamente sempre più caldo nella ricerca della verità. Ma la morte venne a toglierlo da tanta inquietudine, e venne anche a togliere a' frati inquisiti l'unico sostegno, su cui potevano contare nella loro infelice condizione.

III. L'anno 1601 s'iniziava con tristi auspicii pe' poveri frati. Il 1o gennaio il Vescovo di Termoli moriva nel convento di S.ta Caterina a Formello, presso la porta Capuana, convento del suo ordine, in cui si era negli ultimi mesi recato, abbandonando quello di S. Luigi, e il 2 gennaio era sepolto nell'attigua Chiesa di S.ta Caterina. Nessuna memoria speciale ricorda il buon Prelato, ma in una lapide posta non lungi dalla sacristia, rilevata dall'Engenio[230] e poi, a quanto pare, dispersa, si leggevano i «Nomi e Cognomi dell'Illmi Cardinali, e Rev.mi Arcivescovi et Vescovi che sono sepolti in questa venerabil Chiesa, come quivi di sotto sono scritti, e la maggior parte sono sepolti con li Padri sacerdoti», e l'ultimo dell'elenco, l'11o, era «il Rev.mo Maestro Alberto di Firenzuola del medem' ordine Vescovo di Termoli, morì à 3 di Gennaio 1601» (sic). Le circostanze della sua morte ci sono interamente ignote finora. Nel Carteggio del Nunzio una lettera del 3 gennaio, dopo notizie di tutt'altro genere, reca anche questa: «hieri si diede sepoltura al Vescovo di Termoli in S.ta Caterina à Formello, dove si era ritirato come frate di quella Religione di S. Domenico»[231]; nè si trova una parola sola di chiarimento e anche meno di compianto per la perdita del collega Giudice in una causa di tanto rilievo! La Narrazione del Campanella poi, a proposito di questa morte, reca qualche parola che ha tutto l'aspetto di una insinuazione, oltre le solite affermazioni spinto che il Campanella sapeva ben trovare a sua difesa: «Sendo per la causa del S. Officio venuto dal Papa per Commissario il Vescovo di Termoli M. Alberto Tragagliola, e si scoperse la falsità del processo di ribellione per le molte ritrattation che fur fatte dalli testimoni vivi e morendo; e per le contradittioni, e sconvenienze, e manifeste scolpationi dell'heresie trovate per schifar la pena della finta ribellione, el detto Vescovo si fè intendere, che volea liberar tutti, anche che il Vicerè e Fiscali con promesse e minacce lo voleano levar di questo proposito, e venne a morte, Dio sà perchè, e disse morendo «mi dispiace ch'io moro, e non ho liberato questi frati» e lo scrisse al Papa». Adunque la morte del Vescovo sarebbe stata forse procurata nientemeno che dal Vicerè e da' fiscali: ma nulla veramente autorizza ad accogliere un sospetto si grave, nè quel Vescovo avea propriamente scoperta la falsità del processo della congiura, il quale trovavasi fuori la sua ingerenza, nè volea propriamente liberare tutti i frati; e se avesse scritto al Papa in questo senso, i Sommarii de' processi ecclesiastici non avrebbero mancato di riferirlo. Ben potè rincrescergli che morendo rimanevano i frati senza alcuno appoggio; e dal complesso delle affermazioni del Campanella deve anche conchiudersi che il Vescovo effettivamente non faceva un mistero assoluto delle opinioni che su que' negozii si avea formate, e «se ne lasciava intendere», come il Nunzio scrisse più tardi a Roma.

