Le notizie ulteriori intorno all'opera di questo tribunale pei laici sono tanto deficienti, che in verità non abbiamo troppe cose a dire. Possiamo affermare con sicurezza che furono esaminati tutti gl'inquisiti già carcerati, amministrando o ripetendo torture più o meno crudeli a parecchi fra loro; oltracciò furono presi i provvedimenti più gravi contro i contumaci, e il tribunale restò aperto per varii anni. Il Campanella, mettendo insieme gl'inquisiti ecclesiastici e i laici, nelle sue lettere del 1606-07, una volta scrisse che vi erano stati 80 tormentati ad pompam, un'altra volta scrisse che i tormentati erano stati quasi 100, ed aggiunse che niuno avea confessato[48]; nella Narrazione poi ridusse di molto queste cifre, e scrisse che «furo tormentati... da cinquanta e nullo confessò cosa alcuna», nominando de' laici appena un Geronimo Politi procuratore di fra Dionisio (nome nuovo) e taluni fra' rivelanti tardivi di Catanzaro, Gio. Tommaso di Franza, Mario Flaccavento, Tommaso Striveri. Or sapendo che furono tormentati non più di sei o sette ecclesiastici, è facile vedere il numero de' laici tormentati, per quanto le cifre suddette lo consentono; e ben s'intende che nessuno di costoro confessò cosa alcuna relativamente a sè stesso, non già relativamente al Campanella e a fra Dionisio. Massime que' tre di Catanzaro sopranominati non poterono certamente contraddire le prime loro deposizioni; e difatti anche nel processo di eresia ebbe a vedersi più tardi Mario Flaccavento, insieme con Felice Gagliardo e con Camillo Adimari, sollecitare Giuseppe Grillo perchè deponesse contro fra Dionisio[49]. Il Campanella scrisse pure che lo Xarava diede a due de' sopra nominati le cartelle «di quello haveano a dire»: evidentemente le cartelle, se ve ne furono, doverono contenere il ricordo di ciò che essi avevano deposto in Calabria. Da parte nostra possiamo aggiungere soltanto il nome di qualche altro de' laici, che figurò pure nel processo di eresia ed ebbe ivi occasione di far motto del tormento sofferto: tale fu Felice Gagliardo, che disse avere avuto «a morire» nella «seconda corda» che gli diedero in Napoli; ma ciò avveniva abbastanza più tardi, nientemeno che verso il marzo 1602, onde rimane dimostrato che tutto questo lavoro durò molto a lungo.
Circa i contumaci poi, dietro documenti da noi trovati nel Grande Archivio, possiamo dire che non si mancò di venire alla «forgiudica» per parecchi di loro, e non sempre in sèguito di indizii gravissimi. Come abbiamo accennato altrove, con questa parola «forgiudica», parola non giuridica ma di uso comune nel Regno, s'intendeva di costituire gl'inquisiti fuori ogni adito al giudizio, ovvero di giudicarli fuori giudizio, se a questo non si presentassero fra un certo termine; il quale termine le Costituzioni del Regno prescrivevano dover essere un anno, ma la licenza del Principe potea ridurre a pochi giorni e perfino ad ore! Si pubblicavano i bandi per citare gl'inquisiti a comparire personalmente «ad informare ed a' capitoli», e i bandi, intrinsecamente mortali, erano connessi all'annotazione de' beni: fatta poi e letta la sentenza, i rei si avevano per confessi, non potevano appellarsi nè supplicare, nè erano ascoltati nella causa principale; si ritenevano morti e i loro beni venivano confiscati, ognuno poteva ucciderli impunemente e i loro cadaveri non potevano esser seppeliti, potevano bensì, con certe regole, essere rilasciati per l'anatomia. Del resto, tanto prima che dopo la sentenza, si potevano opporre non poche eccezioni e capitoli, sia dagl'inquisiti medesimi, sia da' loro consanguinei. Una prima lettera Vicereale concesse a Marc'Antonio d'Aponte facoltà di dichiarare forgiudicati, con termine abbreviato, parecchi che a relazione di lui e di D. Giovanni Sances erano stati dichiarati contumaci ad informandum et ad capitula nella causa della «sedutione de congiura»: la lettera reca la data del 31 dicembre 1599. I contumaci erano: «Alexandro tranfo di tropea, Gio. francesco d'alexandria di Monte lione, Marco ant.o Contestabile di stilo, Matteo famareda di Catanzaro, Geronimo baldaya di Squillace, pietro paulo santa guida, Antonio verlino di S.ta Caterina, francesco antonio de lo Joyo di girifalco et Tolivio de lo doce de satriano»: il Vicerè accordava «di possere abreviare il termine dela forgiudicatione alli sopradetti contumaci, prefigendoli termine di giorni venti à comparere... non obstante la constitution del Regno, che vole il circolo dell'anno per possere declarare forgiudicati»[50]. Riesce certamente notevole il non vedere compreso in questo elenco l'amico intimo del Campanella e compare di Maurizio, Gio. Gregorio Prestinace: ma venne più tardi anche la volta sua; abbiamo difatti rinvenuta un'altra lettera nel senso medesimo, esclusivamente per lui, ma scritta circa dieci mesi dopo la sopradetta, nell'ottobre 1600, e ciò conferma che pure da questo lato il lavoro fu lungo[51]. Con ogni probabilità non mancarono altre deliberazioni contro altri contumaci di Calabria: le evidenti e sconfortanti lacune, che presentano le scritture rimasteci nel Grande Archivio, ci autorizzano