Pochi artisti comici hanno avuto più miseria del povero Martino Cianchetti che, dopo avere tante volte indossato un'assisa di maresciallo, un manto reale, oggi è ridotto a fare il conduttore sopra una linea di tranvai.
L'ho conosciuto nei suoi momenti di gloria, quando possedeva perfino un paio di stivaloni alla scudiera, quando fumava cinque virginia al giorno, quando non pagava ma prendeva, ogni sera, un punch nel primo caffè del circondario.
La disdetta lo aveva perseguitato fin dalla serata in cui, trepidante di emozione, aveva esordito sulle scene d'una arena plebea di Rifredi, nella parte d'un paggio che doveva pronunciare nient'altro che questi due monosillabi:
Aveva provato tutta una settimana; inoltre, passeggiava spesso per vie solitarie, dicendo a voce alta, per trovare l'intonazione giusta:
— Il re! il re! il re!
Una sera, così gridando, dalla via deserta, sbucò, senza pensarci, sulla piazza del mercato, e quel suo grido bastò per metterlo alla testa d'una pubblica dimostrazione, che fu sciolta da un delegato di pubblica sicurezza davanti al portone del sottoprefetto.
Viene la serata fatale del debutto.
Martino, nel suo abito di paggio, si fa pallido e rosso, di cinque in cinque minuti; il cuore gli batte; il momento s'avvicina....