Il mercato degli stracci.

Questo mercato degli stracci, per quanto un po' degenerato, ancora è una delle scene più caratteristiche di Roma. Un tempo era il ghetto, quando ancora esisteva, che una volta la settimana, il mercoledì, rovesciava al sole, sulla piazza della Cancelleria, traendoli dai fondachi saturi di muffa e sudiciume, tutti i rifiuti, tutti gli avanzi, tutti i rimasugli della capitale cristiana. Un'alluvione strana di cenci e di miseria si spingeva fin contro il superbo palazzo del Bramante, ch'è la sintesi pura e maravigliosa del gusto estetico del Rinascimento: e da quei cumuli di straccerie, quasi impelagati danteschi, sporgevano il busto lercio, troppo intonato con la merce loro, i mercanti di tutte quelle sozzure pittoresche, con certi tipi astuti, insinuanti, con quelle impronte secolari della stirpe semitica, che ricordavano le acqueforti del Rembrandt.

Allora il mercato degli stracci non era frequentato che da due categorie: i poveri diavoli e gli antiquari. Il povero diavolo andava a comprarsi una camicia che l'antico proprietario non aveva creduto degna neppur delle funzioni di strofinacciolo di cucina, oppure scampoletti per toppe: l'antiquario, con un coraggio non comune, si sprofondava in quei cumuli di pulci e ragnateli, per cavarne qualche bel velluto stratagliato del Quattrocento, qualche cortinaggio di broccatello trapunto in oro, qualche prezioso arazzo fiammingo. Poichè c'è stato, non son neppure trent'anni, tale periodo d'ignoranza, di vera barbarie, che, nelle case più signorili, un vecchio arazzo magari serviva di scendiletto, e un bel cuoio cordovano istoriato andava a foderare il tendone della loggetta.

In un palazzo gentilizio, una cameriera coltivava le sue piantine di basilico dentro una gran coppa di Urbino che fu venduta, non è molto, per dodicimila lire.

Allora, di buon mattino, era una processione di gentuccia che andava a depositare, sulla piazza della Cancelleria, tutti gli ingombri domestici: e tra un paiolo sfondato e un tegame incrinato, si dava il caso di veder arrivare un bel piatto di Gubbio a riflessi dorati, una brocca ispano-moresca dai sottili meandri purpurei, un codice miniato, un bronzo del Pollaiolo o anche un gruppetto di vecchia di Sassonia.

Ora, non c'è più quella sincerità di stracciaroli incoscienti. La malizia ha prodotto la degenerazione. Alle baracche dei ghettaroli autentici si sono sostituite quelle dei ghettaroli falsi. Il finto stracciarolo è invece un modesto, ma esperto trafficante d'antichità, che ha bottega all'Orso o al Babuino, e che, il mercoledì, sfodera nella baracca, tutti i meno pregevoli fondi di negozio e sopratutto le imitazioni, che nel gergo degli antiquagliari, si chiamano musica.

— Che cos'è quest'elmo?