a ritenerlo. D'altronde l'elenco soprariferito ci presenta non solo nomi d'individui de' quali abbiamo avuto notizie più o meno ampie dagli Atti processuali che ci sono rimasti, ma anche qualche nome d'individuo che ci riesce del tutto nuovo. Non parliamo di Marcantonio Contestabile e di Gio. Francesco d'Alessandria, citati ampiamente da moltissimi testimoni: ricordiamo soltanto che il Famareda fu citato da Fabio di Lauro come particolare amico ed ospite di Maurizio de Rinaldis, il Baldaia fu perquisito e trovato possessore di una lettera di Maurizio a Gio. Francesco Ferraima e di poi citato dal Vitale qual complice in colloquio con Maurizio e raccoglitore di fuorusciti per conto di lui, il Dell'Joy fu citato dal Biblia e poi dal Mileri come complice in colloquio col Campanella e fra Dionisio, il Dolce fu citato dal Pistacchio come compagno di Maurizio nell'andata a Davoli, il Santaguida fu citato da più testimoni come uno degl'individui di S.ta Caterina i quali salirono sulle galere turche e vi rimasero più di un'ora, ciò che verosimilmente fece del pari il Verlino (leg. Merlino) anch' egli di S.ta Caterina. Ma quell'Alessandro Tranfo non si rinviene citato da alcuno negli Atti processuali in nostro potere finoggi, e ciò mostra che non conosciamo davvero quanto si fece pe' laici, e che ve ne furono altri, forse in numero ragguardevole, tuttora rimasti ignoti. Notiamo qui che documenti da noi trovati ci mostrano questo Alessandro Tranfo, figlio di Jacovo Giovanni Barone di Precacore (o Crepacore) e di S. Agata, qualificato Barone egli medesimo poco dopo il periodo di tempo di cui trattiamo, con ogni probabilità per «refutazione» fattagli dal padre, il quale morì più tardi, nel 1611[52]. A tempo della congiura avrebbe avuto appena 19 anni, e dovè essere di quelli ricercati da Maurizio dopo il convegno di Davoli, allorchè Maurizio andò in giro per parlare a Gio. Battista Soldano (egualmente di Tropea) e ad altri. Insieme col Barone di Cropani, egli va compreso nel gruppo dei «Baroni Provinciali», che secondo il Giannone parteciparono alla congiura del Campanella «in numero ben grande», e non furono da lui nominati nella sua Istoria civile per rispetto alle loro famiglie: noi pertanto conosciamo solamente i due anzidetti, e dobbiamo dire che ve ne furono senza dubbio parecchi altri. Dietro laboriose ricerche siamo veramente pervenuti a sapere che varie famiglie dei carcerati di Calabria possedevano feudi rustici, e basterà citare i feudi di Guarna e Palermiti per gli Striveri, Pantano Pratovecchio e Tornafranza pe' Susanna, Caiazza pe' Salerno, Montalto pe' Dolce, S. Andrea con Turchisi e Caria pe' Vella imparentati mercè matrimonio a Gio. Gregorio Prestinace; ma non ci consta che a que' tempi i possessori di feudi rustici si fregiassero del titolo di Baroni, e ci sembra chiaro doversi dire che più individui siano rimasti ignoti, avendo la congiura, o almeno la repressione della congiura, avuto proporzioni assai più larghe di quelle che siamo in grado di ammettere finoggi, come per altro apparisce assai bene dall'estensione del territorio che diede inquisiti. Del resto, se non sappiamo i nomi de' molti Baroni propriamente detti, sappiamo che molti tra' carcerati appartenevano a famiglie nobili riconosciute: basterà fare avvertire che tra' soli carcerati di Catanzaro, oltre quelli sopra nominati, anche il Franza, i due Cordova, il Famareda, il Giovino, appartenevano a «famiglie nobili serrate», come rilevasi dal D'Amato, che ne fa distinta menzione e ne offre i rispettivi stemmi[53].—Notiamo poi che il tribunale di Napoli, coll'anzidetto elenco di forgiudicati, ci si mostra più severo di quello di Calabria: poichè se pel Baldaia, lasciato dapprima in pace, emerse la testimonianza posteriore del Vitale che aggravò gl'indizii contro di lui, pel Merlino e pel Santaguida non s'intende quali nuovi indizii fossero venuti in campo, mentre un altro Santaguida ecclesiastico, come vedremo a suo tempo, fu incolpato dello stesso fatto e subito apparve catturato senza fondamento. Dobbiamo del resto aggiungere, che se fu spiegata tanta severità per alcuni, nessun provvedimento risulta preso per altri non meno gravemente indiziati, come in verità è accaduto sempre in tali faccende sino a' giorni nostri. Ognuno p. es. crederebbe che i fuorusciti nominati dal Campanella nella sua Dichiarazione scritta, i figli di Jacobo Grasso, il figlio di Nino Martino, Carlo Bravo, i Baroni di Reggio, fossero stati immancabilmente perseguitati; lo stesso si crederebbe p. es. per Geronimo Camarda, colto nientemeno che in corrispondenza con Claudio Crispo; invece documenti che abbiamo trovato intorno a tutti costoro mostrano persecuzioni e catture pe' loro delitti comuni, senza che sia mai citato il delitto di ribellione, onde si deve conchiudere che da questo lato siano stati veramente lasciati in pace. Ma di ciò più tardi, quando con la nostra narrazione giungeremo agli anni successivi, ne' quali vedremo da una parte assoluzioni e rilasci, da un'altra parte la cattura e l'invio in Napoli di taluno de' forgiudicati sopradetti e del rispettivo manutengolo.
