Ecco in che modo il Nunzio riferì questo incidente. «.. Il fiscale fece instanza che si venisse à tortura, et mettendogli io in consideratione che se il detto Campanella domandava la copia delli inditii non vedevo come se li potessero negare, disse, e mostrò che secondo l'uso della Vicaria e di tutte l'udienze di Regno, ne casi così enormi si veniva à tortura per il processo informativo.., et che anche questo si era fatto nell'ultimo caso di ribellione dove intervenne un deputato dalla sedia Apostolica et che me lo mostrerebbe; gli replicai che era più espediente saper sopra questo il comandamento di S. S.tà che ne può dispensare, et però mi son risoluto à scriverne per la staffetta, tanto più quanto intendo che questo medesimo è stato usato dalli Offitiali dell'Arcivescovato in casi d'importanza, et è stato ottenuto licenza di poter venire à tortura nel processo informativo senza farne altra copia, che certo conosco che in questo negotio sarebbe cosa di molta difficoltà, e lunghezza, ma non voglia (sic) consentire à nulla di straordinario secondo l'uso di quà senza particolare ordine il quale desidero quanto prima, acciò il negotio si possa tirar avanti conforme al desiderio del sig.r Vicerè». Abbiamo voluto riportare per intero questo brano di lettera, per potere ben valutare l'incidente. Da esso si dovrebbe inferire che fosse ben poca nel Nunzio la conoscenza del dritto e la pratica del tribunale, mentre pure ne presedeva uno e di non poco rilievo. Poichè se la Curia Arcivescovile ne' casi importanti doveva ottenere licenza da Roma per amministrare la tortura durante il processo informativo, senza dare all'inquisito la copia degl'indizii, ciò accadeva perchè ne' casi importanti la Curia Romana voleva essere intesa di tutto, e dirigere essa medesima il processo in ogni sua parte. D'altronde l'amministrare la tortura durante il processo informativo non era un uso particolare di Napoli, bensì un principio riconosciuto da tutti i Giuristi, ogni qual volta si trattasse di casi gravissimi e specialmente di lesa Maestà. Adunque la tortura dimandata dal fiscale, nel caso del Campanella, non usciva da' limiti del dritto e delle facoltà date dal Papa a' Giudici col suo Breve, essendovi tra le altre quella di poter sottoporre gl'inquisiti «alla tortura ed altri tormenti giusta le disposizioni del dritto». Non potendosi ammettere nel Nunzio tanta ignoranza del dritto, bisogna piuttosto conchiudere che egli abbia voluto dar prova di saper sostenere la superiorità ecclesiastica, mostrando che in tutto si doveva dipendere da Roma; e con ciò non giovava alla causa del Campanella e socii, ma la danneggiava senza dubbio, poichè rinfocolava la sorda diffidenza della Corte di Napoli verso quella di Roma nella faccenda de' frati. Bisogna tener presenti queste cose, poichè esse influirono certamente sulla condotta ulteriore del Governo Vicereale.—La richiesta della nuova facoltà per dare la tortura al Campanella fu subito fatta dal Nunzio, mediante una staffetta spedita dal Vicerè, e si ebbe cura di farla in modo da comprendervi anche gli altri, che il Nunzio in una sua lettera di sollecitazione, in data del 4 febbraio, qualificava «inditiati per non dir convinti». Naturalmente la richiesta venne accordata senza la menoma difficoltà, trattandosi di una quistione di forma, non di sostanza; ma la lettera che l'accordava si fece attendere alcuni giorni.
