A mo' di compenso, erano frequenti le visite della marchesina. La marchesina! La marchesina!... un fiore di fanciulla, una figurina svelta e leggiadra, un profilo ideale, due occhi birboni. Due occhi grandi così.

Si chiamava.... oh, non lo crederete!... si chiamava Veronica.

La mamma, con pietosa finzione poetica, la chiamava abitualmente col vezzeggiativo di Nanola.

La marchesina aveva un difetto: non era bionda. Difetto complicato dalla circostanza aggravante che non era neanche bruna. In fatto di capelli, non per colpa sua, era così così. Ma quanto al resto!... fate un po' il piacere; vi dico che di quelle ragazze lì, con tutte le vostre esposizioni di Parigi, non se ne fanno più.

Come mai, da una ceppata così arrangolata come la marchesa, fosse sbucciato un pollone tanto gentile come Nanola, che non somigliava al babbo nè alla mamma, è uno di quei problemi di logismografia, che la religione ammira, ma non analizza. Io non son qui per calunniare!

La marchesina era un occhio di sole e questo è positivo.

Entrava nel saloncino, con tutta disinvoltura, andava alla finestra, guardava nel giardino, cinguettava qualche cosa, e poi si metteva a sedere, con seducente languore, sopra una poltroncina, fingendo dedicarsi a un lavoro all'uncinetto.

I miei puttini, frattanto, crescevano su proprio per amor di Dio, come vitelli allevati a minuzzoli di pane. Le mie facoltà intellettuali erano tutte assorte nella contemplazione della marchesina. Tanto è vero che il principale in breve si accorse che gli amorini venivano a costare due lire l'uno e perfino due lire e venticinque. Cosa naturalissima: l'amore in rialzo.

Il principale mi voleva un gran bene, ma ci teneva assai a non aumentare i prezzi di fabbrica. Messo in sull'avviso, mi sottopose a una muta sorveglianza, che in quei tempi non offendeva ancora la dignità di un libero cittadino. Ma l'occhio del padrone non ingrassò i miei puttini.