Sorgeva intanto il nuovo anno 1600, e il Breve Papale, per cominciare a procedere contro gli ecclesiastici, non arrivava ancora. Come dicevamo, durante l'aspettativa, il Vicerè aveva interceduto a Roma per l'assoluzione del Principe di Scilla dalla scomunica che il Vescovo di Mileto gli aveva già da un pezzo inflitta; in pari tempo aveva sempre continuato ad insistere presso il Nunzio per la venuta del Vescovo medesimo in Napoli. Da Roma fu presto data al Nunzio, fin dal 22 dicembre, la facoltà di assolvere il Principe, a patto che fossero state già adempite tutte le necessarie condizioni. E il Principe venne assoluto, e in tale occasione egli medesimo fece istanza che venissero assoluti egualmente il suo Vice-Principe dottor Fabrizio Poerio e D. Luise Xarava, i quali erano stati scomunicati insieme con lui. Questo fu pure più tardi concesso, e con lungo giro eseguito pel Poerio, mercè facoltà trasmessa all'Arcivescovo di Reggio, ma non risulta che sia stato eseguito del pari per lo Xarava, il quale sappiamo che assai più tardi, nel 1605, richiese al Gran Duca di Toscana che gli ottenesse da S. S.ta la dispensa da qualunque irregolarità commessa pel passato[54]: così non a torto il Campanella scrisse essere stato lo Xarava perseverante nella scomunica. Arrivava poi nella capitale, la prima settimana del nuovo anno, il Vescovo di Mileto, che aveva impiegato circa un mese per venirsene a tutto suo comodo da Calabria, onde il Vicerè pretendeva doversi ritenerlo contumace. Una lettera del Nunzio, in data 11 gennaio 1600, narra tutti i particolari dell'udienza datagli dal Vicerè, essendovi lui pure intervenuto, e ci fa conoscere gli appunti e le ammonizioni dal lato del Vicerè, e le discolpe e la richiesta di un passaporto dal lato del Vescovo, con la conclusione del rilascio del passaporto senza difficoltà. Uno degli appunti che riesce importante per la nostra narrazione fu questo, che il Vescovo «desse occasione di sospettar di lui, come haveva fatto adesso col difendere qualch'uno di quelli che si pretendevono complici della ribellione seguìta in Calabria; come era un Clerico Cesare Pisano, in favore del quale si trovava fatto ex officio un Processo per Giustificatione del suo Clericato per essimerlo dalla Corte Secolare quando si trattava d'un negotio così grave». Il Vescovo disse «che il Processo del Clericato di quel Cesare era stato fatto avanti si sapesse nulla della congiura, ò ribellione, ad altro fine come poteva vedersi»[55]. Ma finalmente, nella stessa data 11 gennaio, arrivò pure il Breve Papale, e D. Pietro de Vera lo portò di persona al Nunzio. E già costoro si disponevano a dare cominciamento al processo, quando il Vicerè, avuto il Breve, e trovandosi ancora in Napoli il Vescovo di Mileto, diede improvvisamente ordine che Cesare Pisano fosse giustiziato.
