Il 7 aprile fu esaminato Geronimo di Francesco, uno de' due testimoni da doversi interrogare in Napoli secondo le ultime prescrizioni di Roma. Il Vescovo di Caserta si era già istallato in Napoli, ciò che mostra in lui molta alacrità nel compiere l'ufficio suo, e conosciamo che prese stanza nelle case di S. Andrea delle monache, propriamente nel palazzo posto all'angolo tra la via di Costantinopoli e quella della Sapienza. Aggiungiamo che il Nunzio medesimo, al contrario di quanto avea fatto durante la vita del Vescovo di Termoli, non mancò mai più alle sedute, o almeno alle sedute riguardanti la trattazione dell'argomento principale. Il di Francesco, interrogato, disse di conoscere molto bene il Petrolo e il Campanella patriotti suoi, di aver trattato poco col Petrolo, ma aver desiderato di far amicizia col Campanella «per la nominata che sentiva di esso, di essere litterato, et nominata di esser dotto»: ma soggiunse che fu colto da una infermità che lo tenne a letto cinque mesi, onde non potè trattare con lui, e poi per un cattivo ufficio fattogli da esso Campanella presso certi suoi parenti, al punto da metterlo in questione con loro, gli divenne nemico. Dietro altre interrogazioni, disse di non aver mai trattato da solo a solo col Campanella, di avergli parlato una volta di cose comuni insieme con fra Pietro di Stilo, di averlo un'altra volta visto «in sua cella dove legeva di filosofia» essendosi lui fermato alla porta senza parlargli, e di avergli forse qualche altra volta parlato in piazza, senza ricordarsi di che, presenti Marcello Dolce, morto, e Gio. Francesco d'Alessandria (che sappiamo nascosto e forgiudicato; sempre testimoni irreperibili). Soggiunse di non ricordarsi che in presenza sua il Campanella avesse mai parlato di cose di fede. Con ciò manifestamente non v'era alcun luogo a ripetizione, e gl'interrogatorii e gli articoli doveano mettersi da banda.—Ci sarebbe stato da esaminare anche Giulio Contestabile; ma non si sapeva nemmeno dove si trovasse, ed è certo che, oltre un mese dopo questo al quale siamo pervenuti, il Nunzio non era riuscito ad averne notizia, come rilevasi da una sua lettera al Vescovo di Squillace[242].

Fu quindi sospesa la trattazione della causa, probabilmente con la speranza di trovare la persona del Contestabile, ed anche con la speranza di avere qualche risultamento dalle informazioni commesse a Squillace. Scorsero cosi presso a poco due mesi senza far nulla, e può intendersi con quanta mala soddisfazione del Governo Vicereale: ma si verificarono in questo periodo di tempo diversi avvenimenti, de' quali andiamo a dar conto. E dapprima furono ripigliate le sedute dell'altro tribunale per trattare la causa del clerico Marcantonio Pittella, che le forze Regie aveano catturato nuovamente dopo la sua fuga: ma di questo, che non entra nell'argomento attuale della nostra narrazione, discorreremo altrove. Un avvenimento, da doversi qui ricordare, fu l'invio di un memoriale di fra Pietro Ponzio a S. S., per reclamare un provvedimento intorno alla sua singolare posizione. Non ci è venuto sott'occhio il testo del memoriale, ma ne abbiamo trovato qualche altro consimile inviato più tardi dallo stesso fra Pietro, che non cessò mai dall'inviarne; e in sostanza egli, non vedendosi incriminato in nulla, chiedeva di essere giudicato, e non trattenuto in carcere solamente perchè germano di fra Dionisio. Il Nunzio, cui fu trasmesso il memoriale dal Card.l S. Giorgio, con sua lettera del 6 aprile rispose, esser vero che fra Pietro «fu preso come fratello di fra Dionigi Pontio capo insieme con il Campanella della pretensa ribellione, pretendendolo informato di essa, et non havendo trovato contra di lui cosa di fondamento, si sarebbe liberato con molti altri che si liberarono, se egli stesso con i ragionamenti fatti di notte con il Campanella da certe finestre non si fosse reso sospetto d'esser informato del tutto; et perchè questa causa della ribellione resta sospesa da quella della Inquisitione, per questo non si è passato più avanti contro di lui; quando si tratti di nuovo di questo negotio, che potrà esser presto, per la speditione che si deve dare ad un Clerico (int. il Pittella), che dopo d'essere stato un pezzo latitante è venuto finalmente in mano della Corte, et la sua causa è in speditione, procurerò si tratti anche di spedir quella di questo fra Pietro, che per quanto vado considerando deve essere anche lui di mala razza»[243]. Vegga ognuno se possa dirsi questo il linguaggio di un Giudice serio e giusto: d'altronde egli non fece nulla di quanto promise; scorso poco più di un mese il Pittella era già fuori carcere come si rileva dalla sua lettera al Vescovo di Squillace, e fra Pietro rimaneva a languire nel Castel nuovo[244].