Intanto il tribunale non perdeva tempo. Dopo l'esame e le confronte suddette del Campanella, immediatamente dopo, si venne all'esame di fra Dionisio, come si rileva dal trovare la deposizione di costui, negli Atti conservati in Firenze, notata col fol. 12 del volume[67]: anche di essa per altro quegli Atti non dànno che la semplice menzione, e certamente perchè risultò del pari negativa. Se non c'è una lacuna, del resto poco notevole, nelle notizie dei folii del volume, dopo fra Dionisio fu esaminato fra Gio. Battista di Pizzoni. Dichiarazioni fatte più tardi nel processo di eresia massime da fra Dionisio[68], quindi ripetute dal Campanella nelle sue Difese[69] e poi ancora nella Narrazione, tenderebbero a far credere che le cose fossero passate nel modo seguente. Il Pizzoni dapprima si ritrattò, onde fu posto in una fossa, dove col carbone scrisse sul muro il suo nome aggiungendovi «positus ut dicat mendacium ad instantiam fiscalium»; ma il Lauriana dalle carceri del civile, dietro il consiglio di un dottore Domenico Monaco, che là si trovava e che aveva consigliato lui stesso a non ritrattarsi perchè sarebbe stato punito come falsario, potè con lo stesso argomento indurre il Pizzoni a revocare la ritrattazione; così uno o due giorni dopo costui dimandò di essere udito di nuovo e revocò quanto avea dapprima ritrattato. Di tutto questo non si ha veramente notizia negli Atti sopra citati; solo vi si trova l'esame del Pizzoni qualificato «deposizione ultima di fra Gio. Battista che accetta quella fatta innanzi al Vescovo di Gerace», e da ciò potrebbe desumersi che le suddette dichiarazioni esprimessero il vero. Ma dobbiamo notare che possediamo tale deposizione di fra Gio. Battista integralmente riportata nel processo di eresia, perocchè venne trasmessa in copia dall'uno all'altro tribunale, e non vi scorgiamo alcuno indizio di un esame anteriore che con essa il Pizzoni si facesse a revocare[70]. La deposizione porta la data del 29 gennaio. I Giudici dimandano dapprima, «come si ritrova esso deposante carcerato in questo Regio Castello», ed egli dichiara come e quando e da chi venne carcerato in Calabria «acciò deponesse... contra fra Thomase Campanella et fra Dionisio Ponsio de le cose, che esso deposante havea denuntiato tanto al'Avvocato fiscale di Calavria in scritto quanto per lettre al Generale»: poi, dietro altre dimande, dice di essere stato già esaminato dal Visitatore ed anche dal Vescovo di Gerace e si rimette a questi esami, spiega come non depose già per timore ed insiste ad atteggiarsi a denunziante, rettifica la parola «complici» che fu scritta nel suo esame a proposito degli altri frati da lui nominati, nega assolutamente di aver mai consentito alla ribellione, dicendo che piuttosto vorrebbe gli «fosse stata tagliata la lingua». Vedremo or ora che ben diversamente fu redatto il processo verbale dell'esame del Petrolo, il quale davvero prima si ritrattò e poi revocò la ritrattazione: ad ogni modo, la deposizione del Pizzoni che rimase e servì nello svolgimento ulteriore del processo fu quella sopradetta.—Non appena raccolta tale deposizione, fu immantinente chiamato il Campanella per fare la confronta, e come sempre era avvenuto, il Pizzoni disse che era vero quanto avea dichiarato nelle sue deposizioni contro di lui, e il Campanella disse che egli mentiva per la gola. Si passò allora alla confronta del Pizzoni con fra Dionisio; quindi si fece la confronta del Lauriana con lo stesso fra Dionisio, e il risultamento fu sempre identico, come si rileva dagli Atti che pubblichiamo tra i Documenti[71].
