— Non dubiti!

Appena uscito dal villino, Giacomo sbatacchiò rabbiosamente la gabbia, come faceva Renzo co' suoi capponi; al punto che l'infelice Cocò, sparnazzando le ali, suppose fosse il finimondo e rimase in guardia e sopratutto in ascolto.

Tutte le volte che scivolava in una fangaia e metteva il piede entro le pozze d'acqua, Giacomo bestemmiava come un turco e mandava un sacco d'accidenti all'illustrissima signora duchessa, che per un uccellaccio d'inferno faceva infradiciare un cristiano a quel modo con un tempo simile.

Cocò ascoltava.

Giunto presso il palazzo, Giacomo fece sforzi enormi per cambiare la sua fisonomia scombuiata con quella impassibile e corretta di un servo fedele; si pulì ben bene gli stivali sullo stuoino, indi entrò solennemente nel salone dicendo:

— Signora duchessa, ecco il pappagallo.

Tosto ella fece uscire Cocò dalla sua prigione, accogliendolo con un mondo di carezze e di moinerie, che il pennuto accettava con un grave dimenare della sua testa intelligente e bonaria.

— Come sta la tua padrona, Cocò bello? dimmi qualche cosa, Cocò bello!

E Cocò dopo un momento di aspettativa e di silenzio:

— Son diventato peggio d'una pozzanghera, e tutto per quella vecchia strega di duchessa! accid....