Un altro avvenimento d'importanza anche maggiore fu l'invio di un memoriale di fra Dionisio a S. S., per far conoscere che fra Marco di Marcianise avea mandato fra Cornelio in Ispagna, la quale circostanza poteva ben connettersi con le loro gesta in Calabria contro i poveri frati[245]. S. S., per mezzo del Card.l di S.ta Severina, ingiunse al Nunzio che s'informasse di tale partenza di fra Cornelio per la Spagna, «da chi vi sia mandato, et à che effetto»; ed il Nunzio, con sue lettere del 6 e del 20 aprile, rispondeva in certi termini che meritano di essere testualmente riferiti e ben considerati. «Quanto al particolare che mi domanda di quel fra Cornelio, posso dirle che hò parlato à chi l'hà visto in Genova per la volta di Spagna, et hò ritratto che è andato con partecipatione del Sig.r Vicerè, nè son lontano à credere che sia stato di consiglio et d'ordine di quel fra Marco da Marcianise, il quale sò che era mal sodisfatto del Vescovo di Termoli, che Dio habbia in gloria, per l'opinione che teneva, et se ne lasciava intendere, che le essamine fatte da lui et da fra Cornelio in Calabria fussero state fatte più per sodisfattione de Ministri Regii che per la verità, et Dio voglia che l'opinione in ciò di detto Vescovo non l'habbia fatto più largo di quel che conveniva in dar adito à quei frati di ritrattare le loro confessioni, come mi lasciai un tratto intendere che mi pareva, et ne avvertii, se bene lasciavo guidare à lui il negotio, come pratico et essercitato lungo tempo in cotesto S.to officio dal quale era stato deputato, ma per le molte occupationi non potei sempre trovarmi à quelle lunghe repetitioni et difese che potettero fare, vi mandai bene il mio Auditore quelle volte che non potei esser io. Se sarà vero, come temo, che detto fra Cornelio sia andato alla Corte per scusare tal fatto, ò per far altro officio concernente questo interesse, lo reputerò molto errore et del Marcianese et di lui, perchè se erano mal sodisfatti dovevano pigliare altra strada». Ed in sèguito: «Hò havuto occasione di parlare con il Padre Fra Marco da Marcianise, il quale mi hà detto che egli (fra Cornelio) è andato in Spagna principalmente per un negotio del Sig.r Carlo Spinello, et che sapeva che haveva parlato al Sig.r Vicerè avanti partisse, et che poteva esser che trattasse là del negotio della ribellione et dell'Inquisitone, poi che si era trovato in Calabria à quei Processi, ma che sopra di ciò non gli haveva ordinato cosa alcuna. Come si sia, non voglio dubitar punto che ne parlerà, et questo non sò se potrà piacere; saprà V. S. Ill.ma quello che dovrà farsi»[246]. Con ogni probabilità il Card.l di S.ta Severina non fece nulla contro que' frati: ma ciò che riesce ancor più interessante per noi è il vedere il Nunzio riscaldarsi tanto, sol perchè poteva essere alla Corte di Spagna riferita sotto mala luce l'opera de' Giudici ecclesiastici di Napoli, e con questa preoccupazione, intento solo a salvare sè medesimo, spingersi fino a censurare l'opera del defunto Vescovo di Termoli. Egli che non aveva forse nemmeno letto il processo di Calabria, egli che certamente non aveva avuto cura de' più sacri dritti degl'inquisiti nel tribunale della congiura e d'altra parte aveva assistito ben poco alle sedute del tribunale dell'eresia, egli osava mettere innanzi i suoi scrupoli, perchè il Vescovo di Termoli era stato largo nel dare agl'inquisiti agio di ritrattarsi, ed aveva professata l'opinione che i processi di Calabria fossero stati fatti piuttosto per dar soddisfazione a' Ministri Regii. Ed era proprio bene scelto il momento per fare queste osservazioni, mentre que' due ribaldi davano la miglior dimostrazione che il Vescovo di Termoli era nel vero, e facevano manifesta la loro scelleraggine, ricorrendo a Spagna d'accordo col Vicerè e con Carlo Spinelli. Ma bisognava dunque schiacciarli ciecamente quegl'inquisiti per non turbare le buone relazioni con la Corte di Spagna, bisognava sacrificarli alla «ragione di Stato», della quale ben si vede che non a torto si dolse continuamente in versi ed in prosa il Campanella. Per verità il Campanella e socii potevano essere molto colpevoli, ed anzi per noi giuridicamente lo erano, ma meritavano senza dubbio Giudici assai migliori di quelli che ebbero.