Nel giorno medesimo 29 gennaio si venne anche all'esame di fra Domenico Petrolo, e costui positivamente si ritrattò, ma poi revocò la ritrattazione aggravando fuor di misura la condizione del Campanella. Possediamo egualmente questi Atti nella loro integrità, giacchè vennero inserti in copia nel processo di eresia[72]. I Giudici dimandarono, al solito, come e perchè egli si trovasse carcerato, e il Petrolo rispose che credeva essere stato carcerato per deporre contro il Campanella: poi, dietro altre dimande, rispose di aver deposto che il Campanella volea ribellare la provincia di Calabria coll'aiuto de' turchi e de' fuorusciti, di averlo deposto a suggerimento di fra Cornelio, che lo persuase di dirlo per non essere maltrattato in Calabria e venir rimesso a' proprii superiori; quindi espose tutte le circostanze della sua fuga insieme col Campanella temendo che Maurizio volesse ammazzarlo, tutte le circostanze della loro cattura e carcerazione. Ma i Giudici gli obiettarono che avea deposto spontaneamente e poi avea ratificato la deposizione innanzi al Vescovo di Gerace, ed egli rispose che non avea ratificato nulla e che quanto avea deposto non era vero; infine gli dimandarono se era vero che avesse concertato col Campanella di ribellare la Calabria e farla repubblica, ed egli rispose, «non è vero, Giesù»! Si può ritenere per certo che i Giudici fecero allora porre il Petrolo nella fossa, onde egli ben presto si raccomandò al carceriere, dicendo che volea manifestare la verità.—Così nella seduta del 31 gennaio il Petrolo fu sottoposto a un nuovo esame; e nel processo verbale trovasi consacrato che, essendo venuti i Giudici, il carceriere fece loro intendere il desiderio del Petrolo, e che costui tradotto nel luogo dell'Audienza ed interrogato se volesse manifestare la verità come avea dichiarato, disse di avere negato il primo esame per le minacce fattegli dal Campanella a nome suo ed anche a nome di fra Dionisio in più circostanze. E cominciò dal riferire i motti latini scambiati tra il Campanella e lui durante il tragitto da Squillace a Gerace, la cartolina mandatagli dal Campanella appunto in Gerace, l'ambasciata fattagli a Monteleone per mezzo del Pisano, le parole direttegli in Napoli dalla finestra del carcere; inoltre riferì le sollecitazioni avute perchè deponesse falsamente contro Mesuraca, il Principe della Roccella e Giulio Contestabile, e concluse che dubitando di poterne aver danno si era ritrattato. Lettogli quindi il primo esame, lo confermò, rettificando ed aggiungendo qualche cosa pur sempre a carico del Campanella ed a scusa propria. Così disse che solo il Campanella gli avea manifestato più liberamente doversi far ribellare Catanzaro, ma «lo dì prima della cattura»; che poi «alla Roccella» gli avea manifestato aver lui, il Campanella, questi pensieri nello stomaco da tredici anni e fin d'allora averli comunicati a fra Dionisio, avere inoltre mandato fra Dionisio alla Piana per mettere in ordine la gente e i fuorusciti, infine venire per lui trenta vascelli turchi dietro le trattative fatte da Maurizio, con altre circostanze relative a' fatti e detti di que' giorni. Interrogato aggiunse pure che il Campanella avea detto bastargli essere amico di Maurizio perchè i turchi non lo facessero schiavo; ed aggiunse inoltre spontaneamente, che una volta in Stilo essendosi il Campanella vantato di aver fatto nominare dodici Vescovi, ed avendogli lui detto «piacesse a Dio che tu fossi fatto Cardinale per fare bene a noi altri», il Campanella avea risposto, «io Cardinale? io voglio fare altri Cardinali, et non aspettare che me faccino à me». Fu questa la deposizione ultima del Petrolo, la quale, come ben si vede, riassumeva in brevissimi tratti perfino la storia de' disegni del Campanella, senza tralasciare nemmeno di far capire l'altissimo grado che egli si riserbava nel nuovo Stato da doversi fondare: e comparando i fatti accennati dal Petrolo con quanto sappiamo da tutti gli altri fonti, tenendo presente l'indole stessa del Petrolo, si può conchiudere che egli non abbia mentito, eccettochè nell'asserire di aver ben conosciuti i disegni della congiura solamente negli ultimi giorni e alla Roccella. Pertanto i Giudici fecero subito una confronta del Petrolo col Campanella, come si rileva da' soliti Atti, ne' quali la «deposizione» o «seconda deposizione» del Petrolo trovasi notata co' fol. 18 a 20, e la confronta col fol. 21[73]. Si ebbe così la nona ed ultima confronta in persona del Campanella, e non sarà strano l'ammettere che il risultamento di essa sia stato pur sempre identico a quello delle altre.
