Un anno prima della sua morte, toccò al marchese la disgrazia più grossa che mai gli potesse capitare: l'arrivo, cioè, d'un suo lontano parente, al quale naturalmente era costretto, diciam così, a far gli onori di casa e il cicerone per la città. Non rimase con lui che tre giorni, ma, come potete figurarvi, quello fu un triduo di torture segrete e inenarrabili.
Col pretesto di “godere un po' di fresco e di verde” — era la metà del maggio — il marchese portò il parente a desinare in una osteria suburbana, ove, a parte i ragni, le mosche e le formiche che infestavano pane e vino, si mangiava proprio in una maniera detestabile.
Si mettono a tavola e viene servita una zuppa che non solo non ha il sapore del brodo, ma neppure il colore a dirittura.
Il convitato ne ingoia due o tre cucchiaiate facendo le boccaccie, ma il marchese si ostina a dirgli:
— Come ti pare questo brodo?
— Oh, eccellente!
— Non è vero che è buono assai? sentirai, adesso, il lesso!
Viene il lesso, non più grosso di un tappo di sughero, ma molto più duro del medesimo.
— Adesso, faremo fare due buone costolette!
Tosto l'untuoso cameriere, in capo a cinque o sei minuti, serve in tavola due pezzetti nauseabondi di cuoio carbonizzato.