Andammo avanti lentamente, con metodo, contrattaccati furiosamente dopo ogni lieve progresso. Il mese di giugno fu tutta una battaglia lassù. I bollettini ufficiali riflettevano sobriamente questo accanimento. Ogni giorno ci dicevano: «Fiera lotta sul Monte Nero....», «lotta tenace....», «resistenza furibonda....». Il nemico tentava di aggirare le nostre posizioni più alte e più avanzate; non risparmiava sforzi per togliersi dal fianco quel cuneo profondo; tendeva ad isolare la vetta del monte. Vi impegnava il massimo degli effettivi che la guerra di montagna consenta.

Tentò azioni di sorpresa, ora con due, ora con tre battaglioni. Il 10 giugno lanciò più di sei battaglioni con una ventina di mitragliatrici, per un vallone che sale da Plezzo verso il declivio occidentale del Monte Nero, il vallone dello Slatenik. Alpini e bersaglieri fecero miracoli, con reparti piccoli e risoluti scesero a sbarrare il passo all'avanzata austriaca. La lotta fu lunga, ma l'aggiramento fu sventato. Per consolidare le nostre posizioni fu necessaria la conquista di nuovi punti d'appoggio verso il nord. Da quel momento l'azione nostra comincia risolutamente ad avere Plezzo come obbiettivo.

Plezzo, posto in una conca alla confluenza di valli, ad un nodo di strade, centro di comunicazioni, ci minacciava. Da Plezzo salivano gli attacchi del nemico. Stazione di rifornimenti, base di operazioni, Plezzo riceveva per la via del Predil, al nord, e per la via dell'alto Isonzo, a levante, le truppe e i cannoni che ridistribuiva poi per i valloni risalenti verso le coste del Monte Nero. Prendere Plezzo voleva dire bloccare agli austriaci le più importanti vie di approccio di quel settore, chiuder loro delle porte. La nostra offensiva, che aveva cominciato col dirigersi quasi esclusivamente al sud, per cooperare alle operazioni che si svolgevano su tutto il corso inferiore dell'Isonzo, si volse allora anche al nord.

Si volse al nord con impeto subitaneo, inaspettatamente. Nella notte del 15 giugno dei reparti alpini scalarono arditamente le difficili balze che si appoggiano da settentrione alla vetta principale. Si avanzava per le cime. All'alba mossero all'attacco della cresta di Vrata. Fu un assalto impetuoso e breve. Un battaglione austriaco, sorpreso, fu sgominato. Alle otto del mattino si erano già fatti trecentoquindici prigionieri, di cui quattordici ufficiali. Alla sera i prigionieri erano seicento, ed avevamo raccolto un largo bottino di fucili, di munizioni, di mitragliatrici. Perduta la posizione, gli austriaci vi concentrarono un intenso bombardamento. I nostri resisterono.


Il giorno dopo si svolse il famoso episodio del battaglione ungherese.

Supponendo forse che il bombardamento avesse sufficientemente preparato un contrattacco, il nemico lanciò alla riscossa le sue migliori truppe. Un battaglione magiaro, fresco e sicuro di sè, tentò una manovra di aggiramento. Partito da un punto detto Planina Polju, a levante del Monte Nero, non lontano dal Passo di Luznica, si diresse nella notte verso il nord, nel vallone, andò a cercare un varco oltre Vrata, attraversò la cresta quasi sotto alla punta di Vrsic, un chilometro e mezzo circa oltre la nostra estrema posizione, discese sul versante occidentale del monte, e volse al sud per compiere il suo avvolgimento. La manovra avviluppante era per due terzi eseguita. Non v'era che un piccolo ostacolo da superare per condurla alla fine. Una magra compagnia italiana sbarrava la strada a Za Kraju, fra il massiccio del Monte Nero e quello del Polonnix.

Era trincerata sopra ad un'altura, senza reticolati, senza blindature, con dei bassi parapetti tirati su in fretta e furia. La mattina era già inoltrata quando il battaglione ungherese incominciò l'attacco.

Avanzava con ordine e risoluzione, in varî ranghi aperti e regolari. Nessun colpo di fucile lo accolse. Fu presto a mille metri dai nostri: il silenzio continuava. La posizione pareva deserta. Rinfrancati, i nemici salivano come in manovra. Forse essi immaginavano gl'italiani già fuggiti. Una quiete profonda e terribile.

La distanza diminuiva. Ottocento metri: silenzio. Seicento metri: silenzio. A mano a mano che si avvicinavano, salendo da una base verso una vetta, le schiere nemiche andavano forzatamente serrandosi. Gli spazî sparivano; le linee di assalto, dapprima distese in catena, restringevano gl'intervalli, cominciavano a formare massa. Cinquecento metri: silenzio. Si levò il vocìo degli assalitori, che coprivano ormai tutta la costa del loro affollamento. Quattrocento metri: silenzio....