L'azione è perciò più attiva e più mossa ai fianchi, contro alle due montagne laterali. Verso lo Javorcek l'offensiva è avanzata dal Monte Nero. Essa si mosse risolutamente il 14 di agosto, puntando lungo il vallone dello Slatenik, che gli austriaci avevano sbarrato con trinceramenti. Il 15 una prima trincea venne espugnata e vi furono presi trecento prigionieri. Il combattimento non sostò. Il 16, nuove trincee fra la cresta del Vrsic e una località detta Dol Planina, sul versante occidentale delle propaggini del Monte Nero, erano conquistate. Il nemico contrattaccò, fu respinto, e il 17 agosto facevamo un altro passo avanti dalla cresta di Vrsic in direzione dello Javorcek, ricacciando dopo viva lotta gli austriaci da un'estesa linea di trincee. Intanto dei reparti alpini, scesi dalla Valle Resia, scesi per la Sella Prevala dalla Valle Raccolana, appoggiati da forze che salivano da Saga, incominciavano i primi movimenti per investire il Rombon, il baluardo di sinistra.
Dal nostro punto di osservazione vedevamo il Rombon quasi sopra di noi, brullo, severo, smisurato. Ci pareva di essere sopra una delle sue stesse balze. Solleva la sua vetta oltre i 2200 metri in un pallore di altitudine. È scosceso, ampio, triste. Qualche piccola nube molle e rosata si formava intorno alla sua cima, poi lentamente si sfrangiava, si spostava, mutevole, leggera, trascinata via dal vento a fondersi nella profondità azzurra del sereno. Quando quel velo si dissipava, noi potevamo scorgere proprio sotto alla sommità le nostre trincee, una linea vaga, lontana, minuscola, sbiadita.
L'attacco del Rombon cominciò il 28 agosto. Quel giorno, sulle ripide balze meridionali del monte, furono conquistate le prime trincee nemiche, e una piccola carovana di prigionieri scendeva alla sera per i dirupi verso Saga. Altri reparti da montagna, che venivano da ponente, tentavano l'assalto della vetta nell'alba del 27. Disposte in più ordini, fortissime trincee austriache coprivano il cucuzzolo roccioso del monte. La lotta fu accanita, qualche trincea fu presa, ma il nemico rimase padrone dell'estrema punta. Intorno ad essa si stabilì un fantastico assedio, che ancora dura.
I combattimenti sulla gelida cima del Rombon non somigliano a nessun altro, hanno aspetti favolosi. Gli ufficiali che nel mattino del 27 osservavano da Saga l'attacco, hanno scorto più volte come uno scendere di frane, un piombare vertiginoso di massi lungo le pendici scoscese. Non erano mine che scoppiavano, non erano granate che spezzavano la roccia. Erano blocchi lanciati sull'assalto. Gli austriaci avevano preparato un'arma primordiale e terribile. Avevano disposto orizzontalmente sul pendìo delle travi, tenute da corde alle estremità, e appoggiate alle travi avevano ammassate enormi pietre. Quando vedevano che il fuoco dei fucili e il lancio delle granate a mano non fermava la furia dell'attacco, lasciavano andare una delle corde, la trave cadeva, e tutto l'ammassamento delle pietre, mancando il sostegno, precipitava tumultuosamente, rotolava lungo la costa rombando, rimbalzava. Era un contrattacco di macigni.
I nostri, sorpresi ma non sgomentati, non hanno ceduto terreno, non si sono ritirati. Nella loro pratica della montagna hanno subito trovato la tattica necessaria a questa guerra da uomini delle caverne. Sanno come ci si salva dalle pietre che si staccano nei canaloni durante i disgeli. Tutto quello che cade segue le linee di massima pendenza; i nostri soldati hanno cominciato ad attaccarsi ai costoni, alle sporgenze, alle balze, formandovi dei ripari. Poi hanno creato sbarramenti, difese, ed hanno allargato a poco a poco il loro fronte di attacco. Intorno all'estrema vetta tendono a formare un cerchio d'investimento. Non potendo assalire ancora, vogliono chiudere il nemico. È l'assedio di una roccia.
Ai difensori non rimane più che una strada aperta. È un sentieruolo verso levante, verso la valle del Predil. Non si lotta quasi, più che per quello. I nostri lo occupano, e il cannone nemico lo riapre. È difficile tenervisi sotto al fuoco di una quantità di batterie d'ogni calibro. Anche di notte, anche con la nebbia, al minimo allarme, una tempesta di granate arriva su quel punto. L'artiglieria nemica non può più battere gli altri lati della montagna perchè, mentre si operava contro il Rombon e contro lo Javorcek, una vigorosa avanzata centrale aveva conquistato tutta la conca di Plezzo, arrivando a bloccare gli sbocchi del Predil, dell'alto Isonzo e dello Slatenik, e paralizzando così ogni movimento nemico. Le artiglierie austriache avevano perciò un campo di tiro assai più limitato, ma bastavano a sostenere energicamente la difesa. Era contro di esse che bisognava agire. Una nuova fase delle operazioni nella zona di Plezzo si iniziava con un bombardamento di grossi calibri.
Cominciò il primo giorno di settembre. Parlando dei cannoni colossali che abbiamo visto oltre questi monti, percorrendo certe estreme diramazioni orientali delle Alpi Carniche, di quei cannoni che avevano annientato il forte Hensel a Malborghetto, dicemmo che essi stavano per avere un nuovo còmpito. Il loro nuovo còmpito era la distruzione dei forti di Plezzo. Allora si preparavano. Si spostavano misteriosamente verso appostamenti segreti, in mezzo ad una attività che riempiva di movimento e di vita selvagge vallate. Ognuno di quei mostri, come un sovrano antico, viaggia con una corte numerosa, fra cavalcate e convogli, in lunghi corteggi che nereggiano su chilometri e chilometri di strada e che dilagano in vasti accampamenti. Da altre parti, per diverse vie, altri cannoni giganti, trascinati da possenti motrici, andavano con solenne lentezza allo stesso convegno. Si rafforzavano ponti per il loro passaggio, e dove i ponti non avrebbero resistito al peso delle loro masse di acciaio, si aprivano in poche ore sorprendenti strade di guerra attraverso brughiere e letti di torrenti perchè i giganti potessero passare a guado.
La prima grande granata scoppiò nella gola del forte Hermann, il quale si rintana nella valle del Predil poco sopra allo sbocco. La seconda granata colpì l'opera in pieno. Al quinto colpo il forte cominciò a prendere un aspetto di rovina, a sformarsi in un rovesciamento di massi e di terra. In quello stesso giorno una delle sue cupole di acciaio, colpita, si rovesciava come una campana.