Miserere mei.
Le case vecchie e screpolate sono coperte di macchie d'umido e di salnitro: il cielo è plumbeo, e l'aria frizzante. L'acquerugiola, fine come nebbia e mista a un sottile nevischio, si converte in fango, prima ancora d'avere toccato le selci delle vie. Pochi passanti corrono freddolosi, infagottati, sotto gli ombrelli. Le serve stringono bene i capi dello scialle, rialzano le gonnelle poco pulite, e ciabattano rapidamente nella mota, avviandosi verso campo de' Fiori.
Un convoglio funebre di monaci e di fratelloni alla spicciolata scende per via del Governo Vecchio, come una processione di fantasmi, muniti di fiaccole, e rauche salmodie, con puzzo greve di moccolaia, si spandono per l'aria tetra, confuse col rumore dei carri, delle carrozze, con le grida dei venditori di pizza, e degli strilloni dei giornali.
Due fratelloni della buona morte, coi calzoni rimboccati, e la cappa tutta tigrata di pillacchere, si trovano con passo indolente alla coda del convoglio.
— .... Magnam misericordiam tuam. Aspetta un po': fammi accendere la torcia. Accidenti alla pioggia e al diavolo che ce la manda.
— Ab iniquitate mea.... Com'è che hai fatto così tardi?
— Amplius lava me.... ho litigato con mia suocera, e ho finito per darle due sganassoni in faccia.... et a peccato meo munda me.
— .... Quoniam iniquitatem meam ego cognosco..... Per crist....allo! mi sono preso una storta al piede. Questo minchione ha scelto proprio una giornata carina, per farsi seppellire.