Il Pisano, secondo il solito, fu tradotto alle carceri della Vicaria, e un documento, che abbiamo allegato al processo di eresia, ce lo mostra il sabato 15 gennaio 1600 entro la cappella segreta di quelle carceri, in presenza de' Rev.di Orazio Venezia, Curzio Palumbo e Geronimo Perruccio, ufficiali della Curia Arcivescovile appartenenti alla Congregazione diocesana del S.to Officio, alla quale, mediante i Confrati bianchi, vicino ad essere giustiziato, egli avea fatto istanza di voler confessare per disgravio della sua coscienza. La lunga confessione che egli fece, e che secondo lo stile del S.to Officio è detta denunzia poichè in fondo con essa riusciva a denunziare sè medesimo e gli altri, lo rivela turbato, confuso, in qualche punto speciale contradittorio, ma nel complesso coerente in tutte le cose di eresia che altre volte avea deposte, con qualche rettificazione verso fra Dionisio, con qualche circostanza aggravante verso il Campanella ed anche verso sè medesimo, riconoscendo di aver creduto a quelle opinioni, la qual cosa aveva altra volta negata. I lettori troveranno questa confessione riportata nella sua integrità tra gli altri Documenti, e potranno scorgere le varianti in raffronto delle deposizioni anteriori[56]; qui basterà citarne i punti più importanti per la nostra narrazione. Intorno al Campanella, egli rivelò che fra Tommaso, nelle carceri di Squillace, gli avea raccomandato di non voler «ruinare li amici» col suo esame, quando non poteva salvare sè stesso; che inoltre, a tempo della gita da Monasterace a Stilo (cosa da lui precedentemente negata) fra Tommaso gli avea parlato dell'analogia de' nostri corpi con quelli dei cavalli e giumente, e della conversione delle anime nostre «in non essere» non trovandosi inferno, purgatorio e paradiso, ma circa l'esistenza di Dio avea detto dovergli bastare quanto gli aveano comunicato que' frati, essendo cose troppo alte per poterle capire; infine accennò all'essere stato visitato da fra Tommaso nelle carceri di Castelvetere a' primi tempi della sua carcerazione. Intorno a fra Dionisio, revocò di aver saputo da lui le cattive relazioni tra S. Giovanni e Gesù, ma non altro che questo, e intorno a fra Bitonto e fra Jatrinoli non revocò nulla; che anzi ripetè ancora una volta tutti i discorsi di eresie fatti da' frati da lui accompagnati nelle gite a Bagnara e a Messina, e poi a Stignano in casa Grillo etc., come pure i discorsi consimili da lui stesso tenuti nelle carceri di Castelvetere col Gagliardo, che vi partecipava, e col Santacroce, col Marrapodi e coll'Adimari, che egli voleva indurre in quelle opinioni, delle quali infine si pentiva e voleva far penitenza, vedendo «di havere da morire fra breve termino». Tutto ciò dovè sembrare di troppa gravità agli ufficiali della Curia, i quali non presero alcuna risoluzione; sicchè l'indomani, 16 gennaio, intervenne il Vicario Arcivescovile in persona, Ercole Vaccari, che poi troveremo come Giudice nella causa dell'eresia, e costui, fatta qualche altra interrogazione, decretò che per rendere valida la deposizione anche
contro i complici «et ad omnem alium bonum finem et effectum» fosse al Pisano amministrata la tortura con la corda per un ottavo di ora. Ed immediatamente la tortura venne amministrata, ed i lettori troveranno fra' Documenti il primo processo verbale di questo genere. Spogliato, legato ed attaccato alla corda, di poi tratto in alto, il Pisano dovè più volte dichiarare che le cose dette erano vere, verissime; e soggiunse «lhò ditto per scaricarmi in tutto è per tutto la conscientia, è per salvarmi l'anima, et se non l'havesse ditto, lo tornaria a dire». Poi soggiunse ancora: «Monsignor mio, misericordia, che hò ditto la verità, et sono quattro giorni che non hò mangiato, è mi trovo debole»; ed allora, con la solita formola, il Vicario ordinò che fosse deposto, che gli fossero accomodate le braccia e venisse rivestito, quindi lo condannò come eretico formale, imponendogli l'abiura ed alcune penitenze «in questo poco spacio di tempo di vita» che gli rimaneva. La sentenza fu subito letta dal Mastrodatti della Curia Gio. Camillo Prezioso, l'abiura fatta e sottoscritta dal Pisano e l'assoluzione data dal Vaccari, nell'Audienza criminale della Vicaria.