[299] I Registri Curiae (vol. 30 an. 1581-1588, fol. 241) recano solamente, in data del 21 gennaio 1587, l'ordine al dot.r Vello, Commissario di campagna contro fuorusciti e malfattori, di avere in ogni modo nelle mani il Duca di Amalfi. Il processo di eresia, che abbiamo potuto esaminare, reca la notizia della carcerazione sofferta, secondo i diversi tempi, nella Vicaria, nel Castello nuovo, nel Castello dell'uovo, e così pure quella della condanna avuta e della grazia concessa, oltre tutti i particolari de' fatti in materia di S.to Officio. Vi abbiamo notato fra' testimoni «carcerati in Castello» fin dal 1595, anche il Sig. Cesare d'Azzia (che fu in relazione col Gagliardo nella faccenda delle scritture proibite) insieme con altri nobili di primo ordine, come Alvise d'Aragona, Arimanno Pignone, Francesco Loffredo. Il duca aveva posseduto egli pure una copia della Clavicola di Salomone, e fin dai primi anni suoi, nel 1579, passando per Venezia, con un monaco del convento de' Frari si era occupato di sortilegi, continuati poi di tratto in tratto con altri frati e preti in modi spesso curiosi. Abiurò il 21 agosto nella Chiesa di S. Maria a Cappella, dove fu tradotto dal vicino Castello dell'uovo. Il rescritto di abilitazione da parte di Clemente VIII, in data del 6 gennaio 1600, fu firmato anche da fra Alberto (Tragagliolo) Vescovo di Termoli Commissario generale del S.to Officio; e la commutazione dell'anno di carcere in penitenze salutari fu decretata dallo stesso fra Alberto il 13 gennaio 1600. La rimozione dell'empara fu fatta il 24 marzo 1600, e a questa data il Duca dovè uscire in libertà, ma alla guerra andò nell'anno seguente e durò molti anni nella vita militare.—Il Residente Veneto, effettuata l'abiura, la partecipò al suo Governo in data del 7 7bre 1599 in questi termini: «Il Sig. D. Alessandro Piccolomini Duca di Amalfi, che per antichità di titolo era uno de' primi SS.i di questo Regno, dopò havere alienato il stato et consumato affatto ogni altro suo havere, et permesso che sua moglie con potestà Pontificia si sia sacrata monaca, et essendo poi lui per diverse colpe stato dal Conte d'Olivares confinnato xij anni in Castel novo si è questi ultimi giorni nella Chiesa di Capella alle mure della Città abiurato in valida forma di cose hereticali». Di poi, il 23 maggio 1600, partecipò il desiderio del Duca «già libero» di servire la Repubblica Veneta. Infine, il 9 gennaio 1601, partecipò l'andata del Principe di Avellino alla guerra con 24 compagnie e 43 capitani, tra' quali il Duca di Amalfi.
[300] Ne diamo alcuni brani per saggio. «Prologho (sic). Se 'l verno coprisse di continuo la terra di giaccio, e di neve, e gli estivi, et tepidi soli non la disfacessero, come potrebono gli alberi e gli pianti produrre i fiori et frutti? cossì se qualche breve riposo non iscemasse tal volta la fatica, et alleggiasse il peso de' continui fastidj, et de noiosi pensieri ch'agravano gli animi nostri, come potremmo noi lungamente vivere? non à dubio che per ripararci dell'arma della morte più che si può, ne fa bisogno d'alcun soccorso honesto, ò utile, ò dilettevole, et che soccorso può dunque trovarsi più convenevole che la Comedia, che à in se tutte questi tre parti, è honesta, perche fu trovata per ritrarre gli huomeni dell'ampia strada de vitii, et guidarli per lo stretto sentiero della virtù...» etc. «Ma all'età nostra si prezzano si poco che rarissime si ne veggono a rapresentare, nè so si di ciò debba incolpare l'avaritia o il poco amore che si porta alla virtù, dall'un canto mi cade nel pensiero di darne cagione all'avaritia poi che non e chi voglia scomodarsi di un mino danaro (sic) per fare una scena, e dall'altro canto m'induco ad accusare il poco amore della virtù, per che gli ascoltanti, vedendosi porgere a gli occhi un vitio, del quale essi sono machiati, temono in presentia dell'altri non arrosirse, et conferma questa mia oppinione il vedere che non voglino in quelle poche comedie che si fanno, che si reprendino vitii ma solo si dicano ciance et cose ridicole e di nisuna sostantia, servendosi della Comedia per uno spasso et per un gioco, e non a quel fine che fu ritrovata, et sono alcune persone che essendo elle degne di riso, come sentonu una parte che move meraviglia à dolorore (sic) à compassione ò ad altro effetto contrario o diverso dal riso si sentono svenire, et bisogna apparechiare lo aceto per unger loro i polsi, et stimano più una chiachiarata all'improviso et fori di proposito d'un vecchio venetiano o di un trastullo accompagnata di quattro accione disonesti et vili usati farsi da bagattellieri, che una Comedia grave che si serra stentato tre anni a