Le avanzate più rapide nostre sono state quasi sempre favorite dagli attacchi nemici. È l'inseguimento che ci porta più in là. Finchè gli austriaci si difendono nelle loro trincee invulnerabili, protetti da numerose artiglierie nascoste, rannicchiati nei buchi dietro ai reticolati, la lotta è faticosa, dura, lenta. Ma se escono fuori, se si mostrano, se manovrano, l'azione scatta, si sposta, insinua più avanti dei tentacoli che si appigliano su posizioni nuove. Così l'attacco dei tirolesi ci portò ancora verso il nord. Il 23 giugno ci piantavamo definitivamente sulle pendici orientali dello Javorcek. Vedevamo finalmente Plezzo sotto di noi, a quattro o cinque chilometri. Quel giorno stesso la nostra artiglieria iniziò il tiro sulla conca di Plezzo.
Lo Javorcek, tutto coperto di boschi, è l'ultima montagna al nord del sistema del Monte Nero, e sovrasta Plezzo da sud-est. Risalendo l'Isonzo da Caporetto, avevamo fin dai primi giorni occupato senza troppa fatica le creste del Polonnik, che dominano Plezzo da sudovest, e intorno alle falde del quale l'Isonzo gira, fa un gomito brusco e rimonta ad angolo acuto verso levante, per attraversare la conca di Plezzo passando ai piedi dello Javorcek. L'occupazione della Sella Prevala, alla testata della Valle Raccolana, eseguita all'inizio delle ostilità, ci aveva portato ad affacciarci anche da occidente sugli altissimi bordi della conca di Plezzo. Alla fine di giugno il nostro investimento intorno a Plezzo si delineava dunque a semicerchio sull'anfiteatro delle alture. Qui le nostre operazioni sull'alto Isonzo davano la mano, per così dire, a quelle della Val Raccolana, e della Val Dogna, di cui abbiamo parlato in un precedente capitolo.
Gli austriaci, che avevano lasciato gran parte di questa zona ancora scoperta alla manovra, sperando di difenderla con azioni di movimento, si affrettarono a chiuderla da ogni parte con le loro opere di fortificazione. Scavarono, costruirono, portarono decine di migliaia di prigionieri russi al lavoro, fecero sorgere da ogni parte trinceramenti, ridotti, appostamenti. Eretta una prima linea di difesa, eressero una seconda, poi una terza, e tutti i declivî, tutte le vette, apparvero solcati dai sommovimenti del suolo. Non si fidavano più dell'appoggio dei forti costruiti allo sbocco della gola di Predil. Avevano visto crollare il forte Hensel a Malborghetto, e non avevano una maggiore confidenza nel forte Hermann e nelle batterie corazzate costruiti nella chiusa di Coritnica a difesa di Plezzo. Facevano intanto nuove strade, moltiplicavano gli approcci e le vie coperte.
Masse di soldati e di materiale affluivano a Plezzo. Il villaggio di Coritnica, nella conca, era tutto un magazzino. Le nostre granate riuscirono a incendiarlo il primo luglio. L'attività nemica intorno a Plezzo è successivamente annunziata da vari bollettini del nostro Stato Maggiore. L'interesse della lotta si sposta dalle vette del Monte Nero. Un'ultima battaglia si sferra lassù il 22 luglio.
In quel giorno la nostra offensiva riprese di colpo la via del sud, scendendo dalla vetta. Gli alpini avanzarono lungo l'aspra cresta di Luznica, rocciosa e nuda. Per ritornare ad una immagine che può dare una visione sommaria dei luoghi, ricordiamo che la cresta di Luznica appare da lontano la fronte nel profilo umano della montagna. La lotta fu ostinata, il progresso lento. Si combatteva delle ore per il possesso di un masso, di una sporgenza, di un incavo. L'artiglieria austriaca batteva sui nostri da levante. L'artiglieria italiana batteva sul nemico da ponente. La roccia fu così tempestata dalle granate che si coprì a macchie di un colore rossiccio di sfaldature, vivace e nuovo. Per questo forse la cresta è riconosciuta ora dai soldati col nome di Monte Rosso.
La lotta continuò il 23 luglio. Conquistammo al nemico i punti più avanzati. Il 24 gli austriaci tentarono di riprenderli. Dopo un lungo e intenso bombardamento sferrarono tre assalti consecutivi. Furono respinti. Il 25 riprendemmo l'attacco. Il 26 tutte le vette erano nelle nubi; si combatteva in una nebbia folta e gelata, senza vedersi. L'assalto nostro arrivò al bordo di un gigantesco reticolato, di fronte ad una formidabile trincea. Gli alpini si radicarono lì.
L'artiglieria quel giorno era muta; quando il sole ricomparve i due avversarî erano troppo vicini perchè il cannone osasse intervenire. Ed ora, alla metà del crestone, i trinceramenti si fronteggiano ancora, a pochi passi l'uno dall'altro, con un solo reticolato fra loro, un reticolato in comune che serve per tutti e due. Quando il tempo è limpido, si scorge anche da lontano, sul contorno cupo delle rocce, la selva minuta, regolare e folta dei paletti, in una impercettibile nebbia di fili, fra la rossastra confusione del pietrame scavato.
Ma qui la lotta ora sosta. Qualche cannonata solitaria, la nube di uno scoppio qua e là, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio profondo. Di fronte al Monte Nero la vallata dell'Isonzo, tutta boscosa, variopinta da un primo ingiallire di foglie, cosparsa di villaggi minuti e chiari giù vicino al fiume, rigata da fili bianchi di strade deserte, è tutta piena della maestà d'un riposo. Dove sono le truppe? Non si vede nessuno. I villaggi sembrano solitari. E queste zone non furono mai abitate come ora, non contennero mai tanta moltitudine umana.
Dove noi sappiamo che gli eserciti si addensano, non si vedono che delle linee sottili di terriccio, che sembrano bordi di fossati, e confusioni strane di sterro. Se ne scoprono una dopo l'altra a centinaia di quelle rigature fulve, che ondeggiano in ogni senso, corrono le vette e i dorsi delle colline, solcano il verde dei prati, scendono i costoni, si moltiplicano, s'intrecciano, s'intersecano, si scostano, si ritrovano, e questo senza fine, ovunque lo sguardo frughi. Bisogna che degli ufficiali vi indichino quali sono le nostre trincee e quali le loro, tanto esse si avvicinano in certi punti e si confondono in uno sconvolgimento unico del suolo. È sulle vette, principalmente, che questo contatto incalzante si delinea. Nella immobilità dei solchi la lenta azione si disegna. Si scopre una eloquenza di tratteggi e di linee; vi sono argini rigidi che si difendono e argini ondulati che assaltano, arrampicandosi, serpeggiando, tendendo avanti con qualche cosa di duttile, di tortuoso, d'insistente.