II. Veniamo dunque al processo della congiura pe' laici[31]. Dicemmo che la commissione Vicereale fu data il 15 novembre a Marco Antonio d'Aponte e a D. Giovanni Sanchez o Sances, con l'ordine di riconoscere le informazioni e gli atti di Calabria, procedere sommariamente sine strepitu et forma Judicii, e non ritardare la buona e breve amministrazione della giustizia, servendosi di Giuliano Canale per Mastrodatti. Vedemmo pure avere il Vicerè provveduto che lo Xarava aiutasse il Sances, e scritto a Madrid, il 30 novembre, che si andava già procedendo contro i laici, e il 13 dicembre, che si sarebbe cominciato a far giustizia di alcuni. Gli ordini del Vicerè furono eseguiti puntualmente, ed è chiaro che non si perdè tempo; solo dobbiamo notare che a Giuliano Canale venne sostituito Marcello Barrese, il quale servì da Mastrodatti egualmente nella causa della congiura per gli ecclesiastici, e di tale sostituzione ci rimane tuttora ignoto il motivo.
Secondo il costume del tempo, si procedeva separatamente e successivamente per un determinato individuo o per un determinato gruppo d'individui, e si sentenziava a misura che si compivano gli atti ad essi relativi: così vi furono condanne ed esecuzioni in Calabria, e poi in Napoli, ed analogamente vi furono altre condanne od invece assoluzioni di tempo in tempo. Trovandosi due già condannati a morte in Calabria, Maurizio de Rinaldis e Cesare Pisano, sopra di essi appunto cominciò a svolgersi l'opera del tribunale, certamente per averne, se fosse stato possibile, rivelazioni in danno anche degli altri, al quale scopo si era giudicato meglio tenerli ancora in vita; con gli atti relativi a costoro ebbe ad iniziarsi il 3.o volume del processo, al sèguito di quelli compiuti in Calabria. Maurizio non avea confessato nulla malgrado gli orribili tormenti avuti; ricominciarono per lui in Napoli gli esami e ricominciarono i tormenti non meno crudeli. Il Campanella medesimo cantò che Maurizio il primo avea vinto i tormenti antichi e sprezzato i nuovi, che avea sofferto tormenti inusitati per trecento ore[32]. È facile qui vedere una esagerazione poetica, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire altrove, Mons.r Mandina, il quale fu più tardi Giudice dell'eresia e potè saperlo in modo autentico, affermò che era stato tormentato per settanta ore, alludendo con ogni probabilità a' soli tormenti avuti in Napoli. Per quanto possiamo giudicarne, egli dovè soffrire due volte, a breve intervallo, il tormento della veglia, ne' modi e forme che vedremo con tutti i loro particolari in persona del Campanella, il quale lo soffrì in sèguito, per una volta sola, nella causa dell'eresia. Comunque il tormento della veglia dovesse durare quaranta ore, pe' modi enormemente aspri con cui si amministrava sopratutto in Roma e in Napoli, quasi mai si giungeva a siffatto termine, senza che il paziente cadesse in tale prostrazione da far cessare la prova innanzi tempo, tanto più che il Giudice era tenuto a rispondere della morte di lui se avesse soccombuto nel tormento; e la prostrazione, quando gl'individui erano di buona tempra, ordinariamente si verificava fra le trenta e le trentacinque ore, ed ecco le settanta ore di tormento affermate dal Mandina. Nè rappresenta una difficoltà il leggersi «tormenti inusitati», poichè appunto tra questi era annoverata la veglia, e vi si ricorreva soltanto per casi straordinarii, mentre poi d'altra parte i Giudici di professione, a differenza de' «Capitani a guerra», doveano pure contenersi in quelle categorie di tormenti, che erano ammesse da' Giuristi e dalle consuetudini di ciascun paese[33]. Ad ogni modo le prove furono terribili, eppure vennero nobilmente superate da Maurizio: il fortissimo uomo non fece la menoma rivelazione, soffocando qualunque rancore, mentre già conosceva di essere stato nominato fin troppo nella Dichiarazione del Campanella! Ma durante i tormenti venne senza dubbio fatta la protesta che lo s'interrogava «citra