Molto probabilmente allora appunto, il 31 gennaio, essendosi mostrato negativo con tanta ostinazione, il Campanella venne rinchiuso a sua volta nella fossa, donde non fu tratto che per essere sottoposto alla tortura: e veramente, nella sua Narrazione, il Campanella ne parla come di un fatto avvenuto dopo le confronte di Maurizio non solo con lui ma anche con fra Dionisio, ciò che sappiamo essere avvenuto immediatamente dopo la confronta sua col Petrolo. Ecco in che modo egli racconta il fatto. «Per questo il Sances credendosi haver trionfato di tutta la causa, pose il Campanella dentro la fossa del niglio in Castelnovo, che và quasi sotto mare, oscurissima humidissima dicendoli e facendoli dire che senza altro havea a morire e li davan de mangiar malamente solo una volta il giorno, stava con li ferri alle gambe, dormia in terra; e li vennero flussi di sangue. E così infermo poi lo posero nel tormento». Non stentiamo a credere che la fossa in cui venne posto il Campanella sia stata la più terribile, detta del coccodrillo, ovvero anche del miglio, non niglio come si legge nella Narrazione[74]. La menzione di questa fossa risale al tempo degli Aragonesi e vedesi continuata fino a' giorni nostri, senza per altro poter dire dove essa sia veramente stata, giacchè parrebbe essersi successivamente così chiamata ogni fossa molto profonda e quasi del tutto oscura; notiamo solamente esser probabile che il livello sottomarino di detta fossa sia stato asserito dietro la nozione della profondità dell'intero fossato, dove ne' primi tempi, come abbiamo accennato in altro luogo, potevasi immettere l'acqua del mare. Vedremo che il Campanella vi rimase solo per una settimana.
Intanto si fece ancora qualche confronta e segnatamente quella di Maurizio con fra Dionisio: subito dopo si esaminò pure il Bitonto, e non può esser dubbio che risultò parimente negativo; quindi si passò a fra Paolo della Grotteria, intorno al quale sappiamo di certo che negò ogni cosa[75]. Non apparisce poi che siano stati esaminati nè fra Pietro di Stilo nè fra Pietro Ponzio: ne' Riassunti degl'indizii compilati contro di essi, come contro diversi altri, non è ricordata una loro deposizione in qualunque senso, a differenza di quanto si vede per quelli sopra nominati e per qualche altro ancora. Apparisce invece essere stato esaminato fra Scipione Politi, il quale disse che avea conosciuto il Campanella, e che nel gennaio 99 lo andò a visitare per averne una lettera in favore di un suo parente, e poi, essendo l'ora molto tarda, rimase a dormire con lui; che più volte andò a visitarlo di nuovo per parlargli di cose letterarie, ma non gli riuscì possibile per le molte persone che si trattenevano con lui, «et precise quando stava con Gio. Gregorio Prestinaci, et Gio. Jacovo Sabinis, si ponea à ragionare con quelli et lasciava tutti». Aggiunse che dopo la venuta di Carlo Spinelli si era detto «che lo fra Tomase, fra Dionisio, Mauritio et altri forasciti trattavano di dare, primo si disse, in poter del Papa questo Regno, et poi si disse che lo volevano dare in mano deli Turchi, et l'hà inteso generalmente, ma dopò che fu carcerato frà Tomase, l'intese dire questo dal Capitan Francesco Plotino, et si dicea, che Mauritio havea trattato con li Turchi et fra Dionisio ancora, et frà Tomase con altre persune et forasciti seu delinquenti»[76]. Così questo fra Scipione, già intimo del Campanella, se la cavò felicemente, e non può dirsi che il tribunale sia stato severo con lui.