L'ultimo avvenimento, che si verificò nel periodo di tempo al quale siamo pervenuti, fu la morte dello sciagurato fra Gio. Battista di Pizzoni. Il 14 maggio, dopo tante sofferenze per la spalla slogata e suppurata, dopo un'apoplessia che gli tolse la parola per quattro giorni (circostanza da notarsi), egli spirò nelle carceri del Castello: lo mostra un'informazione, che d'ordine de' Giudici fu presa da Gio. Camillo Prezioso, e sulla data della morte concorda anche la notizia che ne abbiamo trovata ne' libri Parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo. Difatti in un elenco di morti posto al sèguito del libro III, col titolo «Memoria de quilli che morino in questo Castello novo dal di 23 de giugno fatta 1597» si legge: «A di 14 de maggio 1601 morse fra gio. batt.a calabrese». Con questa vaga indicazione, impossibile a decifrarsi senza l'aiuto di altri documenti, trovasi registrato l'amico intimo divenuto poi accusatore del Campanella, colui che fornì la base principale a quei processi, onde il povero filosofo ebbe a patire tante miserie, ed egli medesimo fu tratto ad una precoce fine odiato e malmenato da tutti.—L'informazione su questa morte fu presa il 1o giugno, e fu inserta nel 3o volume del processo, al sèguito delle difese che il Pizzoni avea fatte. Vennero esaminati Alonso Martines carceriere, Antonio de Torres carceriere anche lui e socio del Martines, inoltre Marcello Salerno carcerato per la ribellione, che già abbiamo conosciuto in altri Atti precedenti. Il Martines espose la malattia e la morte del Pizzoni a questo modo: «l'infermità sua fù che havea un braccio guasto per la tortura che hebbe quà in questo Castello per ordine delli Officiali Regii per la causa della ribellione (si vede bene che il Nunzio, la tonsura di D. Pietro De Vera, il Breve e Clemente VIII, non bastarono per far credere nemmeno al Prezioso, che raccolse la deposizione, essere sul serio quel tribunale per la ribellione un tribunale ecclesiastico); et per tal causa a lo braccio se li fece una postema, et dalla postema poi... se li fece una piaga, et li sopravenne un discenso grande che li levò la parola, et sequitandoli quella infirmità trà quattro giorni se morì, et morse la notte de li quattordici di detto mese di maggio, alle cinque hore, et io lo viddi morto ad una camera dove stava, e morse in questo regio Castello novo, et non solo lo viddi morto ma anco lo viddi sepellire alla sepoltura dove si soleno sepellire li preti, et di detta morte di frà Gio. Battista de pizzone ne è stata et è publica voce et fama in questo Castello novo trà quelli che lo conoscevano, è così è la verità». Le cose medesime esposero in sostanza anche gli altri, con un identico formulario; potrebbe appena rilevarsi che aggiunsero essere stato il Pizzoni leso nel braccio destro, avere usato molti rimedii inutilmente, avere avuta la visita di due medici etc. In conchiusione la morte di lui risultò con siffatte testimonianze legalmente accertata.

Intanto fin dagli ultimi giorni di maggio erano in corso i preparativi per ripigliare il processo, in adempimento delle diligenze ordinate da Roma a fine di scovrire la pazzia simulata del Campanella. Si era provveduto che due medici visitassero più volte il Campanella, come risulta da una delle fedi che costoro scrissero e come d'altronde era stato da Roma ordinato; ma senza attendere tali fedi, si era provveduto anche quanto occorreva pel tormento della veglia; per questo dovè farsi venire ogni cosa dalle carceri della Vicaria, poichè sappiamo di certo essere stato della Vicaria uno degli aguzzini che a suo tempo vedremo entrare in iscena. Siffatti preparativi, che non potevano tenersi nascosti, posero in agitazione vivissima i poveri inquisiti: apparve a tutti che specialmente o fra Dionisio o il Campanella fossero sul punto di avere un tormento de' più gravi, e che di poi sarebbe venuta la volta degli altri; si pensò quindi di fare qualche tentativo capace almeno di trattenere un poco l'amministrazione del tormento.

Il 3 giugno fra Pietro di Stilo trasmise con una sua lettera al Vescovo di Caserta alcune carte del Campanella, sulla provenienza delle quali, dovendo nascondere il vero, fece una narrazione abbastanza inverosimile[247]. Erano le proprie Difese con gli Articoli Profetali, che il Campanella aveva scritte durante il processo della congiura, e che non aveano potuto essere presentate a tempo debito. Fra Pietro, che fin dall'inizio di questi processi avea prescelto di far la parte dell'ignorante, mostrando di non conoscere che cosa quelle carte rappresentassero, scriveva al Vescovo di aver ricevuto dal Campanella già da un anno, poco dopo il suo primo tormento (il tormento del polledro), alcune carte scritte di sua mano, con preghiera che le facesse copiare e le conservasse, perchè erano cose di molta importanza; ed egli le avea prese, e perchè non le intendeva, le avea fatte leggere all'olim fra Gio. Battista di Pizzoni (sempre citato il morto o l'assente) acciò vedesse se ci fossero cose di S.to Officio da poterlo compromettere, nè avea mai più potuto riaverle, dicendogli il Pizzoni che le avea perdute e che erano cose sospette; ma appunto nella sera precedente le avea riconosciute tra altre carte lasciate dal Pizzoni, e per suo discarico le consegnava a S. S.a Ill.ma, perchè vedesse se c'erano cose di eresia come il Pizzoni avea detto, e provvedesse secondo giustizia, assicurando che quelle carte erano «il vero trasunto di quelli scritti del detto frà Thomaso Campanella».—Da parte sua fra Dionisio, il 4 giugno, trasmise con una sua lettera a' Giudici, perchè provvedessero come meglio fosse loro parso di giustizia, una lettera a lui diretta dal Petrolo fin dal 28 maggio, nella quale costui, dicendosi infermo ed abbandonato, scriveva: «intendo che si fanno molti preparamenti di tormenti, e dubito che non siano per V.a Reverenza, o per il Padre Campanella, io, come hò possuto vedere nella copia del processo suo, non m'hò esaminato contra V.a paternità in niente, perche non ci era occasione, si bene mi hò esaminato contra di frà Thomaso ad un certo fine, ch'io esposi in un memoriale all'Ill.mo Sig.r vescovo di Termoli olim commissario di questa causa (pia menzogna, sempre citando il morto), per il quale memoriale credeva io che fossemo tutti rimessi alli nostri superiori, ma vedo che non ha fatto effetto mentre cquà si tormenta, dunque vostra paternità mi favorisca di avvisare li signori superiori e protestarsi che facciano la causa nelle carceri delli nostri superiori (ciò era stato già eseguito appunto da fra Dionisio), ò vero che prima che procedano a cosa alcuna mi reesaminino» etc.[248]. Evidentemente questa lettera, fatta scrivere dal Petrolo infermo, era un pretesto per pigliar tempo e scansare il tormento almeno per qualche giorno; la lettera medesima di fra Pietro di Stilo, senza dubbio poggiata su qualche cosa assai più concludente, non aveva uno scopo diverso; ma i Giudici cominciarono per fare amministrare il tormento, e di poi, anzi durante il tormento, si occuparono di tali lettere ad essi inviate.

