[262] Ved. Pegna, Scholia in Eymerici Directorium Inquisitorum, Romae 1578, Schol. XXV pag. 136; «Quid si revera haereticus in furorem incidat,... quomodo ejus causa tractanda? Respondeo custodiendum esse omnino, donec ad sanam mentem revertatur: nec potest damnari priusquam in furore moriatur, quia fortassis resipiscet et reconciliabitur Ecclesiae: nec ob id dicetur recedere impunitus, cum satis ipso furore puniatur». Anche se l'eretico fosse divenuto pazzo mentre era già condannato all'ultimo supplizio, bisognava sospenderne l'esecuzione: «Minus malum videtur eum impunitum relinquere, quam puniendo animam perdere; differendum est igitur aut etiam amovendum penitus omne supplicium» (Ibid.).
[263] Su questo Cesare d'Azzia potremmo dare varie notizie, ma ci basterà dire che era di famiglia nobilissima, bensì di costumi molto tristi. Anche nell'Arch. di Stato in Torino, Lettere-Ministri Due Sicilie maz. 1o, lett. dell'Agente Melchiorre Reviglione 28 mag. e 7 giugno 1602, trovasi qualche cosa intorno a lui; poichè egli era Cav. di S. Lazzaro fin dal 1560 e possedeva le commende di Ariano, Barletta, Venosa e Rocca-Rainola. Il Reviglione suggerì di farlo processare e privare dell'abito dal Nunzio Pontificio, del quale il Duca di Savoia si serviva in simili casi.
[264] Ved. Doc. 417, pag. 521. Si ricordi che dopo la veglia il Campanella fu posto in una camera presso la Sala Reale, ed ora si badi che lo scritto fu trovato nel reveglino tra le due porte del castello: a chi conosce il luogo è chiaro che il Campanella dovea trovarsi nel bastione che rimane tra i due torrioni, quello detto Bibirella e quello detto del Castellano, ma più dappresso a quest'ultimo e nel 2o piano.
[265] Ved. Doc. 423, pag. 528.
[266] Ved. Doc. 405, pag. 504.
[267] Ved. Filza 4089, Lettere di particolari scritte da Napoli al Sig.r Lorenzo Usimbardi l'anno 1601 et 1602. La relazione è senza data, ma precede di poco l'annunzio della morte del Vicerè; per altro le Lettere stanno in quella Filza assai disordinatamente.
[268] L'Ughelli, Italia Sacra t. 6o p. 624, qualifica il Provenzale «nobile Filosofo e Teologo» non già medico; ma dice che Clemente VIII si servì dell'opera sua e cita i libri medici di lui.—Quanto al Bonaventura, può leggersi il Carteggio del Nunzio, Let. di Napoli 2 9bre e 7 10bre, 4 8bre 1602 e 26 7bre 1603; e Lett. di Roma del 30 9bre 1601, 13 7bre 1602, 15 maggio 1604.—Notiamo che negli ultimi giorni della malattia del Vicerè il Nunzio non si trovava in Napoli; avea dovuto recarsi, con suo vivo dispiacere, a Larino, dove il popolo avea chiuso le porte della città in faccia al suo Vescovo Mons.r Vello, e vi si era fatto accompagnare da 50 soldati a cavallo concessigli dal Governo; ved. il suo Carteggio, Lett. da Napoli del 21 7bre, 5 e 15 8bre 1601 etc. e il Carteggio Veneto, Let. del 9 8bre 1601.
[269] Anche ne' Diurnali di Scipione Guerra, ms. della Biblioteca Nazionale di Napoli (X, B, 11) si trova un Sonetto apparso al tempo della morte del Lemos, che canzona la sua intemperanza e comincia così:
«Giungi roba al pignato Satanasso
vien teco a cena l'alma di un ghiottone
che andò mangiando per ogni pontone
con scusa di portar la moglie a spasso» etc.
Nel Carteggio poi del Residente Veneto, una volta in data del 7 7bre 1599, a proposito delle doglianze affisse pe' cantoni circa la carestia, si biasima «la smoderata presunzione et superbia del popolo»; un'altra volta in data del 19 8bre 1601, a proposito delle accuse che si facevano al Lemos estinto, trovasi un'osservazione molto amara, ma che è bene conoscere, perchè rimossa l'esagerazione potrebbe anche offrire qualche cosa da apprendere, ed essa è, che i napoletani «per natura danno sempre per fatto da altri quello che fariano essi se havessero la potestà»!