Naturalmente un'interruzione si verificò nel corso del processo, non solo perchè dovè sostituirsi un nuovo Giudice al Vescovo di Termoli, ma anche perchè doverono in Roma studiarsi gli Atti processuali fin allora compiuti per mandare a Napoli istruzioni su quanto rimanesse a farsi ulteriormente. E frattanto il Governo Vicereale raddoppiò le sue insistenze, perchè si terminasse una volta la causa dell'eresia, e si potesse così spedire quella della congiura. Già abbiamo visto che fin dall'8 settembre, nel mandare a Roma la copia del processo offensivo e ripetitivo, il Nunzio avea partecipato le premure fattegli dal Vicerè e da' suoi Ministri; ma dopo di aver mandata la copia anche del processo difensivo, non cessò mai di sollecitare una risoluzione, e di far conoscere le vive istanze dei Ministri Regii e de' «Deputati insieme seco nella causa della ribellione», vale a dire anche di D. Pietro de Vera certamente dietro doglianze del Vicerè. Così nella lettera stessa di annunzio della morte del Vescovo di Termoli, e in molte altre successive, del 19 e 26 gennaio, del 2, 16 e 23 febbraio e del 15 marzo, non si trova altro che una serie di comunicazioni nello stesso senso, leggendosi: sono stato sollecitato «nè solo hora ma infinite altre volte per il passato, si che hò havuto et hò che disputare»...; «vengo di nuovo sollecitato molto per la speditione della causa de' frati»...; «son di continuo molestato da questi Ministri Regii per la speditione della causa della ribellione» etc.[232]. Queste lettere, non pubblicate dal Palermo, son rimaste ignorate; ma vede ognuno quanta importanza esse abbiano per raddrizzare certi giudizii molto inesatti, che sono stati proferiti sulla condotta del Governo spagnuolo nella faccenda del Campanella.

Il 24 marzo (non maggio come fu letto dal Palermo) il Card.l di S.ta Severina partecipava finalmente al Nunzio la risoluzione di S. S., che Mons.r Vescovo di Caserta intervenisse nella causa del Campanella e complici «nell'istesso modo che faceva Mons.r Vescovo di Termoli»; oltracciò l'ordine dato, dopo aver visti i processi, di far nuove diligenze col ripetere alcuni testimoni ed esaminarne altri, come pure di far «diligenze sopra la simulatione della pazzia di esso Campanella» secondo che scriveva a lungo a Mons.r di Caserta, il quale glie l'avrebbe comunicato[233]. E nel processo dell'eresia abbiamo appunto la lettera del Card.l di S.ta Severina al Vescovo di Caserta; ma crediamo bene dar prima qualche notizia sulla persona del Giudice, cui doveva oramai deferirsi ogni cosa, come già al suo predecessore.—Vescovo di Caserta era D. Benedetto Mandina, nato in Melfi di nobile famiglia. Aveva già prima esercitato in Napoli l'avvocatura con un certo credito, e poi, illuminato da un grave calcio di cavallo ricevuto ad una gamba mentre cavalcava con gran sèguito di suoi clienti, era entrato nella Congregazione de' Chierici regolari al convento di S. Paolo nel 1583. Successivamente trasferitosi a Roma, perchè pure in S. Paolo era sempre consultato per faccende legali, gli accadde la cosa medesima da parte delle diverse Congregazioni, onde venne in credito tanto maggiore, e da Clemente VIII fu creato Vescovo di Caserta nell'ultimo di gennaio 1594[234]; poco dopo, nel 1595, fu inviato come Nunzio in Germania, in Boemia, in Polonia, presso Massimiliano, Rodolfo, Sigismondo ed altri Principi, a' quali fece un'orazione nel convegno di Varsavia, determinandoli alla lega contro i turchi e a quella guerra in cui si ebbe la famosa rotta di Agria che abbiamo già avuta occasione