Glielo dicevano tutti:

— Non la sposare: non ti conviene: non è donna per te; e più giovane assai e poi è troppo bella. Pasquale, non la sposare; se no, sarai....

E Pasquale Barbosio, incaponito:

— Sarò! sarò.... quel che sarò! a ogni modo sarò sempre il marito d'una bella donna. Se ne sposassi una brutta, sarei tradito lo stesso, e mi resterebbe un canchero di moglie insopportabile. E poi, la Celeste è così ingenua!

— Ingenua! aspetta il giorno appresso e vedrai che razza d'ingenuità.

Nulla valse a smuovere quel disgraziato e, un mese dopo, Pasquale Barbosio, quarantenne e possidente, conduceva all'ara nuziale la graziosa Celeste Spada, fragrante come un bottone di rosa, fiera de' suoi occhi neri e dei suoi diciott'anni.

La luna di miele fu breve ma dolcissima per Pasquale Barbosio. Celestina era un angelo, secondo lui, e sopratutto aveva la passione della casa e faceva ogni sforzo per parere un'eccellente massaia: per ciò, Pasquale, gongolava spesso, nel vederla tanto assidua alle faccende domestiche, ma in compenso aveva dei pranzi abominevoli, per la ragione che Celeste, quand'era ragazza, non aveva mai messo piede in cucina e non sapeva cuocere neppure un paio di ova al tegame.

La sua inesperienza aumentava quando Pasquale ronzava per la cucina; ella voleva far credere che s'intendeva di ogni cosa e dava ordini a casaccio, al punto che la serva perdeva a dirittura la testa.

— Maria: — diceva la padrona, con un fare di grande importanza: — avete lavato l'insalata?