Se non abbiamo le creste dei contrafforti meridionali del Monte Nero oltre il dorso di Luznica, ne siamo per tutto a pochi metri, là sotto, in posizioni il cui profilo dice una non so quale tenacia costante. Pare da lontano che le trincee stesse si allaccino in una lotta. La nostra linea preme contro la vetta verde dello Sleme, preme contro la vetta pianeggiante del Mrzli boscoso, giù verso Tolmino. Sulla cima del Mrzli le granate hanno sfrondato e potato il bosco; non si vedono più che dei tronchi neri che sembrano schiantati dalla folgore. Gli austriaci hanno allacciato a questi ceppi, che hanno nella distanza una parvenza umana, i fili di ferro dei loro reticolati. Appena al di qua, dove la boscaglia si rinfoltisce, sono i nostri, invisibili. Più in basso, fra delle rocce, qualche minuscolo rifugio si scopre, ma nessun uomo, nessun movimento. Ogni vita è sepolta.

Al rovescio delle alture della riva destra, si passa vicino alle tracce di vasti accampamenti; al posto di ogni tenda è rimasto sui prati un quadrato di terra smossa contornato dalle pietre che tenevano fermi i lembi della tela. I battaglioni innumerevoli che gremivano quelle vallette sono scomparsi alla vista, avanzando, come per un incantesimo. Arrivando in mezzo ad un esercito, nella zona delle battaglie, non troviamo più che i segni delle sue soste, i funebri allineamenti degli oscuri quadrati di terra smossa che fanno pensare a miriadi di tombe nelle solitudini di un paese abbandonato. Un po' per tutto le granate hanno aperti slabbrati crateri.

Un rombo di cannonate veniva ad intervalli dal nord, ora intenso, ora stanco, con momenti di sosta e riprese furibonde. È a Plezzo che si combatte ora, e forse dalle alture di Saga, dove un altro giorno andremo, potremo spingere lo sguardo nella conca famosa che abbiamo fatto nostra.

LA CONQUISTA DELLA CONCA DI PLEZZO.

24 settembre.

Dall'alto della cresta di Colovrat avevamo sentito il cannoneggiare di Plezzo. Veniva da settentrione e passava sulla calma momentanea delle pendici del Monte Nero, come quegli echi remoti di tempesta che arrivano da oltre l'orizzonte in certe giornate estive, serene e ardenti.

Sulla piazza di Caporetto, che pare così vasta fra le casette ad un solo piano, piccole e bianche, incappucciate da nordici tetti scoscesi, abbiamo trovato quel movimento ordinato e denso di carreggi che hanno le ultime tappe nella vicinanza d'una battaglia. Degli ufficiali ci parlavano dell'azione in corso, mentre dalla strada di Ternova vedevamo sbucare nel villaggio in lunga carovana un armento di prigionieri austriaci, quasi tutti giovani, forti, ben vestiti, ben calzati, col cappotto arrotolato a bandoliera, il gran berrettone di croata memoria sulle teste rapate e biondastre, sereni, sorridenti, con l'aria di chi è ben soddisfatto della sua sorte. Intorno a loro cavalcavano carabinieri grigi, che facevano caracollare e sgropponare i cavalli per tenere indietro la folla dei soldati accorsi a vedere, una folla composta, contenta e senza rancori. Tutte queste cose ci facevano presentire lo spettacolo grandioso di una battaglia nella conca di Plezzo. Ma avvicinandoci alla chiusa di Saga, lungo la strada che risale la valle dell'Isonzo verso Plezzo e verso Predil, entravamo invece in una zona di silenzio.

La bufera ha le sue soste e la guerra i suoi riposi. Dopo giornate di violento bombardamento, all'improvviso si fa la quiete, dei cannoni giganteschi si spostano, altri si avvolgono in un mantello di tela quasi per dormire nel loro nascondiglio, e gli eserciti avversari rilasciano la stretta come due lottatori dopo uno sforzo, quando si studiano e si palpeggiano preparando un nuovo scatto dei muscoli. Siamo arrivati in vista di Plezzo durante una di queste sospensioni piene di un senso indicibile di aspettativa e di minaccia.


Le fanterie sole mantenevano lungo trinceramenti invisibili un fuoco di fucileria lento e irregolare, il tiro rado e sparpagliato che scoppietta sempre sulla fronte d'un esercito anche se nessuno si muove. Lo udivamo appena, a seconda del vento, mentre da lontano, inerpicati sulle alture di Saga, rintracciavamo nel panorama le linee dell'azione, tanto intricate e difficili al primo sguardo.