prejudicium probatorum»; e poi, benchè non confesso, era pur sempre convinto, e gli si potè confermare la sentenza di morte, condannandolo ad essere appiccato e squartato certamente con la formola del tempo, «suspendatur in furcis adeo quod anima a corpore segregetur, eiusque cadaver in quatuor frustra dividatur». È superfluo poi dire che la sua casa doveva essere demolita ed aspersa di sale, e i suoi beni dovevano essere confiscati: «domus propria diruatur funditus, et solo aequata, in ea sale asperso, destruatur; singula eius bona publicentur, et fisci commodis applicentur». Vi fu dunque la conferma della sentenza di morte già pubblicata in Calabria, e non poteva essere altrimenti; deve dirsi inoltre che vi fu una mitigazione nella specie del supplizio, in paragone di quello tanto spaventoso sentenziato dallo Spinelli forse a proposta dello Xarava, ed anche da questo lato non poteva essere altrimenti, perocchè il tribunale non era come il precedente «ad modum belli». Dopo ciò è facile giudicare quanto il Campanella scrisse molto più tardi, nella sua Narrazione, circa l'influenza che avrebbe avuta nella condanna di Maurizio l'amicizia e la parentela del Sances col Morano, il quale desiderava la morte di Maurizio per ereditarne un feudo e stringere una nuova parentela col Sances mediante un matrimonio. Con un po' di confusione di tempo e di circostanze, mostrato già in corso e bene avviato il processo degli ecclesiastici che invece non era cominciato ancora, il Campanella scrisse: «Sendo stato fatto fiscale in luoco di Xarava D. Gio. Sances, la cui sorella havea per marito il Baron di Gagliato, fratel di Giovan Geronimo Morano, il cui figlio per dispensa venuta del Papa stava per pigliar la figlia unica del Barone, nepote del Sances, e perchè detto Morano havea scorso il regno e preso Mauritio e F. Dionisio carcerati con molto vantaggio e sperava dal Rè un Marchesato, come si vantava publicamente, e di più desiderava la morte di Mauritio, perchè morendo senza herede mascolo esso Mauritio, il Morano hereditava di quello un feudo, come poi l'hereditò. Per questo il Sances oltra le sue pretendenze et amicitia delli processanti non cercò s'era vera la ribellione ma si sforzò verificarla, e far morir Mauritio». La parentela del Sances col Morano è fuori contestazione, ma è un fatto che il Sances non poteva non trovar vera la ribellione, e che Maurizio non poteva in alcun modo scansare la morte, come nemmeno la scansò quando più tardi fece sotto il patibolo una spontanea confessione di ogni cosa. E dobbiamo aggiungere che alla mano della figlia unica del Barone di Gagliato, D.a Camilla Morano, a quel tempo di soli dodici anni, aspirava il cugino del Fiscale, un altro D. Giovanni Sances, figlio di D. Giulio, che difatti la sposò più tardi, nel novembre 1605, avendone in dote la terra di Gagliato e il rinomato feudo di Burgorusso in tenimento di Stilo, e fu lui che divenne poi Marchese di Gagliato. Non sarebbe veramente difficile che vi avesse aspirato anche il figlio di Gio. Geronimo Morano, giacchè abbiamo nel Grande Archivio documenti i quali mostrano la gran cura del Governo nel far tenere D.a Camilla in Monastero, secondo i principii dell'ingerenza governativa ne' matrimonii de' nobili a' tempi feudali[34]. Ma è evidente che in un simile conflitto di rivali non avrebbe potuto esservi nemmeno amicizia tra il Sances e Gio. Geronimo. Vedremo poi come finirono i beni di Maurizio, il quale forse potè essere semplicemente subfeudatario di una parte di Borgorusso, mentre le ricerche più ostinate su tale punto non ci hanno fatto sinora scovrire alcun feudo speciale di quella regione da lui posseduto. Nella detta ipotesi la morte di Maurizio nemmeno avrebbe profittato a Gio. Geronimo, ma a D.a Camilla; ad ogni modo quanto era già avvenuto, anche prima che la causa si agitasse in Napoli, mostra nel modo più chiaro che il Sances non poteva che dimandare ed ottenere la condanna di morte per Maurizio[35].