Il 4 giugno dunque il povero Campanella ebbe quell'atroce tormento detto la veglia, prolungato senza misericordia fino alla metà del giorno successivo. E prima di tutto dobbiamo spiegare in che consisteva la veglia, ed inoltre rammentare in che modo lo stesso Campanella ne parlò specialmente nella sua Narrazione. Anche qui le più esatte notizie ci sono fornite da un medico, e questa volta de' più celebri, da Paolo Zacchia. Si conosce che la veglia fu inventata nella 1a metà del 1500 da Ippolito de Marsiliis, famoso criminalista bolognese e Giudice nella Valle Lugana, «avverso gli ostinati e coloro i quali non temevano i tormenti». Egli si serviva soltanto di uno scanno di legno su cui faceva sedere l'inquisito per 40 ore, con due uomini a lato, i quali, ogni qual volta l'inquisito accennava a dormire, gli davano con la mano sul capo e glie lo sollevavano per tenerlo desto, venendo di tempo in tempo surrogati da altri, mentre i primi andavano a riposare; e il De Marsiliis si applaudiva molto di questo suo trovato, il quale, come egli scrisse, eragli parso piuttosto una cosa da ridere che un tormento, prima che ne avesse fatta l'esperienza, mentre invece ebbe a vedere «non trovarsi alcuno tanto feroce da potervi resistere» (era feroce l'inquisito, non il Giudice); al più tardi in due notti ed un giorno, con la promessa del riposo, l'inquisito confessava tutto, e però bisognava rammentarsi di questo genere di tormento che era della massima potenza e non affliggeva il corpo, «sicchè per esso il Giudice non incorreva mai in sindacato». Immediatamente i suoi contemporanei e successori se ne giovarono, accertandone tutti i vantaggi, come li accertò p. es. Paolo Grillando nel suo trattato. Ma il progresso si fece sentire anche in questo tormento, e si cominciò coll'aggiungervi copioso cibo e vino in precedenza, acciò il sonno divenisse tanto più grave, e si finì col modificare lo scanno ed associarvi altre specie di tormenti per accrescerne l'efficacia. Così diedesi allo scanno una maggiore altezza affinchè i piedi dell'inquisito non poggiassero a terra, ed anche una superficie non piana ma ad angolo, denominando perciò lo scanno capra, cavallo o cavalletto, affinchè le parti deretane dell'inquisito ne venissero travagliate. E vi si associò pure la sospensione dell'inquisito alla corda con le braccia torte in dietro, nei soliti modi, ed anche con gli omeri fermati mediante funicelli alle mura laterali della stanza, talora perfino col petto fermato mediante una fascia al muro corrispondente al dorso, senza dubbio per impedire che l'inquisito col dondolarsi potesse sfuggire l'azione dello scanno. Infine vi si aggiunse lo scostamento, e l'elevazione forzata degli arti inferiori, mediante un lungo bastone posto per traverso, sulle cui estremità venivano ligati i piedi con altri funicelli, mentre un terzo funicello attaccato alla parte media del bastone lo attirava verso il muro di fronte, senza dubbio per impedire del pari che il tormentato, con lo stringere le cosce sullo scanno, potesse di tempo in tempo sottrarre le sue parti deretane all'azione di esso. Prospero Farinaceo, criminalista appunto del tempo del quale trattiamo, volle mostrarsi umanitario rifiutandosi di descrivere il tormento della veglia, perchè, egli disse, non era «nè aguzzino nè birro»; ma l'Ambrosino accennò alle condizioni dello scanno, alto 7 o 8 palmi, fornito di tre piedi e a superficie angolare ottusa, su cui doveva poggiare l'inquisito con le parti deretane nude, aggiungendo di aver visto talvolta lo scanno ad angolo acuto, che poteva uccidere il torturato venendogli rotte e perforate quelle parti. Paolo Zacchia, di poco posteriore per tempo, ci diede la descrizione completa del tormento quale allora si usava, e non è dubbio averlo dovuto