Ma dobbiamo tornare a Maurizio, il quale aveva esaurito il còmpito per cui era stato fin allora serbato in vita, onde non si tardò a farne l'esecuzione. La confronta con fra Dionisio fu l'ultimo atto giudiziario certo della sua vita. Il Campanella, nella Narrazione, scrisse pure che «lo portaro... a conurtar F. Pietro di Stilo prelato del Campanella che confessasse per salvarsi come lui havea fatto, e poi fatto questo officio iniquo, mandò il carcerere Alonso de Martinez, et Onofrio a dir al Gesuino, che l'osservasse la parola: el Gesuino rispose, che non si osserva palabra con ladrones, e fu appiccato con perdita del corpo et dell'anima». Lasciamo da parte queste ultime asserzioni, che vedremo bilanciate da altre diametralmente opposte, e che ad ogni modo rappresentano la continuazione del disgustoso atteggiamento preso dal Campanella verso Maurizio. Quanto all'incarico che gli avrebbero dato di esortare fra Pietro di Stilo, il fatto non può recare sorpresa, visto lo zelo religioso eccitato in Maurizio, che era anche parente di fra Pietro; ma è singolare che non se ne trovi qualche traccia nel processo di eresia, dove gl'incidenti della causa sogliono trovarsi menzionati in gran numero. Vedremo per altro che qualche poesia del Campanella si spiegherebbe ottimamente con questo fatto, e del pari con esso può spiegarsi in gran parte il non essere stato poi fra Pietro nemmeno chiamato all'esame: conoscevano che sarebbe risultato ostinatamente negativo, e gli esami negativi non tornavano convenienti, poichè gl'indizii raccolti a carico degl'inquisiti principali ne rimanevano sempre alquanto vulnerati.
Il 3 febbraio era già avvenuto il passaggio di Maurizio dalle carceri del Castello a quelle della Vicaria, e le scritture di S.to Officio ce lo mostrano appunto a quella data, come già il Pisano, innanzi a' Delegati della Curia Arcivescovile, che questa volta furono i Rev.di Orazio Venezia e Curzio Palumbo Consultori e Marco Antonio Genovese Avvocato fiscale, riuniti nell'Audienza criminale della Vicaria. Non bisogna credere che simiglianti ricorsi al S.to Officio, in punto di morte, si fossero verificati soltanto in persona dei condannati per la causa presente: era un uso molto comune a quei tempi, spesso verificatosi senz'altro motivo che quello di ritardare per qualche giorno l'esecuzione. Tra le carte venute nelle nostre mani abbiamo p. es. due lettere del Card.l di S.ta Severina, che trattano delle deposizioni di uno Scipione Prestinace egualmente di Stilo, celebre bandito menzionato in qualche documento del Grande Archivio[77] e decapitato il 17 febbraio 1597, il quale avea dimandato ed ottenuto di confessare al S.to Officio: e vedremo pure Felice Gagliardo, sul punto di essere giustiziato più tardi per delitto comune, fare una lunga deposizione innanzi a quel tribunale. Relativamente a Maurizio non si potrebbe supporre il motivo sopra indicato, giacchè l'esecuzione sua era stata già differita anche troppo; oltracciò non lo troviamo a rivelare in S.to Officio il giorno medesimo dell'esecuzione, come abbiamo visto in persona di Cesare Pisano, ma mentre l'esecuzione era stabilita pel 4 febbraio, egli il giorno precedente trovavasi innanzi agli ufficiali della Curia Arcivescovile da lui richiesti pur sempre con la clausola «a scarico della mia conscientia secondo me hà imposto il mio padre spirituale»[78]. Ed ecco in breve quanto, giusta lo stile del S.to Officio, egli «denunziò» contro il Campanella e fra Dionisio: gioverà conoscere il complesso delle sue rivelazioni, anche a costo di annoiarsi trovando una ripetizione di cose già narrate. In primo luogo depose che presso D. Gio. Jacobo Sabinis il Campanella avea detto essere stato Cristo un grande uomo da bene, ed aveva anche detto bene de' turchi (allora era di obbligo dirne male), ond'egli poi in Castello ebbe ad avvertirlo che stava scandalizzato di quelle parole, e fra Tommaso gli rispose che lui non conosceva bene li negozii. Dippiù, che pure nella stessa data, «con occasione della guerra che voleva cominciare, ò fattione