Intorno a Cesare Pisano, che il Nunzio aveva nella sua lista qual clerico, e il Governo riteneva doversi continuare a trattare qual laico, non sappiamo come si sia veramente proceduto nel tribunale di Napoli: sappiamo solo ciò che ne disse il Nunzio quando venne a conoscere l'esito del giudizio, scrivendone una lettera di lagnanza al Vicerè, nella quale lo avvertiva aver inteso che contro del Pisano «si procede con tanto rigore per il capo della ribellione, che senza ammettergli ne anche la probanza del Clericato è stato condannato à morte». Forse il tribunale stimò che avesse confessato abbastanza, e che invece di far nascere la quistione giurisdizionale col rumore di nuovi esami e nuovi tormenti, fosse preferibile dare un saggio di vigore confermando la condanna ed eseguendola senza curarsi d'altro. Lo argomentiamo dal conoscere la prolissa maniera di rispondere, che il Pisano era solito di usare ne' suoi interrogatorii, onde non sarebbe mancata poi la citazione di qualche notizia tratta da un nuovo interrogatorio, laddove questo ci fosse stato.
La condanna di Maurizio, e così pure quella analoga del Pisano, doverono pronunziarsi o almeno decidersi nel Consiglio Collaterale il 10 o 12 dicembre, poichè il 13 già si trasmetteva a Madrid la notizia di prossime esecuzioni. Difatti pel giorno 20 si allestiva certamente l'esecuzione di Maurizio, e molto probabilmente anche quella del Pisano, onde il Nunzio nel giorno 19 potè conoscere che costui era stato condannato a morte, e potè scriverne in fretta al Vicerè, facendogli notare, che non solo come clerico il Pisano avrebbe dovuto essere giudicato pure da lui «secondo l'appuntamento fatto con S. S.tà», ma anche come molto informato dell'eresie suscitate dal Campanella, «e forse della medesima setta», dovea essere riserbato; «non per campargli la vita, egli scriveva, se merita perderla per il capo della ribellione, ma per riscontro et castigo di quel che appartenesse al S.to Officio», supplicandolo di «non permettere che la causa della ribellione humana si solleciti tanto che pregiudichi à quella della ribellione divina, perchè si sarà in tempo di castigar l'una et l'altra»[36]. Il Vicerè sospese allora la faccenda in quanto al Pisano, per farla sopire e darle poi corso più tardi a modo suo, di sorpresa. Rispose al Nunzio in termini generali, che in tutto ciò che si poteva servirlo, stesse certo, che lo si farebbe, e sarebbero liberati coloro che non paressero colpevoli in delitti così gravi, etc.[37]; non prese quindi alcuno impegno determinato, ed egualmente fece allorchè più tardi il Nunzio glie ne parlò, dimostrandogli che bisognava sempre mantener vivo il Pisano per riscontro delle cose del S.to Officio, anche quando i suoi Ministri non lo ritenessero clerico, come non lo ritenevano perchè non avea nemmeno indossato l'abito clericale «non ostante che mostrasse di haver preso gli anni passati gli ordini minori»[38]. Il Vicerè non lasciò intendere la sua opinione, e frattanto, con molta unzione, si diè premura d'intercedere a Roma, perchè fosse assoluto il Principe di Scilla, già scomunicato per l'affare di Marco Antonio Capito dal Vescovo di Mileto.