il Campanella sostenere presso a poco in quella maniera perfezionata, che lo Zacchia descrisse e che noi abbiamo stimato necessario riferire[249]. Che al Campanella sia stata amministrata la veglia secondo gli ultimi perfezionamenti risulta dall'Atto del suo tormento, in cui oltre lo scanno di legno detto il cavallo, la sospensione alla corda con le mani ligate dietro la schiena, l'aguzzino sedutogli accanto che lo toccava ed avvertiva di non dormire, è citato anche il funicello applicato a' piedi, che il povero tormentato chiedeva si portasse più in alto perchè i piedi gli bruciavano; e risulta egualmente da quanto ne lasciò scritto in ispecie nelle Quaestionum moralium, non che dalle parole stesse della sua Narrazione, in cui i funicelli sono ricordati in primo luogo, e sono ricordati anche i guasti verificatisi nelle sue parti inferiori. «Al tempo del Manini (int. Mandina) fu ad istanza del Sances Fiscale, ch'andò fin a Roma personaliter per tal licenza, tormentato 40 hore di funicelli usque ad ossa, legato nella corda a braccia torte, pendendo sopra un legno tagliente et acuto, che si dice la Viglia: che li tagliò di sotto una libra di carne, e molta poi n'uscìo pesta et infracidata, e fu curato per sei mesi con tagliarli tanta carne, e n'uscir più di 15 libre di sangue delle vene et arterie rotte, et sanò delle mani, e parti inferiori contra la speranza di medici quasi per miracolo, nè confessò heresia nè ribellione, è restò per pazzo non finto come diceano». E qui non possiamo dispensarci dal far avvertire che questa menzione del Sances, fatta già anche nella lettera a Paolo V, ci apparisce uno de' più spinti ripieghi del Campanella per mettere nella penombra l'opera dei Giudici ecclesiastici e far risaltare la ferocia degli ufficiali Regii; il ripiego gli riuscì bene, se non presso Roma, presso il resto del mondo, poichè fino a' giorni nostri è stata sempre attribuita agli ufficiali Regii l'amministrazione della veglia, rimanendo pure dimenticato il canone allora vigente, «clericus regulariter torqueri non potest per laycum». Non intendiamo mettere in dubbio che il Governo Vicereale, e per commissione di esso il Sances, abbia potuto insistere presso la Curia, perchè si badasse bene a provare energicamente la pazzia la quale si avea ragione di credere simulata; ma crediamo assai difficile poter ammettere che da tali insistenze fosse nata l'idea di amministrare il tormento della veglia. Da un lato non si comprende in che modo il Sances avrebbe potuto sapere, o mostrar di sapere, lo stato della causa di S.to Officio e prendervi un'ingerenza diretta; d'altro lato in Roma non aveano bisogno di eccitamenti per ordinare l'amministrazione della veglia, non solo perchè era massima di giurisprudenza che agl'inquisiti finti pazzi si potevano e dovevano amministrare i tormenti gagliardi, tanto più che ritenevasi esservi con loro minor pericolo di morte[250], ma ancora perchè, ogni qual volta a Roma appariva necessario un tormento gagliardo, solevasi in quel tempo ordinare l'amministrazione della veglia. Difatti dal Carteggio del Nunzio si rileva che, meno di un anno dopo di aver data la veglia al Campanella, ad un altro frate Domenicano, fra Raimo dell'Olevano, essendo stata inutilmente adoperata la corda nel tribunale della Nunziatura, dietro licenza di Roma fu data pure la veglia e del pari senza cavarne nulla, sì che fu poi mandato alle galere: vero è che questo frate trovasi qualificato «Theologo et Predicatore se bene un gran tristo», già evaso dalle carceri del Nunzio fin dal 1593, ripigliato dalla Corte nel 1601 in abito di assassino con 7 palle in tasca, stato in campagna ed imputato di 6 delitti capitali ed un ricatto; ma l'imputazione del Campanella non era niente meno grave per la Curia Romana[251].