che voleva fare contra il Re», fra Tommaso disse che voleva «fare brusciare tutti li libri latini perche era un inbrogliare le gente», senza precisare quali libri e senza scovrirsi molto con lui per cose di religione, giacchè egli era stato sempre saldo nelle cose della fede, «anzi chiarivi al detto frà Thomaso che di queste cose di religione non bisognava trattarne, perche non ci haveria mai consentito», e fra Tommaso rispose che egli voleva solamente riformare gli abusi della religione. Inoltre che avea saputo da Gio. Gregorio Prestinace volere il Campanella «fare una republica dove si havesse da vivere in commune», ciò che fra Tommaso medesimo gli confermò, dicendogli «che la generatione humana si dovea fare dagli huomini buoni» cioè gagliardi e valorosi, e che «con la medesima occasione della guerra... voleva aprire li sette sigilli», ricordando che in Calabria dicevasi pubblicamente «che la scientia di detto frà thomaso sia del demonio ò di Iddio, perche ogn'uno che parla con esso lo ritira dove vole esso con la scientia e con la persuasione sua». Aggiunse pure infine, che intese da fra Tommaso «come quando voleva fare le guerre haveria fatto deli miracoli, et mostrato con la scientia è raggione che quello che mostrava esso era ben fatto». Relativamente poi a fra Dionisio, dichiarò che costui aveva una volta raccontato il solito fatto osceno in dispregio dell'ostia consacrata, ed anche l'annegamento di quel sacerdote che a tempo dell'inondazione del Tevere volea salvare il SS. Sacramento; che un'altra volta, stando lui, Maurizio, inginocchiato nella chiesa del convento, fra Dionisio gli disse che così voleva gli uomini, che sapessero fingere; e un'altra volta, stando a desinare, fra Dionisio, ovvero fra Tommaso, avea detto che i Cardinali non digiunavano, e le riforme si facevano per tutti ma non per loro. Aggiunse, dietro domanda di rivelare i complici, che ricordava solo di avere inteso dal Vitale suo cognato, giustiziato in mare, che fra Dionisio, avendo celebrato la messa in Nardò dentro la sua cella, gittò a terra l'ostia, nè credeva a Cristo, nè alla verginità di Maria. Da ultimo, interrogato se avesse deposto per odio, per inimicizia o per passione, egli appunto allora ricordò che non avea mai rivelato nulla contro quei frati, malgrado ripetute torture, e malgrado sapesse che fra Tommaso si era esaminato contro di lui, nè aveva poi detta la verità per altro, se non perchè il suo confessore della Compagnia de' Bianchi lo aveva consigliato a farlo per obbligo di coscienza.—Così, in fondo, non si ebbero rivelazioni nuove o numerose di Maurizio, il quale non potea nemmeno ignorare che vi erano state anche troppe rivelazioni di eresia, o per debolezza, o per artificio, allo scopo di passare alla Curia ecclesiastica: nè vi fu bisogno per lui di assoluzione e di abiura, poichè egli non era imputabile in siffatta materia. Ma l'importanza delle dette rivelazioni per noi sta in questo, che esse dànno una notevole impronta di autenticità a' tratti principali dei disegni del Campanella e delle riforme politiche e religiose da lui progettate, come anche alla via seguita da fra Dionisio in questa faccenda; poichè, quasi non occorre dirlo, noi crediamo pienamente sincere quelle rivelazioni, senza alcuna riserva, e però siamo stati anche solleciti di riferirle con le parole testuali. In un momento supremo, quando ogni speranza di salvar la vita, se mai ve n'era stata, avea dovuto rimanere del tutto spenta, vedere Maurizio non già ritrattare le confessioni fatte nel tribunale, ma aggiungere rivelazioni in termini tali da suggellarle, è certamente un fatto di suprema importanza; nè cesseremo dal dire egualmente da questo lato, che la condotta di Maurizio si può giudicare inaccettabile ma non mai indegna di rispetto, e chi volesse ad ogni modo biasimarla dovrebbe rivolgere i suoi biasimi piuttosto a coloro i quali abusarono di quell'anima tutta imbevuta della fede in cui era stata educata. Ci rimane intanto una somma di notizie in tal guisa raccolte, che non ammettono dubbio.