Ma in quanto a Maurizio, il 20 dicembre si andò per l'esecuzione; se non che una circostanza affatto impreveduta la fece poi sospendere per quel giorno. Massime il relativo documento da noi trovato nell'Archivio de' Bianchi di giustizia, ed inoltre una lettera del Residente Veneto, ce ne dànno sufficienti particolari. Giusta la consuetudine, il condannato doveva uscire dalle carceri della Vicaria, ed a spettacolo pubblico traversare una gran parte della città, percorrendo la via oggi detta de' Tribunali, scendendo pel vico Nilo (che perciò dicevasi «degl'Impisi» e fino a' giorni nostri fu detto «Bisi»), per dirigersi di là alla piazza del Mercato, ovvero scendendo per la via di Toledo e girando presso Palazzo (e ben s'intende che qui si parla del Palazzo vecchio), per dirigersi alle adiacenze di Castel nuovo. Maurizio fu egli pure tradotto dapprima alla Vicaria, e poi di là, sopra un carro, certamente perchè inabilitato a muoversi dietro le torture sofferte, facendo il lungo giro sopraindicato fu tradotto «a vista del Castel novo»; ma giunto sotto la forca egli dichiarò di voler rivelare ogni cosa, ed allora l'esecuzione fu sospesa. Ecco come il fatto trovasi esposto nel Registro de' Bianchi di giustizia: «et à di xx di xbre se andò in Vicaria con tutta la compagnia, et uscì la giustitia sopra un carro, et essendo già sotto la forca se risolse detto Mauritio confessare et rivelare li complici della ribellione, et così non si eseguì la giustitia et ritornò in Vicaria con essersi trattenuta la compagnia un pezzo dentro la chiesa di Monserrato»[39]. Come mai Maurizio fece questa risoluzione? Egli stesso nelle sue ultime rivelazioni a' Delegati del S.to Officio, sul punto di essere definitivamente condotto alla forca, lo spiegò in questi termini: «Io sapendo che frà Thomaso si era esaminato contra di me, havendo io avuto più volte la corda, non hò voluto mai dire cosa alcuna contra di essi frati, è si bene poi hò ditto la verità, è stato perche sono stato consigliato che era obligato a dirlo per scarico dela mia conscientia, si come me hà ditto lo mio confessore dela Compagnia di quelli che confortano quelli che si vanno à giustitiare»[40]. Non altrimenti ne scrisse pure a Roma il Nunzio medesimo quando era già cominciata la causa degli ecclesiastici, ed egli, come Giudice di quella causa, poteva e doveva saperlo: «condotto alle forche si risolvette à dire spontaneamente, et per scarico di conscienza, tutto quello che sempre haveva negato nei tormenti»[41]. Inoltre, poco dopo l'accaduto, come vedremo più sotto, il Residente Veneto ne fece relazione al suo Governo negli stessi sensi, aggiungendo qualche altra circostanza degna di nota. Ma il Campanella, dapprima nella sua Difesa che noi pubblichiamo, poi nelle Lettere del 1606-07 pubblicate dal Centofanti, da ultimo nella sua Narrazione pubblicate dal Capialbi, riferì le cose assai diversamente, con circostanze che meritano di essere ben chiarite, poichè ognuno comprende l'estrema importanza del fatto, da cui, secondo la diversa interpetrazione, riesce suggellata o invece scossa profondamente l'esistenza della congiura o almeno la parte presavi dal Campanella. Dapprima dunque nella Difesa asserì che Maurizio «volle vendicarsi di quanto fra Tommaso scrisse in Castelvetere contro di lui», e che «ebbe speranza di redimersi all' ultimo momento col far dichiarazioni contro fra Tommaso, poichè così lo persuase un certo fiscale in abito di confrate promettendogli la vita sotto parola del Re come poi fra Tommaso udì dalla bocca di lui» (queste ultime proposizioni furono aggiunte per uso de' Giudici propriamente dell'eresia). Nelle Lettere al Papa, al Card.l Farnese, al Card.l S. Giorgio, al Re di Spagna, rinforzò le assertive anteriori scrivendo, che «sotto verbo Regio fecero confessar a Mauritio mille bugie», che Maurizio «per altra causa morendo sulle forche persuaso dal falso fiscale e confessore tornò in prigione e disse mirabilia et non subsistentia», che gli «fu promessa la vita sub verbo regio che dicesse su la forca quel ch'in mille tormenti negato havea», che «fu ingannato sotto parola della vita dopo molti tormenti quando andava a morire e disse mille bugie»[42]. Infine nella Narrazione, scritta tanto più