Nelle feritoie delle trincee italiane tutti i fucili erano spianati.
Con voce pacata il capitano ripeteva i suoi ordini: «Tutto l'alzo abbattuto! — Attenti a mirare basso! — Siate pronti!». Immobili, impetrati, i soldati puntavano, la testa inclinata sul calcio del fucile. La terra, intorno, era cosparsa di pezzi di cartone, avanzi delle grige scatole di munizioni aperte e vuotate. Ognuno aveva preparato presso a sè un mucchio di caricatori. Inginocchiati vicino alle mitragliatrici i serventi aspettavano pronti con le cinghie di ricambio, e il puntatore, le dita attanagliate alle maniglie, sfiorava con il pollice la molla di scatto. «Pareva — racconta un ufficiale — un museo di statue».
Trascorse ancora quasi un minuto, una eternità. Si distinguevano già le facce accese dei nemici con le bocche aperte, in un balenìo di baionette. Il capitano non aveva più bisogno del binocolo per guardare; fissava l'assalto con occhio grave, freddo, calcolatore. Poi con una parola scatenò la morte: Fuoco! L'assalto era arrivato a meno di trecento metri.
Una scrosciante bufera di piombo rasentò i declivî. Parve che una falce immensa e invisibile passasse e ripassasse su quel mobile e tumultuoso campo azzurrastro d'uniformi. Le prime file caddero, si abbatterono di colpo.
L'avanzata oscillò, rallentò, il gridìo del nemico divenne un urlo di furore, alto, feroce. L'assalto era così vicino che, dopo un istante di incertezza, i nemici intuirono l'impossibilità di ritirarsi sotto a quel fuoco lungo la costa prativa e scoperta. Si buttarono di nuovo avanti, impetuosamente. Pochi passi ancora, e la schiera più avanzata non esisteva più. L'attacco si fermò definitivamente in una tragica e disperata confusione.
Il piombo mieteva sempre. L'erba si costellava di corpi. Anche i vivi, gl'incolumi, si gettarono a terra scavandosi in fretta dei ripari, e cominciarono a rispondere al fuoco, disordinatamente.
Allora un grido formidabile echeggiò sulle trincee: i nostri scavalcavano i parapetti. Era il contrattacco. Precipitarono giù alla baionetta. Ogni resistenza cessò. I nemici che avevano ancora un po' di forza sollevarono le mani. Del battaglione non rimanevano che poche centinaia di uomini inebetiti dal disastro. Non uno potè fuggire.
Il colonnello che comandava la colonna, un fiero magiaro dai baffi brizzolati, fatto prigioniero, si muoveva come un automa, dignitoso e pallido, con una stupefazione negli occhi; ma ogni tanto si fermava, si accasciava e piangeva. Quando entrarono nelle zone abitate, giù nella valle, i soldati che lo scortavano si munirono di una poltrona e se la portavano dietro per porgerla al prigioniero pei momenti di sosta, quando la crisi di dolore lo fermava, trasognato e lagrimante. Con quel nobile rispetto verso i vinti che hanno i nostri soldati, intorno all'ufficiale nemico sconvolto dalla sconfitta si faceva un cerchio di silenzio generoso.
Nei giorni successivi noi proseguimmo le operazioni per dominare le strade provenienti da Plezzo. Furono giorni di nebbie, di temporali, di alluvioni. Si battagliava fra le nubi. Il 20 giugno, l'occupazione si consolidava oltre la punta Vrata. Dopo ogni nostro passo avanti, un contrattacco austriaco. Il 21, per ricacciarci dalle vette comparvero sul campo per la prima volta forze rilevanti di cacciatori tirolesi, gli alpini del nemico, con i petti pieni di medaglie guadagnate sui Carpazi. I nostri non aspettarono l'urto, si gettarono avanti, attaccarono, respinsero i tirolesi infliggendo loro gravi perdite, ne catturarono alcuni.