Il giorno seguente, 4 febbraio, con lo stesso corteggio della prima volta, Maurizio venne condotto al patibolo, e di rimpetto al torrione del Castel nuovo, dal quale i suoi compagni di sventura poteano vederlo, lasciò miseramente la vita col capestro a soli 28 anni. Il Registro de' Bianchi lo ricorda in questi termini: «A dì 4 di febraro Venerdì 1600, per ordine di S. Ecc.a fù giustitia di Mauritio Rinaldi de Guardavalle appresso Stilo, lascia una figliuola d'anni tre, nomine Costanza in potere de sua matre nomine Giulia Vitale; et una sorella d'anni 30 vidua nomine Costanza. Ve intervennero» etc. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse che «li fecero perder l'anima e 'l corpo, e non li donaro tempo di ritrattarsi se non alli confrati»: bisogna dire che egli non abbia conosciuto nulla delle rivelazioni fatte in S.to Officio, e poi sappiamo oggi ciò che avvenne presso i confrati; se mai vi fossero state discolpe, nel Registro de' confrati si leggerebbero come si leggono quelle del Pisano.—Dobbiamo aggiungere che il Residente Veneto, l'8 febbraio, riferiva l'avvenimento al suo Governo con qualche altra circostanza degna di nota e ne' termini più lusinghieri per Maurizio; non possiamo dispensarci dall'esporre qui il suo dispaccio e tutto intero, senza rimandare i lettori a' Documenti. «Quel Mauritio Rinaldi doppo haver ratificato alla presentia de i frati autori della ribellione tutte le cose fra loro accordate in Calavria, propose da sè stesso di lasciarle comprobate senza più dilatione con la sua morte perche non habbia loro à restar più speranza di poterle negar nei tormenti; con che finì la vita nel luogo et modo istesso dove anco la prima volta era stato condotto pubblicamente. Le attioni fatte da costui, et vivendo, et morendo sono generalmente stimate di tanto momento che da esse si possa far giudicio qual fossero stati i suoi progressi se fosse riuscito l'effetto della congiura. Et havendo colla volontaria revellatione, per solo zelo dell'anima sua, mosso l'animo del V. Re, non parendo a S. Ecc.za in caso di M.tà lesa di dover permutargli la pena della vita, hà fatto, con atto magnanimo, che la facoltà sua, già per la sententia confiscata, sia hora divisa in tre parti, una delle quali sia data per Dio, et una alla madre, et l'altra ad una figliuola nubile di esso infelice, con la qual gratia gli è parso morendo rinascere al mantenimento di persone a lui tanto congiunte». Una testimonianza del tutto disinteressata, come questa del Residente Veneto, su fatti avvenuti in Napoli, regge assai bene a fronte delle molte, delle troppe affermazioni vituperose del Campanella verso Maurizio. Forse, come tanto spesso, non tutte le circostanze da lui riferite debbono ritenersi esatte. Verosimilmente non sarà esatto che Maurizio abbia proposto di voler comprovare con la sua morte le cose da lui rivelate a carico de' frati, giacchè per lo meno questo non era punto necessario; del pari non sarà forse esatto che egli abbia saputo in precedenza, con sua letizia, la revoca almeno parziale della confisca de' suoi beni, non essendo facilmente ammessibile un così pronto senso di pietà Vicereale verso un ribelle. Possiamo ritenere che la confisca non abbia avuto effetto, e forse per questo motivo son riuscite vane finora tutte le nostre ricerche nell'Archivio di Stato su tale argomento: vi era l'interesse di «Dio», cioè de' monasteri, a' quali con siffatto titolo tanto indegnamente adoperato si prodigava la roba altrui, e vi era anche il gusto Vicereale di mostrarsi in gara di commozione ne' casi di coscienza commossa. Ma ci basta sapere che i contemporanei giudicarono Maurizio ben diversamente da quanto il Campanella ci lasciò scritto, e crediamo che oramai il nome di Maurizio debba registrarsi nel martirologio italiano, dandogli lo splendido posto che gli compete.
Continuava intanto nel tribunale lo svolgimento delle prove a carico di fra Dionisio. Furono esaminati Mario Flaccavento e Gio. Battista Sanseverino, i quali confermarono di essere stati da lui sollecitati a prender parte nella congiura. Anche Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia fecero la confronta con fra Dionisio; e forse si udì pure qualche altro contro di lui, giacchè si nota a questo punto una piccola lacuna nella numerazione de' folii del volume[79].—Ma giunse finalmente da Roma la lettera che dava licenza di amministrare la tortura al Campanella e agli altri indiziati. Il Nunzio si affrettò a comunicarla al Vicerè, e dovè pure esser subito emanato dal tribunale il decreto per l'esecuzione. Questa lettera è menzionata in un'altra posteriore del Nunzio[80], e non si trova nel Carteggio, sicuramente perchè venne inserta nel processo, come allora solevasi fare.
