Intorno a Plezzo la lotta si andava facendo più viva, nuove forze italiane premevano da ogni parte, e la preparazione delle artiglierie si faceva di giorno in giorno più energica. Si presentiva l'azione vasta di questa ultima settimana. Dopo l'attacco del 31 agosto, dei drappelli nemici si erano rintanati qua e là nelle pendici del Rombon, erano rimasti celati in nascondigli del monte, tendevano a fare infiltrazione, creavano dei minuscoli punti di appoggio per futuri tentativi di attacco. Il 5 settembre la montagna fu spazzata. I drappelli furono scovati, assaliti, messi in fuga, si penetrarono i loro nascondigli già pieni di armi, di munizioni, di viveri.
Per provocare una diversione, il giorno dopo delle forze rilevanti austriache salite da Tolmino attaccavano le nostre posizioni sotto alla vetta del Mrzli. Si voleva stornare l'azione da Plezzo riaccendendola sulle propaggini meridionali del Monte Nero. Era una cinerea giornata di nebbia lassù. Abbiamo descritto quelle posizioni come si vedono dalle alture di Colovrat. Sulla cima del Mrzli, pianeggiante, una formidabile trincea austriaca, il cui reticolato è intessuto intorno ai tronchi bruciacchiati di un lembo di foresta che il cannone ha distrutto: un poco più sotto, a poche decine di metri, il bosco rinverdisce e rinfoltisce, e lì, fra gli alberi, i nostri. L'attacco nemico è stato respinto, senza vederlo, nella nebbia densa.
Gli austriaci richiamavano rinforzi verso Plezzo. Un urto di masse era imminente. Dai nostri osservatorî più alti si potevano scorgere colonne di truppe e di carreggi che scendevano dal Predil. La nostra grossa artiglieria, l'8 settembre, arrivava a fermare e disperdere due di questi ammassamenti in marcia. Nella notte del 10 il nemico tentava un ultimo attacco per liberare la sua sinistra, dove noi avevamo cominciato a stabilirci sulle balze dello Javorcek. È ancora nel vallone dello Slatenik che si combatte. I nostri ripetono la tattica usata contro il battaglione ungherese sulla testata della stessa gola. Aspettano l'assalto in silenzio, lo lasciano avvicinare senza tirare un colpo. Del resto, l'oscurità profonda renderebbe inefficace il tiro; non è a fucilate che l'assalto viene respinto. È a baionettate. Quando il nemico è a pochi passi dalle trincee, i nostri si precipitano alla mischia, lo scompigliano, lo disperdono. Al mattino dopo la battaglia divampava furibonda e vasta su tutto il bordo orientale della conca di Plezzo. Il nostro attacco in forze, lentamente preparato, si scatenava.
Più di sessanta cannoni tuonavano su quel ristretto fronte, e le nostre magnifiche fanterie si impegnavano sullo spalto erboso dello Svinjak, fra i boschi dello Javorcek, fra le rocce del Rombon, in un maestoso semicerchio di furore. Alla sera le prime nostre trincee di attacco avvicinavano i reticolati delle posizioni centrali. Proiettori e razzi illuminanti inondavano la vallata di splendori soprannaturali, e in vividi chiarori meteorici la battaglia proseguiva, terribile, fantastica. Per tutto era un divampare di esplosioni, un lampeggio di colpi, e il frastuono formava un solo, continuo boato. Si scorgevamo talvolta degli strani, lunghi serpeggiamenti di luce azzurrastra come uno strisciare, uno snodarsi di favolosi fuochi fatui: erano getti di liquido infiammabile. Non vi sono mezzi sleali ed atroci di guerra che il nemico non tenti. Certi reparti nostri dovevano combattere con la maschera contro i gas asfissianti che delle granate a mano sprigionavano.
Durante la notte dei reticolati erano stati distrutti; l'assalto era penetrato qua e là nelle linee più interne; delle posizioni nemiche erano conquistate. Ma dopo aver lottato per prendere, bisognava lottare per conservare. Spesso anzi è più difficile mantenere una posizione che espugnarla. Dopo ogni fase di attacco vi è una fase di consolidamento. Bisogna resistere a tempeste di granate, e scavare, erigere, lavorare difendendosi, crearsi le protezioni, le blindature, i refugi, lasciare ogni tanto il piccone per la baionetta. In tali soste il valore del soldato è più provato forse che nell'assalto. Occorre un valore freddo, calcolatore, intelligente.
Alcuni giorni sono trascorsi in queste lotte di resistenza, durante le quali l'artiglieria infuria, perchè è lei che sorregge, che protegge, che attacca, che predomina.
Degli aeroplani nemici volavano per la prima volta sulla conca di Plezzo in una affannosa ricerca di batterie. Il consolidamento delle posizioni conquistate era completo il giorno 14, e una prima calma si fece. All'alba del 17 settembre la battaglia ha ripreso, in tutto il settore, ed è contro lo Javorcek, nella boscaglia, che il nostro attacco si spinge con maggiore violenza. Dei reticolati sono spezzati, l'assalto si slancia, due blockhouses, cioè due ridotte blindate, vengono distrutte con tubi esplosivi, dei trinceramenti sono conquistati alla baionetta. Agli sbocchi delle valli la nostra occupazione si consolida, la conca di Plezzo si chiude definitivamente al nemico. Due ufficiali austriaci e una cinquantina di soldati prigionieri, scampati agli assalti sulle pendici dello Javorcek, scendono alla sera del 17 verso Saga.
Sono quei prigionieri che abbiamo visto passare a Caporetto, scortati dai carabinieri, fra due siepi di soldati curiosi e silenti.
Non riuscivamo, contemplando la valle, immaginarvi il tumulto che la riempiva poche ore prima, e che forse tornerà a sollevarsi fra poco. Un solo cannone sparava. Era uno dei giganti. Ogni quattro, cinque minuti il suo boato percuoteva le montagne e si spezzava in mille rimbombi. Vedevamo il fumo diafano e azzurro del colpo, in un folto d'alberi; non potevamo scorgere dove battesse. Persisteva, regolare, ostinato, come aspettando una risposta al suo possente ruggito. Non rispondevano che gli echi, nella vallata calma, piena di quel pauroso senso di solitudine e di stupefazione che pesa sui campi di battaglia quando la lotta è sospesa.