Ecco ora il doloroso racconto di quanto accadde durante la veglia data al Campanella, come risulta dall'Atto che ne fu disteso e che pubblichiamo tra' Documenti[252]. Tutti i Giudici erano al loro posto: il Campanella introdotto dal carceriere Martines e richiesto del giuramento disse, Juravit Dominus, Deus in adiutorium...; ammonito su' guai a' quali andava incontro rispose, dieci cavalli bianchi; toccato dal cursore della Curia Arcivescovile gli disse, non mi toccare che sei scomunicato per la bolla in coena Domini. Alle ore 7 del mattino (ora 11a) fu ligato alla corda e sospeso sul cavalletto: nell'essere ligato diceva, ligatemi bene, badate che mi storpiate; poi con alte grida cominciò a dolersi, massime per la forte strettura de' polsi, dicendo son morto, non feci niente, e tante altre cose fuor di proposito, che era un santo, che era un Patriarca, che aspettava il Breve della Crociata etc. chiamando uno de' Giudici Monsignore, e il Vicario Arcivescovile «zio Arciprete». Chiese che gli si pulisse il naso, e si dolse di nuovo fortemente quando gli furono ligati i piedi; toccato dall'aguzzino gli disse, non mi toccare, che sii squartato. Udì suonare le trombe sulle galere ormeggiate al molo presso il Castel nuovo, e disse, suonate, suonate, sono ammazzato frate; guardò la porta della camera che stava aperta e disse all'aguzzino, aprimi, oh frate, oh frate. Poi abbassò il capo e tacque per un pezzo, e toccato dall'aguzzino disse, oh frate, e continuò a stare per un'ora col capo e col petto abbassati. Richiesto se volesse discendere, giurare e rispondere, accennò di sì, ma non volle proferire parola: lo fecero poi discendere perchè soddisfacesse a' bisogni naturali. Quindi fu posto di nuovo al tormento (2a volta) e disse, ora mi ammazzate ohimè, e tacque: l'aguzzino gli ricordava di non dormire, ed egli diceva, siedi, siedi alla sedia, taci, taci, nè rispose mai alle continue ammonizioni di mettere da parte la pazzia, ed alle diverse interrogazioni sulla sua patria, sulla sua età etc.; si lagnava di tempo in tempo, ma alle interrogazioni non rispondeva. Si giunse così alle 8 della sera (ora 24a) essendo questa volta rimasto sempre nel tormento senza interruzione, nè altro si udì da lui che, ohimè, ohimè; e battute le 9 (1a ora di notte) chiese da bere e l'ebbe, nè mai rispose alle interrogazioni, ma si notò che mostrava di udire con cura e di percepire le parole e le ammonizioni a lui dirette, e guardava anche i circostanti. Di poi disse, Cicco Vono l'ammazzò; e dichiarò che era di Stilo, Domenicano da Messa, che aveva impiantato il monastero di S. Stefano, che aveva preso l'abito alla Motta Gioiosa, e nominò Lucrezia sua sorella e Giulio suo fratello ivi dimoranti, nominò anche Emilia figlia di suo zio che egli aveva maritata. Più tardi chiese da bere vino e l'ebbe, e ricominciò a lagnarsi, a dire che chiamassero suo padre, quindi si ripose a tacere, e gli dicevano, «Tommaso Campanella che dici? non parli?», ed egli non rispondeva, e solo volgevasi di qua e di là guardando i vicini. Sorse così il giorno e furono aperte le finestre e spenti i lumi, ed egli, sempre taciturno, appena diceva qualche volta, moro, moro, non posso più, non posso più, per Dio. Ma poco dopo parve che svenisse, onde i Giudici ordinarono di toglierlo dal tormento e porlo a sedere; quindi gli concessero di soddisfare a certa sua necessità, e poco dopo batterono le 7 (erano già 24 ore di tormento). L'infelice chiese allora qualche uovo da bere, e glie ne furono date tre, aggiuntovi del vino; disse che sentivasi morire, e chiestogli se volesse confessare i suoi peccati, rispose di sì e che gli chiamassero un confessore. Ma non se ne fece nulla essendosi ristabilito, e venne ordinato che fosse riposto nel tormento, ed egli incominciò a dire, lasciatemi stare, aspettate frate mio; gli fu detto allora perchè mai avesse tanta cura del corpo e non dell'anima, ed egli, «l'anima è immortale». Fu dunque riposto nel tormento (3a volta), e rimase taciturno, ma poi chiese all'aguzzino che portasse più in alto il funicello con cui erano ligati i piedi, perchè questi gli bruciavano; e i Giudici lo concessero. Continuò a star quieto, gli si dimandò se volesse dormire e disse di sì, gli si promise che avrebbe avuta comodità di dormire dopo di aver risposto alle interrogazioni, ed egli non parlò più, e talora si lamentò dicendo, oh mamma mia. Erano le 11 del mattino (ora 15a); i Giudici aveano profittato di quella seduta per esaminare fra Dionisio sulle lettere che avea presentate; gli ordinarono quindi di parlare al Campanella che stava nel tormento, e di persuaderlo a rispondere formalmente, ad evitare i tormenti che per lui erano affatto inutili, avvertendolo che il S.to Officio avrebbe procurato di ottenere da lui le risposte in tutti i modi! Fra Dionisio, come si notò nell'Atto, «adempì l'incarico con bastante diligenza e carità», discusse, disputò, e il Campanella gli disse che voleva rispondere alle interrogazioni. I Giudici allora concessero che fosse deposto dal tormento, oltrechè venisse ristorato con cibo e bevanda; intanto gli accordarono che andasse a soddisfare certe sue necessità, lasciandolo accompagnare da fra Dionisio, e in ciò scorse più di un'ora di tempo (così fra Dionisio ebbe tutto l'agio di consigliarlo, ma si può supporre in qual senso). Fecero di poi sedere il Campanella presso il loro tavolo, l'eccitarono a rispondere e gli dimandarono perchè si trovasse carcerato nel Castello; il Campanella rispose, che volete da me? Avendone solo parole, lo fecero riporre nel tormento (4a volta), e il Campanella vi rimase taciturno, insensibile, appena dicendo di tempo in tempo, moro, moro. E quando videro che vi stava senza dire la menoma parola, senza muoversi, senza dar segno di dolore, finirono per ordinare che lo deponessero, gli accomodassero le braccia, lo vestissero e riportassero alla sua carcere, dopo di essere stato nel tormento per circa 36 ore.