—Ma in pari tempo anche i Confrati bianchi ricevevano dal Pisano talune «esculpationi» intorno alla congiura, come ci mostra il documento relativo alla sua esecuzione, e queste meritano bene di essere ricordate[57]. In fondo il Pisano si ritrattava sul conto di talune persone che avea nominate ne' tormenti sofferti in Squillace, e negli «ultimi tormenti» sofferti in Gerace. In Squillace egli avea dichiarato che il fratello di Orazio Santacroce avrebbe dato aiuto «al trattato della rebellione», ed inoltre che avea parlato pure con Geronimo Conia di detto trattato, e questo non era vero. In Gerace avea dichiarato che i fratelli Moretti consentivano al trattato e che fra Dionisio glie l'avea detto, come pure che Gio. Angelo Marrapodi avea promesso di portar gente in aiuto, e tutto questo nemmeno era vero.—Tali furono gli atti estremi del Pisano, che nel medesimo giorno, malgrado fosse di Domenica, venne condotto al supplizio; ci corre pertanto il debito di giudicarli. A rigore, la confessione delle eresie potrebbe dirsi fatta con la speranza di suscitare direttamente nel S.to Officio la premura di avocare la causa al suo tribunale, e quindi intercedere perchè l'esecuzione fosse sospesa; tuttavia il tenore di essa è tale da poterla credere sincera, mostrando un uomo per quanto turbato altrettanto scevro d'illusioni, mentre d'altra parte tutta la vita anteriore di lui ce lo rivela di costumi tristi, ma leggiero più che malizioso. Le discolpe poi intorno alla congiura, le quali attenuano la responsabilità di parecchi ed anche esonerano perfino fra Dionisio circa un punto speciale, non fanno motto nè del Gagliardo, nè del Bitonto, nè del Jatrinoli, e però implicano evidentemente una conferma dell'esistenza del concerto per la ribellione: se non era vero che il tale e il tal altro vi avessero avuta parte o che ve l'avessero avuta nella misura prima deposta, era vero che vi avessero avuta parte in una misura più circoscritta e che ve l'avessero avuta tutti i rimanenti. Di certo non gli era mancata l'opportunità di disdirsi in tutto e per tutto, e gli sarebbe riuscito tanto più facile il farlo in poche parole qualora la coscienza glie l'avesse consentito. Dopo ciò bisogna dire che fu assai male informato il Campanella, quando nella sua Narrazione scrisse che «il Pisano si ritrattò più volte, e poi dicendo che l'heresia lo havea salvato, lo fecero morir di domenica, avanti che si presentasse la bolla del clericato per lunedì, e nella sua morte si scommosse il cielo el mare, e s'annegaro 8 navi e galere in porto di Napoli». Che propriamente nella notte del 16 gennaio, ed anzi sull'alba del 17, vi sia stato un uragano, pel quale perirono in Napoli 7 navi e diverse altre egualmente nelle spiagge vicine, è ricordato da' nostri Storici, e meglio anche dagli Agenti di Toscana e di Venezia ne' loro Carteggi, e su ciò non v'è nulla da dire[58]. Che l'esecuzione sia stata fatta di Domenica per ragione non del Vicerè ma del S.to Officio, si rileva da quanto abbiamo narrato con la scorta de' documenti autentici ed anche dal documento de' Bianchi che dice: «a questa giustitia andò la compagnia il sabato prima 15 del mese et aspettò sino a 2 hore di notte, et poi fu licenziata per non possere l'afflitto essere assoluto del s.to officio». Che non la bolla ma l'informazione del clericato abbia dovuto già essere stata esibita al tribunale innanzi questa data, si è visto dall'averne il Vicerè fatto perfino un appunto al Vescovo di Mileto. Che infine il Pisano non siasi ritrattato mai, ed invece con una desolante persistenza abbia ripetuto, più o meno, le cose dell'eresia e della congiura innanzi qualsiasi tribunale, è accertato da tutti gli esami e rivelazioni che di lui possediamo, e precisamente nella persona di lui la raccolta che possediamo è completa.
I particolari del supplizio del Pisano ci vengono forniti dallo stesso documento dell'Archivio de' Bianchi. Col lunghissimo giro altrove accennato, dalla Vicaria «s'andò per palazzo»; e si eseguì la «giustitia per ordine di S. E. ad appiccare et squartare vicino la guardiola del Castello». Anche nelle scritture di S.to Officio relative alle persone di questa causa, troviamo che Felice Gagliardo, menzionando Cesare Pisano, lo disse «giustitiato al largo del Castello»[59]. Così quest'infelice giovane, di 26 anni, servì di spettacolo non solo al popolo della fedelissima città, ma anche a' suoi compagni di sventura, che dalle carceri del Castello doveano vederlo. E meritano pure di essere notate ed interpetrate due circostanze che si trovano riferite dal Residente Veneto[60]. La prima, che il Vicerè fece affrettare l'esecuzione, poichè