[462] Ved. gli ultimi versi, con la nota annessa, della Canzone III in Salmodia metafisicale.
[463] Così nella Canzone «Della Bellezza», Madrigale 9o, egli dichiarò che
«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».
E nella nota quivi annessa citò la menzogna di Ulisse a Polifemo, e di Sifra e di Puha a Salomone. In un'altra nota annessa al Madrigale 4.o della «Canzon II al Primo Senno», parlando dello Spirito impuro, disse che esso è per natura mendace, ma aggiunse che «è segno di natura corrotta e viziosa, quando mente non per industria, bisogno e sagacità». L'essere poi stato costretto a fingere, e l'aver finto, si rileva dal Sonetto intitolato «Senno senza forza de' savii esser soggetto alla forza de' pazzi», dove il filosofo ci apparisce ritratto con la maggior fedeltà, essendo quivi citati i suoi presagi, le sue «Regie imprese» e le conseguenze di esse.
[464] «Nec potest Macchiavellista dissimulare in hoc aliisque saeculis praeteritis, futurisque, quod argumenta potiora dissimulaverim: nam plura quam ipsi queant imaginari et fortiora apposui, dissolvique per coelestem et humanam philosophiam non semel neque bis, usque ad radices». Così nella lettera proemiale all'Atheismus pubblicata dallo Struvio.
[465] Abbiamo detto che il Campanella fu diversamente ed assai spesso vituperosamente giudicato nella persona e nelle opere sue. Segnatamente circa le opere politiche e religiose, che appunto riguardano più da vicino l'argomento nostro, fu ammessa in lui un'astuzia con frode, un Machiavellismo combattendo il Machiavelli, un Ateismo combattendo gli Atei, la quale ultima proposizione in verità è affatto insulsa. Possono leggersi nel Cyprianus e nell'Echard le testimonianze di questo genere emesse dal Boecler, dal Conringio, dal Voël etc. etc. e non a torto l'Echard fece riflettere che in altrettali giudizii ostili dominava il dispetto de' Protestanti di Germania, i quali furono veramente, per esagerazione di zelo, trattati con molta durezza dal Campanella. Per conto nostro dobbiamo dire che nel paese, dove potè essere meglio conosciuto intimamente, oltre la caratteristica di astuto e furbo, stabilita a' tempi suoi e mantenutasi per tradizione, non mancarono le testimonianze dell'aver lui scritto ben diversamente da ciò che sentiva, e questo per verità importa di assodare. Così il Nicodemo, da potersi considerare un'eco di affermazioni d'individui che aveano trattato col Campanella, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi disse, «Per quanto ebbe ingegno e dottrina, tanto fu ingannatore, e spesso, spesso, per compiacere altrui o per proprii fini, cose scriveva lontanissime da quello che nell'interno sentiva»: respingendo un modo di esprimersi tanto sciocco, che non tiene il menomo conto della posizione orribile del Campanella, rimane accertato il fatto della dissonanza tra i suoi pensieri e i suoi scritti. Potremmo poi riferire testimonianze e ricordi pieni di stima e di affetto, da parte di qualche suo discepolo distintissimo, che ebbe campo di conoscerlo intimamente e di valutarne al tempo medesimo le stringenti necessità: nè vi è chi ignori le testimonianze di stranieri illustri che lo conobbero, come Tobia Adami il quale ebbe a conversare con lui per più mesi al Castello dell'uovo nel 1613, e Gabriele Nandeo il quale ebbe a conversarvi del pari lungamente a Roma nel 1631, mostrandosi entrambi convinti non solo dell'ingegno e della dottrina del filosofo, ma anche del suo candore ed innocenza, mentre per lo meno il Nandeo era certamente consapevole delle sue imprese di Calabria. Ora a' tempi nostri il Sainte-Beuve (Portraits litteraires, Paris 1862, vol. 2.o p. 522) ha pubblicata un'altra lettera del Nandeo, rinvenuta nella corrispondenza ms. di Mons.r Peirescio, nella quale, in data del 30 giugno 1636, invelenito contro il Campanella, che assicuravasi avere sparlato di lui e che protestava di «non aver detto nulla a suo svantaggio e voler morire suo servitore ed amico», il Nandeo vomita largamente grossolani giudizii sul conto di lui. E dice che vuole «una sodisfazione per lettera di propria mano, concepita in guisa da mostrare almeno di essere dispiaciuto di avere offeso a torto e con leggerezza», ma aggiunge che «qualunque sodisfazione gli avesse dato, non lo stimerebbe mai altrimenti che un uomo stordito più di una mosca e negli affari del mondo meno sensato di un ragazzo», e «se ha evitato i giusti risentimenti del M.o del Palazzo di Roma fuggendosene a Parigi sotto pretesto di essere perseguitato dagli spagnuoli che non pensarono punto a lui, non eviterà frattanto i suoi» (giunge il Nandeo a tradire la verità fino a questo punto). E dice che il Campanella «ciarla potentemente, mentisce impudentemente, spaccia bagatelle al popolaccio, e con tutto ciò è un matto arrabbiato, un impostore, un mentitore, un superbo, un impaziente, un