tardi, espose i fatti con tanto maggiore disinvoltura in questi termini. «Però vedendo esso Sances, che non si potea verificare la ribellione, perchè Mauritio con torture terribilissime in Calabria non havea confessato con tutto che Xarava lo torturò un'altra volta dopo condannato e confessato, dicendoli ch'il confessore era un secolare vestito di monaco per spiarlo: nè pur in Napoli poi confessò tormentato di novo: si vestir di confrati bianchi certi Consiglieri, fingendo che volean farlo morire: et esso Sances con un Gesuino confessor del Vicerè, li promisero la vita in verbo regio, se confessava la ribellione sopra la forca, perchè havesse color di verità. E Mauritio temendo morir de mandato regio perchè havea ucciso un suo cugino et una femina, et andato sopra le galere turche per scampar la vita confessò sopra la forca quando andò fintamente ad appiccarsi». Pur troppo questo garbuglio del Campanella è de' più dolorosi, e si può intendere ma non si può assolvere che egli abbia dovuto infamare Maurizio in tal modo. La condanna di Maurizio alla morte, come convinto di ribellione, era stata pronunziata già una volta in Calabria, e principalmente per colpa del Campanella medesimo; nè bisognava affaticarsi perchè la ribellione acquistasse «color di verità», quando il Campanella l'aveva così bene affermata nella sua Dichiarazione dando anche la spiegazione precisa dell'andata di Maurizio sulle galere turche, e già ad otto persone era stato inflitto l'estremo supplizio per essa. Il confondere gli omicidii anteriori di Maurizio col suo caso ultimo, il voler far credere che avrebbe potuto scampar la vita confessando quella ribellione per la quale era condotto alla forca, l'asserire che «andò fintamente ad appiccarsi» quasi che non vi fosse stata una precedente condanna in tal senso, tutto ciò è ben poco serio; ed egualmente è ben poco serio, o meglio iniquo, il voler mostrare Maurizio divenuto vigliacco a un tratto, dopo le splendide prove di fermezza da lui date, dopo gli splendidi attestati del Campanella medesimo espressi già nella Dichiarazione e in sèguito nelle Poesie. Può bene ammettersi nel Sances e nel Gesuita confessore del Vicerè (P.e Ferrante de Mendozza) ogni specie di tentativo per indurre Maurizio a confessare la ribellione, ma non in Maurizio tanta dose d'ingenuità da cedere segnatamente a quella specie di promessa che il Campanella si fece a narrare. Quanto poi all'esservi stati Consiglieri vestiti da confrati bianchi, i quali esercitarono la loro influenza su Maurizio per farlo confessare, la cosa potrebbe ritenersi nel senso, che qualche confrate addetto a confortare Maurizio allorchè andava a giustiziarsi, per eccesso di zelo, abbia avuto premura di suscitarne gli scrupoli e mostrargli la necessità di confessare per salvarsi l' anima. Si potrebbe ritenerlo in astratto, poichè, come ricordano i nostri Storici ed attestano varii documenti, non una volta a quella benemerita Compagnia de' Bianchi furono mosse accuse di questo genere ed anche di genere opposto, da' particolari ovvero dal Governo, essendovi stato motivo di ritenere che i confrati avessero spinto qualche condannato alle confessioni ovvero alle discolpe; ma dobbiamo pure soggiungere che nel caso concreto Maurizio medesimo ebbe più tardi a dichiararlo a' Delegati del S.to Officio; se non che sarebbe difficile sostenere essere stato spinto alla confessione dolosamente e dietro manovre del Sances e del Governo. Per disgrazia questa volta non abbiamo nemmeno i nomi de' confrati intervenuti, che i Registri della Compagnia dànno sempre, specificando anche coloro i quali hanno assistito il condannato all'ufficio, per la strada, alla porta, alla scala o al talamo secondo le specie del supplizio: essendo mancata l'esecuzione, non vi fu un annotamento apposito, ma vi fu la seconda volta, quando l'esecuzione si compì, e non sarebbe troppo arrischiato l'ammettere che pure la prima volta fossero intervenuti i confrati medesimi. Laddove questa ipotesi dovesse ammettersi, potremmo dire certamente non essere intervenuti Consiglieri nè Fiscali, essere stati i due principali confortatori, che maggiormente avrebbero avuto ad influire, il P.e Palescandolo governatore della Compagnia il quale avrebbe