comporla et sei mesi a recitarla, vedete a chi termine e ridotto il poeta Comico, che essendo stato ripotato da ingegni eccellentiss.mi più difficile a comporre che lo Epico e 'l tragico, non mancano infiniti che non havendo pure una minima notitia di poesia solo con un certo loro discorso naturale, o per dir meglio materiale, et con l'osservanza secca c'hanno fatta in leggere quattro o sei comedie, stimandosi dotti senza arte presummono darne giudicio, et poi come sentono una protassis, una epitassis, una catastrophe, o simil altra sorte di voci convien loro di ricorrere ogni tratto al Calepino: et perciò (intend. se perciò) l'autore havesse pensato di contentare tutti i cervelli non si sarrebbe mai messo a durare questa fatica, perche non à tanta albaglia (sic) nel capo, che presumma esser miglore di Plauto, e di terentio, et di gli altri Autori moderni eccellenti, le Comedie de i quali non hanno potuto passare senza reprensione per li mani di certi Maestri Aristarchi, che con la barba quadra et col mantello lungo, col passo della picca, col far carestia delle parole et non dire che non sieno sesquipedali et preugne di sententie, aquistono credito appresso gli ignoranti et fanno profissione di havere i nasi critici che sentono l'odore insino al vetro, et non componendo essi mai, sono severissimi Giudici delle compositione altrui...» etc. «La Comedia è nova non più recitata e pur hora uscita di sotto il pennello del pittore e chiamasi torti Amorosi, da torti grandi che fa Amore alle persone che ne intervengono, facendole seguir chi le fugge scacciar chi li brama e i desiderii loro difformi et non corrispondenti, ma acortosi al fine che la Comedia sì rapresenta in Gerace che è questa che vedete, che è lugo (sic) dove si puniscono severamente le ingiustitie et i torti ben che legerissimi, et però temendo che costoro non ricorressero per gustitia (sic) al tribonal dello sdegno, si risolve far raggione a ciascuno, et farlo rimaner contento. Di silentio non ardisco ricercarvi, perchè mi parrebbe far inguria (sic) alla cortesia et alla gentileza vostra vedendove stare cossi chieti, attendeti che adesso si derra principio».
[301] Notiamo di passaggio che questo Michele Cervellone, propriamente messinese, fu poi uno de' 4 principali imputati nella così detta 2a congiura del Campanella, che finì col supplizio di fra Tommaso Pignatelli il 1634.
[302] Ved. la nostra Copia ms. de' proces. ecclesiast. tom. 2o, fol. 215-1/2.
[303] Il decreto leggesi nel Carteggio del Nunzio, Filz. 216. Esso è stampato, e fu così trasmesso al Nunzio per farlo conoscere a tutti, con lett. del 18 10bre 1602; bensì la sua data è anteriore, e rimonta al 1601. Le ragioni del decreto sono espresse ne' considerandi: «Ut causae et negocia quovismodo spectantia ad Sanctam Inquisitionem cognoscantur et expediantur omni qua docet integritate, amotis quibusvis sordibus ac pecuniariis solutionibus» etc. Vero è che la Camera Apostolica non dava mai nulla e non compensava neanche il Ministro Generale della S.ta Inquisizione; si attesta infatti in una lettera a proposito della morte di Mons. Carlo Baldino predecessore del Vescovo di Caserta, che egli avea «servito 30 anni all'officio dell'Inquisitione senza mercede» (Lett. di Roma del 10 aprile 1598, Filz. 211). In che modo dunque dovea provvedersi alle spese? Ne' tribunali Diocesani vi provvedeva il Vescovo con l'entrate del Vescovado, e infatti in un'altra lettera, scritta a tempo della vacanza della Chiesa Napoletana per la morte del Card.l Gesualdo, si ordina al Nunzio, amministratore temporaneo, che faccia pagare dall'entrate dell'Arcivescovado «le spese del vitto et altre necessarie occorrenti per li carcerati del S.to offitio et speditioni delle loro cause» (Lett. di Roma del 23 maggio 1603, Filz. 218): ma nel tribunale del Ministro Generale dell'Inquisizione potevano sopperire alle spese unicamente le confische delle cauzioni degli «abilitati»; ad ogni modo non avrebbero mai dovuto sopperirvi l'elemosine raccolte in sollievo de' poveri carcerati.
[304] Ved. Doc. 412, pag. 513.
[305] Ved. Doc. cit.
[306] Le scritture della Cappellania maggiore, dalle quali abbiamo desunto i particolari suddetti, sono rappresentate da' Processi della Cappellania maggiore, che avemmo a studiare nel far le ricerche sul chirurgo Scipione Camardella.
[307] Ved. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Nap. 1654-71, vol. 2o, part. 3a, pag. 349.—Carteggio del Nunzio, Lett. di Roma 30 nov. 1601, 23 feb. 1602, 24 genn. 1603; e Lett. di Napoli 14 10bre 1601, 25 gen. 1602, 21 marzo 1603, 24 marzo 1605.
[308] Ved. Reg. Sigillorum vol. 38 (an. 1601) sotto la data 24 di maggio.