La conca di Plezzo è, per dir così, un convegno di valli in mezzo ad una aspra, maestosa confusione di montagne dalle vette dirupate e nude. Essa appare come un ondulato lago di verdure e di vita, con un fosco bordo di selve, in un anfiteatro selvaggio di pendici e di balze. Vedevamo la conca da ponente; ci affacciavamo su di essa dalla soglia di una delle sue quattro porte. Sono infatti quattro gole intorno. Quella dell'alto Isonzo a levante, quella del Predil al nord-est, quella del basso Isonzo a ponente (allo sbocco della quale noi eravamo), quella dello Slatenik al sud, risalente verso le cime del Monte Nero. Fra una valle e l'altra, un massiccio montuoso, un profilarsi formidabile di declivî scoscesi, fra i quali le valli pare si restringano simili a fenditure tenebrose.
Ma ogni valle è una strada, e tante strade facevano della conca di Plezzo un luogo di concentrazione e di distribuzione della forza austriaca. Plezzo ci minacciava, costituiva per noi un pericolo, era una delle basi preparate per l'invasione. Le strade austriache del Fella e del Predil, quelle magnifiche vie che da Pontafel, per Malborghetto, Tarvis e il passo del Predil, scendono a Plezzo possentemente fortificate, allacciate alle grandi arterie del Gail e della Drava, cingevano di una formidabile tenaglia il nostro estremo saliente della frontiera. Battendo Malborghetto e battendo Plezzo noi abbiamo spuntato le pinze della tenaglia, che s'impernia a Tarvis, e contro la quale non avevamo potuto costruire nè strade nè forti.
Ora, tutta la conca di Plezzo è nostra.
Abbiamo già descritto l'inizio dell'investimento, il lento, metodico restringersi di un semicerchio di conquista, dal Monte Nero alla Sella Prevala. Fin dalla metà di giugno la nostra azione cominciò a tendersi verso Plezzo, da cui salivano per il vallone dello Slatenik quasi tutti i contrattacchi austriaci contro le nostre posizioni del Monte Nero; ma è nell'ultimo mese che l'offensiva italiana ha assunto in questa zona una energia risolutiva. Fu il 13 di agosto che la grossa artiglieria cominciò a battere le opere nemiche nella conca.
Non si trattava ancora del bombardamento dei forti, che sono oltre Plezzo, nella gola del Koritnica, sulla strada del Predil. Si tirava sulle fortificazioni più recenti erette dal lavoro senza soste di masse di prigionieri, moltitudini di schiavi, sulle pendici dello Svinjak — che si erge a levante della conca, isolato fra la strada del Predil e quella dell'alto Isonzo. È lo Svinjak per il nemico il monte più sicuro; forma una specie di fortezza a cavallo dei due sbocchi maggiori, una fortezza immane che avanza a sperone ed ha per fossato l'Isonzo ed il Koritnica. Sui suoi due fianchi, al di qua dei fiumi, questa fortezza naturale che resiste ancora formidabilmente, ha come due sentinelle, due monti, lo Javorcek alla sua sinistra, il Rombon alla sua destra, le cui alte vette fortificate costituiscono due poderose posizioni di appoggio, alle quali il nemico si aggrampa disperatamente.
Al di là della conca di Plezzo conquistata, noi fronteggiamo dunque tre montagne. Il nostro attacco sale verso le cime di quelle laterali e batte alle falde dell'altura centrale, che è un po' più indietro delle altre. Leggendo i loro nomi sui bollettini, si abbia la visione di questa triade imponente, del Rombon alla nostra sinistra, dello Svinjak nel mezzo, dello Javorcek alla nostra destra, e il senso della lotta apparirà nella piena evidenza.
Sopra un fronte di una diecina di chilometri abbiamo qui guerra d'alta montagna e guerra di pianura, difficoltà di rocce e difficoltà di acque, strade nuove tagliate nelle più aspre balze, ponti nuovi lanciati sui fiumi veloci, truppe che scalano, truppe che guadano. Al di là della piana di Plezzo, nella gran luce del limpido meriggio, lo Svinjak ci mostrava la sua gran mole truce. Sembra creato per una difesa a oltranza.
Attraversato il letto pietroso e largo del Koritnica, che gira ai piedi del monte, le truppe assalitrici si trovano avanti ad un lungo declivio dolce ed erboso. È il primo spalto, bisogna salirlo allo scoperto, non v'è un albero, non v'è un sasso. Delle barriere di reticolati lo percorrono. Improvvisamente esso si fa ripido, si denuda, si scoscende in una specie di ripa, e la montagna sorge. Essa forma un primo ripiano, sul bordo del quale si allinea tutto un giallastro sommovimento di terra e di pietre che indica un trinceramento blindato, il fuoco del quale spazza il declivio inferiore. Più indietro, sullo stesso ripiano, altri solchi, altri scavi, tutto un colore di frana recente formato dai detriti rigettati dal lavoro; sono linee successive di difesa, appostamenti di piccole artiglierie, ridotti. Più in alto comincia il bosco, che s'infoltisce nel ripiego dei canaloni, che veste la montagna di una scura pelliccia, per diradare verso la cresta nelle nudità della roccia. Questa selva nasconde delle caverne, e le caverne nascondono dei cannoni. La vetta è l'osservatorio.
Appena sparato un colpo, gli artiglieri austriaci ritirano il pezzo nella sua tana, e si nascondono con esso nel buio. Non si vede niente, la foresta non ha squarci, sembra impenetrata, impassibile. Un'osservazione attenta scopre alle volte la vampa. La risposta allora arriva immediata, esatta, ma bisogna che la granata imbocchi esattamente l'apertura di una grotta per far danni. Ciò è avvenuto; una batteria austriaca nascosta in una caverna è stata colpita in pieno. Ma quando si sente cercata l'artiglieria nemica tace. Le difficoltà di un attacco frontale di simili posizioni appaiono immense. Gli austriaci dimostrano un'abilità singolare a trarre vantaggio da tutte le risorse del terreno. Hanno il genio del nascondiglio.