— Ah questo no, principale, per amor di Dio!

— Va là! Dà retta a me; tu non t'impicciare di nulla. Parlerò io al marchese. Anzi, vedi, voglio andar subito da lui. Chi s'addormenta su certe cose, resta con un pugno di mosche. Il marchese lo conosco come il palmo della mano; oggi appunto è d'un umore eccellente.

— Sentite, principale! — gridai con voce straziante, afferrandolo per una manica; — oggi poi no!... davvero....

— Lasciami fare, lasciami fare. Sento che ho vocazione per queste cose. Tutto sta nel saper cogliere il momento, e il momento è questo. Tu resta qui, e a momenti sarai l'uomo più felice della terra! — e, così dicendo, liberatosi con una strappata, si slanciò nell'appartamento del marchese Soprani.

Dipingervi l'orgasmo dell'animo mio sarebbe cosa impossibile. Rimasi lì, come Tenete, senza conoscenza del mondo e delle sue pompe. Le visioni più bizzarre mi s'affollarono al cervello. Vedevo un centinaio di Veroniche, un centinaio di marchese, un centinaio di marchesi che ballavano la sarabanda, un'insalata di Nanole, una frittata di principali, e poi una folla di fantasmi neri che sembravano uscieri o mignatte, e pignattini colmi di marenghi, e sfingi alate che andavano a passeggio coll'ombrello sotto il braccio, e gentiluomini tutti coperti d'oro, e scope, e amorini, e pantofole ricamate, e lumini da notte, e chitarre che piangevano, e perfino una resta di cipolle che, senza dir nulla si trasformava in tanti abatini bigi, colla testa di malachite e le fibbie d'argento. Ero scemo.

L'aria si abbrunava, e a poco a poco mi trovai nella più fitta oscurità. Mi sembrò, in allora, d'essere morto di meningite e di sorridere al maestro Rossini, che mi chiedeva gentilmente il permesso di scrivermi una messa di requiem. A un tratto parve per la stanza un brulicame di domestici in livrea che portavano in giro, su vassoi d'argento, i miei amorini paffuti, con tanto d'etichetta sulla pancia, che diceva: Lire 50 l'uno.

Ripiombavo di poi nelle tenebre, e agli sprazzi d'un lucignolo fumoso, il fantasma di mia nonna (non mi vergogno a dirlo) mi correggeva dolcemente, come a quei tempi felici in cui la sede dell'intelligenza nei ragazzi era a un livello alquanto più basso del midollo spinale.

Come Dio volle, un uscio si schiuse e un fiotto di luce balenò nella stanza. Era lui; era il principale.

— Vieni! vieni! — mi bisbigliò con voce soffocata dall'emozione; — il marchese acconsente.... anzi, n'è felicissimo. Ma vieni, dunque! e mi prese per mano.