Il 7 febbraio 1600 venne amministrata la tortura al povero Campanella, e la specie prescelta fu quella così detta del polledro. Ciò rilevasi da un documento trasmesso dall'uno all'altro tribunale ed inserto nel processo di eresia, il quale comincia così: «à tempo si dede lo polletro à fra thomase campanella ali 7 di febraro» etc.[81]. Di questa specie di tortura, tutta napoletana, non ci è costato poco il rinvenire i particolari; e li abbiamo finalmente rinvenuti in un trattato di Medicina legale intitolato Il Medico fiscale di Orazio Greco fisico della Gran Corte della Vicaria, trattato totalmente ignoto agli Storici dell'arte, essendo stato annesso ad un'opera legale[82]. Il concetto del polledro apparisce preso da quel chiuso fatto con barre di legno che adoperavasi per fermare i polledri indomiti, attaccandone gli arti alle barre mediante funicelle. Non era un tormento comune: usavasi in casi d'importanza, ed il Greco, che scriveva oltre un secolo dopo il tempo di cui trattiamo, accertò che «sin dalle popolari revolutioni (int. quelle di Masaniello) non si era più pratticato». Il paziente veniva situato come in una cornice di legno a modo di scala piramidale, munita di traverse tagliate ad angolo acuto per cruciare tutta la parte posteriore del corpo, dalla nuca a' talloni: il capo era incassato come in una cuffia di legno nella quale la scala terminava; un foro si trovava nella parte posterior-superiore della cuffia, e fori analoghi si trovavano lungo gli assi della scala, per far passare gli estremi di tante funicelle che doveano stringere il capo e gli arti in più punti. Oltre due funicelle fortemente applicate a' polsi per tenerli uniti insieme, un'altra ne era applicata alla fronte, due alle braccia, otto alle cosce e gambe; in tutto 13 funicelle, i cui estremi passati pe' fori suddetti erano ritorti mediante bastoncelli di legno, così che le carni venivano strette sulle ossa; e perchè gli arti inferiori non si allontanassero tra loro, una funicella supplementare era passata intorno agli alluci. Del resto il Greco ebbe cura di darcene un disegno, e noi abbiamo creduto che valesse la pena di riprodurlo, per avere una nozione più chiara di tale tormento, e così intendere ciò che il disgraziato filosofo ne disse nella sua Narrazione[83]. Il Campanella dovè essere tratto dalla fossa del miglio per avere questa tortura, e però può contarsi che venne a dimorare nella fossa sette giorni. Un primo fatto da essere notato nella sua tortura fu questo, che mentre veniva spogliato gli cadde una carta contenente la relazione dell'esame del Lauriana, che costui gli avea scritta, e D. Giovanni Sances la lesse, e il Campanella gli disse che quella carta volea presentarla; D. Giovanni affermò che l'avrebbe presentata egli medesimo, ed allora il Campanella gli consegnò pure una o due cartoline scrittegli dal Pizzoni, dicendo che le presentasse egualmente. Queste cose furono poi da fra Dionisio riferite al Vescovo di Termoli, Giudice nel tribunale dell'eresia, il quale volle da lui una relazione su' documenti attestanti la corrispondenza passata tra il Pizzoni e il Campanella; ed il Vescovo, avutane notizia, fece richiesta de' detti documenti al tribunale della congiura, ed in tal guisa se ne trova una copia nel processo di eresia. Ma notiamo che si ebbe la copia di una sola delle cartoline che sarebbero state scritte dal Pizzoni, oltre la carta che sarebbe stata scritta dal Lauriana: e la cartolina reca la semplice assicurazione che egli non avea detto nè direbbe mai essere que' tali Signori (certamente i Del Tufo, Orsini, Sangro etc.) fautori del preteso delitto, ma amici della persona e delle opere di lui; la carta poi reca veramente l'esame del Lauriana innanzi al Visitatore e a fra Cornelio, scritto abbastanza fedelmente, e con ogni probabilità secondo la vera maniera d'interrogare tenuta dagl'Inquisitori[84].