La prova data dal Campanella fu certamente grande, tanto più grande perchè nel tormento del polledro non gli era riuscito di mostrarsi forte. Quattro volte successive, con brevi intervalli, era stato posto allo strazio e vi avea resistito un giorno e mezzo: i suoi amici ne rimasero ammirati, e vedremo segnatamente fra Pietro di Stilo farne gli elogi più entusiastici. Cosa ne avessero concluso i Giudici, si può rilevarlo dal Carteggio dell'Agente di Toscana. Era morto allora il Battaglino fin dalla notte di Natale dell'anno precedente, ed eragli successo Alessandro Turaminis senese, venuto nel 1592 ad insegnare con forte stipendio il «Jus civile della sera» nello studio pubblico di Napoli, rimanendo anche avvocato di S. Altezza il Gran Duca per gli affari di Capestrano e in buone relazioni col Nunzio: il Turaminis fin dal 2o giorno del tormento, essendone l'esito tuttora ignoto, avea scritto a Firenze che il Campanella veniva provato «nella sveglia ad istanza del S.to Officio» sul fatto della pazzia; e il 12 giugno scrisse, che avea lasciato «dopo hore 37 di risveglia confuso ognuno, et in dubio più che mai se fosse savio o matto»[253]. Rimase dunque scossa l'opinione che la pazzia fosse simulata, se dobbiamo credere al Turaminis, che potè veramente saperlo dal Nunzio; ma vedremo tra poco che ad ogni modo si ebbe presto motivo di non recedere da quella opinione, ed intanto conviene fermarci un poco sulle lesioni riportate dall'infelice filosofo in questo che fu l'ultimo de' suoi tormenti. Ciò che abbiamo visto da lui scritto su tale proposito nella sua Narrazione trovasi già riferito anche in più Lettere ed in qualcuna delle sue opere, col ricordo che era stato «sette volte tormentato»; e per l'ultimo tormento trovasi detto, più o meno, che avea perduta «una libbra di carne nelle parti deretane e diece libbre di sangue», che «era uscito sano dalla fossa (int. dalla sua tristissima condizione) dopo sei mesi», che avea «riacquistata la sanità per la diligenza dell'ottimo uomo, il chirurgo Scamardelli»[254]. Senza dubbio in tutto ciò deve riconoscersi qualche esagerazione ed anche una inesattezza tipografica. Per intendere che il Campanella sia stato sette volte tormentato, bisogna computare ciascuna delle quattro riposizioni nel tormento verificatesi durante la veglia, e perciò noi abbiamo procurato di notarle: il conto torna solo col sommare le quattro riposizioni nella veglia, la corda semplice avuta a tempo del Vescovo di Termoli, e le due riposizioni nel polledro avuto per la congiura; nè sarà inutile ripetere ancora una volta che tutti questi tormenti furono dati sempre da Giudici deputati dal Papa, dietro ordine o consenso espresso del Papa, sicchè non riesce giusto attribuirli agl'inumani spagnuoli, pur riconoscendo che questi avrebbero fatto molto peggio se avessero potuto. Non è dubbio poi che la veglia abbia prodotto una ferita lacero-contusa con mortificazione ed emorragie consecutive, sebbene le valutazioni della carne e del sangue perduto appariscano fatte con molta larghezza: di certo vedremo risultare dal processo, che due mesi e mezzo dopo il tormento il Campanella trovavasi pur sempre a letto, assistito da suo padre e suo fratello ancora prigioni. Chi era intanto l'ottimo uomo, il chirurgo Scamardelli che gli prestò le sue cure? Ognuno comprenderà facilmente quale interesse egli ci abbia destato, ma nessuno potrà mai immaginare quanti sforzi ci abbia costato il conoscerlo, sino a che non ci venne l'idea di consultare i libri parrocchiali della Chiesa del Castello nuovo. Sapevamo che in ogni Castello si tenevano a que' tempi, con misero stipendio, un medico ed un chirurgo, e pel Castello di S. Elmo ci era riuscito di trovare che funzionava allora da medico-chirurgo un Bonifazio del Castillo con cui senza dubbio il Campanella dovè aver che fare quando più tardi fu trasportato a S. Elmo, ma pel Castello nuovo le scritture di più Archivii non ci aveano rivelato che il medico Gio. Geronimo Orabona fino all'anno 1591[255]: d'altronde nel processo attuale trovavamo, per altre cure delle quali si parlerà in sèguito, nominato il chirurgo Scipione, e da un pezzo ci eravamo accorti che in tutte le opere del Campanella, non impresse sotto gli occhi suoi, le storpiature di nomi sono abbastanza frequenti. I libri parrocchiali del Castello nuovo ci hanno appunto mostrato che il chirurgo era Scipione Camardella (o Cammardella), appartenente ad una famiglia da molti anni dimorante in quella fortezza e stretta in parentela con molte persone ivi impiegate: onore a lui, che seppe ricondurre a sanità il povero filosofo, e meritarne la stima e la riconoscenza[256].