il Pisano nelle carceri avea disegnato di avvelenare Maurizio, il quale continuava a svelare il negozio della congiura; e fu questa verosimilmente una voce sparsa dal Governo medesimo, per giustificare un abuso giurisdizionale aggravato anche dal modo tenuto. La seconda, che il Pisano, essendo prete, fu impiccato in abito di prete; e questa circostanza dovè esser vera unicamente nel senso che si fece andare il Pisano al patibolo col ferraiolo nero di clerico; poichè non solo trovasi attestato dalla lettera del Residente il fatto dell'impiccato coll'abito di prete, ma anche trovasi riferito da tutti gli Avvisi del tempo essere stato impiccato un sacerdote, anzi lo stesso Campanella, ciò che significa esservi stata tale credenza, originata verosimilmente dal fatto dell'abito, che va interpetrato come uno sfregio inflitto al potere ecclesiastico.—Per certo il Nunzio ebbe a rimanere duramente deluso nella sua aspettativa intorno al Pisano, e non se ne potè neanche lagnare immediatamente in Corte, essendosene il Vicerè andato fuori Napoli: ne fece bensì risentimento con D. Giovanni Sances, e ne diè conto al Card.l S. Giorgio con la sua lettera del 21 gennaio, senza far motto della circostanza dell'abito di clerico fatto indossare al Pisano. Più tardi potè parlarne al Vicerè, il quale disse che di queste cose se ne rimetteva a' suoi ufficiali e che non avea saputo nulla di tale esecuzione; ed al Nunzio parve che le sue lagnanze avessero lasciato il Vicerè «confuso» e perciò si era espresso in quel modo «punto verisimile»! Per non intralciare la narrazione, aggiungiamo che ancora più tardi ne dovè dar conto egualmente al Card.l di S.ta Severina, il quale glie ne scrisse inculcando di risentirsene; ed egli fece del pari conoscere di averne già parlato al Vicerè, e di essergli stato da lui risposto «che non haveva saputa tal esecutione», come pure di averne parlato a' Ministri e di esserne costoro «rimasti confusi ad ogni modo»[61]. In verità bisogna dire che il Nunzio non rifuggiva dai concetti più arrischiati, quando si trattava di scusare la sua non rara indolenza in queste materie così delicate, che egli aveva per lo meno il torto di mettere allo stesso livello de' negozii ordinarii. Due volte la Compagnia de' Bianchi era andata in Vicaria pel Pisano, due volte il S.to Officio si era trattenuto col povero condannato, e il Nunzio non ne avea saputo nulla. Il vero è che egli soleva scansare ad ogni costo le imprese laboriose: così avea fatto pel Caccìa, così fece pel Pisano, così lo vedremo fare anche in qualche altra occasione.
III. Intanto, dietro l'arrivo del Breve Papale, il tribunale della congiura per gli ecclesiastici si costituiva, e sollecitamente cominciava a funzionare. L'11 gennaio il Breve era stato presentato al Nunzio da D. Pietro de Vera e letto da entrambi; il 16 la nomina del medesimo D. Giovanni Sances per fiscale e di Marcello Barrese per Mastrodatti fu trasmessa ufficialmente, da parte del Vicerè, a D. Pietro de Vera con l'incarico di comunicarla al Nunzio; il 18 si tenne la prima seduta. Queste date risultano dagli Atti che si conservano in Firenze, posti al sèguito del Breve, parzialmente anche dal Carteggio del Nunzio, e dal Carteggio del Vicerè, infine da un documento che abbiamo rinvenuto nell'Archivio di Stato[62]: ma prima d'inoltrarci nella narrazione di ciò che si fece nel tribunale, non sarà inutile dare un'occhiata al Breve. Esso vedesi diretto al Vescovo di Troia Nunzio Apostolico e a Pietro de Vera Consigliere, e reca la data dell'8 gennaio. Con quella dicitura contorta e stentata di Marcello Vestrio Barbiano Segretario de' Brevi, e con quel piglio altiero ed ingiurioso tanto comune ad incontrarsi ne' documenti della Curia, Clemente VIII comincia dal ricordare la partecipazione avuta «pocofà» dal Vicerè, che taluni frati e clerici «figli dell'iniquità» aveano cospirato nello Stato del carissimo figlio Filippo e trattato di dare la Calabria «nelle mani de' turchi nemici del nome cristiano», e la dimanda dello stesso Vicerè, che si fosse degnato di provvedere con la benignità Apostolica perchè i parecchi carcerati avessero il meritato gastigo; ond'egli stimando que' «ribaldi e sediziosi uomini indegni dell'immunità e libertà ecclesiastica», concede alla fraternità del Vescovo, e alla discrezione di Pietro, facoltà di esaminare carcerati e carcerandi, complici, testi etc. Finquì ognuno avrà notato quel «pocofà» da doversi