[454] Ved. Arch. storico italiano an. 1866; Let. a Paolo V, pag. 22 e 24; e Let. al Card.l Farnese pag. 66.
[455] Si comprende pertanto che delle molte promesse e cose mirabili, delle quali si trova l'elenco ne' documenti suddetti, una parte solamente sia stata messa innanzi nel tempo di cui discorriamo. P. es. non vi potè figurare ancora il fare un volume contro i Machiavellisti, che il Campanella meditò e cominciò a scrivere più tardi, onde si trova poi menzionato nell'elenco di agosto 1606 insieme con diverse altre promesse in vantaggio della Chiesa che vennero fatte consecutivamente.
[456] Il P.e Giovanni Lopez noto per le sue opere (Epitome SS.m Patrum etc. vol. 3, Rom. 1596), già Vescovo di Cotrone sin dal 1595, fu trasferto al Vescovato di Monopoli il 25 9bre 1598; ma non prima del 1608 abbandonò la sua Chiesa e se ne venne in Napoli; si sa che morì poi a Valladolid dell'età di 108 anni (ved. Fontana, Sacrum Theatrum Dominicanorum, Rom. 1666, pag. 181 e 239).
[457] Ci basterà qui dire che il Gentile si mostrò avverso al Campanella anche dopo il tempo del quale trattiamo. Fu lui il Nunzio che nel 1611 ordinò la perquisizione e il sequestro delle opere del Campanella dentro il Castello dell'uovo, come si legge nel Syntagma in termini curiosamente ridotti. Ebbe il carico di Nunzio con exequatur del 14 aprile 1610, succedendo a fra Valeriano Muti Vescovo di Castelli, e lasciando il carico di Ministro dell'Inquisizione a fra Stefano de Vicariis Vescovo di Nocera (ved. nell'Arch. di Stato i Registri Comune vol. 31, fol. 75 t.o, e Parrino, Teatro etc. Vicerè D. Pietro Fernandez de Castro).
[458] Per comodo di qualche lettore che non lo tenga presente, ricordiamo che Lucca avea proibito il commercio epistolare tra' cittadini e que' parenti di essi i quali abbracciata la Riforma aveano emigrato, e Roma approvò il fatto ma biasimò che fosse stato compiuto dalle autorità laiche, dovendo compierlo lei. Genova poi sciolse una congregazione gesuitica, alla quale i Gesuiti aveano fatto giurare di non dar voti per magistrati se non agl'individui appartenenti alla congregazione, oltrechè punì taluni amministratori di confraternite che si avevano appropriato il danaro di esse; e Roma, per la solita ragione, volle che la congregazione fosse ripristinata e gli amministratori ladri fossero rilasciati.
[459] Ved. nel Carteggio Veneto suddetto specialmente le lettere del 20 e 27 giugno, 18 e 25 luglio ed 8 agosto 1606. Non sarà poi inutile notare che pochi mesi prima del tempo suddetto, parlando delle gabelle divenute insopportabili, e in ispecie delle nuove gabelle sulla seta riuscite gravi sopratutto in Calabria, il Residente Bartoli scriveva de' Calabresi: «dicono palesemente che si darebbero, se havessero chi li volesse ricevere, non solamente a' turchi, come tentarono di fare cinque anni sono, ma anche à peggior generatione più tosto, che vivere sotto à questo governo». Nemmeno sarà inutile notare in che maniera rispondevano gli ufficiali del Governo agli assegnatarii, i quali si dolevano dell'essere stato trattenuto il pagamento degl'interessi loro dovuti: scriveva il Residente Dolce essersi risposto, «che era noto a cadauno che l'anima dell'huomo era di Dio, ma le vite, le facoltà et il danaro dei sudditi sono del Prencipe, et come padrone li era nelle occasioni lecito valersene a gusto e piacer suo».
[460] Così nella sua lettera di poco posteriore, in data del 30 agosto 1606, al Card.l Farnese; ved. Centofanti, nell'Archivio storico italiano, luglio 1866, pag. 66.
[461] Le lettere e i libri del Campanella in molti luoghi fanno intendere che egli simulò la sua pazzia. Difatti, quanto alle lettere, parecchie tra quelle pubblicate dal Centofanti lo rivelano, onde riesce strano che il Centofanti medesimo abbia ammessa nel filosofo «una lunga aberrazione mentale». Nella lettera a Paolo V, fin da principio, col ricordo del fatto «naturale anche a' bruti deboli servirsi dell'industria contra li possenti», coll'esempio de' savii, e coll'autorità di S. Geronimo, confessando «le strattagemme usate non per fuggir la giustitia ma la violenza», il Campanella fece allusione evidente anche alla pazzia simulata. Nella lettera al Card.l Farnese ricordò pure fin da principio il motto «placuit Deo per stultitiam salvos facere credentes», e in quella al S. Giorgio non solo ripetè che era stato conservato da Dio «con la stoltitia dov'era odiosa la virtù», ma anche rammentò che «la fintione s'usa contro la violenza, come insegna S. Geronimo con l'esempio di David e di Solone». Nella lettera latina al Papa ed a' Cardinali, ed egualmente nella lettera al Re di Spagna, affermò che per avergli negato le difese e pe' tanti tormenti «lo fecero pazzo»; ma perfino al Re non si peritò di scrivere, «dicono c'ho finto d'esser pazzo, io rispondo che David e Solone si finsero pazzi per lo stesso modo, e son lodati da S. Geronimo».—Quanto a' libri, il tratto più singolare è quello che leggesi nella Città del Sole e che oggi sappiamo doversi riferire alla pazzia, ma che pur quando non si sapeva che dovesse riferirsi alla pazzia, avrebbe meritata tutta l'attenzione degli scrittori intenti a decifrare le faccende del Campanella; vogliamo dire quel tratto già da noi riportato parlando del libro (ved. la nota alla pag. 364), là dove si cita un gran filosofo, che per 40 ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici, senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere. D'altra parte son conosciuti da un pezzo i versi e la nota ad un suo Sonetto intitolato «Di sè stesso» ove si riproducono i concetti palesati al Card.l S. Giorgio, leggendosi: «quando bruciò il letto e divenne pazzo o vero o finto: Stultitiam simulare in loco prudentia est disse il comico, et de jure gentium i pazzi son salvi»; mentre nel Sonetto si canta:
«Bruto e Solon furor finto coperse
e Davide temendo il re Geteo.
Però là dove Jona si sommerse
trovandosi l'Astratto, quel che feo
al santo Senno in sacrificio offerse».
S'intende bene che l'Astratto qui è il Campanella, il quale si trovava in faucibus Orci, come sovente si espresse; e che avrebbe potuto dire di più nelle sue condizioni? Pur troppo, segnatamente nella Narrazione, disse anche essere stato pazzo «non finto»: questo pertanto mostra solo che le sue circostanze l'obbligarono molte volte a nascondere il vero, e che però le sue assertive debbono essere vagliate con molta circospezione.