ingrato, un filosofo mascherato. . . », terminando col motto «ipse est catharma, carcinoma, fex, excrementum di tutti gli uomini di lettere, a' quali fa vergogna e disonore»! Il Sainte-Beuve, aggiungendovi anche una nota del Guy-Patin, che dopo di aver visitato il Campanella in Parigi scrisse di lui nel suo libro di ricordi il beau-mot «multa quidem scit, sed non multum», dice per conto suo bonariamente: «in un tempo in cui si è in via di esagerare sul Campanella, ho stimato bene far conoscere questa opinione segreta del Naudè e della cerchia degli amici del Naudè; giacchè sovente è invocata la loro testimonianza esteriore..., era giusto che se ne avesse anche la testimonianza intima e confidenziale». Per conto nostro, a fronte di testimonianze provenienti da uomini di coscienza sciaguratamente doppia, siamo disposti ad accogliere le testimonianze segrete anzichè le pubbliche, ma, naturalmente, riserbandoci il dritto di apprezzarne il valore: ed essendoci noto come negl'italiani si trovi ancora tanta dabbenaggine, che mentre al di là delle Alpi si professa lo chez-nous ad ogni costo, essi si affaticano a professare il favorite-signori senza eccezioni, stimiamo bene spendervi intorno alcune poche parole. Lasceremo da banda le testimonianze del Guy-Patin: vi sono le opere del Campanella, e chi è avvezzo a leggere deve da esse trarre i suoi convincimenti, non dalle impressioni di un uomo che studiava spirito e maldicenza per farne traffico, ricavandone un pranzo e un luigi per ogni seduta, ed era tanto competente in filosofia da maledire Descartes. Quanto alla lettera scritta nel 1636 dal Naudeo, essa per noi vale solo a mostrare due cose: 1.o che il Campanella non aveva l'abitudine del mutuo incensamento tanto diffuso tra' dotti a quell'età, onde il Naudeo, come il Peirescio, il Gassendo etc., non potevano tollerarne qualche giudizio sul conto loro, che non fosse un elogio continuo in tutto e per tutto; 2.o che il Naudeo era capace di bizze momentanee senza alcuna misura, da doversi dire francamente bestiali. Quando si avesse a ritenere la detta lettera del Naudeo non come una bizza momentanea, ma come l'espressione del suo profondo convincimento sul Campanella, allora, avendo lui scritto le note lettere latine posteriori al 1636 e la lettera dedicatoria del Syntagma, avendo inoltre pubblicato il Panegirico ad Urbano VIII con la relativa avvertenza, nel quale del resto diede veramente prova solenne di menzogna e d'impostura, andrebbe a lui rivolto quel suo motto «ipse est catharma, carcinoma», con ciò che segue.
[466] Ved. Doc. 520, pag. 596.
[467] Alludiamo a' «Nuovi Documenti su T. Campanella tratti dal Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 9bre 1881». Notiamo che i documenti di tale Carteggio pubblicati nella loro integrità sono solamente cinque, rappresentati da due lettere dell'Arciduca Ferdinando e tre lettere dello Scioppio, mentre le notizie che li accompagnano ne mostrano un numero assai maggiore. Come abbiamo detto nella Prefazione di questo libro, ancora non si concede di poter vedere il Carteggio.
[468] Ved. Centofanti nell'Arch. storico italiano, luglio 1866 pag. 19: «De cleri reformatione iterum dico tibi me quasi nihil sperare . . . ; ipsi orabunt nos, si Principes duos, quos quasi manibus teneo convertemus, et sapientes Germaniae per novitatem doctrinae admirabilis alliciemus»: d'onde si vede che il Campanella avea giù rinunziato a sostenere la riforma del Clero consigliata come indispensabile nella lettera del 1606 al Papa, e il suo pensiero era tutto rivolto alle imprese di Germania da doversi compiere insieme con lo Scioppio, al quale aveva pure scritto un'altra volta. Aggiungiamo che essendo ora accertato da uno de' documenti rinvenuti dal Berti essere lo Scioppio venuto in Napoli nell'aprile 1607, e cominciando la lettera del Campanella con le parole «Mirifice me angit quod adspectus denegatur tuus», saremmo tentati di assegnarle appunto la data suddetta, quando essi stavano vicini e non si permetteva che si vedessero. Aggiungiamo ancora che non può dubitarsi essere stato l'anno 1607 quello in cui lo Scioppio ebbe la missione di Germania, poichè una lettera autografa di lui a Cassiano del Pozzo, da noi pubblicata, reca: «L'anno 1607 havendo gli Catolici di Germania supplicato il Papa Paolo V che soprasedesse di mandar un Nunzio alla Dieta di Ratispona per evitar la gelosia de' Protestanti, si risolse il Papa di mandarvi la mia persona come Consegliero di casa d'Austria» etc. (ved. Il Codice delle lettere del Campanella, pag. 80 in nota).
[469] Scioppii, De Antichristo, Epistola ad Ill.um quemdam Germaniae Principem Protestantem scripta, accesserunt ejusdem De Petri primatu, De adoratione summi Pontificis, de splendore et divitiis ecclesiasticorum, de Papae denique potestate in saecularibus etc. Ingolstadii 1605.