di ricordare a proposito del Bassà Cicala. Al suo ritorno, dopo la morte di Mons.r Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento avvenuta nel 1598, gli fu affidata anche la carica di Ministro della S.ta ed Universale Inquisizione Romana nel Regno, e però, naturalmente, avrebbe dovuto a lui esser commessa la causa del Campanella se fin da principio si fosse trovato presente in Napoli. Tutti questi elevati ufficii da lui tenuti, a' quali venne poi ad aggiungersi anche la sopraintendenza della Chiesa Arcivescovile di Napoli dopo la morte del Card.l Gesualdo, fanno intendere l'opportunità della sua vocazione a Chierico Regolare, e fanno anche intendere la profusione di lodi cantategli da' suoi biografi[235]. Era caritatevolissimo, generosissimo, giustissimo; lo si disse perfino morto in concetto di santità come il P.e Beccaria (solo pel Vescovo di Termoli non ci fu alcuno che sentisse il menomo odore di santità). Erasi fin dal tempo del suo laicato «esercitato in tutte le opere di carità nel sodalizio della SS.ma Trinità de' Pellegrini al quale avea dato il suo nome»; la generosità ed umiltà sua l'aveano ridotto al punto che si rappezzava le vesti da sè medesimo etc. etc. Inoltre «nell'amministrar la giustizia era innocentissimo», ma severo co' delinquenti, ed una volta, in Caserta, gli fu dato il veleno nel vino con cui celebrava la Messa, ed egli se ne avvide, e perdonando chiunque glie l'avesse dato, se ne venne immediatamente a Napoli per curarsi. Da parte nostra non ci saremmo permesso il menomo dubbio su così splendide virtù, se non avessimo trovato fatti assolutamente opposti nella trattazione della causa del Campanella e socii.

Ecco ora in breve quanto il Card.l di S.ta Severina scriveva al Vescovo di Caserta nella stessa data 24 marzo; la lettera fu inserta nel processo, iniziando con essa la serie degli atti compresi nel 4o volume[236]. Per ordine di S. S. egli doveva intervenire nella causa del Campanella «con l'istesso modo, et autorità che faceva il Vescovo di Termole», e però gli si mandava una copia del Sommario del processo. Dovevano farsi alcune nuove diligenze «co' testimonii tra' quali può essere contestura, à fine di convincere il detto Campanella, poichè degl'inditii ve ne sono assai», ma ciò nella diocesi di Squillace, dal Vescovo di quella diocesi che allora trovavasi in Roma e presto se ne sarebbe tornato; si erano quindi redatti in Roma alcuni articoli addizionali per la ripetizione de' testimoni, e se ne mandava la copia a Napoli per farli presentare in processo e darne comunicazione legale al procuratore del Campanella, il quale avrebbe redatti gl'interrogatorii da doversi fare sopra i detti articoli e da doversi mandare a Squillace. Trovandosi carcerati in Napoli due di que' testimoni, cioè Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco (e ben si vede che il S.ta Severina non conosceva la condanna all'esilio già in corso pel Contestabile), dovevano essere egualmente esaminati, ed anche ripetuti su' medesimi interrogatorii ed articoli laddove avessero deposto cose rilevanti. Infine dovevano pure per ordine di S. S. farsi le diligenze necessarie per scoprire la simulazione della pazzia del Campanella a questo modo: «che si faccia visitare da Medici più volte, et poi si habbia il loro parere in scritti, et anco se gli dia il tormento della veglia con quella circonspettione che parerà conveniente per scoprire, et ritrovare questa simulatione di pazzia». Tutte queste cose egli dovea comunicare a' suoi colleghi, al Nunzio ed al Vicario Arcivescovile.