Come abbiamo accennato, il 5 giugno, 2o giorno del tormento del Campanella, i Giudici vollero profittare del trovarsi riuniti, per esaminare fra Dionisio intorno alle lettere che avea presentate. Trattavasi di sapere se appartenesse veramente a lui la lettera o memoriale diretto a' Giudici, se appartenesse al Petrolo la lettera inviata con quel memoriale ed in che modo esso fra Dionisio l'avesse ricevuta. Fra Dionisio accertò quanto si volea sapere, dicendo di aver ricevuta la lettera del Petrolo già da otto o nove giorni per mezzo di Felice Gagliardo carcerato per la congiura, il quale glie l'avea data passandola per la fessura superiore della porta del carcere, in cui si trovava egli solo e sempre chiuso. E i Giudici non se ne brigarono ulteriormente, nè chiamarono a nuovo esame il Petrolo come costui dimandava.—Si fecero invece, nella stessa seduta, ad esaminare fra Pietro di Stilo intorno alla sua lettera ed alle scritture, del Campanella con essa inviate, cioè le Difese con gli Articoli profetali[257]. Fra Pietro, sempre dietro dimande, disse che fin dall'anno scorso, nel principio di quaresima, il Campanella gli avea mandate certe carte scritte per mezzo di un figliuolo che serviva nelle carceri ed egli non sapeva dire chi fosse; costui glie le passò per la fessura inferiore della porta a nome del Campanella, dicendogli per ambasciata che le facesse copiare e le tenesse a sua richiesta, perchè erano carte che gl'importavano. Ed egli, nella settimana santa, fece copiare il 1o fascicolo da fra Pietro Ponzio venuto allora a stare nel suo carcere, e diede l'altro ad un compatriotta, Vincenzo Ubaldini di Stilo, il quale dimorava in Napoli con un suo fratello, presso un Signore che non sapea dire chi fosse e che avea udito essere andato alla guerra, e il detto Ubaldini l'avea fatto copiare da un copista[258]. Aggiunse che gli originali non c'erano più, perchè il copista non volle restituire quello a lui consegnato, dicendo che era cosa curiosa, e l'altro, consegnato a fra Pietro Ponzio perchè lo copiasse, fu dato al Pizzoni insieme con la copia, e costui non volle restituir nulla dicendo che erano cose sospette; quando poi trovò quelle scritture, nel cercare un foglio di carta sotto il materasso del letto in cui era morto il Pizzoni, trovò pure l'originale predetto, ma fatto a pezzi e ridotto in altro uso, e c'erano stati presenti il Bitonto, fra Paolo ed anche il Petrolo ammalato. Aggiunse che aveva bensì lette quelle scritture, ma senza capir nulla dei profetali, e facendosi spiegare da fra Pietro Ponzio qualche cosa del fascicolo che egli copiava: inoltre che il martedì o un altro giorno della settimana santa, il Campanella «che non si era ancora publicato pazzo» mandò a chiedergli le copie fatte e se le tenne dalla mattina alla sera e poi glie le rimandò; ed allora vi appose certe note, che riconobbe essere di mano del Campanella ma scritte con carattere più piccolo del solito. Aggiunse infine che non avea mostrato ad alcun altro quelle scritture, nè sapeva che alcun altro le avesse viste all'infuori de' già nominati, e che non le avea presentate prima perchè non le avea potuto aver prima.—È superfluo dire che molte circostanze di tale racconto erano mentite: lasciamo da parte il non conoscere il figliuolo che a nome del Campanella avea portato gli originali delle scritture (forse Aquilio Marrapodi) e il copista laico che avea trascritto una di esse; lasciamo da parte che quelle scritture erano state sempre nelle mani del Pizzoni, e poi ancora rimaste ignorate sotto il materasso fino a circa tre mesi dopo la morte di lui; ci limitiamo a dire esserci noto con bastante certezza, che il Campanella attendeva a comporre quelle scritture anche quando si era già mostrato pazzo, che di tempo in tempo mandava qualche pagina scritta a fra Pietro di Stilo, e che i frati vi annettevano anch'essi molta importanza, sperandone forse un grande effetto pel buon esito de' loro processi. Abbiamo a tempo opportuno esposto con larghezza la materia di tali scritture, che rappresentavano le Difese del Campanella nella causa della congiura: potrebbe sembrare che il Nunzio, uno de' Giudici in detta causa, avesse dovuto sentir l'obbligo di trasmetterle al tribunale proprio; ma per Verità quella causa era finita pel Campanella, e non rimaneva a' Giudici che mettersi d'accordo sulla sentenza da doversi pronunziare. Un Giudice coscienzioso non avrebbe certamente mancato di occuparsene ad ogni modo, ma tale non era il Nunzio, su cui, ben più che sul Sances, il Campanella avrebbe fatto senza dubbio cadere i suoi risentimenti, se non si fosse trovato nella necessità di parlarne il meno possibile; non farà quindi meraviglia che quelle Difese fossero rimaste inserte nel processo dell'eresia, utili solamente a noi, che abbiamo così potuto avere la comodità di esaminarle. Ma perchè furono esse presentate al tribunale dell'eresia? Evidentemente, nel presentarle, fra Pietro di Stilo non potè aver altro scopo, che quello di fare un tentativo disperato per allontanare almeno temporaneamente l'amministrazione della veglia, senza punto sospettare ch'esse avrebbero potuto andare perdute. E il tentativo non riuscì, ed anche la perdita non influì in alcun modo sull'esito della causa della congiura.