e sempre col maggior rispetto, e con una impronta di serietà sovente lasciata da parte nelle altre poesie dirette al bel sesso; onde si vede che effettivamente il Campanella sentiva per lei quanto le esprimeva nel verso

«L'altre femine son, tu donna sei».

Ma nella terza delle poesie, che è un Madrigale, il Campanella rivela tutta l'intensità della sua gratitudine:

«. . mille grazie e benefizii farmi
volesti ancor; felici ferri e sassi,
che stringete i miei passi,
ringraziar non poss'io
nè gioir del sol mio,
ringrazio voi e di voi più non mi doglio» etc.

Abbastanza analoga a codeste poesie, comunque meno fervorosa, è l'altra seguente, indirizzata a una Sig.ra Olimpia[335]: non ci è riuscito interpetrare chi abbia potuto esser questa Signora e parrebbe che non abitasse nel Castello, poichè i libri parrocchiali non fanno alcuna menzione di un nome simile; il Campanella ne loda essenzialmente «l'umanità». Lo stesso dobbiamo dire della Sig.ra Maria, della quale il Campanella esalta la grande bellezza ed invoca la cortesia e la pietà, mostrando pure che glie ne avesse dato prova una volta e poi si fosse posta in contegno[336]: tali circostanze ci hanno fatto per un momento pensare che potesse trattarsi della Castellana medesima, cugina e moglie di D. Alonso, che varii documenti e perfino il Carteggio dell'Agente Toscano attestano sovranamente bella, e che per la sua posizione sarebbe stata veramente in grado di giovare il Campanella con la pietà; ma non può ritenersi punto consentaneo all'indole de' tempi veder chiamata la Castellana di casa Mendozza col nome di «Sig.ra Maria», e difatti «D.a Maria» o semplicemente «Maria» si trova sempre chiamata ne' libri parrocchiali del Castello. Potrebbe essere stata una Maria Gentile o una Maria Spinola, e piuttosto quest'ultima, poichè le si vede anche indirizzato ad istanza del Sig.r Francesco Gentile un Madrigale tutto smancerie e peggio secondo il gusto de' tempi; e vi sarebbe una Maria Spinola Centurione da potersi supporre quella di cui qui si tratta, ma non vale la pena di sciupare il tempo in supposizioni troppo vaghe. Giungiamo alla Sig.ra «D.a Anna». Qui il titolo è tale da dover fare ammettere senz'altro una Signora di casa Mendozza, ma, secondochè insegnano i libri di materie nobiliari e i libri parrocchiali del Castello, vi furono non meno di tre Signore di questo nome; 1.o D.a Anna di Toledo figlia di D. Pietro il Vicerè, maritata a D. Alvaro di Mendozza già Castellano e madre di D.a Maria la Castellana moglie di D. Alonso, rimaritata a D. Lope di Moscoso Osorio 4.o Conte di Altamura, onde ne' libri parrocchiali trovasi anche detta «Anna Moscosa»; 2.o D.a Anna sorella del predetto D. Alvaro, quindi zia di D.a Maria ed anche dello sposo di lei D. Alonso il Castellano che le era cugino, maritata a Lelio Carafa e rimaritata al Conte di S. Angelo, lungamente vedova e fondatrice della Chiesa di Pizzofalcone, spesso detta ne' libri parrocchiali Contessa di S. Angelo; 3.o D.a Anna ultima sorella di D. Alonso il Castellano, malamente detta Claudia dal De Lellis, maritata nel 1594 a D. Ferrante de Bernaudo e dimorante senza dubbio nel Castello, detta sempre «D.a Anna» ne' libri parrocchiali[337]. Forse a quest'ultima, forse anche meglio alla prima D.a Anna, la quale era tuttavia una delle belle, fu indirizzato il Sonetto dal filosofo; ma a qualunque delle dette Signore sia stato esso indirizzato, si tratterebbe sempre di persone in parentela stretta col Castellano, ed in ciò precisamente risiede la singolarità del fatto, mentre il filosofo mostravasi a quel tempo nel colmo della sua pazzia. Quanto ai concetti espressi nel Sonetto, vi si trova lodata la bellezza e nobiltà di D.a Anna, se ne vede invocato l'amore, con quegli spasimi a freddo che è maraviglioso come abbiano potuto regnare in poesia tanti e tanti anni senza nauseare[338]: lo stesso si trova egualmente in più composizioni del Campanella, delle quali dobbiamo ancora discorrere, onde si rileva che pure da questo lato egli abbia sacrificato al gusto e alla necessità de' tempi senza esitazione.

