[252] Ved. Doc. 402, pag. 498. Per le frequenti parole in dialetto ed anche per l'abbondanza del latino, onde l'Atto potrebbe riuscire oscuro ad alcuni lettori, ci crediamo obbligati ad esporlo qui senza restrizioni, mentre avremmo tanto volentieri fatto il contrario.

[253] Ved. Doc. 168 e 169, pag. 86.

[254] Nella lettera al Card.l Farnese del 30 agosto 1606 pubblicata dal Centofanti si legge: «Quello Altissimo Dio, che mi liberò di sette tormenti horrendi»; e in quella al Papa e Cardinali del 12 aprile 1607: «bis tormentum eculei sustinui; semel torturam brachiorum; et 40 horas suspensus fune et funiculis ad ossa penetrantibus, insidens acutissimo ligno quod devoravit carnes meas ad duas libras, et sanguinem ad octo sextertia exhausit plagis decurrentibus».—Nella Lett. al Papa del 1607 pubblicata da noi: «oltre li tormenti asprissimi di corda, e dui polledri, et 40 hore di veglia con funicelli sin'all'ossa, et sedendo sopra un acutissimo legno, chi mi secaro più di due libre di carne e più che vinti di sangue in diverse volte»; e in quella a Mons.r Querengo dell'8 luglio 1607: «per sapientiam et per stultitiam 7 volte dalla presentissima morte il Senno eterno mi liberò; et inanti à questi 8 anni stetti in carcere più volte, che non posso numerar un mese di vera libertà se non di relegatione: hebbi tormenti inusitati e li più spaventosi del mondo cinque fiate e sempre in timore e dolore»; (non contemplandosi qui il solo caso dell'ultima prigionia di Napoli, le cinque fiate darebbero motivo di sospettare che vi sia stato anche un tormento in Roma nel 1591, ma bisognerebbe ammetterne dippiù un altro in Padova nella 1a prigionia della fine del 1592, altrimenti il conto non tornerebbe, e non abbiamo criterii bastevoli a chiarirlo).—Nelle Poesie filosofiche, ediz. d'Ancona a p. 110, si legge: «Cinquanta prigioni, sette tormenti Passai...»; e a pag. 117, «Il corpo sette volte tormentato».—Nella Lett. allo Scioppio posta come proemio al ms. dell'Atheismus triumphatus e pubblicata dallo Struvio, a pag. 6: «Vide quaeso simne asinus ipsorum qui quidem jam in quinquaginta carceribus huc usque clausus, afflictusque fui, septies tormento durissimo examinatus, postremumque perduravit horis quadraginta, funiculis arctissimis ossa usque secantibus ligatus, pendens manibus retro de fune super acutissimum lignum, qui carnis sextertium in posterioribus mihi devoravit, et decem sanguinis libras tellus ebibit. Tandem sanatus post sex menses divino auxilio fossa demersus sum».—Nelle Disputationum in quatuor partes suae philosophiae realis, Quaestionum moralium pag. 8: «Id ego expertus sum 40 horis pendens de fune tortis brachiis ligatus et funiculis simul usque ad ossa adstrictis; super acuminatum lignum insidens, ita ut si velim brachiis me subtinere contortis, nimis affligerentur brachia scapulae, et pectus, et collum, si me demitterem a ligno nates devorabantur: quae distentae usque ad vessicae collum et radices genitalium, sanguinem multum emittebant, donec tanquam mortuum post 40 horas torquere cessarunt. Homines alii me maledicebant, et intendebant dolores, funem excutiendo: alii laudabant clanculum fortitudinem».—E ne' Medicinalium juxta propria principia lib. 6, pag. 58: «Mihi autem et venas et arterias disrupit nedum carnes laceravit cruciatus equulei in posterioribus partibus, et tamen diligentia Chirurgi Scamardelli, optimi viri, sanitatem adeptus sum».

[255] Nelle Cedole di Tesoreria e Cassa Militare vol. 439 (an. 1610), fol. 869 si legge: «a ultimo de maggio 1610... a Bonifatio del Castillo medico Cirugico del r.o castello di Sant'Elmo per suo soldo de mesi ventidue etc. a ragione de d.ti 3 il mese, D.i 72,3,—». Pel medico Orabona ved. segnatamente i Processi della Cappellania maggiore.