assistito Maurizio lungo la strada, e D. Scipione Stinca egualmente sacerdote oltrechè dottore (ed avremo a vederlo più tardi difensore officioso della maggior parte de' frati nella causa dell'eresia), il quale avrebbe assistito Maurizio alla scala, dove appunto egli dichiarò voler fare le sue rivelazioni: vi fossero poi stati anche Consiglieri e Fiscali, si sa che la Compagnia ne annoverava molti, insieme co' più distinti personaggi del paese[43]. Ad ogni modo può dirsi certo che Maurizio non fu indotto a confessare da alcuna ragione vituperosa, bensì da una ragione che può non essere stimata giusta, ma non può non essere rispettata, tanto più che trovasi in tutto conforme a' precedenti di lui. Da niuno fu detto mai, in quel tempo, che avesse confessato per vigliaccheria o per capitolazione, e fortunatamente abbiamo la relazione del Residente Veneto, la quale ci fa conoscere assai bene i desiderii e le condizioni che Maurizio espresse dopo la condanna e al momento dell'esecuzione; è superfluo dire che vi si può credere senza riserve, non trattandosi di fatti avvenuti fuori Napoli ovvero in segreto, pe' quali soltanto riesce difficile aspettarsi l'esattezza dal Residente, come s'incontra in realtà anche questa volta per talune circostanze che leggonsi in fine del suo dispaccio. Eccolo questo dispaccio, che porta la data del 28 dicembre, e che, unito alle affermazioni del Nunzio sopra citate, ci pare che venga a togliere ogni dubbio sul fatto in quistione. «Quel Mauritio Rinaldi famoso per essere stato capo della congiura et non meno perchè ogniuno sapeva, che dal signor Carlo Spinelli era stato condannato di esser segato vivo tra due tavole, condotto di ordine del Vicerè a' 23 del presente a vista del Castelnovo per dover essere impiccato, et poi squartato, non havendogli giovato di offerire sei mille ducati più di alcuni suoi beni liberi confiscati, per ottenere che per non derogar al suo nascimento di nobiltà gli fosse solamente tagliata la testa, giunto al luogo del supplicio, tutto converso a Dio, disse, che havendo in questa sua prigiona sofferto in tre mesi quaranta hore di corda, et altri tormenti per i quali si trovava tutto attratto et quasi morto senza haver mai confessato alcuna cosa, haveva à bastanza comprobato che egli per viltà non consentiva di mancar di fede a' suoi collegati, ma che allhora, essendo all'ultimo cimento dell'anima, per non seppelirla nell'Inferno voleva scoprir tutte le cose trattate senza niuna conditione di salvarsi la vita. Fu però per ordine di Sua Eccellenza trapposto più tempo alla sua morte, et hà egli manifestate cose maggiori che non si sapevano, et nominato persone di qualità per infette della heresia et della rebellione, onde, non ostante gli ordini di Spagna che furono che si procurasse di poner in silentio quanto prima questa materia, incominciano pur hora i processi et le retentioni»[44].
Ripigliamo il racconto particolareggiato di quanto accadde, dopochè Maurizio manifestò la risoluzione di voler confessare ogni cosa. L'esecuzione fu sospesa ed egli venne ricondotto nelle carceri della Vicaria, come ci fa conoscere il documento esistente nell'Archivio de' Bianchi. Nè confessò sotto la forca, come risulterebbe dalla dicitura poco precisa della Narrazione del Campanella ed anche di qualcuno de' documenti per gli ecclesiastici conservati in Firenze, ma confessò per lo meno il giorno dopo nel tribunale. Questo si argomenta da una lettera del Vicerè, il quale trasmise subito a Madrid, il giorno 21, la risoluzione presa da Maurizio, ma solamente più tardi potè annunziare che avea confessato «e molto bene», senza per altro dire i particolari della confessione[45]. Si argomenta inoltre dall'ampiezza della confessione medesima, la quale, scritta, occupò per lo meno 32 fogli, come si rileva da' numeri notati pei brani di essa inserti ne' suddetti documenti conservati in Firenze. Aggiungiamo che da questi documenti si rileva pure essere stato tale atto tenuto sciolto, ma al sèguito del 3.o volume del processo; la qual cosa si spiega benissimo, considerando che erano stati già compìti tutti gli atti relativi a Maurizio ed anche quelli relativi al Pisano, allorchè si ebbe la lunga confessione del tutto inaspettata.
