Avvolto in un pallido sudario di brume, il volto della montagna si levava avanti a noi diafano, inverosimile, terribile, mentre per le vallette della Slavia italiana salivamo verso le alture di Colovrat, che fronteggiano il Monte Nero dalla riva opposta dell'Isonzo. Il monte, nei giri tortuosi del nostro cammino, ci era nascosto sovente dalle pendici vicine, e ci riappariva sempre un po' più scomposto nel suo profilo umano; la visione svaniva, la magia cessava, l'aspra verità delle rocce distruggeva a poco a poco l'illusione plasmata dalla distanza.
La fronte napoleonica così diventava la cresta di Luznica; il gran mento rotondo diventava la cresta di Vrata; lo sporgere lieve di una ciocca su quella fronte immane diventava la cima di Maznik; e il naso non appariva più che come il pizzo maggiore del monte, una guglia a declivio precipitoso verso Maznik, a picco verso Vrata.
Da queste altezze ondulavano giù le pendici, con vette minori, con un digradare di cime, con quel risollevarsi brusco che hanno spesso i contorni delle montagne come se si pentissero di scendere alle valli e tentassero di tanto in tanto di tornare in su. Erano le pendici di Sleme, al sud, più vicine all'Isonzo, poi quelle di Mrzli, quasi sul fiume. Al nord i costoni discendenti dal Monte Nero si allontanavano dietro le creste del Polonnik, in una maestosa confusione di dorsi seghettati, di punte nude, che andavano sfumando fino a lontananze incorporee, un oceano di cime rosee e spettrali nella luce mattutina, fra le quali s'indovinavano profonde spaccature di valloni.
Il Monte Nero è la vetta culminante e centrale di una lunga catena quasi parallela all'Isonzo. Attraversato il fiume a Caporetto, che fu occupato il primo giorno della guerra, la nostra azione offensiva si trovò di fronte quella gigantesca barriera, che non ha valichi. Di colpo l'attacco scalò i contrafforti, salì per balze senza sentieri, si portò sotto le vette maggiori, a duemila metri.
Il ponte di Caporetto era stato distrutto dal nemico in ritirata. Le nostre truppe varcarono l'Isonzo su passarelle costruite dal Genio. Quattro giorni dopo, dei temporali violenti gonfiarono le acque; la piena travolse le passarelle. I piccoli reparti che operavano già sulla riva sinistra rimasero isolati. Ma andarono avanti. Il parroco austriaco di Dresniza — paesotto che si adagia tutto bianco sulle falde del Monte Nero — vedendo passare quelle prime magre schiere, senza rincalzi, senza approvvigionamenti, tagliate fuori dall'inondazione, le salutò ironicamente: «Andate pure, non tornerete indietro!». Sapeva che sulle creste dei monti il nemico trincerato aspettava in forze.
L'interruzione del transito sul fiume durò due giorni. La sera del 30 maggio un ponte di fortuna era già ricostruito sul torbido, largo e vorticoso corso della piena. Passarono le munizioni, passarono i rincalzi. L'occupazione era già quasi ai piedi del picco più alto. Il primo di giugno la punta era conquistata.
Non fu un colpo di sorpresa, questa volta; fu un colpo di manovra. La compagnia austriaca che difendeva l'estrema cima quasi inaccessibile, il naso della montagna, vigilava e combattè. Bisognava appunto che si battesse, per la riuscita del nostro piano. È stata questa una delle battaglie più belle e più singolari della guerra.
Fu in una notte oscura e nuvolosa. Non si poteva sperare di scalare la vetta senza svegliare l'allarme. Si profittò allora dell'allarme. Due spedizioni partirono da una specie di tormentato pianoro roccioso sul quale eravamo trincerati, seicento metri più in basso della cresta. Un piccolo reparto, composto dei più abili scalatori, munito di corde, si diresse verso il fianco settentrionale del picco, cioè, per esser chiari, verso la narice del naso mostruoso, dove la parete precipita quasi a piombo. Un reparto più numeroso si diresse dalla parte meridionale, per ascendere il pendìo più accessibile, il dorso del naso. Era questo il lato meglio difeso e più vegliato dal nemico.
È un lungo piano inclinato, eguale ma scosceso, coperto in parte di erbette tenaci che ora intristiscono nell'autunno, disseminato di pietre che vi mettono come una sparsa punteggiatura grigia da pittura divisionista. Bisogna inerpicarvisi con l'aiuto delle mani. Chi scivola difficilmente si riprende; non trova dove afferrarsi, rotola nel precipizio, è perduto. L'attacco che saliva per questo declivio vertiginoso non doveva sferrarsi contemporaneamente all'altro, che ascendeva per le balze rocciose e dirupate del versante opposto. Gli scalatori della muraglia avevano il còmpito arduo e terribile di attirare per i primi l'attenzione e il fuoco degli austriaci, mentre sul pendìo meridionale la vera azione risolutiva si sarebbe preparata silenziosamente.