Nel nostro giro sul fronte, quello che ci ha più fatto pensare, oltre alla guerra che si combatte, è la guerra ben più terribile, la guerra spaventosa, atroce, sproporzionata, disperata che si sarebbe combattuta se gli eventi non avessero dato a noi la scelta del momento, se non fossimo stati noi a gettare il guanto e varcare le frontiere, se lo sconvolgimento dell'Europa non fosse venuto a destarci. Bisogna vedere per comprendere. Per difficile che sia la guerra d'oggi, noi dobbiamo benedirla perchè ci salva dai disastri immensi la cui preparazione, che è ora tutta sotto ai nostri occhi, ci cingeva a poco a poco mentre noi dormivamo sognando la pace perenne. La guerra era inevitabile, era decisa: dovevamo farla o subirla.

Non conoscevamo esattamente il valore combattivo di Tolmino. Iniziate le ostilità, le nostre truppe occuparono le alture fra lo Judrio e l'Isonzo e dalla cresta videro, come noi l'abbiamo visto, Tolmino in basso, con la sua pesante avanguardia di edifici governativi, e la folla gaia delle sue case, raccolte fra recinti d'orti, in un verdeggiare di frutteti. Subito, le colline di Santa Maria e di Santa Lucia tuonarono; incominciò un fuoco di medî calibri invisibili, introvabili, che battevano le nostre alture. Continuano ancora, a intervalli.

Udivamo infatti di tanto in tanto il rantolo di qualche grossa granata austriaca, che veniva a scoppiare alle falde dello sperone sul quale eravamo. Dei colpi rispondevano; noi potevamo seguire da vicino la manovra pacata di alcuni artiglieri nostri, intorno ad un pezzo imboscato in un intreccio di cespugli. Facevano fuoco ogni cinque, ogni sei minuti, per non permettere al nemico di scoprire la vampa, e fra un colpo e l'altro si sedevano intorno, conversavano, leggevano un vecchio giornale che passava da mano a mano, compitato e commentato. Nelle vicinanze il terreno era squarciato dai proiettili. Una granata da 305, caduta recentemente, vi aveva aperto una cavità larga, irregolare, profonda, nella quale dei soldati raccoglievano pesanti schegge di acciaio.

Il primo bombardamento austriaco cominciò il 26 maggio. Non fece danni e non fermò le nostre truppe. Si iniziava l'investimento della piazzaforte. L'operazione non pareva estremamente difficile; le colline di Santa Maria e di Santa Lucia non lasciavano scorgere ancora le loro difese imboscate. Gravi ostacoli già ci sbarravano il passo di fronte a Gorizia, e sembravano più facili forse quelle alture di Tolmino, che non avevano l'aspetto possente e ostile del Sabotino e del Podgora. Nei primi giorni di giugno Tolmino parve seriamente minacciata da noi, e si poteva credere allora che su Tolmino potesse portarsi l'attacco fortunato che, penetrando fortemente in quel punto, scuotesse le posizioni nemiche di Gorizia.

L'attacco fu dato. Le nostre truppe erano arrivate a contatto di numerose linee successive di trinceramenti in cemento, mascherati dal bosco, protetti da numerose batterie incavernate, riuniti da cunicoli, tutto un sistema di fortificazioni interrate, nascoste, in agguato. Fu allora forse che si pensò di portare il colpo offensivo su Plava, cioè ad un altro raccordo di strade che un ponte congiungeva attraverso l'Isonzo, in un settore più vicino a Gorizia, e che poteva supporsi meno preparato alla difesa. Era l'unico punto di quella zona sul quale potesse tentarsi il passaggio del fiume. Non si può combattere in qualsiasi luogo; l'offesa e la difesa seguono vie e direzioni prevedibili; le battaglie hanno campi predestinati; la viabilità fissa fatalmente i terreni d'azione. Dove il traffico ha già da secoli scelto i suoi passaggi, la guerra si getta. Una rete di strade dalla riva destra del fiume andava a innervarsi al ponte di Plava, distrutto dagli austriaci. Altrove l'Isonzo scorre fra due ripe altissime, senza guadi e senza allacciamenti. Volendo crearci un'altra testa di ponte, non potevamo scegliere che Plava. Ma la difesa nemica a Plava pure ci aspettava. Noi la spezzammo.

Per oltre due mesi dall'inizio della guerra, di Tolmino non si parla più. Non vi è inazione; vi si combatte, vi si cannoneggia, le fanterie mantengono il contatto, le nostre trincee a poco a poco avanzano, portano i loro scavi sempre più vicino alle posizioni nemiche, le incalzano con la lentezza del piccone. Si prepara l'attacco. È il 16 agosto che l'offensiva nostra violentemente si slancia in avanti. Comincia allora un periodo di furore.


La collina di Santa Lucia è oblunga, regolare, boscosa; ma a tratti il bosco cessa al bordo rettilineo di grandi prati in declivio, ombreggiati qua e là da qualche ciuffo d'alberi, rigati da un folto distendersi di siepi; anche la vetta è erbosa e scoperta. Adesso i prati sono qua e là sterrati dai colpi di cannone, scorticati, del colore dei campi arati, e la vetta, bucata dai crateri scavati dalle granate, uno vicino all'altro, ha quell'aspetto strano dei paesaggi lunari, pieni di cavità rotonde e di bordi circolari. La nostra artiglieria rovesciò su Santa Lucia e su Santa Maria un diluvio di proiettili per preparare l'attacco.

Coperte da quel fuoco, le nostre fanterie spezzarono i reticolati e si slanciarono alla baionetta. Una linea di trinceramenti austriaci fu conquistata. Poi un'altra. L'assalto saliva il declivio da ponente. L'urlo dei combattenti si udiva, alto, tremendo, dalle posizioni di artiglierie sulle alture vicine. Nelle trincee prese, delle compagnie intere di austriaci si arrendevano. Durante la giornata del 16 agosto furono presi prigionieri 17 ufficiali e 517 soldati. Mitragliatrici, fucili, munizioni, formarono un rilevante bottino. Un reparto arrivò finalmente ad espugnare le estreme trincee, quelle della vetta di Santa Lucia, che girano intorno a due cucuzzoli simili alle due larghe gobbe di un cammello gigantesco.

Allora cominciò la tempesta delle artiglierie austriache. Non meno di quaranta cannoni concentravano un fuoco spaventoso sulle sommità del colle. Non vi era tempo per costruirsi dei ripari; bisognava ritrarsi dal costone più esposto. Ma ci tenemmo saldamente sui fianchi delle alture, dove ora si vedono serpeggiare i solchi profondi dei nostri trinceramenti, ai quali salgono strani viottoli di approccio. Gli austriaci rioccuparono le vette. Le loro trincee sono ad un centinaio di metri dalle nostre.