riferire a tre mesi indietro, una definizione della congiura che la Curia sapeva da un pezzo non esser la vera con qualche sospetto che la congiura medesima fosse destituita di fondamento, inoltre una durezza estrema di linguaggio verso individui i quali tuttora non erano che semplici imputati: si faccia un confronto col linguaggio tenuto dal Vicerè nell'istituire il tribunale pe' laici (Doc. 209 p. 109) e si vegga la differenza. Ma cosa voleva dire quell'essere i ribaldi e sediziosi uomini indegni dell'ecclesiastica immunità? Era forse un tribunale laico quello che s'istituiva per essi? Senza dubbio si derogava ai Canoni e alla procedura ordinaria, massime coll'intervento del Fiscale Sances e del Mastrodatti Barrese, individui laici nominati dal Vicerè; ma coloro i quali doveano in ultima analisi giudicare e sentenziare erano sempre il Nunzio, giudice naturale segnatamente de' frati, e il de Vera clerico, proposto dal Vicerè ma nominato giudice dal Papa, e quindi funzionario Papale, precisamente come p. es. erano i Vescovi proposti dal Governo e nominati dal Papa senza potersi dire perciò funzionarii Governativi. Difatti «Commissarii Apostolici, Delegati Apostolici», si dissero poi sempre il Nunzio e il De Vera, e solo per le facoltà avute direttamente dal Papa essi furono in grado di esaminare gl'imputati, prescrivere i tormenti, emettere le sentenze; se il Campanella in sèguito pose sempre innanzi il Sances e le sue crudeltà, è chiaro che lo fece unicamente per mettere nell'ombra le persone e le crudeltà de' Commissarii Apostolici de' quali non gli conveniva sparlare. Si chiami dunque «tribunale misto» il tribunale creato col Breve, ma s'intenda bene la costituzione sua, e non se ne sconosca la natura al punto da attribuire al Governo Vicereale ciò che esso fece: sicuramente esso fu costituito in modo da dover servire in tutto e per tutto il Governo Vicereale, ma rimanendo pur sempre un tribunale i cui Giudici funzionavano in nome del Papa, coll'autorità avuta dal Papa. Non meno importante poi riesce il notare l'estensione de' poteri accordati a questi Giudici verso gli inquisiti: concediamo, diceva il Breve, facoltà «di sottoporli alla tortura ed altri tormenti giusta le disposizioni del dritto,... di procedere fino alla sentenza esclusivamente, e di consegnare e rilasciare alla Curia secolare, senza pericolo di censure.., colpiti dalle condegne pene giusta le sanzioni canoniche coloro i quali a voi sia constato essere legittimamente convinti e confessi». Ecco un abbandono insolito di ciò che le Autorità, tanto ecclesiastiche quanto laiche, ordinariamente si riserbavano; ma si noti che i Delegati potevano agire fino alla sentenza di condanna «esclusivamente», sicchè quando una tale sentenza si fosse dovuta emettere, sarebbe occorsa l'approvazione del Papa. Con ciò risulta chiarita anche meglio la natura del tribunale; e s'intende che l'approvazione del Papa non sarebbe mancata, ma s'intende pure che per salvare l'apparenza della superiorità ecclesiastica, il Papa consentiva ad assumere di dritto la responsabilità di ciò che sarebbe avvenuto, mentre abbandonava di fatto gli ecclesiastici inquisiti all'influenza prepotente del Governo Vicereale; non si neghi dunque tale responsabilità, e si riconosca questo abbandono del Campanella e socii fin dal momento della istituzione del tribunale col detto Breve.—Poniamo qui che il Campanella, nella sua Narrazione e poi anche in una delle sue lettere pubblicate dal Baldacchini[63], disse questo Breve «sorrettitio ch'esponea ribellione», ed affermò che «el S. Papa Clemente 8.o donò licenza che si facesse questa causa nelli carceri regi per confrontar li frati con li laici carcerati e mostrar che lui non era consapevole». In verità la concessione del Breve fu indipendente dal fatto della confronta, che venne in campo più tardi; quanto poi all'esporre ribellione, certamente il Breve non poteva esporre altro, e solamente avrebbe potuto esporla in migliori termini; sappiamo poi che già da un pezzo il Governo Vicereale si era mostrato o aveva finto di mostrarsi persuaso che il Papa non fosse consapevole della congiura. Assai meglio di questo avrebbe potuto il Campanella dire intorno al Breve; ma, come sempre, nelle parole di lui bisogna leggere lo sforzo costante di appoggiarsi a qualunque specie di argomento, e al tempo medesimo di non dare motivi di disgusto al Papa, dal quale soltanto potea sperare la sua liberazione.