Ecco ora quanto sappiamo delle cose confessate da Maurizio, poichè ne sappiamo appena quella parte che si trova inserta a brani ne' documenti per gli ecclesiastici sopra citati, e quindi siamo ben lontani dal possedere tutta intera la confessione[46]. Maurizio andò una notte al monastero di S.ta Maria di Gesù a Stilo, dove trovò fra Tommaso ed altri; fra Tommaso parlò in lode delle armi e della campagna. E mentre così parlava nella sua camera, fra Pietro di Stilo entrava ed usciva. Di poi, egualmente a Stilo, in casa di D. Gio. Jacovo Sabinis, vennero a trovarlo fra Tommaso, fra Dionisio e Gio. Gregorio Prestinace, ma c'era gente e si parlò d'altro. Nella notte seguente o in quella dell'indomani tornarono (Maurizio non ricordava se ci fosse stato anche il Prestinace), e fra Tommaso cominciò a citare esempî di uomini che dal niente erano diventati grandi, allegando il Macchiavelli ed altri autori; animandolo alle armi disse che vi sarebbero mutazioni, che egli voleva fare repubblica, che bisognava trovare amici a questo effetto, e parlando contro la nuova numerazione disse che le anime di Dio erano contate come animali bruti, che si offendeva Dio, che quando David volle numerare il suo Regno, Dio non gastigò David ma i popoli che si erano lasciati numerare. Maurizio allora si offrì. C'era anche Giulio Contestabile, il quale stava sempre insieme con fra Tommaso e non si scovriva perchè inimico a Maurizio: ma durante la carcerazione nel Castello fra Tommaso avea detto a Maurizio che Giulio con tutta la casa sua era consapevole. E una volta, stando del pari in casa Sabinis, essendosi visti certi legni in mare, fra Tommaso e fra Dionisio (Maurizio non ricordava se ci fosse stato anche il Petrolo), dissero di volere scendere per trattare co' turchi di questo negozio, e fra Dionisio si avviò con scusa di voler andare a riscattare un suo fratello. Fra Tommaso intanto gli diceva di stare in ordine e trovar compagni, non dovendosi perder tempo, di avere già molti con lui, averne parlato a persone principali e tra gli altri a D. Lelio Orsini; Maurizio disse non voler cominciare nè portar gente, se prima non vedesse cominciata la guerra, e fra Tommaso gli dimandò se quando si cominciasse a ribellare Catanzaro non avrebbe accudito, ed allora egli acconsentì. Inoltre Maurizio gli obiettò che non si potevano mettere ad un'impresa così grande senza danari, e fra Tommaso gli disse che avea persone le quali li avrebbero dati e specialmente sarebbero venuti dal Castello di Arena, di dove Marcantonio Contestabile confidava poterli pigliare, la qual cosa fra Tommaso gli confermò anche dopo la carcerazione. Si concluse di mandare fra Dionisio là presente a Catanzaro, per cercare ed indurre gente a far parte dell'impresa; e fra Dionisio vi andò, e al ritorno disse a Maurizio in Davoli che avea trattato con alcuni gentiluomini, e gli nominò Fabio di Lauro, Gio. Battista Biblia e il Barone di Cropani. Risolverono poi di chiamare Gio. Paolo di Cordova e Gio. Tommaso di Franza che Maurizio preferiva come uomini di valore, e Maurizio, a consiglio di fra Tommaso, scrisse loro sotto colore di trattare della loro natività: questi vennero con Orazio Rania a Davoli, ove Maurizio si trovava in casa di D. Marco Antonio Pittella, e fra Tommaso vi era venuto la notte precedente col Petrolo e Fabrizio Campanella; l'indomani parlarono in S.ta Maria del Trono, nel castagneto, e fra Tommaso discorse delle prossime guerre e dell'utilità del trovarsi pronti in armi, e trattenutisi più di due ore con fra Tommaso, dissero di poi che fra Tommaso era un grande uomo ed avea parlato della loro natività. Ancora fra Tommaso disse a Maurizio che v'intervenivano Claudio Crispo e Gio. Francesco d'Alessandria, fra Gio. Battista Pizzoni, e forse anche Giulio Soldaniero, ma Maurizio non si ricordava bene se glie lo avesse detto prima o dopo la carcerazione; e voleva che Maurizio fosse andato a Pizzoni, ma Maurizio non volle andarvi ed andò invece il Petrolo. Fin da che si trattò del negozio con fra Tommaso, fra Dionisio, Gio. Gregorio Prestinace e Gio. Jacovo Sabinis, si stabilì che quando apparissero galere turche, o fra