Mi portano a vedere le scuole comunali, dove fo un discorso sopra questo tema: La battaglia di Waterloo fu vinta sulle panche delle scuole. Prometto una croce di cavaliere al segretario comunale, perchè tutti i miei competitori hanno fatto altrettanto. L'omnibus, guidato dal vetturino briaco, mi porta a Urbicaro.
Ore 10 antimeridiane. — Mentre mi cambio la camicia, ricevo una deputazione di becchini municipali. Essi deplorano la povertà della mercede, e la scarsità di lavoro. Prometto di far aumentare e l'una e l'altro.
Arriva il direttore della Pulce, brutto stortaccio maligno, che viene a collocare due azioni del suo giornale che non esce mai.
Sono atteso al Comitato di sorveglianza elettorale dove si pretende ch'io deva esporre le mie idee.
Perdo mezz'ora per aspettare il barbiere. Il quale, finalmente, arriva senza ch'io gli possa fare il più piccolo rimprovero. Egli è vice-presidente della Società di mutuo soccorso e membro del Sottocomitato per l'educazione del popolo. Si vede che ce l'ha data tutta al popolo perchè lui non ce ne ha più.
Ore 11 antimeridiane. — Eccomi davanti al Comitato di sorveglianza elettorale, in mezzo a quattro idioti che compongono il banco della presidenza. Fumano e ciarlano tutti con un baccano da stordire. Il segretario, con vocina da contralto, legge il verbale della seduta precedente. Indi il presidente dice: Ho l'onore di presentare a quest'assemblea il commendator Gian Maria Cortopassi, nostro deputato, la quale sta per dirci come intende propugnare i vostri principî che vi raccomando il silenzio, per cui signor commendatore tocca a lei.
Per la decimaquinta volta espongo le mie idee, che, non fo per dire, sono sempre le stesse, meno qualcuna che, a furia d'esporre, non ricordo più.
Una bestia d'elettore m'interrompe sul meglio, per domandarmi quali sono le mie idee intorno ai centesimi addizionali. Io, che non ho mai avuto la più piccola idea in proposito, rispondo con la massima sfrontatezza: Le mie idee? le mie idee.... sono le vostre. L'assemblea, per la prima volta da che parlo, applaude freneticamente.
Profitto di questo effimero entusiasmo per così conchiudere il mio discorso: Salute a te, o generosa e vetusta città di Urbicaro; culla di tanti splendidi ingegni! S'io non ebbi la fortuna d'aprire gli occhi alla luce nelle tue storiche mura, almeno mi sia concesso l'onore di respirare fra i tuoi gloriosi ricordi, e di chiamare i patriottici urbicarini col dolce nome di fratelli. L'uditorio si mette a ridere. Che il mio grande elettore mi abbia ingannato? Che questi cretini abbiano dello spirito? Mi sento depresso.
Ora 1 pomeridiana. — Sono costretto a fare una seconda colazione, in casa del dottor cavaliere Mignattelli, che mi legge un suo trattato botanico sulle Orchidee.