Dicevamo che il 17 e 18 gennaio si tennero le prime sedute del tribunale. Probabilmente il 17 si tenne seduta preparatoria facendo la rassegna degli Atti raccolti a carico degl'inquisiti, ma il 18 si produsse il rescritto Vicereale che nominava il Sances e il Barrese, e si deliberò di conservarlo ed eseguirlo, quindi si dovè subito metter mano all'interrogatorio del Campanella: così venne iniziato il 4.o ed ultimo volume di tutto il processo, consacrato appunto alla causa della congiura per gli ecclesiastici. La «deposizione» del Campanella è solo menzionata negli Atti esistenti in Firenze, e ciò si spiega con la circostanza che essa risultò negativa: quegli Atti per altro mostrano che si estese dal fol. 3 a 9 del volume e quindi fu molto lunga[64]. Una lettera del Nunzio, in data del 21 gennaio, fa conoscere precisamente che il Campanella negava, e che forse l'indomani si sarebbe fatta la confronta: «sono stato, egli dice, già due volte con il Sig.r D. Pietro di Vera in Castello, et essaminato (sic) fra Thomaso Campanella il quale stà sù la negativa, ma hà tanti che gli testificano contro, de' quali forse domani si farà la confrontatione, che credo bisognerà si risolva à dir il fatto come stà circa la congiura, et ribellione». Ma la confronta si fece solamente il giorno 23 gennaio, come risulta da una lettera del medesimo Nunzio scritta l'indomani, e non vi furono altri Atti fra l'esame del Campanella e la confronta, vedendosi questa occupare nel volume il fol. 10 ed 11, come è notato negli Atti sopra menzionati. Si ricominciò coll'esame del Campanella rammentandogli la Dichiarazione da lui scritta, ed egli, secondo il Nunzio, la negò egualmente, ed allora si venne alla confronta; ma forse il Nunzio volle dire che negò la ribellione della quale aveva altra volta scritto, e non deve far meraviglia questa distrazione da parte del Nunzio, che sempre, così nella causa della congiura come in quella dell'eresia, lasciò fare a' suoi colleghi, intervenendo solo in qualche occasione nella quale gli pareva che potesse «far conoscere la superiorità ecclesiastica». Ecco come egli riferì il fatto nella sua lettera del 24 gennaio. «.. Hieri stando pur frà Thomaso Campanella sù la negativa, etiam d'una narratione del fatto scritta di sua mano sin nel principio che fu preso, se gli condusse à petto, et per riscontro cinque, et particolarmente un' Mauritio de Rinaldi che fù quello che condotto alle forche si risolvette à dire spontaneamente, et per scarico di conscienza, tutto quello che sempre havea negato nei tormenti, il quale disse sul viso à detto Campanella il trattato della Ribellione che havevano havuto insieme, e che per questo era stato sù le Galere Turchesche, e tutto quello ch'era seguito; et egli pure stette sù la negativa, onde il fiscale fece instanza che si venisse à tortura»[65]. Prima d'inoltrarci nell'incidente della tortura, dobbiamo dire che se nel giorno suddetto vi furono soltanto cinque confronte come il Nunzio asserì, ve ne furono di poi altre due, poichè sette ce ne mostrano fuori ogni dubbio, successivamente avvenute, gli Atti esistenti in Firenze; da' quali apparisce pure che queste confronte non durarono a lungo, occupando appena il fol. 10 ed 11 del volume[66]. Difatti, secondo la procedura che costantemente accade d'incontrare in qualunque processo del tempo, s'introduceva il teste, gli si deferiva il giuramento in presenza dell'inquisito, gli si dimandava se conoscesse costui, e verificatosi che lo conosceva, gli si dimandava in termini generali se le cose che avea deposte contro di lui fossero vere; ed allora, riuscendo negativa la confronta, mentre il teste diceva che tutto era vero, verissimo, l'inquisito diceva che non era vero, che tutto era bugia, che il teste ne mentiva per la gola; così la confronta finiva in pochi momenti. I sette confrontati furono, oltre Maurizio, Gio. Tommaso di Franza, Gio. Paolo di Cordova, Tommaso Tirotta, Felice Gagliardo, Geronimo Conia, fra Silvestro di Lauriana. Le parole del Nunzio sopra riportate ci mostrano che Maurizio, alla presenza del Campanella, non dovè limitarsi alla semplice rafferma della sua confessione in termini generali, ma trasportato dal suo zelo per l'anima dovè rammentare qualche cosa del progetto e de' preparativi di ribellione, e segnatamente dell'andata sulle galere turche deliberata d'accordo con lui. Quanto a Gio. Tommaso di Franza, Gio. Paolo di Cordova e Tommaso Tirotta, evidentemente la loro confronta dovè servire a raffermare il fatto del convegno di Davoli e de' discorsi ivi tenuti; quanto a Felice Gagliardo e Geronimo Conia, la loro confronta dovè raffermare segnatamente il fatto della visita del Campanella a Cesare Pisano nelle carceri di Castelvetere e le parole ivi scambiate, giacchè vedremo essere stato questo uno dei principali capi dell'accusa che il fiscale scrisse contro il Campanella. Infine quanto al Lauriana, la sua confronta dovè raffermare il fatto del convegno di Pizzoni e delle parole del Campanella ai congregati, ed è manifesto che al cospetto de' Giudici caddero tutti i proponimenti di ritrattazione che il Lauriana aveva esternati al Campanella. Vedremo altre confronte di altri inquisiti col Campanella nel tratto successivo: intanto già fin dalle prime confronte il fiscale dimandò a' Giudici che si ordinasse di amministrare la tortura, ma il Nunzio volle che prima se ne informasse S. S.tà per ottenerne la licenza.