Per confondere i rumori inevitabili dell'avanzata, fu dato l'ordine alle truppe rimaste sul pianoro inferiore di lavorare a gran colpi di piccone. I soldati picchiavano sodo, a caso, come volessero spezzare la montagna. Un tempestare di picconate echeggiava nelle tenebre fra strisciamenti metallici di pale. Gli austriaci, che ascoltavano dall'alto, sparavano di tanto in tanto qualche fucilata contro quel furore d'operosità, immaginando grandiosi lavori di trinceramento. Dovevano sentirsi rassicurati da tanta febbre di difesa. Improvvisamente i colpi di fucile si fecero più serrati, poi il fuoco si allargò, scrosciò con furore, senza pause, violento, rabbioso, mescolato ad un confuso e lontano gridìo. Giù, nel buio, i soldati che lavoravano si fermarono, sudati e ansimanti, ed ascoltarono immobili, appoggiati ai picconi, studiando lo scintillamento delle vampe sulla vetta in tumulto.
Il piano si svolgeva con una esattezza meravigliosa. La scalata della balza dirupata era stata scoperta dal nemico quando essa toccava già gli ultimi gradini. Il piccolo reparto assalitore, snodatosi subito fra sporgenze della roccia, si moltiplicò, rispose al fuoco degli austriaci con una fucileria precipitosa, riuscì a dare l'illusione di una massa. Tutta la difesa si portò contro di lui. Quando lo strepito della battaglia parve più alto e intenso, l'oscuro pendìo sassoso del versante meridionale si animò.
Un nero formicolìo vi saliva veloce, una moltitudine d'ombre rampava verso l'estremo lembo di quello spalto immane. Il vero assalto arrivava. Le vedette nemiche lo scorsero, ma era troppo tardi. Il loro grido d'allarme fu coperto dall'urlo trionfale dei nostri, che mettevano piede sulla vetta e si rizzavano per precipitarsi subito avanti, la baionetta bassa. La cima del Monte Nero era presa.
La osservavamo percorrendo la cresta del Colovrat. Non si riusciva a comprendere come su quella aguzza guglia potessero aggramparsi e vivere delle truppe. Qualche nuvoletta rossastra di shrapnell sfumava lungo le sue pareti. Dalla vetta la nostra occupazione, indicata da sottili e quasi invisibili sgranamenti di rocce prodotti dai lavori di trinceramento, e da qualche minuscola baracca di rifugio rannicchiata al coperto dietro a delle anfrattuosità, prosegue al sud, scende in quell'avvallamento che da lontano formava l'incavo del ciglio sul profilo del gran volto, e s'inoltra sulla fronte, cioè sulla cresta di Luznica, che i soldati chiamano Monte Rosso per il suo fulvo colore.
A metà della cresta essa ridiscende un poco. Gli austriaci tentarono più volte di scacciarci dalla punta conquistata; lasciarono sul terreno centinaia di morti, disseminati in ogni balza. Non riuscendo a riprendere la cima, si rafforzarono intorno, per barrarci ogni strada.
La montagna si prestava alla difesa, le offriva poderosi baluardi naturali. Il dorso del Monte Nero, dal lato austriaco, è inoltre solcato da strade militari che salgono dal nord, da Plezzo, le quali hanno facilitato un vasto spostamento di truppe e di artiglierie. Al di là del crestone principale, un'altra catena di rudi vette si solleva, vette chiare, strane, che sembrano sfarinarsi in una sabbia grigia di cui i valloni si colmano: sono dette dai soldati le Cime Bianche a causa della loro apparenza. Formano una vera seconda muraglia, vicinissima, sulla quale numerose batterie nemiche si appostano.
Fra lo schieramento delle Cime Bianche e il costone del Monte Nero, in fondo ad un valloncello arido, angusto e selvaggio, è il passo di Luznica, diventato una via di arrocco per le truppe nemiche lungo l'allineamento delle vette da difendere. Enormi lavori hanno trasformato ogni sentiero in comodi passaggi. Vi si lavora anche adesso, e sui sabbioni cinerei delle Cime Bianche si vede come un formicaio oscuro d'uomini all'opera sulle volute serpeggianti e rosate di nuove strade.
La nostra offensiva lungo le propaggini del Monte Nero urtava contro difficoltà formidabili. I trinceramenti nemici non soltanto si allungavano sulle creste, ma le tagliavano, le attraversavano, a cavallo da un versante all'altro. Non era più possibile manovrare, e bisognava salire all'attacco frontalmente dai declivî, e scendere dalla vetta conquistata lungo la dorsale, da punta a punta, prendendo una dopo l'altra le trincee trasversali, sulle quali poi era difficile mantenersi presi d'infilata dalle Cime Bianche. Ma andammo avanti.