Mandava perciò il Card.l di S.ta Severina l'elenco delle diligenze da doversi fare in Squillace e parzialmente in Napoli, coll'indicazione de' testimoni da doversi esaminare e ripetere su ciascuno de' fatti che si volevano provare; inoltre gli articoli, ne' quali si trovavano espressi i più cospicui tra codesti fatti[237]. I testimoni erano parecchi. E dapprima fra Simone e fra Dionisio di Placanica, e fra Domenico di Riace; questi erano stati nominati da fra Gio. Battista di Placanica, siccome presenti alle due affermazioni del Campanella, la fornicazione non essere peccato, e la legge dei turchi essere migliore di quella de' cristiani. Dippiù Tiberio e Scipione Marullo, Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace, Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, Giulio Presterà, Francesco Bono, Fabrizio e Paolo Campanella, fra Scipione Politi, tutti nominati dal Petrolo come coloro a' quali il Campanella avea comunicate diverse eresie delle quali si dava un ricordo. Dippiù altri ed altri ancora, nominati nel primo processo del Vescovo di Squillace, siccome presenti alle affermazioni del Campanella, del potersi salvare anche senza il battesimo, del non esser valida la Messa celebrata da chi si trovasse in peccato mortale. Infine anche D. Marco Petrolo, nominato da Cesare Pisano come presente al sermone di fra Dionisio nella casa di Gio. Alfonso Grillo; nella quale occasione poteva esaminarsi anche Tiberio Lamberto che avea detto volere il Campanella predicare una nuova legge.—Gli articoli, compilati dal solito Procuratore fiscale Rev.do Giulio Monterenzio bolognese, furono solamente quattro, attestanti avere il Campanella osato affermare «etiam cum pertinacia», che non valeva, e dava solo qualche vantaggio temporale, la Messa celebrata essendo il sacerdote o l'instante in peccato mortale, che poteva esservi salvazione senza battesimo, che non occorrevano tante religioni di frati, le quali cose erano notorie nella diocesi di Squillace e qua e là nella Calabria anche prima della carcerazione del Campanella. Il fatto di maggiore importanza in questi articoli fu la qualificazione della causa del Campanella, che venne detta «di eresia e di relapso»; per la prima volta non si parlò più di ateismo e si cominciò invece a parlare giudizialmente di relapso, ciò che era ben più grave nelle sue conseguenze, come abbiamo già avuta occasione di mostrare altrove[238].

Avuta la lettera e gli atti or ora indicati, il Vescovo di Caserta recatosi dal Nunzio, secondochè ci fa sapere una lettera di costui del 30 marzo[239], disse che per allora gli occorreva andare alla sua Chiesa, ma sarebbe presto tornato per condurre a termine la causa. Ed intanto si provvide che fin dallo stesso giorno 30 marzo fosse data all'Avvocato assegnato al Campanella la copia degli articoli addizionali, col termine di due soli giorni per produrre gl'interrogatorii; e il 2 aprile, il magnifico Gio. Battista dello Grugno, che questa volta si nominò, produsse 11 interrogatorii, scritti nelle solite maniere, ma meno banali, più conducenti allo scopo, e in diversi punti non senza un certo acume. P. es. a proposito del non essere necessarie tante religioni, egli volle che i testimoni dicessero se ciò era stato affermato nel senso che non fossero necessarie nelle città, ovvero nel senso che non fossero buoni mezzi di salute; a proposito del potersi salvare senza battesimo, egli volle che i testimoni dicessero se ciò era stato affermato parlando del battesimo in re, ovvero del battesimo in voto. Del resto, come Atti riguardanti la persona del Campanella, noi ci siamo creduti in debito di riportarli tra' documenti, e i lettori potranno giudicarli[240].—Mettiamo qui, per non intralciare la narrazione, che gli articoli del fisco vennero subito mandati a Squillace, ma in ultima analisi non si potè quivi conchiuder nulla, come ci mostrano due lettere del Card.l di S.ta Severina, l'una al Nunzio scritta il 30 marzo, l'altra al Vescovo di Caserta scritta parecchi mesi dopo[241]. I testimoni in generale probabilmente aveano fin perduta la memoria di quelle proposizioni; parecchi tra loro e i più importanti, come il Vua e il Prestinace, erano irreperibili, poichè si tenevano nascosti per isfuggire i rigori del Governo; ed oltre a tutto ciò fra non molto tempo, nel giugno di quell'anno, il Vescovo di Squillace se ne morì, onde la Sacra Congregazione di Roma dovè persuadersi che non c'era più nulla a sperare da quella via. Dalla via di Napoli poi nemmeno si potè raccapezzare qualche cosa, e il risultamento più certo dovè esser questo, che il Governo Vicereale rimase tanto più sospettoso ed irritato per quelle lungaggini, le quali doveano parergli tergiversazioni.