Ed eccoci all'ultimo gruppetto di poesie, nelle quali generalmente il pessimo gusto signoreggia sovrano. Le facciamo cominciare dal Sonetto che fra Pietro Ponzio trascrisse senza titolo, ma che mostrasi indirizzato ad un Gentile[339]. Non è dubbio che si tratti qui del Sig.r Francesco Gentile, per conto del quale fra Pietro raccoglieva le poesie del Campanella nel libretto che gli fu poi trovato dagli ufficiali; e possiamo affermare di non aver risparmiato assolutamente nulla per sapere chi fosse questo Sig.r Francesco Gentile, ma pur troppo senza esservi riusciti. Dalle poesie egli apparisce parente di una Sig.ra Giulia Gentile, alla quale il Campanella non manca di scrivere un Sonetto e un Madrigale, innamorato di una Flerida, alla quale il Campanella scrive poesie per conto di lui e poi anche per conto proprio, e spesso e vivacemente: ad istanza di lui ancora il Campanella scrive il Madrigale alla Sig.ra Maria già ricordato qui sopra, e crediamo che per conto egualmente di lui sieno state composte molte poesie di amore anche lascivo, mentre alcune altre dello stesso genere appariscono pure indubitatamente scritte dall'autore per conto proprio. Avevamo dapprima pensato che potesse essere Francesco Gentile da Barletta, nipote della Sig.ra Giulia Gentile, presso la quale stava ritirata D.a Ilaria Sifola sposata a D. Andrea de Mendozza figlio di D.a Isabella Marchesa della Valle con grandissimo sdegno di costei (confr. pag. 258): questo D. Francesco, nobile di prim'ordine ed amico delle buone lettere come lo provano due Commedie che di lui ci rimangono[340], avea potuto venire con la sua zia in Napoli, per placare la Marchesa e cercare un accomodamento nella lite di nullità intentata da lei a proposito del matrimonio di suo figlio. Ma al tempo del quale trattiamo egli doveva essere molto giovane, e la Marchesa trovavasi nel maggior colmo de' suoi furori: abbiamo infatti visto che il povero Nicolò Napolella ne soffrì le conseguenze fino ad una parte del 1602, e i libri parrocchiali del Castel nuovo ci mostrano D.a Ilaria riunita a D. Andrea non prima del 1618. D'altronde fra Pietro Ponzio nel principio di dedica della Raccolta delle poesie lo dice Patrizio Genovese, e il processo dell'eresia ci mostra nel 14 novembre 1600 dato per testimone dal Pizzoni nelle sue difese un D. Francesco di Genova che verosimilmente è il Gentile, inoltre ci mostra dopo il 2 agosto 1601 dato per testimone da fra Pietro nella denunzia contro gli offensori de' frati il Sig.r Francesco Gentile, di cui il Mastrodatti dice, «è stato carcerato e liberato...» etc. (ved. pag. 241). Dovè dunque essere compagno di carcere de' frati, forse uno della famiglia de' Gentili che tenevano Banco in Napoli, del quale Banco esistono tuttora nel Grande Archivio tre libri che vanno dal 1592 al 1599; e ne' libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo egli figura qual padrino in un Battesimo del 18 aprile 1601. Ad ogni modo egli non era persona volgare, e nel Sonetto già citato, dicendosi pazzo, il Campanella gli chiede aiuto per sè e pe' suoi in nome dell'amore che egli porta a Flerida,

«Ond'io m'inchino a lei e per lei ti priego
ch'a lei, et a te, et a noi Gentil ti mostri
il fatal pazzo Campanella aitando».

Ma alla Sig.ra Giulia il poeta chiede nè più nè meno che amore e in un Sonetto la dice

«Gioia, idea, vita, luce, idolo, amore»,

e in un Madrigale ne loda la bellezza al punto, che dichiarandola superiore a Lia e Rachele egli si compiacerebbe di essere schiavo per sette e sette anni[341]. Intanto ad istanza del Sig.r Francesco Gentile scrive un Madrigale per Flerida, forse anche il Sonetto che segue, più probabilmente ancora un altro Sonetto posto nella Raccolta dopo quello indirizzato a lui[342]; e scrive inoltre il Madrigale alla Sig.ra Maria, dal quale si vede che il Gentile si compiaceva di fare il cascante a dritta ed a manca[343]. Vogliamo credere che egualmente per lui egli indirizzi a Flerida un Madrigale, da cui si rileverebbe essere stati ammalati entrambi ed essere ciò accaduto alla fine dell'anno, naturalmente alla fine del 1600[344]; dippiù il Sonetto col quale ne loda i nèi sul labbro e sul ginocchio, da' quali il poeta si lascia trasportare perfino