Il quale poi, per la clemenza di Dio, fingeva di essere un buon pittore di soffitti, e non arrossiva di commettere certi affreschi che, in tempi di minor tirannide, gli avrebbero anche fruttato la galera.

Aveva assoldato due o tre imbrattamuri della mia forza e ci faceva sgobbare come tanti negri, vituperando la nobiltà del nostro ingegno con la miseria di tre lire al giorno.

Si dipingeva, allora, la palazzina del marchese Soprani. Voi la conoscete, nevvero?... Una palazzina di alabastro, in fondo a un prato, che mette voglia di ruzzolare sull'erba, fiancheggiata da boschetti di cedri, d'araucarie, di palmizi, d'acacie, di magnolie e di alberi del pepe, che, solo a guardarli, fanno sternutare ogni fedel cristiano.

Il principale m'aveva affidato un fregio, che ricorreva torno torno ai lacunari del saloncino. Dipingevo una collezione di puttini, così paffuti e rosei, che facevano rabbia.

Era la mia specialità, quella dei puttini, e il principale lo sapeva. Un amorino, condotto di mia mano, con rara diligenza, gli costava in media non più di settantacinque centesimi. Ci era anche uno sparagno, sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.

Il marchese Soprani veniva, di quando in quando, a dare un'occhiata ai lavori. Era un bel pezzo d'uomo alto e tarchiato, con due baffi grigi e monumentali, appuntati alla soldatesca, e che disgraziatamente avevano preceduto l'istituzione della guardia nazionale. Un vero peccato!

Del resto, il marchese era tagliato alla buona. Aveva modi affabili, non disgiunti dall'alterezza del gentiluomo e divideva onestamente il suo tabacco tra il naso e lo sparato della camicia. Non di rado, chiacchierava con noi altri, come un semplice mortale. Ma quel suo fare di uomo alla mano, m'ingrulliva del tutto, mi scompigliava idee, colori e pignattini.

Anche la signora marchesa faceva, bontà sua, qualche rara apparizione. Immaginatevi una signora più lunga del vero, gialla, stecchita, sotto un abito di raso nero, pieno di anfrattuosità e di singolari dimenticanze.