Tommaso, o fra Dionisio, o il Petrolo, andrebbero a trattare co' turchi perchè volessero dare aiuto e favore. E poi vi andò spontaneamente egli stesso, Maurizio, senza alcuna missione del Campanella, o trattò con Morat Rais detta ribellione, e al ritorno mostrò il salvacondotto a Gio. Gregorio Prestinace, fra Tommaso Campanella, D. Marco Antonio Pittella ed altri, a' quali disse ciò che avea trattato e conchiuso con Morat Rais, o ne giubilarono lodandolo e dicendogli che avea fatto assai di quello che desideravano; ben vero il Pittella non mostrò contento come gli altri, poichè non era così addentro al negozio come gli altri. E in somma conclusero tutt'insieme, Maurizio, fra Tommaso e fra Dionisio, che quando costui avesse finito di trattare ed avuto il consenso di quelli di Catanzaro, avviserebbe, e si sarebbe pigliato espediente di effettuare la ribellione ed entrare in Catanzaro, e fra Tommaso diceva doversi gridare libertà, scassinare le carceri e ammazzare gli ufficiali.—Fu questa la confessione di Maurizio, che abbiamo cercato di riordinare diligentemente secondo i numeri de' folii notati per ciascun brano di essa, e l'analogia delle circostanze espresse in ciascun brano. Facciamo subito avvertire, che se la confessione apparisce addirittura acre verso il Campanella, fra Dionisio, il Petrolo ecc., ciò avviene perchè i brani di essa a noi pervenuti son quelli soli che il Mastrodatti sceglieva pe' riassunti degl'indizii contro costoro: ma è facile comprendere che tutta intera avrebbe un altro aspetto, senza per altro rimanerne alterati i fatti sopra riferiti, mentre poi anche in questa parte a noi nota si vede che Maurizio non risparmia punto sè stesso. Nè i fatti vi riescono essenzialmente diversi da quelli esposti dal Campanella nella sua Dichiarazione, essendovi solo la differenza che nella confessione di Maurizio fra Tommaso risulta il motore fondamentale di ogni menomo passo. Ora intorno a ciò basta considerare che non si sarebbe proceduto nell'impresa, senza quelle tali profezie e previsioni di avvenimenti, dapprima più lontani, poi divenuti imminenti, siccome il Campanella li concepiva, e d'altronde si sconoscerebbe del tutto e il carattere, e la posizione, e il credito del Campanella, quando si volesse pensare che egli si fosse lasciato condurre invece di condurre; anche il contegno suo nel carcere ci apparisce nè più nè meno che quello di un capo, sia quando prosegue a discorrere di queste cose con Maurizio, sia quando lo giudica, lo esalta o lo vitupera, come fa del resto con tutti gli altri. Qualche lieve inesattezza nella successione de' fatti esposti da Maurizio, qualche vacillamento di memoria, si spiega agevolmente con lo stato della sua persona affranta e stritolata dalle torture. Ma non v'è luogo ad ammettere che il Fiscale abbia profittato di una simile condizione per fargli dire ciò che gli premeva che dicesse. Vedremo l'altra confessione di Maurizio innanzi a' Delegati del S.to Officio, fatta oltre un mese più tardi, in un momento supremo e lungi dall'influenza di Giudici d'ogni sorta, nella quale, benchè si espongano cose di altro genere, non si nota la menoma dissonanza ed invece si ha una sufficiente corrispondenza con le cose esposte nella presente confessione; e questo ci pare un argomento fortissimo per ritenerla del tutto vera.
La confessione di Maurizio, perchè acquistasse forza contro i complici, come allora si costumava, venne ratificata con una nuova tortura. Questa, secondo i procedimenti in vigore, dovè applicarsi non più tardi del giorno consecutivo, leggendo de verbo ad verbum tutte le cose deposte, e facendo dichiarare al paziente sospeso alla corda che egli le confermava in omnibus et de omnibus. Quindi, come fu poi scritto a Madrid, parve bene al Vicerè, «avendone tenuto consulta col Collaterale, di trattenere l'esecuzione di Maurizio sino a confrontarlo con fra Tommaso Campanella»[47]. Credevasi allora che non dovesse tardare di molto l'arrivo del Breve Papale, con cui veniva ad essere costituito il tribunale della congiura per gli ecclesiastici; ma invece esso tardò ancora, e frattanto il tribunale pei laici continuò nel còmpito suo.