Cari miei! se non mi venne un accidente, in quel punto, tutto il merito è del mio angelo custode.

Barcollando mi lasciai trascinare alla presenza del marchese Soprani, che stava seduto nel gabinetto da lavoro, sopra un seggiolone patriarcale, fasciato di cuoio giallo.

I suoi baffi grigi mi parevano cresciuti d'una spanna; ma la sua faccia era gioviale come quella del buon padre Abramo. Mi sembrava persino che i suoi occhi fossero umidi di qualche cosa.

Figuratevi un uomo tratto al supplizio, mentre, per suo gusto, preferirebbe una gita sul tramvai; tale ero io, in quel momento supremo della vita.

Al mio apparire, il marchese si alzò e mi corse incontro, stendendomi affettuosamente le mani. Non osavo credere ai miei occhi. Il sangue m'affluiva alla testa, le tempie scottavano, uno sbarbaglio di fuochi artificiali m'offendeva la vista. Il principale sorrideva con tenerezza paterna e materna.

Ma, insomma — disse il marchese, scuotendomi la destra — ma, insomma, non c'è niente da vergognarsi!... Chè, anzi, io v'ammiro e vi stimo, come si deve stimare l'ingegno e l'onestà. Il principale m'ha detto tutto.

— Creda, illustrissimo signor marchese....

— Oh, sì! capisco benissimo la vostra confusione. Ma non c'era da far misteri. Si tratta di faccende intime, e quindi si spiega la generosa riluttanza d'un animo d'artista. Ma, del resto, potevate anche rivolgervi a me direttamente, chè, figuratevi!... Io amo tanto i giovani d'ingegno!... E voi, tra gli altri, siete simpatico a tutti noi.

— Oh, signor marchese....

— Ma sì, ma sì!... ve lo dico schiettamente; il vostro torto è quello di non esservi confidato prima d'ora, al vostro principale. La vostra condizione finanziaria non è a livello della mia, si sa, ma credete forse che il genio sia impotente a colmare molte lacune?