[256] Nel Lib. I. Baptizatorum ab. an. 1544 usque 1600 si legge: «A di 3 de Agosto 1566 Lucretia Camardella fig. de Gio. Antonio Camardella et Mad.a lavina Camardella» etc. Nel Lib. III Baptizatorum et Mortuorum, all'elenco de' morti si legge: «A dì 22 de febraro 1601 morse lavina madre de sipione (sic) camardella medico»; inoltre «A dì 29 de luglio 1631 morì Scipione Cammardella Gerusico del Castello sepolto alla sep.ra de Sacerdoti nella Chiesa».—È facile intendere che le parole scritte da fra Tommaso «diligentia Chirurgi S. Camardelli (Scipionis Camardelli)» sieno state nella stampa interpetrate «diligentia Chirurgi Scamardelli». Così nella stessa opera Medicinalium a p. 350 si parla di «Cioccio del Tupho», evidentemente Ciccio ossia Francesco del Tufo; a pag. 378 si parla del «medicus Santarellus nolanus», alludendo senza alcun dubbio al medico Antonio Santorelli da Nola, celebratissimo in quell'età, lettore di pratica nello studio pubblico dopo il Cannizales nel feb.o 1613, poi lettore di filosofia dietro il ritiro di Latino Tancredi nell'8bre 1617 etc. etc. In somma è difficile avere un nome senza storpiatura, ciò che s'incontra egualmente ne' non pochi libri italiani del tempo, dati a stampare all'estero senza la revisione degli autori.

[257] Ved. il cit.to Doc. 400, pag. 476.

[258] Questo Vincenzo Ubaldini non ci riesce ignoto. Era di Stilo e insieme con tutta la famiglia dimorava in Napoli. Andato a Stilo col fratello Francesco, fu carcerato insieme col fratello e tradotto in Vicaria; l'Archivio di Stato ci fa conoscere la famiglia loro ed anche il motivo della loro carcerazione; trovandosi in Vicaria ebbero più tardi ad essere chiamati quali testimoni in una informazione di S.to Officio presa appunto contro fra Pietro di Stilo.—1o Numerazione de' fuochi, vol. 1385. Fuochi di Stilo della vecchia numerazione (1598) estinti: «n.o 39. Bartolo Baldino a. 48; Livia uxor a. 30; Vincenzo f.o a. 18; Francesco f.o a. 15; Mutio f.o a. 5; Dalfina Brescia famula a. 18».—2o Reg.i Curiae vol. 55 fol. 9 t.o «All'Audientia di Calabria ultra..... Da alcune Monache del Mon.io di S. Maria della gratia de' Vergini della città di Stilo ci viene scritto dell'insulto, et parole ingiuriose fattoli, da Vincenzo et Francesco baldini dell'istessa città in detto loro monasterio...» (segue l'ordine di prendere informazione, assicurarsi delle persone ed avvisare) 29 maggio 1603.—3o Contra fratrem Petrum Dominicanum etc. nella n.a Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2o, fol. 267.

[259] Nei suoi scritti si disse sempre «Hipponiata», dando così luogo ad interpetrazioni diverse, onde fu dichiarato di Monteleone, di S. Eufemia, di Gerace, di Taverna. In un curioso documento da noi trovato, del 1614, egli si dice napoletano, di circa 72 anni, figlio del q.m Mario e Lucrezia Galfuna. Intanto ci consta pure che dopo il Perrotta, dal 23 8bre 1607 fino al 1622, tenne la cattedra di chirurgia ed anatomia un Mario de Burgos y Azolin; potrebbe stare che questo Mario fosse un parente di Giulio, accomodatosi a ripigliare l'originario cognome spagnuolo per ottenere più facilmente la cattedra; se così fosse, s'intende che riescirebbe accertata l'origine spagnuola di Giulio Jasolino, ma è indubitabile che egli era nato in Calabria, e ci consta da altri fonti che aveva due fratelli in Napoli, Orazio e Ferrante, oltrechè vi fu contemporaneamente qualche altro dottore Jazzolinus di Taverna in Calabria (ved. per quest'ultimo nel Grande Archivio la Collectio Salernitana vol. 170 fasc. 1.o f. 47; il tom. 1.o fasc. del 1588 della stessa Collezione ha un autografo di Giulio Jasolino).

[260] Ved. Doc. 403, pag. 502.

[261] Ved. Doc. 404, pag. 503.