Ora il forte Hermann non esiste quasi più. Ma quelle sue artiglierie che non erano nelle cupole, sono state portate fuori, e tirano ogni tanto da appostamenti preparati dietro ai ripieghi della valle. Sparano qualche colpo, spariscono, non osano rimanere un giorno nello stesso punto, sempre cercate, sempre inseguite, sempre scacciate dal nostro fuoco.

Persuasi che la perdita di Plezzo era definitiva, gli austriaci hanno cominciato a tirare delle granate incendiarie sull'abitato. È il loro sistema. Quando non possono più tenere, distruggono. Le granate incendiarie sono il segno di una speranza perduta. La piccola città muore, casa per casa, sempre un po' più ogni giorno. Le fiamme si levano ora qua, ora là, e nessuno può spegnerle. Da tempo la popolazione è fuggita, e Plezzo agonizza in una sinistra solitudine.

Ci apparivano al di sopra di grandi ciuffi d'albero le sue case senza tetto, alcune coronate da un nero scheletro di travature; vedevamo delle muraglie diroccate e il campanile bianco e mozzo. Su quel campanile, quando Plezzo, alla fine d'agosto, non era ancora occupata dai nostri, osò salire un nostro osservatore.

Il paese si distende sopra una lieve e pittoresca collinetta; noi eravamo arrivati quasi a ridosso della piccola altura, che dalla parte nostra scende a scarpata, formando come un gradino scosceso e brullo, e avevamo bisogno di spingere lo sguardo avanti, di esaminare da vicino le difese austriache sull'altro versante della conca. Il campanile, alto, dominante, quasi nel centro della vallata, offriva un posto di osservazione meraviglioso. Ma era in pieno territorio nemico. Un ardito ufficiale partì in esplorazione.

Pare un episodio delle vecchie guerre. L'ufficiale era di cavalleria, innamorato della sua arma. Pensò che la rapidità può valere in certi casi più della invisibilità, e partì a cavallo, attraverso dei vigneti e dei frutteti, seguito dalla sua fedele ordinanza. Trovò Plezzo già quasi abbandonata dalla popolazione; lo scalpitìo degli zoccoli risuonava fra case deserte. Ad ogni angolo di strada, l'ufficiale rallentava il passo e si sporgeva sul collo del cavallo, per scrutare avanti. Niente, una via dopo l'altra si aprivano vuote e silenziose. Giunse sulla piazza, affidò le cavalcature al soldato e si diresse alla chiesa. Una specie di sacrestano, spaurito, gli aprì la porta del campanile.

Erano le prime ore di una mattinata purissima. Dalla cella delle campane, alla quale salì per vecchie scalette di legno, si vedevano i trinceramenti austriaci, così vicini e netti che pareva si potessero toccare stendendo il braccio. Il binocolo in una mano, un lapis nell'altra, l'ufficiale guardava e scriveva. Tracciava sulla carta topografica appunti e segni. Scorgeva le posizioni dello Svinjak, scorgeva le posizioni dello Javorcek, spingeva le sue ricerche nel cavo delle valli intermedie, calcolava, telemetrava, senza accorgersi dello scorrere del tempo. Intanto degli austriaci entravano in perlustrazione a Plezzo.

Una pattuglia nemica, arrivata dalla parte di Koritnica, percorreva tranquillamente la via principale, senza preoccupazioni, con la serenità di chi si sente sicuro in casa sua. Improvvisamente, ad uno svolto udirono vicinissimo il trotto di due cavalli. Era l'ufficiale italiano e la sua ordinanza che tornavano al campo. Gli austriaci non ebbero il tempo di pensare, fu un attimo, i cavalieri sboccavano sulla via, erano ad un passo da loro. L'ufficiale tirò sulle redini, squadrando quegli uomini con l'occhio feroce dei momenti critici, il cavallo ebbe un movimento d'impennata. Gli austriaci, sbalorditi, si attaccarono al muro, senza osare un gesto. E sotto a quello sguardo, istintivamente, portarono la mano alla visiera, salutando....

Immaginavano forse un seguito di truppa nella strada attigua, e si sentivano perduti. L'ufficiale passò, l'ordinanza passò. Appena passati si curvarono sulle selle, speronando; impetuosamente i cavalli balzarono al galoppo. Era tempo. Dietro a loro la fucileria si svegliava; stormi di pallottole rimbalzavano sibilando intorno. Gli austriaci, riavutisi dalla sorpresa, sparavano freneticamente. Ma per fortuna inutilmente. La straordinaria missione era compiuta.

Il nemico ha tentato più volte di liberare i suoi fianchi dalla stretta che lo attanaglia. Per spezzare il nostro investimento del Rombon e dello Javorcek ha replicatamente lanciato degli attacchi. Presentendo forse il bombardamento imminente, poche ore prima che le nostre grosse artiglierie iniziassero il fuoco contro ai forti, nella notte del 31 agosto, delle forze austriache salivano da levante le pendici del Rombon, precedute da un intenso cannoneggiamento allo scopo di aggirare le nostre posizioni. Fu un combattimento breve ma vivace. Respinti da lì, due giorni dopo si volgevano contro le nostre posizioni alle spalle dello Javorcek, nel vallone dello Slatenik. Si è tanto lottato in quella gola che essa appare alla fantasia come un canale di battaglia. Furono ancora ricacciati. Nello stesso giorno, essi lanciarono alla deriva nell'Isonzo qualche mina galleggiante. Avevano sentore di movimenti nostri, e speravano di potere far saltare dei ponti. La mina fu pescata.